I vicinelli: Storie di buon vicinato all’italiana

Le Comari

Oliviera Mancinelli appoggiò il secchio per terra e si asciugò le mani sulla lunga gonna a fiori. I nervi le ballavano come la pasta nella pentola.

Ma dove diavolo si sarà cacciata quella diavolessa della Gelsomina? Maleducata, svanita e pigra… Glielho detto ieri che la gramigna mi invade lorto, ma lei, come niente fosse cresceva prima, cresce anche ora!”

Oliviera si spazientiva, camminava avanti e indietro nel cortile, guardando dal cancello e spiando la vicina. Che nervi! Nel pollaio il maiale urlava, a casa le cose da fare non mancavano e le parole le salivano in gola come il sugo nella pentola. E tutto per colpa di quella fanghiglia umana non si vede e non si vede! Dorme fino allora del pranzo, la sciagurata!

Finalmente vide la sagoma allungata di Gelsomina sulla soglia: lunga come una pertica, sempre con la sua vestaglia sudicia. Quanta rabbia aveva accumulato Oliviera…

Non si fece pregare: preparò subito il discorsetto ad alta voce, così sentivano tutti.

Ma senti, Gelsomina, se sei pigra trovati almeno qualcuno da pagare per sarchiare lorto! Te lho detto ieri che la gramigna mi invade e tu niente, come se avessi parlato al vento!

Gelsomina rispose svogliatamente, nemmeno girando la testa, con voce abbastanza alta:

Se tinfastidisce così tanto, trovati tu una persona. O vieni a dar tu una mano. Vedi la porta del cancello, è aperta! disse indicando col mento. Poi sparì dietro langolo, e si sentì solo il rumore dellacqua sporca sullorto.

Oliviera rimase con la bocca aperta da quellarroganza. Tremava dallirritazione, ma sapeva che doveva aspettare il ritorno della bisbetica. Spiò tra le assi della staccionata dallaltro lato. Nessuna anima viva, ma sapeva che la comare Caterina ascoltava di sicuro. E questa sarebbe corsa dalle amiche a raccontare:

Aveva ragione, Gelsomina. Le ha dato una bella lezione alla Oliviera!

La reputazione si doveva salvare subito, invece la Gelsomina si era persa chissà dove nellorto.

A litigare le donne di Pian Bosco erano maestre. Il paese si chiama così mica per caso una giungla di comari. Certo, qualche santa cera pure. Vedi la Annunziata Bianchini, non litigava mai con nessuno, per questo di lei nessuno parlava mai troppo noiosa. Che cè da discutere? E dai, nemmeno donna vera, se non sa difendersi! Si fa schiacciare il naso e lei zitto e chini gli occhi. Né carne né pesce, dicevano.

E invece di una come Oliviera parlavano con ammirazione: una donna di fuoco! Non permetteva a nessuno di darle sulla testa. Sempre in contrasto con qualcuno, mai una giornata senza uno scambio di battute velenose.

I litigi scoppiavano come pop corn: al negozio, per strada, nei campi, persino al circolo. E davanti al furgoncino che vendeva pane e verdure, era proprio il teatro preferito.

Né la fatica, né la fretta potevano staccarla dai battibecchi. Se cera un diverbio, lei restava lì anche unora, e sempre ne usciva da vincitrice. In ogni cucina del paese si commentavano con risate i litigi del giorno, con tanto di imitazioni e dialoghi a colpi di… E allora lei… e laltra…

Un giorno, addirittura, al mercato di Vercelli, la Oliviera cera quasi andata di mano con una certa zia Ernesta di Cavaglià. Che spettacolo! Il mercato rimbombava come se avessero battuto con il bastone in uno sciame dapi. La gente si radunava come per la processione: le due attrici al centro, ciascuna che voleva avere la meglio. Volo di improperi, minacce, antiche storie di famiglia, mariti, amanti, persino allusioni non proprio pulite.

Ma poi il tutto si spegneva pian piano, come un tuono lontano dopo la temporale.

Sei proprio una maledetta bisbetica! diceva la rivale. Quando morirai, non ci sarà nessuno che ti piange.

Prima sputo sulla tua tomba, vipera che non sei altro ribatteva Oliviera, ormai con voce calma, come fosse una frase di circostanza. Si era sentito di peggio.

Così anche con la vicina Gelsomina la guerra durava da secoli. Aveva sparlato di lei in paese una quantità che non si portava via neanche una carriola. Ma a Gelsomina niente, rispondeva per le rime, e le restituiva il favore.

È scema e basta. Continuate pure ad ascoltarla.

