Stavo guardando fuori dal finestrino del treno, mentre il paesaggio di campi, colline e casali scivolava veloce. La mente era un turbine: pensavo a mia madre. Lero trascorsa tre giorni a casa sua, le portavo brodi caldi, le dava le medicine. Solo ieri la febbre era scesa.
Ti resterebbe ancora un giorno, mamma, diceva al mattino.
Vito è solo a casa, mamma. Deve star moroso.
Ora, seduta nel carro, mi ribellavo a non averla ascoltata. Ma Vincenzo, mio marito, mi chiamava ogni sera, chiedendo notizie di lei, lamentandosi del frigo vuoto. La sua voce era strana, come se fosse stanca.
Mi manchi, disse ieri prima di andare a letto.
Quel sussurro mi fece sorridere. Trentadue anni insieme e lui ancora mi diceva che mi mancava. Un uomo buono, davvero.
Il treno sobbalzava. Di fronte a me una donna rosicchiava nocciole e leggeva un giallo. Sulla copertina, una bella ragazza abbracciava un uomo in giacca elegante. Guardai il mio riflesso nel vetro: rughe, capelli argentati che spuntavano. Quando mi ero così invecchiata?
Vuoi incontrare tuo marito? chiese una compagna di viaggio.
Sì, vado a casa.
Io invece vado dal mio amante, rise la donna. Mio marito pensa che io sia da mia sorella.
Il rossore mi salì alle guance; mi voltai dallaltra parte. Come si può parlare così di certe cose?
Il cellulare vibrò.
Come va? Quando arrivi? scrisse Vincenzo.
Guardai lorologio: mancavano ancora quattro ore al ritorno. Avrei dovuto rispondere onestamente, ma mi convinsi di dare una sorpresa. Lui avrebbe cucinato, sarebbe stato felice.
Domani mattina arrivo. Anche io ti penso, mandai.
Vincenzo mise subito un cuore.
Fuori, il paesaggio scorreva: campi, casali, ville. Tirai fuori dal bagaglio un thermos di tè. Mia madre versò, mi costrinse a prendere i panini. Sempre a nutrirmi, come una bambina.
Sei dimagrita, figlia mia. Forse il tuo Vito non ti tiene docchio a tavola.
mamma, ho già cinquantasette anni.
E io? Sei sempre la mia bambina.
Morsi il panino al salame, pensando a lei. Vive sola nellappartamento dove sono cresciuta. Il padre è morto da cinque anni; mamma non vuole trasferirsi in città.
Avete la vostra vita, diceva sempre. Non interferite.
Forse avrei dovuto. Sono sempre stata una donna che si prendeva cura degli altri: prima i genitori, poi Vincenzo, i figli. Insegnavo a scuola fino a quando non nacque Sergio; allora andai in congedo di maternità. Poi arrivò Annalisa. E, così, divenni casalinga.
Perché ti serve un lavoro? mi chiedeva Vincenzo. Io guadagno bene. Tu potresti occuparti di casa.
E così feci per trentanni: cucinare, stirare, pulire, crescere i figli, accompagnarli alle attività. Stiravo le camicie di Vincenzo, rattoppavo i calzini.
I figli cresciuti, sparsi. Sergio lavora in unaltra città, ha una famiglia. Annalisa è sposata, ha un nipotino. Ora è lei la nonna.
E adesso?
Il treno cominciò a frenare. Raccolsi le cose, salutai la compagna di viaggio. Alla stazione cera un caos, tanta gente. Lautobus per casa impiegava mezzora.
Immaginavo Vincenzo che si sarebbe sorpreso. Credeva che sarei arrivata domani; invece ero già lì. Forse avrei anche fatto un salto al supermercato, preso carne buona, patate fresche, preparato una cena elegante.
Al banco la cassiera sorrise:
Prepari una festa?
No, solo aspetto il marito.
Le borse erano pesanti; arrivai a fatica allingresso, mi riposai un attimo in ascensore. Cercai le chiavi, frugando tra i vestiti.
Alla fine aprii la porta.
Vito, sono io! urlai. Sono tornata!
Silenzio. Probabilmente dormiva. Era quasi le dieci di sera.
Posai le borse, tolsi la giacca. Nella stanza cera ancora luce accesa. Strano: Vito non dormiva mai con le luci accese.
Mi avvicinai al guardaroba, ma fermai lo sguardo sui tacchi neri, alti, lucidi, ai piedi delluscio.
Vito? chiamai più piano.
Il cuore mi batteva più forte. Forse erano di Annalisa; è la figlia, ha le chiavi. Ma perché non mi avesse avvisata?
