Non sono i miei stivali

Non i miei stivali

Paolo, hai mangiato?

Non rispose. Era seduto al tavolo, lo sguardo fisso sul piatto che gli avevo posato davanti venti minuti prima. Le patate erano ormai fredde, anche le polpette. Stavo sulla soglia della cucina e osservavo la sua nuca. Un collo come tanti, niente di particolare. Qualche ciocca grigia alle tempie, che ha sempre detestato. Orecchie un po sporgenti. Una testa familiare, che conosco da trentun anni.

Paolo.

Sì.

Non era una domanda. Era solo un soffio, come laria che esce.

Vuoi mangiare?

Non ho fame.

Mi avvicinai e presi il piatto. Le patate erano ormai gelide. Le gettai nel lavandino, spalancai lacqua. Le polpette le avvolsi nella stagnola e le riposi in frigo. Per tutto il tempo lui rimase lì, a fissare il tavolo vuoto, ormai sgombro.

Era la terza settimana che andava avanti così.

Mi ricordo quando è iniziato. Non ricordo il giorno esatto, ma era un mercoledì. La metà di febbraio, grigia, umida. Era tornato dal lavoro con unora di ritardo, era entrato in casa piano, senza far rumore. Di solito dalla porta gridava: Giulia, sono a casa! Sempre, da trentun anni. Anche dopo le liti più grandi, anche quando per una settimana non ci parlavamo per sciocchezze, lui comunque gridava così. Un’abitudine. Questa volta, silenzio. Dalla cucina mi affacciai. Lui fermo allattaccapanni, lo sguardo sulla giacca. Come non sapesse se appenderla o lasciarla lì.

Paolo? Come mai così tardi?

Mi sono attardato.

È successo qualcosa?

No.

Ci credetti. Lavoro nuovo, capo nuovo, stress. Gli preparai il piatto. Lui mangiò. Nulla di particolare. Era solo più silenzioso del solito, ma pensai fosse stanchezza.

Il giorno dopo si ripeté. E il giorno dopo ancora. E la settimana dopo.

A lungo mi sono rifiutata di vedere. Noi donne, soprattutto dopo i cinquanta, ci raccontiamo storie: sarà la stanchezza, letà, il lavoro. Ci self-consoliamo perché, se ammetti che cè qualcosa che non va, poi devi affrontarla. E non sai come. Così fai finta di non vedere.

Ma non si può non vedere per sempre.

Una notte mi svegliai. Erano le tre, buio pesto. Paolo non era accanto a me. Rimasi sdraiata ad ascoltare il silenzio. Poi mi alzai e andai in cucina. Lui era lì, seduto nel buio davanti alla TV. La TV era spenta. Fissava il nero dello schermo, mani sulle ginocchia, la schiena dritta. Sembrava aspettare qualcosa.

Paolo, sono le tre!

Si voltò. Mi guardò come se io fossi di un altro mondo. Come se lui fosse altrove, lontanissimo, e io apparsa dal nulla.

Torna a letto, disse.

Che ci fai qui?

Niente. Torna a letto.

Non me ne andai. Mi misi al suo fianco, poggiai la mano sulla sua spalla. Fredda. Era in T-shirt, fuori febbraio, eppure nulla. Non reagì. Prima copriva sempre la mia mano con la sua. Sempre, automaticamente.

Cosè successo?

Niente. Solo insonnia.

Non hai mai avuto problemi di sonno.

Cè sempre una prima volta.

Me ne andai. Rimasi uneternità fissando il soffitto. Tornò alle cinque. Si sdraiò accanto ma non mi toccò. Sentivo il suo respiro, il filo teso del non dormire. Fingevamo entrambi.

Capì allora che cera qualcosa di serio.

Passai i giorni a pensare. A rigirarmi addosso mille ipotesi. Non ero uningenua. Giulia Valentini, cinquantasei anni, trentun anni di matrimonio. Nella vita un po ci capisci.

Prima ipotesi: unaltra donna.