Finalmente Gelsomina spuntò da dietro la stalla, Oliviera pronta ad assalirla.

Quanto bisogna essere pigri per lamentarsi anche di tirare due erbacce? Che fai tutto il giorno? Hai forse imbiancato la stalla? O ti hanno scaricato i nipoti?

Ho educato bene mia figlia: non mi lascia mai i nipoti tra i piedi ribatté Gelsomina.

Eh… Dove non arriva il diavolo, ci manda la donna! Chiaro attacco personale: i nipoti della Oliviera, i figli della figlia, sempre appiccicati a casa sua.

Perché sa, la tua Svetlana, che tra sporco e mezzo affamati li lasci! A te persino il cane non darei, figuriamoci i bambini…

Io non sto lì a spolverare i bambini, e non mi spacco la schiena per allacciare le scarpe a ognuno…

Ed è vero: proprio laltro giorno la Oliviera si era gettata in ginocchio davanti al nipotino di nove anni per allacciargli la scarpa.

Ma va’, nonna… diceva il bambino, masticando una mela, mentre le lasciava fare.

Gelsomina se ne accorse e se lo ricordò subito.

A casa mia stanno come in paradiso, mica in orfanotrofio. Per questo ci vengono, a differenza di altri.

Ci vengono solo perché non hanno dove altro andare! sbottò Gelsomina, posando il secchio. E tu invece di spettegolare dovresti guardare le tue galline: vengono sempre nel mio orto. La prossima volta le faccio fuori.

Ma sì, fammi un brodino almeno… tanto una gallina in più non ti farà male, magari metti su un po di carne e finalmente tuo marito mangia come si deve

Ho detto che, se le vedo, gli stacco la testa!

Ma coshai da farci nel tuo orto? Lascia stare che le mie galline beccano lerba… Ti porterò pure più uova, così sei contenta!

Ma che mi vuoi far andare di traverso con le tue uova? Che mi restino in gola?

Intanto nel cortile erano spuntati anche i mariti, Pietro e Michele. Senza dirselo s’erano trovati sulla stessa panchina, ascoltando la tempesta.

Eh, se le dicono, queste qui! disse Michele, ascoltando le urla.

Dio ha creato tre guai: la donna, il diavolo, e il caprone rise Pietro, passando la sigaretta.

Si accesero una seconda, poi chiacchierarono un po della segheria, del nuovo direttore, e di nuovo tendevano lorecchio ai bisticci delle mogli.

Eh, con tutte queste feste che ci concedono, le mogli vanno fuori di testa

Forse dovremmo provarci a trascinarle in casa propose Pietro, senza convinzione.

Sei matto! Meglio agitare un cane rabbioso che una donna arrabbiata.

Hai ragione. Le donne ce lhanno la lingua affilata.

Si fumarono la seconda. Era meglio aspettare. Entrambi sapevano riconoscere lattimo “giusto”, quando alle loro mogli finiva la benzina dei malefici.

Pace: cè stata la lite, la giornata è partita bene. Le donne ricevono la dose e poi si rimettono al lavoro.

Oliviera in casa non smetteva neanche un minuto di parlare della vicina, ma intanto lucidava, puliva, correva avanti e indietro come una furia, come a dimostrare che la sua casa era la migliore.

Gelsomina invece covava il malumore in silenzio, rossa in faccia, imbronciata. Ma anche lei si dava da fare, per mostrare al marito che la comare la dipingeva peggio di quanto fosse.

Non badare, Gelso la rincuorava Michele.

Ci manca solo che mi metto a dare retta alle fesserie delle altri. Guardasse a casa sua.

Ma Michele capiva che la salita dira era profonda la moglie si era offesa. Ma come mai non riescono mai ad andare daccordo?

Devi sapere che Gelsomina era arrivata da fuori: Michele laveva portata da un paesello vicino, Casalino. Dicevano che aveva portato a casa una disgraziata non aveva unabilità, a momenti riusciva a bruciare la cena nel tempo che ci metteva a portare lacqua.

Oliviera, da giovane, aveva puntato Michele, bella come una Madonna, la treccia grossa come un pugno. Poi lui andò e portò a casa la pertica… Niente bellezza, niente doti.

Qualche anno dopo anche Oliviera si sposò, con Pietro. I primi tempi le famiglie erano amiche, si facevano visite, Natale insieme, figli che giocavano. Gelsomina ebbe solo una figlia gli altri bambini le morirono prematuramente, così le restò sola una figlia. Oliviera invece aveva due: maschio e femmina.