Dal soggiorno arrivò una risata femminile leggera.
Vincenzo, sei proprio divertente, diceva una voce.
Loredana arriverà domani. Possiamo prenderci calma, rispondeva lui.
Mi appoggiai al muro, le gambe tremavano. Che cosa stava succedendo? Chi era quella donna? Di cosa parlavano?
E se tornasse prima? chiese la sconosciuta.
Non tornerà. Lei è sempre precisa. Se ha detto domani mattina, tornerà domani mattina.
Risero. Chiusi gli occhi, il respiro divenne difficile.
Passai silenziosa al corridoio, la porta era socchiusa. Guardai dentro.
Vincenzo era seduto in pigiama, capelli spettinati, sorriso sul viso. Di fronte a lui una giovane donna, sui trentanni, bionda, indossava un accappatoio il mio accappatoio.
Sul tavolo cerano due tazze di caffè, una torta, dei cioccolatini. Vincenzo le teneva la mano.
Lia, sei incredibile, sussurrò.
Lia? Chi era Lia?
E tua moglie? Hai detto che la ami, la donna inclinò la testa con civetteria.
La amo. Ma è diversa. Con te mi sento giovane.
Mi aggrappai alla soglia della porta; il mondo sembrò girare. Trentadue anni di matrimonio, di fiducia, di cura. E lui
Vito bisbigliai.
Si girarono di scatto. Vincenzo divenne pallido, aprì la bocca. La donna si alzò, sistemò laccappatoio.
Loredana? Tu domani balbettonò lui.
Chi è quella? indicai la bionda.
È Lia, la vicina del 52° appartamento.
La vicina? guardai la donna nel mio accappatoio. La vicina nel mio accappatoio?
Meglio se me ne vado, disse Lia, dirigendosi verso la porta. Vincenzo, chiama dopo.
Fermati! urlai. Non andare via! Spiegami cosa succede!
Lia si fermò, il viso colmo di colpa ma non troppo.
Stavamo solo chiacchierando, disse. Mi aveva rotto il rubinetto.
Il rubinetto? risi istericamente. Nel mio accappatoio hai riparato un rubinetto?
Loredana, calmati, intervenne Vincenzo, alzandosi. Non è successo nulla. Lia mi ha chiesto aiuto, sono entrato, mi ha offerto il caffè, abbiamo parlato
Parlato? Tenetevi per mano? Nel mio accappatoio?
Ho lavato i miei vestiti, sussurrò Lia. Vincenzo mi ha dato il suo accappatoio perché facevo freddo.
Il tuo accappatoio! non riuscivo a fermare le parole. Nella mia casa! Sotto il mio tavolo! Mentre curavo la mamma malata!
Vincenzo si avvicinò.
Loredana, non urlare. I vicini sentiranno.
I vicini? mi allontanai. Stai pensando ai vicini? E a me?
Non è successo nulla! afferrò le mie spalle. Lo giuro!
Lo guardai negli occhi, vidi panico, paura, menzogna. Dopo tutti questi anni, sapevo leggere il suo volto.
Lasciami andare, sussurrai.
Loredana
Lasciami!
Lui mi lasciò andare; le sue mani tremavano.
Me ne vado, balbettò Lia, correndo verso la porta.
Aspetta! ribattii. Prima togli laccappatoio!
Loredana, vuoi un altro caffè? provò a fermarmi Vincenzo.
Che, ti vergogni ora? lo spinsi. Non ti vergognavi quando prendevi il caffè con lei in casa mia!
Lia tolse laccappatoio e lo gettò su una sedia; sotto cerano jeans e una maglietta.
Scusa, disse, uscendo di corsa.
Chiusi la porta con forza, mi sedetti e coprii il volto con le mani. Non cerano lacrime, solo un vuoto nero dove batteva il cuore.
Loredana, parliamone con calma, si sedette accanto a me. Ti spiegherò tutto.
Spiega.
Lia ha davvero chiesto aiuto. Il suo rubinetto perdeva. Sono entrato, lho aggiustato, mi ha offerto il caffè.
Alle nove di sera mi ha offerto il caffè?
Non alle nove. Era già sera, non oltre le sette.
Ora è luna! alzai la testa di scatto. Quattro ore di caffè?
Vincenzo taciuto, il viso rosso di sudore.
Non sono una stupida, dissi piano. Trentadue anni di matrimonio. So quando un marito mentisce.
Non è successo nulla! Solo una chiacchierata! È sola, non ha nessuno con cui parlare!