Mi vergognavo solo a pensarci. Paolo, con me, sempre fedele. In trentun anni mai un dubbio, mai. Ma quando un uomo sprofonda nel silenzio, smette di mangiare, passa le notti davanti a uno schermo spento, la mente va. Non ci si può fare nulla.

Iniziai a controllare. Il telefono, prima lo lasciava ovunque, ora sempre in tasca. Solo questo. Nessun profumo strano, nessuna chiamata notturna, nessuna scusa sugli orari. Anzi, tornava puntuale. A volte persino prima. Si sedeva, taceva.

Lipotesi del tradimento la scartai. O quasi. Mai completamente, sarebbe ipocrita negarlo.

Seconda ipotesi: la salute.

Paura vera. Lui compie sessantanni ad aprile. Gli uomini a quelletà. Cuore, cose del genere. O peggio, quelle cose che fa paura anche solo nominare. Ricordai che Paolo da tempo non vedeva un dottore. Gli uomini non ci vanno mai, se possono evitarlo. Forse sapeva qualcosa e taceva per non spaventarmi?

Era da lui, Paolo era così.

Provai, con delicatezza:

Paolo, non ti controlli da tanto. Non sarebbe il caso di un check up, così, per sicurezza?

Sto bene.

Come lo sai, senza controlli?

Giulia, sto bene. Lasciami in pace.

Lasciami in pace lo disse senza rabbia. Ma mi fece male lo stesso. Non me lo aveva mai detto. O quasi mai.

Terza ipotesi: i soldi.

Abbiamo sempre vissuto bene. Non ricchi, ma dignitosi. Paolo, caporeparto in una fabbrica di mobili; io, in amministrazione allambulatorio del quartiere. Due figli cresciuti e sistemati. Una nipotina, Martina, tre anni. Il mutuo è finito da anni. La macchina vecchia, ma va. Insomma, stiamo bene.

Ma ho iniziato a pensare: e se ha debiti? Magari prestiti? Ho controllato il nostro conto comune. Tutto normale. Il suo conto non sapevo come vederlo. Chiedere non osavo. Temevo che mi dicesse ancora lasciami in pace. Lui sapeva far parlare il silenzio: pesante come una pietra.

Passarono altri giorni. Al lavoro mascheravo tutto. La nostra capoufficio, la signora Carla Grimaldi, un giorno mi scrutò:

Giulia, hai una brutta cera stamattina. Va tutto bene?

Sì, Carla. Solo una notte insonne.

Tuo marito? breve, come solo le donne della nostra età sanno essere.

No, no. Tutto bene.

Annui. Sa che non era vero, ma non chiese altro. E la ringrazio per questo.

A casa cercavo di comportarmi normalmente. Cucinavo, pulivo, chiedevo del lavoro. Lui rispondeva a monosillabi: Bene. Sì. Tutto ok. Io chiedevo, lui rispondeva così, e vivevamo come due sconosciuti nella stessa casa. Una sensazione strana. Nemmeno nei periodi peggiori era stato così: almeno cerano tensioni, vita. Ora: ovatta.

Poi una sera scoppiò.

Gli chiesi di aggiustare il rubinetto della cucina, che perdava da una settimana. Lo avevo già detto più volte, lui annuiva ma non faceva nulla. Quella sera insistetti:

Paolo, il rubinetto.

Alzò la testa. Nei suoi occhi, qualcosa. Stanchezza? Rabbia? Non capii.

Giulia, non ora.

Ma sono giorni che perde.

Ho detto non ora!

Sbatté la mano sul tavolo. Non forte. Ma io feci un passo indietro. Non per la forza, per lo stupore. Paolo Manfredi non alzava la voce, non sbatteva i pugni. Non era lui.

Ci zittimmo. Lui se ne andò in camera. Io rimasi a sentire il rubinetto gocciolare.

Poi presi la chiave inglese dal fondo del cassetto e provai a sistemare il rubinetto da sola. Non perfetto come avrebbe fatto lui, ma smise di perdere.

Quella notte non dormii. Pensai: che sta succedendo? Dovè mio marito? Il Paolo che ride a sproposito, che cita a memoria i film italiani vecchi, che la domenica frigge le frittelle e le fa sempre troppo salate, che mi chiama a sorpresa solo per dirmi come stai? Dovera finito?

