15 ottobre 2023 Diario
Mi sono fermata davanti al piccolo cancello di casa, appoggiando la schiena alla recinzione di vimini. Ho corso fino allautobus come una disperata e non avevo più forze. Vedendo il fumo grigioazzurro salire dal camino, ho messo una mano al petto: il cuore batteva così forte da sembrarmi pronto a spezzare le costole. Nonostante laria fresca, la fronte era imperlata di sudore. Lho asciugata con un gesto rapido e ho spinto la sbarra dingresso.
Con lo sguardo attento ho notato che il ripostiglio era stato rattoppato. Mio figlio non mi scriveva più, ma non aveva mentito: la casa di famiglia era ancora mantenuta, come avevo promesso. Sono salita di due gradini sul portico, pronta ad abbracciare il mio caro Luca.
La porta si è aperta su uno sconosciuto, cupo, con un canovaccio da cucina gettato sulla spalla.
State cercando qualcuno? ha chiesto con voce roca, scrutandomi.
Sono rimasta senza parole.
E Luca, dovè?
Luomo si è grattato nervosamente il mento, fissandomi senza alcuna cortesia. Si è ritratto sotto il suo sguardo, consapevole del mio aspetto: vecchia giacca imbottita, stivaletti consumati, borsa macchiata un abbigliamento da gente povera. Ma non si fa una passeggiata quando è estate, ti hanno portato via, e ora è tardo autunno: indossava solo i vestiti del carcere.
Luca è mio figlio. Dovè? Sta bene?
Lestraneo ha alzato le spalle con indifferenza.
Probabilmente sì. Dovreste essere voi a saperlo. Stava per richiudere la porta, poi ha ricominciato. Luca Bianchi?
Ho annuito di fretta. Luomo ha avuto uno sguardo comprensivo.
Mi ha venduto questa casa quattro anni fa. Entrate se volete
No, no! ho agitato le mani rischiando di cadere dalle scale. Sa dirmi dove trovarlo?
Ha scosso la testa. Mi sono avviata verso la sbarra. Avrei potuto andare da Ginevra, lamica, ma lei ha la lingua lunga: la avrebbe riempita di volgarità. E il cuore di madre avvertiva che qualcosa di brutto fosse accaduto a mio figlio.
Camminando piano verso la fermata, mi sono persa in pensieri cupi. Che cosa era successo? Luca era stato così fiducioso Quattro anni prima si era affidato a un amico e si era ritrovato invischiato in una truffa. Se non mi fossi assunta la colpa, lui avrebbe scontato una pena ben più lunga. Lhanno condannata, anziana, a soli cinque anni. Tre giorni prima lavevano liberata per buona condotta e le avevano persino pagato il biglietto a 3,50.
Seduta su una panchina di cemento, ho mormorato:
Dove sei, piccolino?
Le lacrime mi salivano agli occhi. Il cuore mi era sobbalzato quando, tre anni prima, le lettere di Luca si erano interrotte. Ora i miei peggiori timori sembravano confermati: aveva persino venduto la casa. Mi sono asciugata le guance con un fazzoletto.
Allimprovviso unauto nera si è fermata davanti a me. Luomo cupo, il nuovo proprietario della casa, mi ha porto un foglio:
Ho trovato questo indirizzo nei documenti. Se vuole, la accompagno in città.
Ho preso il foglio come se fosse un salvagente.
Grazie, ragazzo mio, non ti preoccupare; ce la farò. Rinfrancata, mi sono diretta verso il vecchio autobus che stava arrivando.
Mezza ora di sobbalzi, angosce e smarrimenti per le strade di Bologna; finalmente ero davanti al portone al terzo piano di un palazzo fatiscente. Ho premuto il citofono più volte trattenendo il respiro. Mi avrebbero aperto per annunciarmi forse una terribile notizia. Le lacrime scorrevano senza fine.
Quando la porta si è spalancata, la gioia non ha avuto limiti: stropicciato, un po ubriaco, ma vivo il mio Luca! Sono scoppiata in singhiozzi e volevo stringerlo, ma lui non sembrava affatto felice. Si è fatto indietro, tenendo la porta socchiusa:
Come hai fatto a trovarmi?
Sconcertata dal suo freddo benvenuto, non ho saputo cosa rispondere. Luca mi ha girato e mi ha spinto verso le scale:
Mi dispiace, mamma, ma non puoi entrare. Vivo con una donna che odia gli exdetenuti. Arrangiati, non ho un soldo.
