La suocera mi costringeva a estirpare le erbacce nell’orto nel mio legittimo giorno di riposo. Ma questa volta non è andata come previsto.

– Lo capisci che per la mamma è dura, vero? – Luca fece roteare le chiavi della macchina nel palmo della mano, senza nemmeno guardarmi. – Ha piantato tutte quelle piantine da sola. Che ti costa, tre giorni di aiuto? Sempre la solita storia.

Ero in piedi davanti al bagagliaio spalancato, a guardare tre valigie enormi che avevo preparato da sola. In una c’erano i vestiti dei bambini, nell’altra le felpe per la sera, nella terza le lenzuola, perché mia suocera si rifiutava di prestarci le sue, quelle del cassetto.

La nostra Sofia, di cinque anni, già scalpitava sul sedile posteriore, abbracciando il suo coniglio di peluche, mentre Matteo, che aveva appena compiuto otto anni, sfogliava svogliatamente un fumetto. Davanti a me si stagliava un altro fine settimana che avrebbe dovuto essere un meritato riposo dopo quaranta ore di lavoro in ufficio, ma che invece prometteva di trasformarsi in una condanna ai lavori forzati.

– Tre giorni di aiuto, Luca, significa che arriviamo, accendiamo il barbecue e la sera annaffiamo due aiuole, – dissi con voce calma. – Non che io stia china dalla mattina alla sera sulle fragole mentre la signora Anna ispeziona ogni singola pianta. Quello si chiama in un altro modo.

Mio marito aprì la portiera del guidatore con stizza e si sedette al volante.

– Va bene, andiamo. Poi si vede. Una volta sul posto, tutto sembra sempre più semplice.

Mi sedetti sul lato del passeggero, mi allacciai la cintura e fissai la strada. La macchina si mise in moto, lasciandoci alle spalle il nostro tranquillo quartiere residenziale. Davanti a noi c’erano due ore di autostrada, il caldo torrido e la sensazione di cedere ancora una volta senza combattere.

Nove anni di matrimonio mi avevano insegnato che discutere con Luca di sua madre era come tentare di fermare un treno in corsa. Più facile accettare, sopportare due giorni di inferno e poi passare i successivi tre a riprendermi in città. Ma questa volta, dentro di me, qualcosa si ribellava, come un filo sottile teso fino allo strappo.

La strada sembrava infinita. I bambini, sul sedile posteriore, cominciarono a lamentarsi verso metà del viaggio. Matteo si lamentava del caldo, Sofia aveva lasciato cadere il coniglio tra i sedili e piagnucolava. Luca si arrabbiava, alzava il volume della radio che trasmetteva vecchi successi pop, e ogni tanto sorpassava i camion con brusche sterzate.

– Era proprio necessario portare tutta questa roba? – disse, lanciando un’occhiata veloce allo specchietto retrovisore. – La mamma ha detto che ha dei vecchi vestiti da giardino. Perché ti sei portata tutti questi borsoni?

– Perché i vecchi vestiti di tua madre sono camicie da notte unte del 54, con cui non mi sento a mio agio, – risposi, cercando di mantenere la calma. – E i bambini hanno bisogno di un cambio pulito.

– Ma va’, non cominciare. Trovi sempre problemi dove non ce ne sono. La mamma ci aspetta, ha fatto le torte di ricotta, e tu arrivi con la faccia di chi va al patibolo.

Tacqui. Non avevo voglia di discutere, e poi non serviva a niente. Luca era convinto che la gita dai suoi genitori fosse la cosa migliore che potesse capitare in un fine settimana. Per lui era un ritorno all’infanzia, dove poteva girare in pantaloncini vecchi, bere il latte fresco della fattoria vicina e non avere responsabilità.

Per me, invece, era un esame senza fine per il titolo di “nuora perfetta”, che fallivo puntualmente, nonostante tutti i miei sforzi.

Quando la macchina svoltò sulla strada sterrata piena di ghiaia, le sospensioni cominciarono a sbattere sordamente. Sfilarono davanti ai nostri occhi recinzioni grigie, cespugli di olivello spinoso e casette di legno tutte uguali. La nostra casa di campagna – anzi, quella dei suoceri – si distingueva dalle altre per il cancello verde e la grande serra che si ergeva come una cupola futuristica.