Quella sensazione. Quando la persona a fianco cè, ma non cè. È peggio di una lite, è peggio se se ne fosse andato di casa. Perché sarebbe tutto chiaro. Invece: è lì, respira, risponde, ma non è più lui.

Crisi familiare. Mi balenò questa parola, a notte fonda. E per la prima volta pensai: si chiama così. Solo che non capivo da dove partiva. Stavamo bene, tutto andava. Perché?

In realtà, fuori sembrava tutto come prima. Ed era forse la cosa peggiore.

Unaltra sera che non scorderò mai.

Tornai dal lavoro alle sei. La giacca di lui non cera in ingresso: ancora fuori. Mi tolsi le scarpe, misi su il bollitore, presi dal frigo qualcosa. Poi udii la porta dingresso aprirsi. Piano, quasi in silenzio. Mi affacciai.

Stava togliendo le scarpe. Silenzioso, ormai una routine.

Sei tornato, dissi. Ceni con me?

Non rispose. Entrò in cucina. Lo seguii. Aprì il pensile sopra il frigo. Una bottiglia di grappa; la teniamo solo per le occasioni, e loccasione vera non arriva mai. Giace lì dallultimo Capodanno. La prese.

Mi fermai. Il cuore mi fece male, non so descrivere come.

Mise la bottiglia sul tavolo. Prese un bicchiere. Sedette. E cominciò a fissare il muro.

Aspettai. Non aprì la bottiglia. Non versò. Non bevve. Solo seduto a guardare il muro, con accanto una bottiglia chiusa. Come se parlasse tra sé e sé.

Mi avvicinai piano. Tolsi bicchiere e bottiglia dal tavolo e li rimisi a posto.

Lui seguiva ogni mio movimento, ma taceva.

Gli versai del tè e lo misi davanti a lui. Rimase seduto.

Paolo, dissi. Non so cosa ti stia succedendo. Ma tu sei qui. Io sono qui. Il resto lo affrontiamo.

Mi guardò a lungo. Negli occhi, qualcosa che non vedevo da tempo. Dolore, forse? Colpa? Sfinimento?

Vai a dormire, Giulia, disse piano.

E tu?

Arrivo subito.

Me ne andai. Non si può costringere nessuno a parlare, se non vuole. Ma sapevo che così non si poteva andare avanti. Prima o poi qualcosa sarebbe successo.

E quando successe, fu inaspettato.

Era venerdì. Mi stavo preparando per il lavoro, allo specchio dellingresso sistemando la sciarpa. Lui dormiva ancora: ultimamente dormiva fino a tardi, lui che era sempre il primo ad alzarsi. mi guardavo riflessa e pensavo che era già da tre settimane che convivevo con la sensazione di una frattura, di un qualcosa che non sapevo come riparare. Ma che lui restava comunque la persona più importante che avevo.

Mi decisi.

Scrissi a Carla Grimaldi: Carla, ho bisogno di un giorno. Posso oggi? Rispose subito: Va bene, Giulia. Nessun problema. Una donna che capisce.

Uscì di casa normalmente. In ascensore. Poi in cortile. Restai qualche minuto fuori, poi tornai su.

Aprii piano con le mie chiavi. Senza far rumore tolsi le scarpe. Passai allingresso.

E li vidi: stivali che non erano miei.

Da donna, marrone scuro, tacco basso. Ordine perfetto, affidati al muro. Non miei. Li riconoscevo bene. Non erano miei.

Restai a fissarli. Senza muovermi.

Poi sentii delle voci venire dalla cucina. Una femminile, che piangeva. Una maschile. Leggera, rassicurante.

Mi bastò un secondo per decidere. Andai in cucina.

Seduti al tavolo, due. Mio Paolo. E Claudia, la moglie del suo vecchio amico Aldo. Claudia piangeva con la testa fra le mani. Paolo accanto a lei, non la toccava, solo accanto. Due tazze di tè. Sul tavolo, i nostri biscotti.

