Il vento freddo dautunno sibilava tra i fiori di plastica che adornavano i cerchi funebri, facendo vibrare i nastri neri come anime in cerca di pace. Quella era già la quinta processione funebre della giornata, che avanzava lungo la grande viale del cimitero monumentale di Milano. Il quinto feretro, deposto nella terra umida e poco accogliente, rappresentava la quinta anima condannata dal mondo alloblio.
Giuseppe e Marco erano accoccolati nella vecchia pergola di mattoni, parzialmente distrutta, cercando riparo dal vento insistente. I loro occhi, sempre vigili, osservavano a distanza la cerimonia, che per loro era solo uno sfondo, una routine da lavoro. Si alzarono, scrollarono i pantaloni sporchi e, indossando le maschere di lutto, si avvicinarono al gruppo di pianti. Si avvicinarono a ciascuno, bisbigliando parole di condoglianze, stringendo mani gelide. Nessuno sembrava curarsi di quei due uomini dal cappotto logoro. Il dolore, grande livellatore, cancella le barriere sociali; in quei momenti, anche un gesto di sconosciuti appare come una goccia di calore in un oceano di perdita. Nessuno chiese chi fossero, nessuno li proibì di congedarsi. Lindifferenza collettiva era il loro vantaggio.
Fu proprio lultima processione della giornata a catturare la loro attenzione. Qui si parlava solo di denaro. Un feretro di legno scuro levigato, con pesanti maniglie di bronzo, corona di fiori freschi dal profumo inebriante, auto di lusso parcheggiate ai cancelli non i vecchi Fiat 500, ma importate con vetri fumé. Primo si avvicinò Giuseppe. Guardò dentro il feretro e una convulsa finta di dolore attraversò il suo volto, perfetta imitazione del dolore per la perdita. Si crociò ferventemente, sussurrò una preghiera imparata a memoria e fingeva di asciugarsi una lacrima. Marco, dopo un attimo di pausa, ripeté lo stesso rituale, più teatrale, con un sospiro patetico. I loro sguardi incrociati rivelarono un lampo di sottili sorrisi. Senza parlare, tornarono nella loro pergola rifugio. Quel cattivo affare prometteva più di un onorevole salario. Restava solo attendere la notte.
Linterratura, appreso dalla chiacchierona dellagenzia funebre, doveva riguardare una certa Loredana Bianchi. Giaceva nel feretro con un abito di velluto di seta, le orecchie ornate da enormi orecchini doro con rubini scarlatti. Sul petto spuntava un crocifisso doro massiccio, come si fa sempre per rispettare i canoni religiosi.
Quando il crepuscolo avvolse gli ultimi colori del giorno e il cimitero si tuffò nel silenzio, rotto solo dal fruscio delle foglie cadute, gli uomini si misero al lavoro. Il cielo, a loro sfavore, si coprì di nuvole di piombo e una pioggia gelida iniziò a cadere. Il terreno bagnato si attaccava alle benne, rendendo ogni colpo una fatica quasi penosa. Le mani tremavano, la schiena brontolava, ma la promessa della ricompensa li spingeva avanti. Lincarico doveva essere portato a termine, non cera via duscita.
Il loro legame, ironica beffa del destino, era nato anni prima in prigione. Due solitudini, due esistenze spezzate. E la società a cui erano tornati si rivelò più crudele delle mura di cemento. Giuseppe era cresciuto in un orfanotrofio dove gli insegnavano solo a sopravvivere. Marco, abbandonato dalla famiglia quando scoppiò il suo processo, fu respinto come un lebbroso. Fuori dalle sbarre li attendeva una vita di povertà: nessun tetto, nessun lavoro, nessuna speranza di redenzione. Finirono per il crimine per pura stoltezza: Giuseppe per aver rubato qualche migliaia di euro dalla cassa di una fabbrica dove faceva il portuale, Marco per una rissa in cui il suo avversario gli spezzò la mascella.
