«Mamma, sei malata, firma qui», diceva la nuora versandomi qualcosa nel tè… ma non sapeva che da tempo registravo tutto con una telecamera nascosta…

«Mamma, lei non sta bene, firmi qui» diceva mia nuora versandomi qualcosa nel tè, ignara che da tempo registravo tutto con una microspia nascosta…

«Deve riposarsi, signora Rosalia» canticchiò Agnese, posando la tazza di infuso bollente sul tavolino. «I nervi sono a pezzi, lo dice anche lei.»

La sua voce era miele puro, ma negli occhi avevo imparato a riconoscere schegge di vetro.

Ero seduta nella mia vecchia poltrona Voltaire, quella che ancora odorava delle mani di mio marito. Guardavo Agnese estrarre dalla tasca del pigiamino un flaconcino senza etichetta. Qualche goccia cadde nella camomilla.

Lo faceva da due settimane. Credeva che non mi accorgessi. Mi considerava una vecchia rimbambita, incapace di intendere.

«E questi cosa sono, cara?» dissi con voce tremula, indicando i fogli che stringeva.

Agnese mi regalò il solito sorriso compassionevole, quello che riservava agli incapaci. Sicura che lavesse provato allo specchio.

«Solo formalità, mammina. Il medico dice che la memoria le sta tradendo. Perché io e Marco possiamo occuparci di tutto, serve una delega. Firma qui e non avrà più pensieri.»

Non sapeva che la microcamera nascosta nellocchio del gufo di porcellana sulla mensola stava riprendendo ogni suo gesto. Quellornamento era lultima follia di mio marito, ingegnere appassionato di gadget spionistici.

«Per sicurezza, Rosalia» mi aveva detto installandolo. Allora avevo riso. Ora il gufo era il mio unico alleato.

Mio figlio, il mio Marco, sposato con lei da sei mesi. Sei mesi in cui la guardava come una divinità scesa in terra per redimerlo dopo un divorzio devastante.

Non vedeva come le si scolora il viso quando crede che io dorma. Non sentiva i sussurri da serpe al telefono: «Presto. Quella vecchia è ormai al limite. Lappartamento sarà nostro.»

Allungai una mano, volutamente tremante.

Le dita «per sbaglio» urtarono la tazza.

Il liquido caldo, dallodore medicinale, si sparse sui documenti. Macchiò le righe, sfumando linchiostro sulle parole «diritto di disporre di tutti i beni mobili e immobili». Per un attimo, sul volto di Agnese apparve la sua vera espressione: astuta, feroce. La maschera cadde. Ma solo per un secondo.

«Oh, che disastro» balbettai, fissando i fogli rovinati. «Le mani non mi obbediscono più…»

«Non fa niente, mammina» sibilò lei, con i muscoli della mascella tesi sotto la pelle perfetta. «Ho altre copie.»

Quella sera Marco tornò stanco. Agnese lo accolse sulla soglia, avvinghiandosi al collo come unedera, sussurrando lamentele. Era unattrice straordinaria.

Dalla mia stanza sentii frammenti: «…peggiora… ha rovesciato tutto… ho tanta paura per lei, amore…»

Quando corse alla doccia, uscii da mio figlio. Era in cucina, massaggiandosi le tempie. Sul tavolo, la sua lasagna preferita, quella che Agnese preparava da chef.

Aveva studiato le sue abitudini, le sue debolezze. Gli aveva creato un mondo perfetto, dove si sentiva amato e al sicuro.

«Marco, dobbiamo parlare.»

Mi lanciò uno sguardo pesante. Quello di chi non vuole che il suo bozzolo venga scosso.

«Mamma, sono esausto. Domani?»

«No, ora. Riguarda Agnese. E quei fogli che mi fa firmare.»

In quel momento, come per magia, lei apparve sulla porta. Con laccappatoio di seta, i capelli umidi che profumavano di Chanel.

«Marco, non ascoltarla, sta ricominciando. Non deve agitarsi. Lo ha detto il dottore.»

Cercai di protestare, ma giocava la sua parte senza sbavature.

«Mammina, vogliamo solo aiutarla. La scorsa settimana ha lasciato il ferro acceso. Per poco non bruciavamo.»

Era una bugia spudorata. Non stiravo da un mese. Ma Marco mi guardava con una preoccupazione sincera… e pena. Voleva crederle. Lalternativa ammettere che la moglie perfetta mentisse era troppo spaventosa.

«Mamma, è vero?»

«Ma certo che no! Figlio mio, lei inventa tutto! Mi mette qualcosa nel tè!»

La voce mi si ruppe in un grido. Proprio quello che voleva: dipingermi come unisterica.

«Agnese ha ragione, hai bisogno di pace» disse Marco, alzandosi. Mi abbracciò le spalle. «Penseremo noi a tutto. Fidati.»

Fu un pugno al cuore. Mio figlio non mi credeva. Aveva scelto la sua illusione.

Il giorno dopo portarono un «dottore». Un ometto nervoso con occhi sfuggenti e odore di naftalina, trovato da Agnese su un annuncio. Mi fece domande insensate, confondendo nomi e date, poi sentenziò:

«Demenza avanzata. Bisogna nominare un tutore, o potrebbe combinare guai.»

Parlava di me come di un mobile.

Agnese mi fissò con un trionfo appena velato. Mi spinse di nuovo i fogli.

«Ecco, signora Rosalia. È ufficiale. Firmi, non perdiamo tempo.»

Guardai la penna nella sua mano. Il suo sguardo predatore. Mio figlio accanto, con gli occhi pieni di dolore per la madre che credeva in declino.

Dentro ribollivo, ma annuii debolmente. Lo spettacolo doveva continuare. Fino al finale.

Il punto di non ritorno furono i libri. Quel sabato mattina, uscendo dalla camera, vidi in corridoio scatoloni pieni dei volumi dello studio di mio marito.

Agnese, canticchiando, sigillava lultimo con lo scotch.

«Che succede?» sussurrai.

«Oh, buongiorno, mammina!» rispose senza voltarsi. «Butto via questa polverosa inutilità. Al macero, a che serve il ciarpame? Respiriamo meglio.»

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«Mamma, sei malata, firma qui», diceva la nuora versandomi qualcosa nel tè… ma non sapeva che da tempo registravo tutto con una telecamera nascosta…
— Ci scusi, — iniziò uno degli agenti. — Ma questa signora sostiene che il suo gatto sia saltato sul suo balcone, l’abbia aggredita e poi abbia rapito il suo gattino…