Giovanni ha noleggiato una macchina, quando la moglie è stata dimessa dall’ospedale, l’hanno portata in casa insieme al vicino. «Starà tutto bene, – confortava la moglie, – tu devi solo vivere. Anche se siedi e parli con me. Solo vivi. E io saprò fare tutto. Solo non lasciarmi, mia colomba…!»

A trentacinque anni, Rosa pensava di non assaporare mai la gioia di essere una donna, ma il destino aveva disposto diversamente. Si erano conosciuti quando entrambi avevano quasi quarantanni. Giovanni era già vedovo da tre anni. Rosa non si era mai sposata, ma aveva messo al mondo un figlio. Come si dice tra la gente, laveva avuto per sé. In gioventù aveva avuto una relazione con un bel moro di nome Marco, che le aveva promesso il matrimonio e aveva sedotto la giovane Rosa. Lei aveva creduto a quelle parole, che si rivelarono vuote. Come si scoprì dopo, il corteggiatore veniva dalla città ed era già sposato.

Persino la moglie legittima di Marco era andata da Rosa a supplicarla di non distruggere una famiglia altrui. La ragazza inesperta si era arresa, ma aveva deciso di tenere il bambino. Così accadde: Rosa diede alla luce Enrico, che divenne per lei lunica fonte di conforto e serenità. Lo crebbe con cura, lo vide studiare bene e, dopo il diploma, iscriversi alluniversità di economia. Giovanni passava da Rosa ogni tanto e le proponeva di stare insieme, ma lei esitava, anche se lui le piaceva. Si vergognava un po del figlio e del desiderio di essere finalmente felice.

Una sera Enrico parlò con la madre e le disse che non era contrario: «Mamma, tanto io non vivrò più qui. Lo zio Giovanni è un uomo solido. Purché ti tratti bene, a me basta che tu sia serena». Anche il figlio di Giovanni, Luca, non fece obiezioni.

Così presero a vivere insieme. Si sposarono con una piccola festa. Rosa lavorava nella biblioteca del paese, Giovanni come agronomo. Facevano tutto in coppia: gestivano la fattoria, allevavano bestiame, curavano lorto. Si amavano e si rispettavano, anche se Dio non concesse loro figli comuni.

Sposarono entrambi i figli, videro arrivare i nipoti. Per ogni festa preparavano cesti con uova fresche, latte, ricotta, maiale e pollo. In quelle occasioni la casa si riempiva di ospiti e loro sedevano al tavolo, felici di avere qualcuno con cui condividere il momento. Solo la sera, quando si coricavano, ognuno pensava in silenzio di voler lasciare il mondo per primo, così da non sentirsi mai solo.

Gli anni passavano e un giorno la disgrazia arrivò. Al mattino, mentre cominciava a preparare la zuppa, a Rosa mancò il respiro e cadde. Giovanni chiamò lambulanza con laiuto dei vicini. I medici dissero che aveva avuto un ictus: tutto funzionava, tranne la capacità di camminare. Enrico e la moglie venivano a trovarla, lasciavano qualche euro per le medicine e ripartivano. Giovanni noleggiò unauto e, quando la dimisero, la portò a casa con il vicino. «Andrà tutto bene», le ripeteva, «tu vivi soltanto. Anche se resti seduta a parlarmi. Io farò tutto, basta che non mi lasci, mia colomba».

La curava con dedizione. Dopo un mese lei passò sulla sedia a rotelle e lo aiutava in cucina. Continuavano a pelare patate e carote, a scegliere fagioli, persino a cuocere il pane. La sera discutevano del futuro: linverno si avvicinava e Giovanni non aveva più forza per tagliare la legna. «Forse i figli ci porteranno da loro per linverno», diceva, «e in primavera ce la caveremo da soli».

Nel fine settimana arrivò Enrico con la moglie. La nuora Chiara guardò intorno e sentenziò: «Dovrete separarvi, colombi. La prossima settimana prenderemo la mamma. Preparerò la stanza e verremo». «E io?», sussurrò Giovanni imbarazzato. «Noi non ci siamo mai divisi. Figli, come potete fare così?». «Prima avevate le forze per la fattoria», rispose Chiara. «Ora è diverso. Che anche Luca ti porti da lui. Nessuno vi prenderà insieme». I figli tornarono a casa. Rosa e Giovanni sospirarono amaramente e, addormentandosi, ognuno sperava di non svegliarsi più per non dover affrontare quella realtà.

Il fine settimana dopo arrivarono entrambi i figli e cominciarono a raccogliere le cose. Giovanni sedeva accanto al letto di Rosa, la guardava, ricordava i loro anni giovani e piangeva. Si chinò su di lei e sussurrò: «Perdonami, Rosa, se tutto è finito così. Da qualche parte non abbiamo vigilato abbastanza sulleducazione dei figli. Ci separano come gattini inutili. Perdonami. Ti amo». Rosa avrebbe voluto accarezzargli la guancia, ma non aveva più forze. Giovanni se ne andò asciugandosi le lacrime con la manica e, una volta in macchina, non le asciugò più. Poi il figlio, la nuora e il vicino avvolsero Rosa in una coperta e la portarono fuori casa, con i piedi in avanti. Lei pensò che fosse un gesto molto simbolico, non oppose resistenza e, quando Giovanni partì, non le importò più di niente. Desiderava solo non arrivare fino alla sera.

