Mamma, arrivo in fretta. Venti minuti, al massimo Igor si fermò sulla soglia della stanza, tentando di sorridere, ma le labbra tremavano.
Sbrigati, ma non troppo rispose Natalìa, sdraiata su un fianco, stringendo la coperta. Il dottore ha detto che a sera avrà la flebo.
Lui annuì, si lanciò la giacca sulle spalle e uscì. Fuori pioveva e soffiava il vento. Ottobre a Bologna non fa sconti ai passanti: pioggia, vento, pozzanghere che sembrano riflettere lessenza dellautunno italiano, con il cielo basso, la gente silenziosa, tutto in attesa di una fine.
Igor camminò verso la fermata dellautobus, sentendo che il tempo scivolava via. Non solo verso lautobus, ma verso la vita stessa, verso tutto quel che rotola accanto a noi.
Tre settimane prima i medici avevano detto che la madre era nella fase finale. Allora non pianse. Si sedette su una panchina davanti al cimitero per qualche ragione i suoi piedi lo portarono lì e rimase finché non cadde la notte.
Allora, ti prepari a partire? chiese il compagno di stanza, un vecchio dal collo sottile e dagli occhi pieni di una attesa perpetua.
Aspetto mio figlio sorrise Natalìa ha promesso di venire stasera.
Viene spesso?
Ogni giorno. E mi chiedo forse lo trattengo troppo? Ha la sua vita, dopotutto.
Il vecchio tossì e, a bassa voce, aggiunse:
Non sei tu a tenere, è lui a non lasciarti andare. Finché non ti lasci, non potrai partire.
Natalìa voltò lo sguardo verso la finestra. Là fuori, la pioggia scendeva inesorabile. Stranamente, un tempo le piaceva. Da giovane sembrava romantica: stare in cucina con una tazza di tè caldo e ascoltare le gocce battere sul davanzale. Ora, invece, le impediva di vedere.
Igor si inoltrò nel vecchio parco dove da bambino scivolava sul slittino con la mamma. Accanto al terzo betullo dallingresso, lei gli aveva detto un giorno:
Figliolo, non importa cosa farai. Limportante è che qualcuno, dopo di te, sorrida. Anche solo una persona.
Allora non lera capito; ora lo capiva fin troppo bene.
Il cellulare vibra: Mamma: Non correre, sto bene. Igor sorrise automaticamente ultimamente lei scriveva sempre non correre, forse per non fargli prendere ansia.
Nella stanza calò il silenzio. Il vecchio dormiva, linfermiera era uscita. Natalìa fissava il soffitto quando, da lontano, quasi dal corridoio, udì una vecchia canzone di Jovanotti, Piove. Sorrise. Cavolo, proprio qui, pensò, chiudendo gli occhi.
Improvvisamente, qualcuno si sedette accanto a lei, leggero come un soffio di vento.
Non temere disse una voce è tutto a posto.
Non aprì gli occhi. Solo un sospiro, poi sussurrò:
Che non pianga mai più.
Quarant minuti dopo Igor tornò di corsa. I medici erano già usciti dalla stanza, linfermiera rimaneva alla porta, gli occhi arrossati. Capì subito senza parole.
Posso? chiese piano.
Sì annuì linfermiera ma solo per un attimo.
Si sedette accanto al letto. La mamma giaceva tranquilla, quasi con un piccolo sorriso. Sul comodino il cellulare lampeggiava con un messaggio non inviato:
Igor, non aspettare miracoli. Sii tu il miracolo.
Lui lo fissò finché non divenne doloroso. Poi, sul vetro della finestra, le gocce tracciavano sottili linee che, per caso, formarono un piccolo cuore, come dipinto da un dito invisibile.
Sorrideva, per la prima volta da giorni.
Passò un anno. Igor stava allingresso delloncologia pediatrica con un thermos di caffè e un cesto di frutta.
È un volontario? chiese la guardia.
Sì rispose, sorridendo voglio solo che qualcuno possa sorridere.
E quando un ragazzino, calvo, gli corse incontro urlando:
Zio, guarda, guarisco!
Igor capì che i miracoli esistono davvero.
A volte, però, arrivano proprio attraverso di noi.







