«Né marito, né successo», sussurravano le compagne di scuola alle sue spalle alla riunione degli ex-alunni. Le loro facce si allungarono quando nella sala entrò il suo accompagnatore…

«Né marito, né successo», sussurravano le compagne di scuola alle sue spalle alla cena di ex alunni. I loro volti si allungarono quando nella sala entrò il suo accompagnatore…

Guardate, è arrivata Beljaeva. Da sola, come sempre.

Il sussurro alle spalle colpì Ksenia sotto le costole come un coltello affilato. Non si voltò. Perché avrebbe dovuto? Sapeva già chi era. Veronica Odintsova.

La regina del loro alveare scolastico, il cui veleno negli anni aveva solo guadagnato in concentrazione.

Il ristorante ronzava come uno sciame inquieto. Dieci anni dopo. La musica tuonava, coprendo il tintinnio dei bicchieri e i complimenti falsi.
Ksenia fece qualche passo nella sala, sentendosi su un territorio ostile. Sapeva che la sua apparizione non sarebbe passata inosservata.

E il vestito… probabilmente preso in qualche outlet, aggiunse una seconda voce. Svetlana Poljakova, eterna damigella di Veronica.

Ksenia passò lentamente un dito sul bordo del suo bicchiere dacqua minerale. Il vestito era stato cucito su misura, su suoi schizzi personali. Ma loro non potevano capirlo. Per loro, il valore era definito solo da loghi appariscenti.

Scrutò la sala. Le stesse facce, ma con i segni del tempo: chi aveva perso capelli, chi rughe agli occhi o qualche chilo di troppo. Ma negli occhi leggeva la stessa cosa: il bisogno di affermarsi a spese degli altri.

Sentiva i loro sguardi bruciarle la schiena. Aspettavano una reazione. Che si piegasse, che scappasse in bagno, come in terza liceo quando le avevano rovesciato una lattina di soda ghiacciata dietro il collo davanti a tutta la mensa.
Ma Ksenia non si piegò. Si limitò ad aggiustare la piega perfetta sulla manica.

Bevve un sorso dacqua. Senza sapore.

Veronica non resistette alla pausa. Si avvicinò lei stessa, luccicante di paillettes e compiacimento. Dietro di lei, come sempre, la sua corte.

Ksenia! Ciao! Pensavo non saresti venuta. Avevi paura?

Il suo sorriso era unopera darte denti perfetti e non un briciolo di calore.

Buonasera, Veronica, rispose Ksenia con tono neutro, guardandola dritto negli occhi.

Come stai? Ancora sepolta negli archivi polverosi? A rovistare tra carte che non servono a nessuno?

Non era una domanda. Era unaffermazione. Unaffermazione della sua inutilità.

Ho cambiato lavoro.

Davvero? nella voce di Veronica si colse un genuino stupore, misto a disprezzo. E ora cosa fai? Archivista capo con indennità per rischio professionale?

Intorno a loro si creò un vuoto. Le conversazioni si fermarono. Tutti guardavano. Era il loro piccolo spettacolo.
Ksenia sorrise appena. Sapeva cosa volevano. Desideravano sentir parlare di una vita grigia e noiosa.

Del mutuo che pagava da sola, della mancanza di prospettive. Che non le era riuscito niente. Volevano la conferma che la gerarchia scolastica era stata giusta.

Che loro erano i vincitori, e lei era rimasta ai margini.

Più o meno, rispose Ksenia evasiva, dandogli esattamente ciò che volevano.

Veronica rise trionfante e si girò verso la sua corte, come per dire: «Ve lavevo detto, no?»
Lavevo detto. Nulla è cambiato. Niente vita sentimentale, niente carriera decente.

La frase fu pronunciata ad alta voce. Abbastanza forte da essere udita da tutti. Una sentenza, emessa e ratificata.

Ksenia abbassò gli occhi sul bicchiere. Le dita che lo reggevano non tremavano. Aspettava soltanto.

E in quel momento, la pesante porta del ristorante si spalancò.

