Piccolo Zecchino d’Oro

Il piccolo tesoro

Allora, ti racconto questa scena: Lella è scappata di corsa nel primo negozio che le è capitato, si è fatta largo tra la gente dicendo mille scusa e permesso, e alla fine si mette nascosta dietro una colonna che regge un soffitto altissimo, tutto affrescato e pieno di puttini. Aggiusta la borsa sulla spalla, si allunga un po per vedere meglio e inizia a osservare.

Fuori dalla vetrina passano due uomini, gesticolano come matti, discutono animatamente, voci che rimbombano in mezzo a una Roma piena di gente. Poi ecco una vecchietta che trascina a fatica il suo carrellino: povera donna, stracarica di buste della spesa, pane, uova, prosciutto, formaggi, e la ruota bloccata dalla neve che scricchiola dietro di sé come se fosse una slitta, ma pesante, stortissima e scomoda. Lei non si arrende e va avanti con la testa bassa, anche se ogni tanto qualche confezione quasi cade per terra. Arriva una signora ad aiutarla, le prende il carrello, lafferra sottobraccio e la porta verso il portone del palazzo allangolo.

Lella scuote un po la testa, come se pensasse che tutte queste persone fossero fuori posto come delle marionette comparse lì per sbaglio e invece lei stava aspettando qualcun altro, qualcuna che doveva ancora arrivare.

Nel negozio cè un viavai pazzesco: tutti che si muovono tra gli scaffali, si urtano, si spingono. Però che profumo, mamma mia: odore di libri nuovi, di carta pulita, mi viene subito voglia di restare lì per ore. Ecco, sì, è una libreria. Ovunque copertine coloratissime, storie grandi e piccole, libri sottili e tomi enormi, tutti sistemati per argomento, stretti tra loro come amici che si conoscono da una vita. Appena entri ti saltano allocchio quei volumoni in edizione speciale con le foto di animali, città, persone bellissimi, così belli che quasi hai paura a toccarli con le mani fredde da strada, per non rovinarli.

Lella guarda in alto: al piano di sopra si vedono pile di quaderni, pennarelli, album da disegno, cartoline colorate e combinate di ogni tipo. Le piacerebbe tantissimo curiosare, magari comprarsi un portachiavi, un pennarello, ma non adesso. Ora deve solo aspettare.

Allimprovviso qualcuno la spinge dietro la schiena, quasi cade ma si aggrappa alla colonna. Si graffia un dito.

Scusa! le borbotta uno da dietro. Lella si gira, vorrebbe rispondere, ma è pieno di gente e si perde.

Il taglio pizzica. Una sporgenza sulla colonna di marmo le ha aperto la pelle. Avvolge il dito con un fazzoletto e torna in postazione.

E finalmente, eccolo! Arriva. Paolo: alto, snello come un fagiolo, capelli rossi e un mare di lentiggini, giubbotto blu scuro e jeans, che gli sono pure corti si vedono quei calzini con i banani gialli che mettono allegria. Le maniche del giubbotto troppo corte, così le mani lunghe e magre, tutte rosse per il freddo, sbucano fuori. Ha le cuffie nelle orecchie, muove la testa a ritmo di una musica che sente solo lui, sembra quasi una giraffa quando cammina.

Paolo sospira Lella, premendosi il dito ferito contro il cuore. Paolo

Di lui le piace tutto: il volto un po spigoloso, gli occhi sempre pieni di luce, le orecchie a punta, la voce roca da vero ragazzo. Persino la sua figura un po buffa la conquista.

Ancora qui impalata?! squilla una voce sopra la sua testa, con una cuffia rossa in testa. E poi sbam! Uno zaino pesantissimo le cade sui piedi. Oh Lella, ma che ti prende? Te lho già detto che ha la ragazza, quella dellaltra classe. Come si chiamava? Marta? Oppure Rita continua la cuffia riempiendo la testa di parole. È di Carlo, il compagno di classe inseparabile.

E a te che ti frega, Carlo? Che vuoi da me? Sto solo guardando i libri, non ti piace? risponde Lella tutta sulle sue.

Poi si fionda su uno scaffale, prende una guida su Come fare i nodi marinari, gliela passa: Tieni, studiatela e poi fammi il riassunto! Cho troppo da fare per restare qui con te, ciao!