Ho tentato di parlare del ricavato della vendita della casa, ma la porta si è chiusa come un colpo di fucile al cuore. Non ho più pianto. A testa bassa, sono scesa i gradini. Ginevra aveva ragione: aveva cresciuto un farabutto. Dovevo ammetterlo e subire le sue rimostranze, senza un tetto.
Rientrata in paese, il destino si è accanito: Ginevra era morta sei mesi prima; la sua casa ospitava ormai nipoti quasi estranei. Sotto una pioggerellina fine, mi sono rifugiata alla fermata dellautobus a riflettere sul futuro.
I fari di unauto mi hanno sorpreso: lo stesso uomo di prima, nuovo padrone della casa, mi ha chiamato:
Sali, sei fradicia!
Ho rifiutato singhiozzando: non avevo un posto dove andare, e quellestraneo era così premuroso. Lui mi ha fatto salire quasi a forza in macchina.
Abbiamo parlato. Ho raccontato la mia amara storia, taciuta solo la visita al figlio per pudore. Il conducente, Andrea, mi ha proposto di restare da lui, almeno per un po. Così sono tornata nella mia vecchia dimora, ora appartenente ad Andrea, e vi sono rimasta.
Andrea lavora dallalba al tramonto: possiede una segheria in piena espansione; io mi occupo della casa: cucina, biancheria, faccende. Facile con gli elettrodomestici moderni. Andrea, ancora giovane e divorziato, non pensa a una nuova famiglia.
La sua presenza era esattamente ciò di cui avevo bisogno: sotto la sua ala materna, Andrea, orfano cresciuto allassistenza, scopre finalmente il calore di un focolare. Ogni volta che parlo di andarmene, lui oppone:
Dove andresti? Qui sei a casa tua!
A poco a poco, anche il mio cuore si è riscaldato. Un figlio di sangue non si sostituisce, certo, ma Andrea si rivelava di una bontà rara, quasi un vero figlio. Con lavvicinarsi dellinverno, ho deciso di portargli il pranzo in segheria a due passi, e talvolta era troppo impegnato per tornare a mangiare.
Quel giorno mi ha portato un thermos di minestrone fumante e dei polpettoni. Ha mandato via un estraneo dallufficio, ha steso una tovaglia pulita. Andrea ha riso:
Caterina, sei una generale: nessuna discussione! E se si offende?
Ho aggrottato le sopracciglia:
Vuoi assumerlo caposquadra? Si vede dalla faccia: è un furfante. Fidati del mio istinto, il carcere mi ha insegnato a leggere le persone.
Lui ha scosso la testa:
Su, mamma! Ha un solido curriculum. Non possiamo fidarci di unimpressione.
Avevo ragione: un mese dopo, la segheria ha subito ingenti perdite; lindividuo nascondeva legna e poi è sparito con un intero camion. Andrea, cupo, ha ammesso lerrore.
Nella ricerca di una nuova squadra, ha deciso: dato che la nonna se ne intende, la farebbe aiutare. Da allora, partecipo ai colloqui: Andrea interroga, io osservo, annoto un verdetto che poi gli porgo. Schede intere: ubriacone litigioso, furfante provato, fannullone alcolizzato conciso, preciso.
Individuavo anche i buoni operai, anche se trasandati. Tuttavia, su un candidato sembrò esitare: fissò il modulo, le mani tremavano.
Andrea guardò il visitatore: era luomo che aveva venduto la casa! Luca restò di stucco, scrutando la madre seduta accanto al padrone, aggrottando le sopracciglia, giocherellando con il berretto. Sua moglie lo aveva mandato a lavorare; la segheria pagava bene. Non si aspettava di ritrovare la madre lì; la credeva dispersa.
Nel silenzio, Andrea prese il foglio del verdetto. Ho scritto due parole, poi sono corsa fuori. Luca ha fatto un sorriso ironico: certo che lo avrebbero assunto, sua madre avrebbe confessato per lui.
Andrea ha letto ad alta voce:
Tipo maledetto. Ha scosso Luca come fosse una mosca. Fuori! Mi fido del giudizio di mamma.
Il giorno è finito. Resto qui, alla luce fioca della lampada, scrivendo su carta ciò che il cuore riesce ancora a contenere.
Caterina Bianchi.