Nella sala entrò un uomo.

Alto, in un abito impeccabile che valeva più di tutte le loro macchine messe insieme. I suoi movimenti erano sicuri, calmi. Disse qualcosa al maître e scrutò la sala.

La folla chiassosa degli ex alunni sembrò soffocare. La musica improvvisamente parve troppo forte e fuori luogo.
Tutti gli sguardi femminili si voltarono verso di lui. Chi era? Un politico? Un imprenditore?

Luomo corrugò la fronte, cercando qualcuno con lo sguardo. E la trovò.

Il suo viso si ammorbidì e sorrise con lo stesso sorriso che Ksenia vedeva ogni mattina. Un sorriso riservato solo a lei.

Senza badare alle facce pietrificate e alle bocche aperte, attraversò la sala con passo sicuro. Diretto al suo tavolo.

Si avvicinò e le sfiorò delicatamente la spalla.

Scusa per il ritardo. Riunione più lunga del previsto.

Ksenia lo guardò e gli sorrise in risposta sincero, caldo.

Non fa niente, Svyatoslav. Sapevo che saresti arrivato.

Lui si chinò e la baciò un tocco leggero ma deciso sulle labbra. Un gesto che diceva più di mille parole.

Il volto di Veronica divenne una maschera di puro stupore. Il suo cervello faticava a processare uninformazione che non rientrava nella sua visione del mondo.

Si riprese per prima. E, naturalmente, passò allattacco.

Ksenia, non ci presenti? la sua voce gocciolava dolcezza tossica.

Veronica, questo è Svyatoslav, disse Ksenia con calma. Svyatoslav, questi sono i miei ex compagni di scuola.

In quel momento, qualcuno dallaltro lato del tavolo lasciò cadere una forchetta.

Aspetta… Orlov? Svyatoslav Orlov? Quello vero?

Il riconoscimento si diffuse come un fulmine. I telefoni che poco prima riprendevano balli ubriachi ora erano puntati su di loro.

Svyatoslav Orlov. La rockstar le cui ballad suonavano in ogni radio e i cui biglietti per i concerti si esaurivano in poche ore.

Veronica impallidì sotto il trucco. Era un colpo basso. Distruggeva tutto.
Ma non aveva intenzione di arrendersi. La sua arma non era mai stata la forza bruta, ma il veleno, servito con un sorriso.

Ma guarda… Stavamo giusto dicendo che Beljaeva non ha né marito né successo. A quanto pare, hai scelto la strada più facile.

La squadrò dalla testa ai piedi.

Sempre stata la timida, ma alla fine non hai perso loccasione. Bravo.

Era uno schiaffo mascherato da complimento. Unaccusa di calcolo. Un tentativo di ridurre tutto a un banale “trovarsi un paparino”.

Ksenia sentì tutto contrarsi dentro. Voleva solo che quella serata finisse in pace. Cercò di cambiare argomento.

Veronica, lasciamo perdere. Siamo qui per divertirci.

Fu un errore. La sua pacatezza fu interpretata come debolezza. Come unammissione di colpa.

Ma che cè? rise, rivolgendosi non più a Ksenia ma alla folla. Siamo solo curiosi!

Come ha fatto la nostra topolina grigia ad ammaliare un tale… falco? Con cosa lhai conquistato, Beljaeva? Con i tuoi racconti su manoscritti polverosi?

Svjatoslav si irrigidì. La guardò, aspettando un segnale. Ma Ksenia taceva, fissando la sua ex tormentatrice.
Vedeva davanti a sé non una donna adulta, ma la stessa ragazzina che si nut

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

19 − eight =

«Né marito, né successo», sussurravano le compagne di scuola alle sue spalle alla riunione degli ex-alunni. Le loro facce si allungarono quando nella sala entrò il suo accompagnatore…
TATIANA, MA SEI IMPAZZITA?! HAI QUARANTACINQUE ANNI! HAI UN FIGLIO GRANDE, IN MILITARE! E ORA PRENDI…