Oliviera era il tipo che non dormiva mai: cuciva, lavava, sbiancava, stirava. Gelsomina era più tranquilla. La figlia era sempre pulita, ma niente fiocchi da esposizione né vestiti griffati, e le scarpe erano quelle che si trovavano. Oliviera invece correva sempre in città per trovare il meglio. Ma la sera leggeva i libri la Gelsomina, non si piegava sulle tinozze.

A scuola i figli di Oliviera non brillavano: la femmina passava col sei stiracchiato e il maschio era sempre nei guai, rischiando di esser cacciato. Per fortuna finì le medie.

E fu lì che tra le due comari scoppiò la guerra. I figli amici, i mariti andavano d’amore e d’accordo, ma loro, come cane e gatto. Cosa c’era da dividere? Quasi lo stesso tenore di vita, le case vicine, stessi problemi, stesse gioie.

I figli cresciuti. La figlia di Gelsomina si laureò, si sposò, se ne andò in città. Tornava in paese raramente: una volta il mare, laltra il campeggio, o uno studio importante.

Oliviera aveva i figli vicini: la figlia con marito e suocera nel paese vicino; i nipoti sempre da lei. Il figlio ancora scapolo, lavorava nella città più grande.

Insomma, tutto lasciava pensare a una pace, e invece, più tempo libero avevano, più litigi scoppiavano.

Ormai lo sapeva tutto Pian Bosco: nemiche come Oliviera Mancinelli e Gelsomina Borghese non ne esistevano. Litigavano per i confini dellorto, per gli alberi, per le bestie. La panchina che stava a metà tra le case era contesa come se fosse la Gioconda: quasi la rompevano in due. Solo i mariti le fermarono in tempo da quella follia.

Persino il vecchio cane Bruno, fedele a entrambi i cortili ai tempi dei bambini, si era rotto i coglioni ed era andato a vivere dal vecchio Gigi, leremita.

***

***

Poi, un giorno, la sfortuna bussò da Gelsomina. Dalla fine della primavera, non la si vedeva più uscire di casa. Oliviera aspettava da dietro le tende, ma niente. Ormai persino le galline le curava Michele. Oliviera si innervosiva e sparlava: “Quella Gelsomina ormai fa fare tutto al marito!”

Era tempo di vangare lorto, ma la vicina nicchiava. E Oliviera era già furibonda allidea di vedere tutto pieno di gramigna.

Poi la notizia: avevano portato Gelsomina in ospedale. Si era messa a letto. Arrivò la figlia, visibilmente preoccupata, e alle domande rispondeva con una tristezza schiva.

Oliviera non chiese molti dettagli, ma nel paese le voci corrono da sole.

“Pare che riportino a casa la Gelso… Sta male sul serio, operata. La figlia non dice molto, ma sembra sia tumore…”.

E davvero poco dopo Gelsomina tornò a casa. La figlia, dopo qualche giorno di tensione, dovette ripartire figli piccoli, marito, lavoro. Ma prima si accordò a pagamento con la zia Domitilla, una poveraccia un po sempliciotta, per badare alla madre quando il padre lavorava.

Michele era cupo, più silenzioso del solito, sera fatto grigio in volto. Con Pietro parlava poco, qualche volta si sedevano sulla famosa panchina e fumavano in silenzio.

Come va? chiedeva Pietro.

Eh… sospirava Michele, tirando una boccata.

Dai, tieni duro, se serve chiedi.

Mah, ormai Niente interessa. Di a tua moglie che là cè la fragola tra le erbacce, se le serve prenda pure.

Non prenderà. Sai comè tra voi.

Lo so. Magari dillo a Domitilla allora. Altrimenti marciscono, che peccato.

La sera Pietro, mentre Oliviera faceva la marmellata di fragole, accennò alla questione. Lei, dando le spalle al marito, non disse niente, mentre mescolava nellenorme bacinella dalluminio. Pietro cambiò argomento.

Ma dopo un paio di giorni, Oliviera ordinò a Pietro di portare una grossa borsa dai vicini.

Che cè dentro?

Dentro cerano due barattoloni da tre litri di marmellata e uno piccolo, tutto ben avvolto nei giornali.

Ma hai raccolto le loro fragole?

Le ho raccolte. E diserbato tutto. Due giorni ci ho messo, era una foresta. Guarda le mani! e gli mostrò i palmi pieni di graffi.

Ma insomma… iniziò lui, ma si zittì, afferrò la borsa e la portò dai vicini.

Michele non cera. Gli aprì la Domitilla, che si mise subito a parlar male della sanità, delle medicine e della vita. Pietro entrò e vide Gelsomina sul divano, appoggiata ai cuscini, i capelli scurissimi sparsi, la pelle di porcellana. Ma lo sguardo diceva: entra pure.