Nessuno voleva assumere ex detenuti, uomini non più giovani, intrisi di disperazione e di odore di prigione. Così scelsero il sentiero più vile: il saccheggio. Si rifugiarono in un cinico mantra: Il morto non ha più bisogno di nulla. Almeno il suo corpo marcirà, ma noi potremo farci un pasto. Quel pensiero smorzava la vergogna bruciante.
Strisciando tra le tombe come ombre, e accertandosi che su quellinfinito campo di morti non vi fosse alcuna anima viva, giunsero su una collina fresca. Le pale scivolarono nella terra ancora umida. Quando il ferro del feretro colpì un travetto, lanciò un rumore sordo. Sganciarono le corde, sollevarono il coperchio pesante
E si fermarono, terrorizzati, sentendo unondata gelida di paura cancellare ogni loro cinismo.
Gi Gi… Vedi? Respira? gracchiò Marco, la voce un sussurro pieno di terrore. Nel flebile bagliore della lanterna, sembrò che la pizzo sul petto dellanziana ondeggiasse.
Silenzio! ordinò bruscamente Giuseppe, quasi soffocandolo, incapace di distogliere lo sguardo dal volto pallido come la cera.
In quel momento accadde qualcosa che fece gelare il sangue nelle vene. Una mano scheletrica, con vene bluastre sporgenti, balzò fuori dal feretro e, con dita ossute, afferrò il polso di Marco con una forza inimmaginabile per un morto. I due uomini, che avevano sopportato prigione e non temevano né Dio né il diavolo, urlarono in un unico grido, indietreggiando.
Lasciami, demone! Sparisci! borbottò Giuseppe, crocifiggendosi con una mano tremante.
Chiudi la bocca! Vedi? È viva! È viva, capisci?! sbraiò Marco, non più dal terrore ma dallo shock e da una chiarezza improvvisa.
Non li lasciarono prendere loro dalla morta. Dovettero estrarre dalla tomba la stessa donna, leggera come uno scheletro ricoperto di pelle. Cadrono sullerba umida, soffocati tra pianti e risate isteriche di sollievo. La nonna tossì, il corpo si contorse in una convulsione e aprì gli occhi torbidi ma vivaci. Senza pensarci, i due la sollevarono e, inciampando, la portarono lontano dalla fossa verso la vecchia casetta di guardia al margine del cimitero. Fortunatamente il custode non cera. La posero su un letto rigido, la coprirono con il loro giubbotto sporco.
Dobbiamo chiamare lambulanza sputò Giuseppe, ancora incredulo.
E allora la donna, già sepolta dal mondo, trovò la voce. Debole, rauca, ma carica di inaspettata ferma determinazione:
No non servono i dottori. Un uomo mi ha seppellito viva. Un uomo specifico. Deve essere punito.
Ritrovando gradualmente i sensi, il suo sguardo si posò sui salvatori, sui loro vestiti sudici e sulle pale.
Perché avete scavato una tomba a questora? la sua voce tradiva più curiosità che ripugnanza.
I due si scambiarono uno sguardo, leggendo la stessa colpa. La verità era amara, ma mentire non serviva più.
Volevamo solo soldi, nonna sussurrò Marco, chinando la testa. I vostri gioielli ci servivano. Siamo saccheggiatori.
Sul suo volto non vi fu né orrore né condanna, solo un pensiero freddo e calcolatore.
Allora, per evitare domande inutili, tornate indietro, ragazzi, e ricavate la mia tomba. Rimuovete ogni traccia. Vi pagherò per il lavoro e, separatamente, per avermi salvato.
Dovettero ritornare nella buia fossa nera. Scavare ora era un peso psicologico ancora più gravoso. Seppellirono le prove, seppellirono il segreto. Terminato il compito, tornarono alla casetta di guardia, fradici, coperti di fango, vuoti dentro.
Dove vivete? chiese Giuseppe, cercando di capire il futuro. Vi porto a casa?
La signora Loredana Bianchi scosse amaramente la testa.
Lì non mi aspettano più. Mio giovane marito, più giovane di ventanni, sicuramente sta festeggiando con la sua amante. Sta celebrando la sua libertà.