La signora Anna era già in piedi davanti al cancelletto. Indossava un grembiule blu a pois e teneva in mano delle cesoie da giardino. Accanto, su una panchina bassa sotto il melo, sedeva il suocero, il signor Pietro, che riparava lentamente una vecchia radio a transistor.

– Finalmente siete arrivati! – aprì il cancello mia suocera, senza nemmeno aspettare che Luca spegnesse il motore. – Avete trovato traffico? Forza, scaricate tutto, che il pranzo si fredda. Marina, tesoro, sei pallida. Vi hanno stroncato del tutto, nella vostra Roma. Non importa, qui l’aria è pura, ti rimetterai in forma in un baleno.

Sorrideva, ma il suo sguardo già scrutava con aria critica la mia maglietta di cotone e i jeans chiari. Conoscevo quello sguardo. Ora sarebbe iniziata la valutazione: quanto costa il vestito, perché è così facile da sporcare, perché ti sei truccata per venire in campagna.

***

Il pranzo fu dettato dalla signora Anna. Serviva la pasta al forno nei piatti e intanto dava istruzioni per la sera. Luca mangiava con appetito, facendo schioccare la lingua e annuendo alla madre.

– Luca, devi puntellare la rete delle more, che si sta abbassando, – disse la suocera, asciugandosi delicatamente le labbra con un tovagliolo. – Noi con Marina intanto ci occuperemo delle aiuole. L’erba dopo le piogge è venuta su terribile. Se non la togliamo oggi, domani non ci si potrà nemmeno avvicinare alle cipolle.

– Mamma, io pensavo di portare i bambini al fiume, – azzardò Luca, allungandosi per un secondo pezzo di torta. – Fa così caldo, che si facciano un bagno.

– Il fiume non scappa, – tagliò corto la signora Anna. – L’acqua è ancora fredda, prendono un raffreddore. Farete in tempo. Prima il dovere, poi il piacere. Marina, hai finito? Porta i piatti nel lavello e andiamo. Ti ho preparato gli attrezzi.

Guardai mio marito, sperando in un sostegno. Ma Luca studiava con attenzione il disegno sulla sua tazza di tè. Faceva sempre così – si ritirava nell’ombra, lasciando che fossi io a sbrigarmela con sua madre.

Dopo mezz’ora, ero in ginocchio tra i lunghi filari di cipolle. Il sole picchiava senza pietà, la testa mi bruciava anche sotto il cappello. La terra era secca, grumosa, le erbacce vi si aggrappavano con forza, spezzandosi alla radice. Accanto, su una sedia di plastica, si era sistemata la signora Anna. Lei non sarchiava – i medici le avevano vietato di chinarsi a causa della pressione – ma dirigeva con mano ferma.

– Più fondo, Marina, più fondo. La radice va strappata con la zolla, tu prendi solo le cime. Tra tre giorni ricresce tutto. E non avere fretta, fallo per bene. Lo facciamo per noi, per i nostri nipoti. Non vuoi che i bambini mangiano le loro vitamine, senza pesticidi?

Io tacqui e strappai un grosso cespo di tarassaco. La terra mi si infilò sotto le unghie. La mia manicure fresca, fatta giovedì sera a caro prezzo, era già morta nei primi dieci minuti. Dentro di me, la rabbia cominciava a bollire. Non contro mia suocera – era sempre stata così, non si cambia – ma contro mio marito. Contro me stessa. Per il fatto di essere ancora lì, in quella polvere, a eseguire ordini altrui, mentre i miei progetti per il fine settimana volavano a gambe all’aria.

– Mamma, posso bere un po’ d’acqua? – Sofia si avvicinò all’aiuola, col viso arrossato dal caldo. Cercava di giocare con il cane del vicino, ma quello dormiva pigramente all’ombra della casa e non le dava retta.

– Prendila in casa, c’è una caraffa sul tavolo, – dissi, asciugandomi il sudore dalla fronte con il dorso della mano.

– Non correre in casa, sporchi tutto, – intervenne la signora Anna. – Luca! Porta dell’acqua del pozzo a tua figlia. E portane anche a Marina, che ha la faccia rossa come un peperone.