E tu con chi parli? Con me?
Con te parliamo di casa, del nipote, di tua madre. Con lei parliamo di vita.
Mi alzai, il petto bruciava.
Di vita? ribattei. E io cosa? Solo un mobile?
Non era quello che intendevo
Come? urlai, sbattendo il pugno sul tavolo. Sono trentanni a casa tua! Per te! Per i figli! Ho lasciato il lavoro, la carriera! E tu mi dici che con me non è interessante!
Loredana, calmati
Non mi calmò! correvo per la cucina come una bestia in gabbia. Ti lavo le camicie, stiffisco le calze, preparo il ragù! E tu chiacchieri con le vicine!
Solo una vicina
Solo una? mi fermai. Quante ne avevi prima di lei?
Nessuna!
Menzogna! mi avvicinai a lui. Quante volte sei tornato tardi dal lavoro? Quante trasferte, conferenze, riunioni?
Era lavoro!
Lavoro? Che lavoro era quello di Lia?
Vincenzo abbassò lo sguardo.
Loredana, ti amo. Veramente. Sei la cosa più preziosa per me.
Preziosa? risi amaramente. Come una cosa preziosa? Come un mobile vecchio?
Non dire così
Allora, come dovrei parlare? piangevo ora. Ho dato la vita a te! Tutta! E tu corri dietro alle giovani!
Non corro! Lia è sola
Sola? È lei che è venuta da me? Ha indossato il mio accappatoio? Ha preso la mia mano?
Vincenzo rimase in silenzio.
Rispondi! urlai. Da sola?
Eravamo adulti è stato consensuale
Consensuale! mi strinsi il cuore. Vuoi dire che lhai voluto! Che ci hai pensato!
Loredana, basta
Basta! Da quanto tempo? Da quanto?
Sei mesi
Sei mesi! mi sprofondai sul pavimento, in mezzo alla cucina. Sei mesi a mentirmi! A baciarmi di notte, a dire che mi ami, mentre correvi da lei!
Non correvo! Ci vedevamo poco!
Poco? Allora ci vedevamo! mi trascinai verso la porta. È finita!
Dove vai?
Non lo so! Ovunque! Solo non qui!
Mi alzai e corsi verso lingresso. Vincenzo mi seguì.
Loredana, resta! Parleremo domani, a capo fresco!
A capo fresco? infilavo la giacca. Dovrò vivere tutta la vita con la testa fresca!
Non andare, ti prego!
Mi voltai. Lui era in mutande e maglietta, calvo, con un pancione. Patetico.
Sai una cosa? dissi. Vai a parlare con la tua Lia. Di vita.
Sbattè la porta e scappai su per le scale, evitando lascensore per non essere raggiunta.
Fuori faceva freddo. Dove andare? Non potevo tornare da Annalisa, era tardi, sveglierebbe il nipotino. Mia madre era lontana, lultimo treno era partito.
Mi venne in mente Ginevra, la mia amica del quartiere vicino. La telefonai.
Loredana? Che succede? la voce assonnata di Ginevra.
Ginevra, posso venire da te? Ho davvero bisogno.
Certo, dimmi solo cosa.
Ti racconterò dopo.
Salivo sullautobus, il pensiero mi gravava. Trentadue anni, una vita intera. Restava solo un vuoto, un dolore.
Ginevra mi aspettava in una casa disordinata, in accappatoio.
Siediti, preparo il tè, racconta.
Le raccontai tutto. Ginevra ascoltava, scuotendo la testa.
Bastardo, disse bruscamente. Tutti gli uomini sono bastardi.
Ginevra, non so più che fare.
Che ci vuoi fare? Divorziati, è tutto.
Ma siamo stati insieme così tanto
Proprio per questo lui pensa che tu possa sopportare qualsiasi cosa.
Quella notte non riuscii a dormire. Giacevo sul divano di Ginevra, ripensando a tutto: come ci siamo conosciuti, il matrimonio, i figli, i lavori, le assenze di Vincenzo. Quando cominciò a distanziarsi? Due anni fa, lo notai. Era più freddo, distratto. Pensai fosse solo una crisi di mezza età maschile.
Ma era innamorato.
La mattina successiva Annalisa mi telefonò.
Mammina, cosa è successo? Papà ha chiamato, ti cerca.
Dì a papà che sono da Ginevra e che sto riflettendo, risposi.
Di cosa stai pensando?
Dopo te lo spCosì, con il cuore pesante ma la decisione finalmente presa, mi avviai verso la stazione per prendere il primo treno verso una nuova vita.