Detto questo, evita lo zaino di Carlo e corre fuori dalla libreria. Appena in tempo, perché il semaforo sta per diventare rosso e lei deve vedere dove va Paolo.

Sì, sa perfettamente dove abita Paolo, a che piano, in che appartamento, chi sono i suoi genitori e anche che cane hanno in casa, un pastore maremmano. Sa tutto e ogni giorno lo pedina, lo accompagna stando un po indietro, cercando che lui non si accorga di nulla. Le dà una soddisfazione strana, un misto di adrenalina e nervosismo, tanto che a volte vorrebbe ridere e piangere insieme.

Da poco si sono trasferiti in quel quartiere: i genitori di Lella hanno finalmente avuto una casa lì, hanno fatto i traslochi, e lei è finita in una nuova scuola. Con fatica si abitua ai nuovi visi, ai compagni nuovi, sente la nostalgia di quelli vecchi, sta per prendersi qualche influenza fasulla solo per starsene a letto, ma poi arriva Paolo e la vita si riaccende. Ora sa per chi vale la pena svegliarsi presto, fare colazione di corsa, baciare la mamma sulla guancia e lanciarsi in direzione contraria alla scuola, solo per aspettarlo sotto casa. Cammina dietro di lui come unombra fino allentrata della scuola. E resiste pure alle lezioni noiose, perché poi, tra una campanella e laltra, può andare a vedere dove siano i grandi del liceo Paolo in mezzo a loro, sempre alto, sempre a ridere, scherzare, qualche volta dice pure una parolaccia, spinge qualche ragazza, che però ridono e fanno le adulte.

Lella si nasconde vicino al muro, si mimetizza, e appena Paolo passa, fa finta di urtarlo per caso e scappa via giù per le scale, rossa in faccia.

Di solito va tutto così, a parte che ultimamente Carlo il solito impiccione si infila ovunque. Dovunque lei vada, lui è lì. Lei sale, lui dietro; lei scende, eccolo; in mensa è sempre lì a offrirle la sua brioche e chiacchiera, chiacchiera mentre Paolo si allontana con unaltra.

E anche oggi, stava per rovinare tutto

Dopo aver seguito Paolo fino sotto casa, Lella torna, cammina piano verso il suo portone. Sa già come andrà: entra in cucina, sua mamma oggi rientrava dal turno di notte le chiede comè andata, ma nemmeno ascolta, la manda direttamente a tavola. La verità è una: a mamma non importa che dentro Lella cè un incendio, una confusione, lattesa del domani che la fa tremare. Mamma è persa nei suoi pensieri, obiettivi, lavora, prepara, lava, accompagna papà, controlla i compiti di Lella e a volte sembra davvero un robot, precise regole per ogni cosa: per mangiare, dormire, lucidare le scarpe, farsi lo shampoo. Anche per vestirsi: ha un vestito fantastico che le ha regalato la zia Lucia, una minigonna che le sta da dio. Sogna di metterlo alla festa se Paolo la vedesse così ne perde il fiato solo a pensarci.

Ma ti pare possibile?! le urla la mamma severa quando la vede. Una cosa così corta? Da mettere solo in campagna, e già allora Niente, metti i jeans che abbiamo appena comprato!

E così il vestito resta nellarmadio.

Mamma sa tutto, ma non capisce niente. Neanche papà, secondo Lella, lo ama davvero: vivono insieme per comodità. Ma lei sarà diversa! Amore, fiori, promesse, e magari Paolo come marito

Sei tu? la chiama mamma da cucina, con il suo grembiulone a righe che a Lella sembra quasi da carcerata. Vai a lavarti le mani e siediti che la minestra si raffredda! Ho fatto una zuppa di fagioli da paura! Dai, muoviti!

Arrivo, arrivo! getta la borsa con le scarpe da ginnastica, serrando i denti. Basta, che noia! Zuppa, fagioli, arrosto, insalata è possibile che la vita di mamma sia solo così? Che malinconia!

Dando unocchiata fuori dalla finestra, vede Carlo giù nel cortile, che smanetta con la neve.

E ci mancavi solo tu! borbotta Lella scontenta.

Chi cè? la spinge la mamma per vedere. Ah, il tuo compagno di classe? Bimba, fallo salire che si congela! Invitalo a mangiare qualcosa.