Ciao Gelso. Come va? balbettò lui. Oliviera ha fatto la marmellata con la vostra fragola, ha anche sarchiato.

Grazie. La sua marmellata è sempre buonissima, sussurrò lei. Siedi, restiamo un po.

Serve qualcosa?

Cosa vuoi che serva… Se manca qualcosa, Michele compra, si fermò stanca, Pietro, se Oliviera ha raccolto tutto, togli il lastrone dalluminio, così le vostre galline fanno festa. Tanto, lorto è una giungla.

Ma no, ora è così, ma quando starai meglio

Gelsomina si girò e sospirò.

Non portare rancore, Pietro. Va bene così?

Figurati! tossicchiò Pietro, Io non sono mai stato contro di te, siete tu e Oliviera che litigate. Io e Michele, amici

Lo so

Domitilla entrò con un piatto di patate fritte, di nuovo lagnandosi. Gelsomina roteò gli occhi, esausta della suocera-ripiego. Nemmeno la fame le faceva gola.

Pietro tornò a casa con il cuore appesantito. Eh, questa sì che è una brutta storia. Meglio che stia male io

Raccontò ogni dettaglio alla moglie, che ascoltava corrucciata. E Pietro si arrabbiava: anche adesso non aveva un briciolo di pietà verso i vicini.

Poi, tra laltro, la Gelsomina ha detto che la tua marmellata è sempre la più buona, le buttò lì.

Lei si immobilizzò un secondo, poi si rimise a trafficare.

Ma guarda che donna senza cuore, pensò Pietro.

Il mattino dopo, sparecchiati i piatti e dopo aver salutato il marito, Oliviera riempì una pentolina di minestrone del giorno prima, arrotolò della focaccia, mise una bottiglia di succo di ribes e raccolse tutto in una borsa. Si sedette un attimo sulla soglia e sospirò. Si diede un colpetto sulle ginocchia, si alzò e, senza guardarsi intorno, entrò dal cancello della Gelsomina. La porta non si chiudeva mai a chiave.

Nessuno? chiamò.

Chi è? la voce debole di Gelsomina.

Sono io. Ho portato un po di minestra e succo di ribes, disse, guardando più la tenda fiorita che la donna.

Gelsomina era seduta sul letto, i piedi magri, la camicia da notte sbottonata su una spalla, la chioma scura sciolta e il colore della pelle quasi ceruleo. Oliviera sincupì subito. L’aria nella stanza era pesante.

La Domitilla è andata a prendere il latte dai Mironi. Torna subito, sforzandosi anche solo per questa frase corta.

Ah. Lascio tutto qui. Dai, rimettiti. Forza

Fece per uscire, quando notò i barattoli di marmellata ancora lì, accanto alle scarpe.

Gelso, la marmellata non lhai messa in cantina? domandò. Poi capì. Chissene ora della marmellata? Non si regge nemmeno in piedi. Vabbè, la porto io giù, ok?

E senza aspettare risposta, prese i vasetti, entrò in cucina, sollevò la stuoia e aprì la botola della cantina. Sotto la stuoia cera sabbia! Quella Domitilla non lava nulla, prende solo soldi

Oli, Oli, sentì chiamare.

Che cè?

Un po di succo? Ho una sete tremenda

Subito, come no? Andò a prendere una tazza.

Più si dava da fare, più capiva che Domitilla non ce la faceva. E la Gelsomina era allo stremo. Chiaro: la malattia. Ma servivano anche aria e pulizia…

Dai, buttati una scialle e apro la finestra. Un po daria ti serve eccome. Riesci ad alzarti?

A sedermi solo per il… resto. E poi nada. Le gambe non mi reggono più.

E i dottori cosa dicono?

Gelsomina scosse la mano. Sorseggiò il succo tiepido, poi si lasciò andare sui cuscini. Oliviera le sistemò le gambe, si sedette accanto.

Allora ascolta! Puoi urlare, insultarmi, cacciarmi, ma non me ne vado. Se vedo che Domitilla è inutile, resto io.

Gelsomina mosse appena le dita in silenzio: come a darle il permesso.

Dopo un paio di giorni, Domitilla fu letteralmente cacciata via tra le urla della Oliviera.

Ohi là! rientrò in camera con le mani sui fianchi, Ti aveva già fatto il funerale, quella piagnona! E invece no! Vedrai che ballerai ancora alle nozze dei tuoi nipoti. Appena penso a come balli mi viene ancora da ridere!