Luca, che in quel momento inchiodava pigramente una tavola alla recinzione, posò il martello e si avviò verso il pozzo. Il suo andamento era così lento che avrei voluto lanciargli la zappa.

La sera del sabato avevo la schiena a pezzi. I muscoli urlavano per lo sforzo inusuale, i palmi delle mani mi bruciavano. Eravamo passati alle carote, che richiedevano una sarchiatura da orafo – i piccoli germogli si confondevano facilmente con le erbacce.

– Ma chi sarchia così, per l’amor del cielo, – la signora Anna si alzò dalla sedia e si avvicinò, scrutando i risultati del mio lavoro. – Hai strappato metà delle carote, Marina! Guarda, qui è vuoto, e anche qui. Ti avevo chiesto di stare più attenta. Hai la testa da un’altra parte?

Mi bloccai, tenendo in mano un altro mazzo di erbacce. Dentro di me, qualcosa scattò. Calma, pensai, solo calma. È solo una persona anziana. Pensa di aiutarmi.

– Signora Anna, cerco di fare con cura. I germogli sono molto piccoli, si vedono male.

– Se vedi male, mettiti gli occhiali, – tagliò corto mia suocera. – Mio Luca, da piccolo, sarchiava queste carote alla perfezione. E tu sei una donna adulta, non sai fare le cose più semplici. Voi ragazze moderne, in casa non siete buone a nulla. Solo a spendere soldi dai vostri parrucchieri.

Da dietro arrivò Luca. Era appena tornato dal mercato edile, dove era andato con suo padre a comprare delle assi. In mano aveva un gelato. Uno. Lo stava già finendo, leccandosi le gocce bianche dalle dita. Ai bambini aveva portato due lecca-lecca. Di me, ovviamente, nessuno si era ricordato.

– Mamma, ma cosa gridi? – disse pigramente, sedendosi sul gradino della veranda. – Marina lavora bene. Solo che non è abituata.

– Appunto, non è abituata! – riprese la signora Anna, incoraggiata dall’appoggio del figlio. – E bisogna abituarla. Perché arriva, si siede con un libro sulla sdraio e pensa di essere in albergo. Qui si lavora. Io e tuo padre teniamo questo terreno da trent’anni, ogni palmo lo abbiamo lavorato con le nostre mani. E a lei costa fatica chinare la schiena.

Mi alzai lentamente dalle ginocchia. Mi scrollai la terra dai pantaloni. Un dolore acuto mi trafisse la schiena, ma non feci una smorfia. Guardai mia suocera – il suo viso con sincera indignazione. Guardai Luca – era seduto sui gradini, finiva il cono gelato e guardava lo schermo del telefono, completamente estraniato da ciò che stava accadendo. Per lui, quella conversazione era un rumore di fondo abituale.

– Ho finito, – dissi a bassa voce.

– Cosa significa “ho finito”? – mia suocera agitò le mani. – E le altre tre aiuole chi le farà? Hanno promesso pioggia per stanotte, domani sarà tutto un cespuglio!

– Le farete voi, signora Anna. O vostro figlio. Io in quelle aiuole non ci metterò più piede. Mai più.

Mi voltai e mi avviai verso casa. I passi erano pesanti, le gambe sembravano di piombo, ma dentro cresceva una sensazione strana, mai provata prima, di liberazione. Come se avessi portato per molto tempo una valigia pesante, senza manico, e all’improvviso avessi semplicemente aperto le dita.

In casa, andai direttamente nella stanza dove dormivamo. Tirai fuori le valigie da sotto il letto e cominciai a metterci i vestiti. Magliette dei bambini, pantaloncini, lenzuola – tutto volava nei borsoni alla rinfusa.

Sulla porta apparve Luca. Aveva un’espressione stupita, quasi spaventata.

– Marina, cosa stai facendo? La mamma si sta prendendo un cardiopalma. Perché l’hai offesa? È una persona anziana, ha il cuore malato.

– Tua madre è piena di energie, Luca, – chiusi la cerniera della prima valigia. – Scaverà questo orto e ci seppellirà tutti. Io ho la schiena a pezzi. Prepara i bambini. Partiamo.