Passò una settimana. In una serena giornata dautunno, proprio nel giorno di Ognissanti, il loro desiderio si avverò: Rosa e Giovanni si ritrovarono nellaltro mondo. Questa storia ci ricorda che lamore vero non si spezza con la separazione e che i legami familiari vanno rispettati fino allultimo respiro.A trentacinque anni, Rosa pensava di non assaporare mai la gioia di essere una donna, ma il destino aveva disposto diversamente. Si erano conosciuti quando entrambi avevano quasi quarantanni. Giovanni era già vedovo da tre anni. Rosa non si era mai sposata, ma aveva messo al mondo un figlio. Come si dice tra la gente, laveva avuto per sé. In gioventù aveva avuto una relazione con un bel moro di nome Marco, che le aveva promesso il matrimonio e aveva sedotto la giovane Rosa. Lei aveva creduto a quelle parole, che si rivelarono vuote. Come si scoprì dopo, il corteggiatore veniva dalla città ed era già sposato.

Persino la moglie legittima di Marco era andata da Rosa a supplicarla di non distruggere una famiglia altrui. La ragazza inesperta si era arresa, ma aveva deciso di tenere il bambino. Così accadde: Rosa diede alla luce Enrico, che divenne per lei lunica fonte di conforto e serenità. Lo crebbe con cura, lo vide studiare bene e, dopo il diploma, iscriversi alluniversità di economia. Giovanni passava da Rosa ogni tanto e le proponeva di stare insieme, ma lei esitava, anche se lui le piaceva. Si vergognava un po del figlio e del desiderio di essere finalmente felice.

Una sera Enrico parlò con la madre e le disse che non era contrario: «Mamma, tanto io non vivrò più qui. Lo zio Giovanni è un uomo solido. Purché ti tratti bene, a me basta che tu sia serena». Anche il figlio di Giovanni, Luca, non fece obiezioni.

Così presero a vivere insieme. Si sposarono con una piccola festa. Rosa lavorava nella biblioteca del paese, Giovanni come agronomo. Facevano tutto in coppia: gestivano la fattoria, allevavano bestiame, curavano lorto. Si amavano e si rispettavano, anche se Dio non concesse loro figli comuni.

Sposarono entrambi i figli, videro arrivare i nipoti. Per ogni festa preparavano cesti con uova fresche, latte, ricotta, maiale e pollo. In quelle occasioni la casa si riempiva di ospiti e loro sedevano al tavolo, felici di avere qualcuno con cui condividere il momento. Solo la sera, quando si coricavano, ognuno pensava in silenzio di voler lasciare il mondo per primo, così da non sentirsi mai solo.

Gli anni passavano e un giorno la disgrazia arrivò. Al mattino, mentre cominciava a preparare la zuppa, a Rosa mancò il respiro e cadde. Giovanni chiamò lambulanza con laiuto dei vicini. I medici dissero che aveva avuto un ictus: tutto funzionava, tranne la capacità di camminare. Enrico e la moglie venivano a trovarla, lasciavano qualche euro per le medicine e ripartivano. Giovanni noleggiò unauto e, quando la dimisero, la portò a casa con il vicino. «Andrà tutto bene», le ripeteva, «tu vivi soltanto. Anche se resti seduta a parlarmi. Io farò tutto, basta che non mi lasci, mia colomba».

La curava con dedizione. Dopo un mese lei passò sulla sedia a rotelle e lo aiutava in cucina. Continuavano a pelare patate e carote, a scegliere fagioli, persino a cuocere il pane. La sera discutevano del futuro: linverno si avvicinava e Giovanni non aveva più forza per tagliare la legna. «Forse i figli ci porteranno da loro per linverno», diceva, «e in primavera ce la caveremo da soli».

Nel fine settimana arrivò Enrico con la moglie. La nuora Chiara guardò intorno e sentenziò: «Dovrete separarvi, colombi. La prossima settimana prenderemo la mamma. Preparerò la stanza e verremo». «E io?», sussurrò Giovanni imbarazzato. «Noi non ci siamo mai divisi. Figli, come potete fare così?». «Prima avevate le forze per la fattoria», rispose Chiara. «Ora è diverso. Che anche Luca ti porti da lui. Nessuno vi prenderà insieme». I figli tornarono a casa. Rosa e Giovanni sospirarono amaramente e, addormentandosi, ognuno sperava di non svegliarsi più per non dover affrontare quella realtà.

Il fine settimana dopo arrivarono entrambi i figli e cominciarono a raccogliere le cose. Giovanni sedeva accanto al letto di Rosa, la guardava, ricordava i loro anni giovani e piangeva. Si chinò su di lei e sussurrò: «Perdonami, Rosa, se tutto è finito così. Da qualche parte non abbiamo vigilato abbastanza sulleducazione dei figli. Ci separano come gattini inutili. Perdonami. Ti amo». Rosa avrebbe voluto accarezzargli la guancia, ma non aveva più forze. Giovanni se ne andò asciugandosi le lacrime con la manica e, una volta in macchina, non le asciugò più. Poi il figlio, la nuora e il vicino avvolsero Rosa in una coperta e la portarono fuori casa, con i piedi in avanti. Lei pensò che fosse un gesto molto simbolico, non oppose resistenza e, quando Giovanni partì, non le importò più di niente. Desiderava solo non arrivare fino alla sera.

Passò una settimana. In una serena giornata dautunno, proprio nel giorno di Ognissanti, il loro desiderio si avverò: Rosa e Giovanni si ritrovarono nellaltro mondo. Questa storia ci ricorda che lamore vero non si spezza con la separazione e che i legami familiari vanno rispettati fino allultimo respiro.

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Giovanni ha noleggiato una macchina, quando la moglie è stata dimessa dall’ospedale, l’hanno portata in casa insieme al vicino. «Starà tutto bene, – confortava la moglie, – tu devi solo vivere. Anche se siedi e parli con me. Solo vivi. E io saprò fare tutto. Solo non lasciarmi, mia colomba…!»
Tradimento: Non è un Motivo per Divorziare