Ma chi vuole invitarlo? È Carlo del terzo piano, mi segue ovunque!

Dai, fammi conoscere questo Carlo! dice la mamma, con uno strano entusiasmo che Lella non si spiega.

Da quando tinteressano i miei amici? Al massimo nella vecchia scuola conoscevi la mamma di Chiara e di Valeria solo perché una era nel consiglio di classe e laltra ti aggiustava i denti! Non vado mica a gridare dal quinto piano che venga su! Se vuole, si diverte con la neve

Vado io! dice mamma, apre la finestra e urla: Carlo! Dai, sì, ti chiami proprio tu! Vieni su, mangiate insieme qualcosa, che così ti asciughi pure le scarpe!

Lella sbotta: Mamma! Ma smettila, che figuraccia! Sembra di stare in paese!

Lascia stare, meglio così: almeno non si ammala il tuo Carlo. Che ogni giorno ti sta dietro, lo vedo! E va ad aprirgli.

Arriva Carlo, coperto di neve, le guance rosse.

Salve, abita qui Lella? Non vorrei aver sbagliato

È qui. Dai, spogliati, lascia tutto in bagno, ti do una mano.

Mamma sorride, e Carlo pensa: Che bella la mamma di Lella! Solare, gentile, simpatica, semplice. La mia invece, la mamma che per carità rispetto è sempre tesa, severa, bisogna stare attenti a tutto: letichetta, il tono di voce, lordine. Papà prima cantava Battisti alla chitarra in casa, ma ora non più, a mamma non piaceva e così tutto finito. Carlo amava quelle serate, stonare sotto voce, ma ora è tutto vietato

Carlo lascia con cura le sue scarpe su uno straccio, appende la giacca, si schiaccia contro il muro per non essere dintralcio.

Scusatemi se ho bagnato tutto

Mamma ride e gli dice di andare in cucina e non preoccuparsi.

Lella, servi a Carlo la zuppa e il pane. Carlo, fai come a casa tua. È la porta a sinistra.

Lui annuisce, quasi si rannicchia non vuole mai disturbare e raggiunge lamica.

Lella sbatte la ciotola sul tavolo, poi getta il cestino per il pane.

Allora, che vuoi? gli domanda brusca.

È stata tua mamma a invitarmi. Se vuoi vado via, risponde, anche se in realtà morirà di fame. Si siede e inizia a mangiare. Grazie.

Lella fa una smorfia.

Preferisci pane bianco o integrale? gli chiede.

Scusa?

Il pane, Carlo! Qui abbiamo quello integrale buono, con il grano saraceno.

Allora prendo quello. Tu quale preferisci? Si alza allimprovviso. Faccio io, così mangiamo insieme! Devi andare a pittura dopo, no?

Lella lo guarda male, lui diventa rosso. Sì, Carlo conosce tutto il suo orario, minuto per minuto, ha rinunciato al nuoto, alla musica, solo per accompagnarla

Il coltello è spuntato. Avete una pietra per affilarlo? chiede agitatissimo.

Sotto il lavello, risponde direttamente la mamma, Ma mangia, lascia stare la lama! Tanto la zuppa si raffredda.

No, il pane si schiaccia. Adesso ci penso io. E comincia a limare il coltello come uno chef vero.

Quando finalmente lo finisce, taglia il pane e nellaria si spande lodore di semi di finocchio e pane caldo. Mamma sorride soddisfatta.

Mangiate pure, io torno ai miei, dice.

Mangiando in silenzio, solo Carlo si illumina ogni tanto per quanto gli piaccia la zuppa.

Lavo io i piatti, tu metti su il tè, dice lui, raccogliendo i piatti.

Ma che fai, hai pure troppe pretese oggi! Mangia e vai, il tè te lo prendi a casa!

Carlo tergiversa, poi finisce in fretta, asciuga tutto meticoloso, sistema in cucina.

Lella si mette a osservare fuori dalla finestra: eccolo lì, che cammina con la solita cuffia. Lo guarda e pensa: “E che sarà mai, so affilare un coltello” Come se Paolo, invece, non sapesse farlo anche meglio! E suo papà? E Paolo di certo lo farebbe da vero professionista!