– Partiamo dove? È sabato sera! C’è un traffico pazzesco per entrare in città. Sei impazzita? Per colpa di qualche carota fare tutto questo teatro?

– Non sto facendo teatro. Vado a casa. Se vuoi, resta qui con la mamma e le carote. La macchina è mia, le chiavi le ho io. I bambini li porto con me.

Luca cercò di sbarrami la strada, mettendosi sull’uscio.

– Non vai da nessuna parte. Basta isterismi. Calmati, ora ceniamo, beviamo un tè, e tutto si sistema. La mamma si calma, è di buon cuore.

Lo guardai. Con calma, senza il panico che di solito mi prendeva durante i nostri litigi. E mi ricordai le parole della mia amica Elena: “Non si schiererà mai dalla tua parte”. Per lui, io sarei sempre stata al secondo posto: la mamma prima di tutto, e io dovevo sopportare e adeguarmi.

– Lasciami passare, Luca.

Presi due valigie pesanti e uscii nel corridoio. I bambini erano seduti sul divano del salotto, immobili, sentendo che stava accadendo qualcosa di eccezionale.

– Matteo, Sofia, mettetevi le scarpe. Torniamo a casa, a Roma.

– Evviva! – Matteo saltò giù dal divano, senza nemmeno provare a nascondere la gioia. Anche a lui la vita in campagna era venuta a noia, sotto il controllo perenne della nonna che gli proibiva di correre sul prato e di cogliere le bacche senza permesso.

La signora Anna era in piedi sulla veranda, con le labbra strette. Il signor Pietro, dietro di lei, fumava in silenzio, guardando verso gli alberi. Nessuno ci tratteneva, nessuno ci pregava di restare.

Luca mi seguì fino alla macchina. Cercava ancora di fermarmi.

– Stai facendo una grande stupidaggine, Marina, – disse a bassa voce, mentre caricavo i bagagli nel portabagagli. – La mamma non lo dimenticherà. Stai rovinando i rapporti per una stupidaggine.

– Sai una cosa? Dei miei sentimenti non te n’è mai fregato niente, Luca, – chiuso il portabagagli, mi voltai verso di lui. – Non verrò mai più in campagna dai tuoi. È una decisione definitiva. Se vuoi venire a trovarli, fallo pure, anche tutti i fine settimana. I bambini puoi portarli, se loro vogliono. Ma io no. Ne ho abbastanza.

Mi sedetti al volante, accesi il motore. Luca stava vicino al cancello, con le mani in tasca. Sembrava un bambino smarrito a cui avevano rubato il giocattolo preferito. Non salì in macchina. Restò in campagna, vicino a sua madre, che già dalla veranda gli diceva qualcosa, gesticolando animatamente.

Uscimmo dal cancello. Nello specchietto retrovisore vidi la figura di mio marito rimpicciolire insieme al cancello verde e alla grande serra. In petto provai un leggero dolore, la consapevolezza che quella sera aveva cambiato tutto.

Il nostro matrimonio non sarebbe finito domani, avremmo continuato a vivere in qualche modo. Ma la Marina di prima, quella che era disposta a sopportare qualsiasi umiliazione per un falso senso di pace, non esisteva più.

Premetti l’acceleratore e la macchina si mosse sulla strada sterrata, portandoci via da quella casa di campagna dove avevo cercato troppo a lungo di vivere secondo le regole degli altri.

– Mamma, non andremo più dalla nonna? – chiese piano Sofia dal sedile posteriore, distogliendomi la strada.

Guardai nello specchietto retrovisore. Mia figlia stringeva il suo coniglio, mentre Matteo aspettava con attenzione la mia risposta.

– Voi con il papà potrete andare, se vorrete, – cambiai marcia e immisi la macchina sull’asfalto. – Io, per i fine settimana, ho altri piani.

Davanti a noi apparvero le luci di un distributore. Sterzai per fermarmi, comprare un succo di frutta ai bambini e un caffè per me. Avevo ancora cento chilometri da percorrere fino a casa, e quella strada volevo farla senza fretta, godendomi la libertà di aver finalmente scelto me stessa.

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La suocera mi costringeva a estirpare le erbacce nell’orto nel mio legittimo giorno di riposo. Ma questa volta non è andata come previsto.
A Mamma Serve di Più