Marco sbuffò.
Scusi, nonna, ma quali erano le vostre speranze? chiese con la franchezza di un ex carcerato.
Era un alfonso, e io, stolta vecchia, ho creduto nellamore la sua voce tremò, ma non pianse. Solo una furia glaciale. Mi ha messo qualcosa nel tè. Pensava che non ce lavrei fatta. Ma ho sempre fatto sport, ho mangiato sano. Voleva sbarazzarsi di me e impadronirsi dei miei soldi e del mio business. E la morte è facile confonderla con un sonno profondo, soprattutto se paghi i patologi e i medici per accelerare i funerali!
I due ex detenuti dovettero ospitare la signora in un misero appartamento a due porte, nel periferico di Milano. Due stanze puzzanti di povertà e disperazione divennero, per qualche giorno, rifugio di tre persone legate da un oscuro segreto.
Nel frattempo, in un luminoso ufficio di una grande azienda, latmosfera era cupa ma professionale. Per la cerimonia in memoria di Loredana Bianchi, erano radunati tutti i dipendenti. La rispettavano, la temevano ma la rispettavano. Era la donna di ferro che aveva trasformato una piccola ditta in un impero. Il suo marito, Andrea, bello e curato, ormai erede designato, chiedeva ai presenti di onorare la sua memoria con unespressione adeguata. Tutti sapevano che era la sua mano destra. In realtà, era un fannullone adulatore, che aveva ingannato la donna astuta e solitaria. Si capiva che i cambiamenti erano imminenti: Andrea avrebbe promosso i suoi leccapiedi e licenziato i fedeli dipendenti di Loredana, che conoscevano il vero prezzo del loro matrimonio. Lazienda era condannata.
Andrea, nascondendo a stento la sua gioia sotto una maschera di lutto, stava già proclamando i suoi piani, quando una massiccia porta del consiglio di amministrazione si spalancò.
E lei entrò.
Un silenzio mortale avvolse la stanza. Le persone, con le spalle alla porta, percepirono il cambiamento e si voltarono. Andrea, vedendola, rimase immobile, la bocca spalancata. Divenne pallido come una tela, la mano con il microfono tremò. Sembrava che lufficio di lusso fosse invaso dal più vero dei fantasmi, lincarnazione di tutti i suoi incubi notturni.
Buongiorno, caro la voce di Loredana Bianchi fu come un coltello di ghiaccio. Il suo sguardo era freddo e implacabile. Non sembri felice di vedermi. Eppure ci siamo appena salutati
Lora io noi balbettò, retrocedendo.
Sono tornata camminò lentamente verso di lui, mentre i colleghi si aprivano come in un film surreale. Non tutti i conti sono chiusi. E sembra che dovrò smascherare una menzogna molto sofisticata. Ma, sai, non ho tempo. Che si occupino i professionisti.
Unaltra porta si aprì, e entrarono uomini in divisa. La perquisizione nellappartamento di Andrea aveva rivelato farmaci e documenti con le trattative corrotte del medico pagato. Le sue scuse patetiche affogavano nel silenzio più assordante della sala.
I complici di Andrea, i suoi leccapiedi, furono licenziati lo stesso giorno senza indennità. Al loro posto, Loredana assunse Giuseppe e Marco. Uomini che, dopo aver attraversato linferno e il fango, risultavano più onesti e leali di chi indossava costosi abiti.
Lex marito fu incarcerato a lungo. La vecchia signora non pensò più a lui. Che importanza aveva chi aveva perso non solo la libertà, ma anche il volto umano e la coscienza? Ora aveva altri pensieri un business da salvare e due inaspettati ma fedeli assistenti, che avevano trovato in lei non solo un datore di lavoro, ma la madre che entrambi avevano perso tanto tempo fa. Si erano incontrati sul bordo di una tomba e si erano concessi una possibilità di sopravvivere non solo fisicamente, ma davvero, umanamente. E quella possibilità valeva più di qualsiasi oro.