Immagina Paolo che finalmente una volta viene da lei, chiede scusa se ha lasciato sporco lingresso, lei invece lo rassicura, poi lo accompagna in cucina e gli serve il minestrone di mamma. Paolo le fa i complimenti, prendono il tè con la torta. Oh, come le piacerebbe offrirgli quella millefoglie super, che la vendono in quella pasticceria vicino al parco! Magari ci andrà un giorno

E allora, dovè Carlo? chiede la mamma rientrando. Se nè già andato?

Sì, ha i suoi impegni! risponde Lella, decisa a tagliare corto.

Va bene prenditi una caramella almeno, per il tè, aggiunge piano la mamma. Ma guarda che Carlo è davvero un bravo ragazzo. Ha pure pulito lingresso. Quelli così sono rari.

Ma va là, ha le dita come wurstel! E poi è più basso di me non fa proprio per me!

Si dice: “Piccolo, sì, ma di gran valore!”

Ma chi lo dice? Le nonne sedute sulla panchina? Mamma, per favore! Lasciami stare, la vita è mia!

Ah, sarà mica quel rosso che guardi sempre di nascosto? la prende in giro la mamma, abbracciandola. Lella si ribella, arrossisce, scappa in camera: Non ficcare il naso nella mia vita! Come fai?!

Ma la mamma piange e ride insieme. Perché anche lei, tanti anni fa, era come Lella: odiava le domande, non diceva nulla, ma avrebbe voluto tanto confidarsi, parlare di quel ragazzo che le piaceva, dei suoi sogni Ma pensava che la mamma avrebbe riso, così non le ha mai raccontato niente.

E ora non sa nemmeno come aiutare la sua Lella.

Una volta, trovando per caso una lettera sotto il cuscino della figlia, ha letto qualche riga: parole damore, i sogni di camminare insieme per le strade in silenzio, le stelle che brillano Bruttissimo leggere le lettere altrui, lo sa. Ma in questi tempi sembra quasi che le tv ti impongano di stare allerta, osservare i figli, non si sa mai.

La lettera resta lì sotto il cuscino, e la mamma, la notte, si ricorda di come ha conosciuto il papà di Lella: prima hanno litigato sullautobus perché lui le aveva pestato il piede, poi lui le ha regalato un mazzo gigantesco di margherite le più belle mai viste. E ancora, ogni anno, gliele porta allanniversario. Quanto spera che Lella avrà almeno la stessa fortuna

Il giorno dopo, Lella ignora apposta Carlo a scuola, non lo saluta, si volta dallaltra parte.

Ma quanto sei fastidioso, eh? sbotta lei quando lo trova accanto a sé in palestra.

E che centri tu? Sono qui, come tutti. Spostati, lascia spazio le risponde lui, serissimo.

Lella fa una smorfia, si sposta e manca poco che cada di nuovo inciampa sulla panca proprio mentre entra Paolo in palestra. Il suo Paolo! Bello, alto, rosso come il tramonto!

Sinarca tutta, tira giù la maglia, pensa “Ma che pancia che ho! Se la vede Paolo, non vorrà più parlarmi, e poi le mie scarpe sono vecchie!” Rabbia e insicurezza.

Le ragazze ridacchiano. Oggi la prof annuncia che sarà Paolo a guidare la lezione: i ragazzi borbottano.

Lella si nasconde dietro Carlo, si sistema i capelli, intanto il cuore le salta in gola: quaranta minuti accanto al suo eroe Le farfalle nello stomaco fanno festa!

Eh, ci mancava solo questa borbotta Carlo che di ginnastica non è proprio un fan.

Paolo si guarda intorno sorridendo, poi fischia, ordina di correre tutti in cerchio.

Ma va! protesta qualcuno.

Paolo lo squadro, e Lella lo imita.

Cinquanta! Flessioni, ho detto! urla Paolo. Lella si spaventa.

Il ragazzo obbedisce, si sdraia per terra, gli altri corrono.

Lella fa di tutto per correre bene, davanti a tutti, per essere la più aggraziata.

Ma inciampa, o qualcuno la fa inciampare, e una catena di cadute la coinvolge. Tutti a terra. Paolo fischia, comanda di mettersi in fila.

Chi è stato? urla.

Lella crede stia cercando l’autore dello sgambetto, ma invece non si preoccupa del suo livido. Guarda i suoi compagni con aria da giudice.

Chi correva davanti come un cavallo e ha rovinato tutto? Avanti, due passi!

