«Sono affamato dal lavoro, preparami qualcosa». Il ragazzo con cui uscivo da sei mesi disse una frase, dopo la quale gli chiesi di andarsene.

«Sono tornato dal lavoro affamato, prepara qualcosa». Il cavaliere con cui uscivo da sei mesi disse una frase dopo la quale gli chiesi di andarsene.

Avevo comprato i biglietti una settimana prima. Due posti in settima fila, per la serata, per quel film di cui discutevamo con Alessandro già a settembre. Allora pensai: lo sorprenderò, non gli dirò niente in anticipo, lui arriverà e io avrò già tutto pronto.

Ci eravamo conosciuti a marzo. Avevo aperto un profilo su un sito per noia, a dire il vero, non credevo a niente, mi sentivo semplicemente sola la sera, specialmente il venerdì, quando dalla finestra sentivo i vicini andare da qualche parte in famiglia, e io con solo il bollitore e la televisione. Alessandro scrisse per primo. Un messaggio semplice, senza volgarità, mi chiese che musica ascoltavo. Poi scoprimmo che entrambi avevamo un figlio che era andato nella stessa scuola, solo in anni diversi, e questo ci avvicinò in fretta, come se ci conoscessimo da tanto.

Sapeva scherzare. In modo gentile, non cattivo, e le battute erano tali che ridevo di una risata vera, non per cortesia. Ci portavamo a vicenda alle mostre, andavamo al bar vicino alla stazione Termini, dove servono un caffè scadente ma uno strudel buono. Una volta correvamo sotto la pioggia fino alla fermata, e lui si tolse la giacca e me la mise sulle spalle, e camminava tutto bagnato dicendo che non aveva freddo, anche se batteva i denti.

Insomma, era una brava persona. Così pensavo.

Quella sera arrivò alle otto, come d’accordo – anche se ci eravamo detti solo “stasera ci vediamo”, senza dettagli, io avevo fatto apposta a non dirgli del cinema. Volevo che si sorprendesse. Aprii la porta – e io avevo un vestito, i capelli sistemati per un’ora, un rossetto leggermente più scuro del solito. Vidi come mi guardava, e nel suo sguardo non c’era ammirazione, piuttosto una specie di perplessità, come se avessi indossato qualcosa di sbagliato.

— Hai intenzione di uscire? — chiese, senza oltrepassare la soglia.

— Noi usciamo, — dissi io, e presi i biglietti dalla borsetta, li sventolai come un prestigiatore. — Sorpresa. Per le sette e quaranta, ma facciamo ancora in tempo se…

Non mi lasciò finire. Posò per terra il sacchetto che teneva – e lì, come vidi dopo, c’era della carne, surgelata, sottovuoto, un chilo e mezzo – e disse che in realtà contava di passare la sera a casa.

— Ho comprato la carne, — disse, come se questo spiegasse tutto. — Pensavo di stare qui, tu prepari da mangiare, io accendo la TV, c’è il calcio stasera.

Rimasi con i biglietti in mano e sentii che il sorriso sulla mia faccia ancora resisteva, ma ormai storto, incerto. Dissi che il calcio poteva vederlo il giorno dopo, che i biglietti non si potevano restituire, che mi ero preparata così…

— Vedi, — fece lui sorridendo, ma non con cattiveria, piuttosto stanco, come un adulto che spiega l’ovvio a un bambino, — ti sei preparata, invece di semplicemente… accogliermi in modo normale. Truccarsi si può fare anche a casa. Io tornavo dal lavoro, affamato, volevo qualcosa di casalingo.

Allora per la prima volta quella sera sentii qualcosa dentro raggelarsi. Non ancora per il dispiacere, ma per lo stupore – come se all’improvviso avesse parlato un’altra lingua.

— Alessandro, — dissi, — non ci eravamo messi d’accordo che avrei cucinato. Volevo solo andare al cinema, insieme, come facevamo prima.

— Prima era prima, — rispose, passandomi accanto verso la cucina, padron di casa, come se fosse stato lì cento volte proprio così, con il sacchetto di carne in mano. — Adesso invece abbiamo, diciamo, una relazione seria, quasi sei mesi. Sei una donna matura, Chiara, non hai venticinque anni per correre nei locali. Alla tua età bisogna creare un ambiente accogliente, gestire la casa, sfamare l’uomo, stirargli la camicia. Non vestirsi a festa e trascinarlo al cinema.

Ero come sotto una doccia fredda e non capivo da dove venisse l’acqua.

— Cosa vuol dire “alla mia età”? — chiesi a voce bassa.

— Quello che ho detto. — Stava già aprendo la confezione, cercava un coltello nel cassetto, come a casa sua. — Un uomo ha bisogno di una casa, non di una festa perpetua. Cucina, pulizia, cure. Il cinema è per i giovani, che non hanno altri pensieri.

