**Diario personale**
Mi basta pensare a quellerrore, capita a tutti.
“Eccoti di nuovo con questa storia! Quella Anastasia non esiste più, eppure continui a tormentarmi con la tua gelosia. Irene, ma non è ora di finirla? Dovremmo occuparci di cose più urgenti, di Alessia.”
Irene alzò le sopracciglia, stupita. Rimase in silenzio per qualche secondo, cercando di capire se avesse sentito bene. Le sembrava che, da un momento allaltro, suo marito lavrebbe accusata del suo stesso tradimento.
“Edoardo, ti sei sbagliato di porta. Le mie priorità ora sono altre. Lunica cosa urgente per me è il divorzio.”
“Divorzio?! Ma ti rendi conto? Per lamor del cielo, abbiamo vissuto bene tutti questi anni! Quasi dieci, e avremmo potuto continuare se non lavessi scoperto. Cosa cambia, alla fine?”
“Cambia tutto,” lo guardò dritto negli occhi. “Tutti questi anni ho vissuto nella menzogna. E tu ora ti comporti come se fosse normale.”
La sua ostinazione era irritante quanto il tradimento stesso. Irene conosceva Edoardo da più di venticinque anni. Sapeva come si accigliasse quando veniva criticato, come stringesse le labbra quando si sentiva offeso. Ma questo… era qualcosa di nuovo. Era come se lo vedesse per la prima volta.
“Quali menzogne? Io ti ho sempre amata. E ti amo ancora. Quella storia… è passato tanto tempo. Fai finta che non sia mai successo.”
Era difficile fingere che non fosse successo nulla, quando da quellavventura era rimasta una bambina di otto anni. Edoardo ora sentiva il sacro dovere di portare quella bambina a casa loro. Lalternativa era sua madre, che già faticava a badare a se stessa. Lorfanotrofio non era unopzione: come un cavaliere senza macchia, ripeteva che i suoi figli non potevano crescere senza genitori.
Irene non riusciva a perdonare. Era cresciuta in una famiglia dove tutto si basava sulla fiducia. Suo padre era un tipo casalingo, mentre sua madre adorava viaggiare. Lei poteva partire allimprovviso per il sud, da sola. Lui la accompagnava alla stazione con un sorriso, le aiutava a caricare le valigie, senza mai sospettare di nulla. E lei lo salutava allo stesso modo quando partiva per lavoro: un bacio, una scatola piena di tortelli, una piccola icona nella tasca interna della giacca.
Sì, litigavano anche loro. Sua madre poteva alzare la voce e sbattere la porta, suo padre poteva restare in silenzio per giorni. Ma erano certi della fedeltà dellaltro. Anche quando, durante le feste, suo padre beveva un po troppo, guardava solo sua madre, la abbracciava e la lodava davanti a tutti.
Per Irene, quel rapporto era un modello. Era cresciuta con una convinzione: se ami, devi fidarti. E se non ti fidi, allora a che serve?
Con Edoardo, in effetti, avevano vissuto bene. Una volta si trovavano a loro agio insieme. Lunico problema erano i figli.
“Irene, perché dobbiamo affrettarci? Prima sistemiamoci, troviamo un lavoro stabile, poi penseremo ai bambini,” le diceva al quinto anno insieme.
“Dovremmo sbrigarci. Ho trentanni, non sono più una ragazzina. E nemmeno tu, tra laltro. O vuoi che nostro figlio abbia nonni al posto di genitori?” ribatteva Irene.
E aveva aspettato. Ma il lavoro stabile non arrivava mai, e lorologio biologico ticchettava implacabile. Alla fine, dovette saltare su quel treno in partenza, altrimenti avrebbe rischiato di rimanere senza figli. Partorì a trentotto anni. Ora suo figlio ne aveva dodici.
Edoardo iniziò a fare turni al nord per mantenere la famiglia. Tre mesi là, uno a casa. Era stanco, ma portava a casa bei soldi. Irene soffriva la lontananza, ma la considerava un investimento per il futuro.
Non sapeva che Edoardo non si era sforzato più di tanto di resistere.
“Che ti aspettavi? Tre mesi da solo. Possiamo dire che non è stato niente di serio, solo un bisogno. Non conta,” le spiegò quando tutto venne a galla.
“Un bisogno?! E perché io non ho avuto eserciti di amanti sotto le finestre? O forse siamo fatti di pasta diversa?”
“Be, tu sei una donna, non hai le stesse necessità.”
Forse erano davvero fatti di pasta diversa. Per Edoardo, era stato uno sbaglio passeggero, come mangiare un gelato di nascosto. Per Irene, invece, cancellava tutto il bene che cera stato tra loro.
Non avrebbe mai saputo di quella donna, se non fosse successa una disgrazia. Se Edoardo non fosse arrivato a parlarle di Alessia con tanta naturalezza, come se stessero discutendo della lista della spesa.
“Sai, Edoardo…” disse Irene, tornando al presente. “Non ho niente contro quella bambina. Se guardiamo oltre, è una povera creatura. Ma tu… con te non voglio più vivere.”
Lui scrollò le sperse, infastidito.
“Ma che ti è saltato in mente… Va bene, ne parleremo domattina. La notte porta consiglio.”
La mattina dopo, Edoardo chiamò rinforzi: sua madre, Lovisa. Aveva interesse a convincere Irene: se lei avesse rifiutato, la bambina sarebbe toccata a lei.
“Irene, ma cosa dici? Abbi pietà di quella piccola!” insisteva la suocera. “Sarà la tua consolazione da anziana. I maschi se ne vanno, le femmine restano accanto ai genitori. Guarda la situazione da unaltra prospettiva. Forse è un bene? Tu non puoi più avere figli, ma qui ti offrono tutto pronto, basta educarla.”
“Lovisa, non sono pronta. Non ce la farò. Sa come la guarderò? Non potrò amarla,” ammise con sincerità.
“Ma smettila! Ti abituerai, e listinto materno verrà da sé. Non sei lunica, sai? Durante la guerra comera? Cè pure un racconto, ‘Il figlio del reggimento’! E le donne che sposano vedovi con figli? O chi adotta dagli orfanotrofi? Eppure vivono!”
Irene sospirò forte. Uno credeva che un tradimento si potesse cancellare col tempo, laltra lo paragonava a ‘Il figlio del reggimento’. Irene sentiva di aver vissuto una vita che non era la sua, senza vedere lombra che si allungava sulla loro famiglia.
“Lovisa, tutto ciò che dice è molto bello, ma avviene per scelta. Io non ho mai accettato un tradimento.”
“Ma la bambina non centra.”
“Vero. Ma nemmeno io ho colpe.”
Parlarono a lungo, ma senza accordarsi. Per la suocera, era stato un malinteso. Per Irene, la fine di tutto.
Così, quella sera, decise di non aprire la porta. Mise i bagagli di Edoardo nellingresso, chiuse a chiave e si mise a guardare la sua serie preferita. Certo, era tesa, ma ormai la calma era perduta. Edoardo non capiva nemmeno cosa avesse fatto, non si era scusato. O fingeva di non capire.
Verso le sette, sentì il rumore di una chiave nella serratura. Poi i colpi alla porta.
“Irene, so che ci sei! Apri! Ti comporti come una ragazzina!”
“Già. E tu come un uomo maturo che ha figli sparsi per mezza Italia,” rispose lei, appoggiandosi al comodino. “Volevi una decisione. Lho presa. Cresci tua figlia con tua madre. Star