Parla di lei? Lei, un cavallo?!

Il gelo scende tra i compagni. Paolo passa in rassegna tutti, minaccia, ride di ognuno: chi ha le orecchie a sventola, chi i brufoli, chi il ciuffo, unghie mangiucchiate. Nessuno fiata.

Lella lo guarda attonita: fino a un attimo prima era un eroe, ora diventa crudele, feroce.

Ecco, davanti a Paolo cè Andrea. Lui ha gli occhi un po diversi. Paolo lo sfotte. Marta, bella, ma il viso segnato dallacne: pure lei presa di mira

A Lella scappa quasi una lacrima. Non è abituata sì, scherzi, ma così mai. E proprio Paolo

Si accorge che stanno soffrendo tutti per colpa sua: è caduta lei.

Fa per farsi avanti come richiesto, ma Carlo la supera, le sussurra: Non farlo, non è giusto.

Sono stato io, la corsa lho rovinata io. E tu Carlo si fa coraggioso, guarda Paolo: Credi di essere il migliore? Perché giochi a fare linsegnante col fischietto? Speriamo che non diventi mai professore Il vero professore educa, tu sei solo un fischietto.

Lella chiude gli occhi: vedere Carlo che si sacrifica così la fa male. Sale la tensione: corda, salti, ancora lezioni, risate di quelli più grandi. Tutti a ridere degli altri.

E intanto Lella aveva scritto un bigliettino a Paolo, pure una poesia. Voleva mettergliela in tasca. Sciocca! Ora si vergogna, mentre Carlo dà il massimo, risale cento volte la corda, sanguina alle mani. Paolo non ha pietà.

Gli altri fanno quello che ordina il professore, zitti.

E Lella ha paura, sa che quel giorno lo ricorderà per sempre. Poi penserà mille volte a cosa avrebbe dovuto dire o fare, ma indietro non si torna.

Tornano a casa in silenzio. Carlo davanti, Lella dietro. Lei vorrebbe consolarlo, ma lui sembra non farci nemmeno caso: cammina lieve, ogni tanto lancia una palla di neve a un lampione, ride.

Fammi vedere! ne fa una anche lei e tira: va a vuoto e ridono entrambi. Allora Carlo le prende la borsa, lei prende la sua, camminano insieme sotto i lampioni.

Stoppa tutto: Che cè, non corri più dietro Paolo? Di solito lo segui come unombra!

Lella fa finta di sistemarsi il cappello: Dai, vieni su da me. Niente zuppa di ieri, ma cè il lesso freddo. Non lo sopporto, ma tu che sei uomo vero, magari ti piace!

Corrono, scivolano, cadono e ridono forte. Passa gente seria, ma quando li vede, sorride pure lei.

Ecco il lesso, ma è freddo dice Lella accomodando Carlo a tavola. Serviva qualcosa di caldo!

Rovista in frigo, sposta mille cose, goffa, non sa cucinare.

Facciamo delle frittelle? propone Carlo, si rimbocca le maniche e si mette allopera. Non preoccuparti, ho i soldi, dopo compro tutto io: latte, uova Adesso facciamo così!

Trova addirittura il grembiule della mamma, chiede il frullino

Quando arrivano a casa la mamma, Marina, e papà, Giuseppe, sentono il profumo in cucina e si affacciano alla porta ridendo: Bravi, vedo che qui Carlo fa miracoli!

Poi, dopo pranzo, mentre bevono il tè, lui le insegna davvero a fare i nodi marinari: sapeva a memoria tutto il libretto. E Lella segue ogni suo gesto, temendo che Carlo possa sbagliare, emozionarsi, sentirsi in imbarazzo non vuole che succeda, assolutamente!

Carlo è il suo piccolo-gran tesoro, il suo amico, un pochino innamorato, sempre gentile. Anche da grandi la viene a trovare spesso: lui con la barba lunga e curata, lavora ormai in città, si presenta con la moglie Viola, piccina e sempre sorridente. Porta arance e mandarini dalla Calabria, fa bere a Lella la spremuta buona quando si sente stanca. Ascolta le lamentele di Giuseppe che borbotta per Lella ma sempre con affetto.

