La sorte non tollera l’inganno
Ognuno ha il proprio destino. Il destino è una cosa strana: a volte ti spinge in un abisso senza fiato, altre ti regala una gioia così grande che anche quella toglie il respiro.
Dina è ancora giovane e senza esperienza, ma il suo destino era già scritto. In quella gelida giornata, stava davanti alla tomba della nonna, ormai quasi completamente coperta dalla terra fredda. Nel suo cuore non restava che un dolore sordo per la perdita della persona più cara. Era stata la nonna Caterina a crescerla dai dieci anni, dopo che i genitori erano morti.
La neve cadeva rada e silenziosa, ma lei non ci faceva caso. I pochi conoscenti si avviavano verso luscita del cimitero. Rimasti solo in pochi, si avvicinò a lei Carlo, il cugino con cui non parlava da anni e che non aveva mai visitato la nonna, perché la figlia maggiore di Caterina era in conflitto con lei.
Carlo si chinò e sussurrò:
“Non vivrai più nella casa della nonna. Sgombera oggi stesso. Sono suo nipote tanto quanto te. E provaci solo a contraddirmi”
Non le chiese se era daccordo. La sua decisione era già presa, e lei non aveva la forza di reagire. Negli ultimi tempi, la nonna Caterina era stata costretta a letto, e Dina laveva assistita fino allultimo. Parlare con Carlo era inutile: lavrebbe comunque cacciata. E poi, il dolore per la perdita della nonna le occupava ogni pensiero.
Il pranzo funebre fu in una piccola trattoria. Nemmeno Carlo si presentò. Gli invitati erano pochi. Quando Dina tornò a casa, trovò le valigie già pronte sulla soglia.
“Controlla se ho preso tutto,” le disse Carlo. “E poi vattene.”
Dina uscì con due borse in mano, senza sapere dove andare. Ma la vicina Vera la vide e la chiamò dal suo cancello.
“Dina, vieni da noi.”
Entrò in casa, lasciò le borse vicino alla porta e si sedette su una sedia, sfinità, scoppiando in lacrime. Il dolore, la rabbia, il rancoretutto uscì in singhiozzi disperati. Vera le portò un bicchiere dacqua.
“Resta qui per ora. Decideremo poi. Adesso riposati: domani è un altro giorno.”
Due giorni dopo, Dina tornò al lavoro. Faceva linfermiera in ospedale, con turni di notte e giorno. Era una ragazza dolce e carina, con occhi luminosi sempre pronti a sorridere, ma ora erano tristi.
Tutti in ospedale sapevano della morte della nonna. Dina era benvoluta da colleghi e pazienti, che ammiravano il suo sorriso, capace di fare miracoli.
“Dinina, appena ti vedo, dimentico tutti i miei acciacchi,” scherzava Giuseppe, un paziente anziano. “E poi hai la mano leggera. Ah, dove sono finiti i miei diciassette anni…”
Lei sorrideva, amava il suo lavoro e la gente. Linfermiera capo, Elvira Romano, le propose di andare a vivere nella sua casa di campagna, anche se era lontana e bisognava prendere lautobus.
“Dina, noi andiamo lì solo destate, ma puoi usarla fino a allora. Si può riscaldare, dinverno si vive bene.”
Dina stava per accettare, quando il giovane dottor Antonio si avvicinò. Era arrivato da poco in ospedale, proveniente da unaltra città. Bellissimo, sicuro di sé, trentanni. La sua proposta la lasciò senza fiato.
“Dina, ho sentito dei tuoi problemi. Anche io sono cresciuto con mia nonna: i miei genitori divorziarono e ognuno si rif