Lhai cacciata?

“E ci mancherebbe! Con me non si scherza. Dai, ora prendo io il comando!”

E in effetti, alla povera Gelsomina non fu più concesso riposo. Oliviera la lavava, la cambiava, le dava ordini se non voleva le medicine, la imboccava, le faceva fare ginnastica alle gambe, come diceva il dottore.

In casa rimise tutto a lucido, lavando a fondo. Cucinava soprattutto da lei, ma ora anche per quattro anche Michele, pover uomo, doveva pur cenare.

Alle comari annunciava fiera: “Oggi io e Gelso abbiamo mangiato pasta e ceci e ha finito tutto! Il dottore finalmente le ha permesso la carne. La rimetto in piedi, punto e basta!”

Le forze di Gelsomina bastavano solo per mangiare e dormire. Parlava poco, annuiva. E chi osava contraddire la Oliviera? Solo piangeva quando davvero non ne poteva più. E allora Oliviera, vedendola piangere, mollava un po.

“Ma dai! Che piangi, adesso? Per due cucchiai in più, su, non stiamo a fare i martiri…”

Michele intanto sentiva che da casa era sparita la nebbia verde della depressione. Oliviera, anche rompiballe, aveva portato una specie di brace viva, una speranza: non tutto era perduto. Lo rimproverava, sì, ma con calore. Lui si rimise persino a sistemare il cortile, tolse lerbaccia che copriva lorto.

Ma come fai a conviverci? si lamentava con Pietro.

Dove non arriva il diavolo, ci manda la mia Oliviera, scrollava Pietro.

Gelsomina si riprese a poco a poco. Faticava ancora a camminare, ma tornava il sorriso e poteva cambiarsi da sola. I medici confermarono i progressi: loperazione era stata un successo.

“Andiamo a fare due passi,” un giorno disse Oliviera, porgendole il golfino di lana.

“Non ci penso proprio! Sembro uno spaventapasseri, poi mi prende pure la stanchezza.”

Ma Oliviera ordinò ai mariti di prenderla sotto braccio e portarla alla mitica panchina davanti al cancello tra le due case. Era orgogliosa di avere salvato la vicina: era la sua vittoria personale. E poi, si sa, tutti avevano già celebrato la morte della Gelsomina, ed eccola invece viva e persino migliorata!

Allaria aperta, le due si misero vicine. Una bella coperta, un cuscino.

“Sai, Gelso, ci ho pensato molto in questi giorni, iniziò Oliviera, si sta sempre a litigare… Ma se ci pensi, le nostre case sono fianco a fianco per un motivo. I figli sono cresciuti insieme, i mariti sono amici. E ora, con i figli lontani, restiamo solo noi. Siamo la compagnia luna dellaltra, invecchieremo qui, su questa panchina.”

“Eh, non a caso mio suocero ha messo la panchina proprio in mezzo alle case,” si strinse nella sciarpa Gelsomina.

“No, no! Era mio padre che lha fatta, era un suo lavoro.”

“Macché! Michele diceva che la panchina era la nostra. Tuo padre solo glielha messa. La nostra, davvero!”

“Ma che dici! Era di mio padre, lho visto con questi occhi che lha segata, altro che balle!”

“Ma va a farti un giro, dai, Oliviera,” rise Gelso, già arzilla, la panchina è nostra da sempre!

“Vai tu a farti il bagno! La panchina è nostra, proprio davanti a casa mia!”

E via, ancora una volta, il paese era testimone di quella che ormai era una tradizione.

Un paese senza liti mica sarebbe paese.

Intanto, dietro la stalla, Pietro e Michele fumavano in silenzio.

Pietro ridacchiava e, in un attimo, si asciugò una lacrima.

“Eh, devo dire che ci mancava tutto questo. Gelso sta guarendo, vero?” chiese Michele.

“Sta guarendo, sì! sospirò Michele, soddisfatto, Grazie al cielo tutto torna come prima. Le donne sono donne, va bene così.

Il litigio delle due si spegneva come un fiammifero. Il vecchio cane Bruno, che passava da quelle parti, si fermò. Guardò con lo sguardo intelligente, si accoccolò davanti alla panchina, le gambe davanti.

Con il tramonto, laria si fece fresca e il cielo si ammantava di nuvole. Il sole, come uno zio saggio, gettava unocchiata dentro i pensieri delle persone, lasciando volare via le parolacce per abbracciare la purezza dei sentimenti.

Con gli ultimi raggi, illuminava le sagome di due donne sedute insieme su una vecchia panchina.

Quella panchina che da sempre univa i loro destini.

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