Carlo gioca con i figli di Lella, aiuta a costruire la tettoia in giardino, vanno insieme alle gite, a pescare. E ogni volta cucina le sue famose frittelle, classiche, gonfie di burro, lasciando la ricetta che però a Lella non viene uguale. Ecco, questo è lui: piccolo, sì, ma quanto vale! Il nodo damicizia che ha legato con Lella resta forte, eterno.

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Piccolo Zecchino d’Oro
— E tu non devi sederti a tavola. Tu devi servirci! — dichiarò mia suocera. Stavo vicino ai fornelli, nel silenzio della cucina del mattino — indossavo un pigiama stropicciato e i capelli raccolti in uno chignon disordinato. Odore di pane tostato e caffè forte nell’aria. Sul piccolo sgabello, accanto al tavolo, sedeva mia figlia di 7 anni, il naso immerso nell’album, intenta a disegnare arabeschi colorati con i pennarelli. — Di nuovo con quei tuoi panini dietetici? — risuonò una voce alle mie spalle. Sussultai. Alla porta c’era mia suocera — una donna dal volto severo e la voce che non ammette repliche. Era in vestaglia, capelli raccolti in uno chignon perfetto, le labbra strette. — A proposito, ieri a pranzo ho mangiato quello che capitava! — continuò, sbattendo il canovaccio sul bordo del tavolo. — Né minestra, né un pasto normale. Sai fare le uova? Come si deve, non con quelle tue… mode moderne! Spensi il fornello e aprii il frigorifero. Nel petto, una spirale stretta di rabbia, ma la trattenni. Non davanti alla bambina. E non in un territorio dove ogni centimetro sembrava ripetermi: “Qui sei solo di passaggio”. — Adesso preparo — dissi a fatica, voltandomi per non farle vedere la mia voce tremante. Mia figlia non distoglieva lo sguardo dai pennarelli, ma con la coda dell’occhio osservava la nonna — silenziosa, tesa, in allerta. «Vivremo qualche mese da mia madre» Quando mio marito mi propose di trasferirci da sua madre, sembrava una soluzione ragionevole. — Viviamo da lei — solo per poco. Al massimo due mesi. È vicino al lavoro, e a breve ci approvano il mutuo. Lei non è contraria. Io esitavo. Non perché avessi qualche conflitto con mia suocera. No. Siamo sempre state cortesi l’una con l’altra. Ma io conoscevo la verità: due donne adulte nella stessa cucina — è come camminare su un campo minato. E mia suocera era una che aveva un bisogno quasi ossessivo di ordine, controllo e giudizi morali. Ma non avevo scelta. Il nostro vecchio appartamento era venduto in fretta, il nuovo era ancora in preparazione. Così ci trasferimmo tutti e tre nel suo bilocale. «Solo per poco.» Il controllo divenne normalità I primi giorni passarono tranquilli. Mia suocera era particolarmente gentile, aggiunse una sedia per la bambina e ci offrì una torta. Ma già dal terzo giorno arrivarono le “regole”. — In casa mia c’è ordine — dichiarò a colazione. — Alle otto si è in piedi. Le scarpe solo nella scarpiera. La spesa — da concordare. E la TV più bassa, sono sensibile ai rumori. Mio marito sorrise, scrollando le spalle: — Mamma, stiamo solo per poco. Siamo ospiti, portiamo pazienza. Io annuii in silenzio. Ma pazientare diventava una condanna. Cominciavo a svanire Passò una settimana. Poi un’altra. La disciplina aumentava. Mia suocera tolse i disegni di mia figlia dal tavolo: — Questi danno fastidio. Tolse la tovaglia a quadretti che avevo messo io: — Non è pratica. I miei cornflakes sparirono dalla mensola: — Erano lì da troppo, saranno scaduti. I miei shampoo — “spostati”: — Mi girano tra i piedi. Mi sentivo non un’ospite, ma una senza voce, senza diritto di parola. Il mio cibo era “sbagliato”. Le mie abitudini — “superflue”. Mia figlia — “troppo rumorosa”. Mio marito ripeteva sempre: — Porta pazienza. Questo è l’appartamento di mamma. È sempre stata così. Io… giorno dopo giorno perdevo me stessa. Rimaneva sempre meno della donna che una volta era sicura e tranquilla. Ora c’era solo adattamento e pazienza. Vivere