Lo guardai e all’improvviso ricordai molto nitidamente un’altra cucina, un altro appartamento, più di vent’anni prima. Lì c’era un uomo – il mio primo marito, Vittorio – e diceva parole simili, solo con toni diversi, più morbidi all’inizio, poi sempre più duri con gli anni. Allora io ascoltavo. Cucinavo, stiravo, rinunciavo a me stessa pur di avere una casa, pur di avere armonia, pur di non farlo arrabbiare. Mio figlio cresceva, io lavoravo, mi caricavo tutto sulle spalle, e Vittorio arrivava e diceva che la donna doveva. Io ho dovuto per vent’anni. Poi se n’è andato con un’altra, più giovane, dicendo che ero “troppo appassita”, e sono rimasta sola in un appartamento vuoto, con l’abitudine di stirare camicie che nessuno indossava più.

E ora, guardando Alessandro con quella carne in mano, capii — eccolo, di nuovo. Solo che questa volta non ero giovane, avevo già l’esperienza di come andava a finire. Non volevo per la seconda volta nella vita fare la cuoca per un biglietto di sola andata verso la solitudine.

— Metti giù il coltello, — dissi.

Lui si voltò, sorpreso dal mio tono.

— Non ti preparerò la cena, — dissi. — Non stasera e, probabilmente, mai. Non sono la tua domestica, Alessandro. Non sono stata assunta da te.

— Ma cosa ti sei offesa? — fece lui, quasi confuso, posando la carne sul tavolo. — Non ho detto niente di male, dico solo le cose come stanno, da uomo…

— Per favore, vattene, — dissi.

All’inizio non capì che facevo sul serio. Poi capì. La sua faccia cambiò, si fece dura, quella stessa che avevo già visto una volta in un’altra persona.

— Sei stupida, — disse, indossando la giacca con movimenti bruschi. — Credi di essere ancora giovane? Cinema, vestiti. Resterai sola nella vecchiaia, vedrai. Chi ti vuole, così orgogliosa.

Prese la sua carne – si portò via anche quella, ricordo come infilò il sacchetto nella borsa – e se ne andò sbattendo la porta così forte che nel corridoio tintinnò il vaso sulla mensola.

Rimasi ancora qualche minuto nell’ingresso, nel mio vestito blu, con i biglietti in mano che ormai servivano solo da buttare. Poi mi tolsi le scarpe, mi asciugai il rossetto con un fazzoletto e mi sdraiai sul divano, senza spogliarmi. Non volevo piangere. C’era una calma strana, come dopo aver finalmente tolto una scheggia – un dolore secco, e poi un sollievo.

Il giorno dopo, verso mezzogiorno, qualcuno suonò al campanello. Sapevo già chi era, anche senza aprire – sentivo qualcuno spostarsi da un piede all’altro sotto la porta.

Alessandro stava lì con dei fiori, non molto costosi, probabilmente comprati di fretta alla fermata della metro, e con un’espressione così colpevole che in un’altra vita, probabilmente, lo avrei perdonato subito.

— Chiara, ho esagerato, — cominciò. — Non ho pensato a come suonava. Sei una brava donna, ero solo stanco ieri, tutto il lavoro… Perdonami, va bene?

Lo guardai e pensai – ecco un uomo che per quasi sei mesi ho considerato bravo. Forse lo è, a modo suo. Forse sua madre gliel’ha insegnato così, o la prima moglie l’ha abituato, o semplicemente è il tempo in cui è cresciuto, credendo che una donna dopo i quaranta sia per le pentole, non per il cinema. Forse non lo faceva neppure con cattiveria.

Ma non era quello, se lo facesse con cattiveria o no.

— Alessandro, — dissi con calma, — non è una questione di scuse. È che ieri hai detto quello che pensi veramente. E io ho già vissuto vent’anni con un uomo che la pensava allo stesso modo. Non voglio farlo una seconda volta.

— Ma sono venuto, ti chiedo scusa…

— Lo sento. — Non indietreggiai, non feci un passo indietro, non lo invitai a entrare. — Ma non torno a quello che è successo ieri. Non voglio di nuovo dimostrare che non sono obbligata a cucinare e stirare perché qualcuno mi ami. Mi dispiace, ma no.

Rimase lì ancora un po’, senza capire fino in fondo cosa fosse successo – per lui era stata solo una lite per la cena, rimediabile con dei fiori. Per me era tutto un passato, un’intera vita che non volevo ripetere.

I fiori non li lasciò – se li portò via quando andò, come se ormai non servissero a nessuno. Chiusi la porta e andai in cucina a prepararmi un tè. Fuori dalla finestra c’era un giorno normale, grigio, senza niente di speciale, solo che per la prima volta dopo tanto tempo mi sembrava di non perdere, ma finalmente di trovare qualcosa – fosse pure solo me stessa, quella che non accetta più di essere comoda a spese altrui.

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