secondo regole che non sono le mie Ogni mattina mi svegliavo alle sei per prendere il bagno per prima, preparare la pappa, organizzare la bambina… e non finire vittima di mia suocera. La sera cucinavo due cene. Una per noi. Una secondo i “suoi standard”. Senza cipolla. Poi con cipolla. Poi solo nella sua pentola. Poi solo nella sua padella. — Non chiedo molto — diceva lei con rimprovero. — Solo le cose fatte come si deve. Il giorno in cui l’umiliazione divenne pubblica Una mattina avevo appena lavato il viso e acceso il bollitore, quando mia suocera entrò in cucina come se fosse normale non chiedere mai permesso. — Oggi vengono le mie amiche. Alle due. Tu sei a casa, quindi prepari la tavola. Cetriolini, insalata, qualcosa per il té — una cosetta semplice. “Cosetta semplice” per lei significava una tavola imbandita come per Natale. — Ah… non lo sapevo. Non ho gli ingredienti… — Farai la spesa. Ti ho fatto la lista. Nulla di complicato. Mi vestii e andai al supermercato. Compra tutto: pollo, patate, aneto, mele per la torta, biscotti… Tornai. Iniziai a cucinare senza pause. Alle due era tutto pronto: la tavola apparecchiata, il pollo al forno, l’insalata fresca, la torta dorata. Arrivarono tre signore in pensione — precise, con i riccioli e profumi di altri tempi. E subito capii che non ero lì come “ospite”. Io ero il “personale”. — Vieni, vieni… siediti qui vicino a noi — sorrise mia suocera. — Così ci servi bene. — Servirvi? — ripetei. — Che sarà mai? Noi siamo anziane. Per te è facile. E così eccomi di nuovo: con il vassoio, i mestoli, il pane. “Porta un po’ di té.” “Passami lo zucchero.” “L’insalata è finita.” — Il pollo è un po’ asciutto — commentò una. — Hai cotto troppo la torta — aggiunse un’altra. Io stringevo i denti. Sorridevo. Raccoglievo i piatti. Versavo il tè. Nessuno mi chiese se volevo sedermi. O prendere fiato. — Che bello quando c’è una padrona di casa giovane! — disse mia suocera con finta dolcezza. — Si regge tutto su di lei! E lì… qualcosa in me si spezzò. La sera ho detto la verità Quando le ospiti se ne andarono, lavavo pentole e piatti, mettevo via gli avanzi, lavavo la tovaglia. Poi mi sedetti sul bordo del divano con una tazza vuota in mano. Fuori calava il buio. La bambina dormiva rannicchiata. Mio marito era accanto, immerso nel cellulare. — Ascolta… — dissi piano, ma decisa. — Così non posso più. Lui alzò lo sguardo, sorpreso. — Viviamo da estranei. Io servo tutti, e tu… lo vedi? Non rispose. — Questa non è una casa. È una vita in cui mi adatto e sto zitta. Ci siamo io e la bambina. Non voglio reggere altri mesi così. Sono stanca di essere invisibile e comoda per tutti. Lui annuì… lentamente. — Ho capito… Scusami se non l’ho capito prima. Cercheremo un appartamento. Qualsiasi cosa, basta che sia nostra. E abbiamo iniziato a cercare da quella sera stessa. La nostra casa – anche se piccola L’appartamento era piccolo. Il padrone aveva lasciato i mobili vecchi. Il linoleum scricchiolava. Ma appena entrai… sentii un sollievo. Come se mi fossi ripresa la mia voce. — Ecco… siamo arrivati — sospirò mio marito posando le valigie. Mia suocera non disse niente. Non cercò nemmeno di fermarci. Non sapevo se fosse rimasta male, o se avesse capito che aveva esagerato. Passò una settimana. Le mattine iniziarono con la musica. La bambina disegnava sul pavimento. Mio marito preparava il caffè. Io osservavo tutto e sorridevo. Senza stress. Senza fretta. Senza dover “portare pazienza”. — Grazie — mi disse lui una mattina, abbracciandomi. — Di non aver taciuto. Lo guardai negli occhi: — Grazie a te, che mi hai ascoltata. La nostra vita non era perfetta. Ma finalmente era casa nostra. Con le nostre regole. Con il nostro rumore. Con la nostra confusione. Ed era reale. ❓E tu, che ne pensi? Se fossi al posto della protagonista, avresti resistito “per poco”, oppure te ne saresti andata già dopo la prima settimana?