Paolo alzò lo sguardo su di me.

Non si spaventò. Non si alzò di scatto. Semplicemente, mi guardò. Come chi è stato colto, ma ormai gli è indifferente. O forse un po sollevato che tutto sia venuto a galla.

Anche Claudia mi guardò. Occhi gonfi, rossi, un fazzoletto fradicio in pugno.

Stammo zitti tutti, per secondi o minuti? O uneternità.

Poi Claudia disse:

Giulia, scusami. Non sapevo dove andare.

Non le risposi. Guardavo solo Paolo.

Spiegami, dissi.

Si alzò. Andò alla finestra. Diede le spalle. Fuori, un febbraio livido.

Paolo.

Sì, disse. Ora spiego.

Si girò. Claudia guardava il tavolo. Paolo guardava me.

Ieri notte. Hanno aggredito Aldo sotto lufficio. Tre uomini. Gli hanno detto: Di al tuo amico di stare zitto. Aldo è allospedale.

Una fitta mi trafisse. Aldo, trentanni di amicizia. Lo conoscevo da quanto conoscevo Paolo. Parecchio.

Che vuol dire di al tuo amico? chiesi.

Paolo abbassò il capo. Si passò le mani sul volto. Un suo gesto, quando sta male.

Ho scritto una denuncia a inizio febbraio. Sul nuovo capo reparto.

E poi?

Ruba, Giulia. Sistematicamente. Dal magazzino, dai materiali. Ho visto, ho contato, settimane a raccogliere prove. Ho scritto al responsabile della sicurezza.

E poi?

Prove, nomi, tutto. Aldo lo sapeva, glielo dissi subito, pensavo fosse un amico. Invece

Paolo.

Lui riferiva tutto al nuovo capo. Due mesi a far la spia: le mie mosse, i miei pensieri, tutto.

Tutto sprofondò nel silenzio. Solo il frigo brontolava.

Mi hanno licenziato, disse Paolo. Tre settimane fa. Quella sera che tornai tardi. Hanno trovato un buco nella contabilità. Non ho preso niente, tu lo sai. Ma le carte sono a posto, testimoni, firme. Tutto fatto bene.

Tre settimane che taci, dissi.

Sì.

Tre settimane a fingere di andare al lavoro. E taci.

Sì.

E dove stavi ogni giorno?

Taceva.

In giro. I primi giorni in un parco. Poi in biblioteca. Una mattina giravo in autobus, così, per andare da qualche parte.

Guardavo mio marito. Sessantanni ad aprile. Un vero artigiano. Trenta e uno anni insieme. Eppure lui, tre settimane, a girovagare, a tacere.

Perché? chiesi.

Di nuovo le mani sul viso.

Ricordi il 98? Quando mi licenziarono?

Ricordavo. Altroché. I figli piccoli, i soldi finiti. Lavoravo in due posti. Lui cercava un lavoro; soffriva molto, nonostante io non dicessi mai niente. Ma vedeva i miei occhi alla finestra.

Ricordo.

Non dicesti mai nulla. Ma io vedevo i tuoi occhi. Non volevo rivederli così.

Ecco.

Trentanni. Ricordava i miei occhi del 98. Per questo tre settimane a vagare, per non farmi soffrire di nuovo.

Non sapevo che dire. Guardavo la sua faccia, le mani da artigiano, la ciocca grigia che odia.

Aldo sapeva? chiesi, infine. Del tuo licenziamento?

Sì. Mi chiamò il giorno dopo. Chiese come andava. Gli dissi la verità. Non è giusto, disse. Che mi capiva.

Sinterruppe. Mi capiva restò sospeso.

Due mesi a spiare, dissi piano.

Due mesi, sì.

Guardai Claudia. Lei abbassava il volto. Capiva tutto. Era venuta qui consapevole.

Claudia, tu sapevi di Aldo?

Alzò lentamente la testa.

Ieri lho scoperto. Quando Quando lhanno picchiato. Me lo ha detto lui, allospedale: Ho sbagliato con Paolo. Diglielo, sono colpevole. E io sono venuta.

Lunga pausa.

Non è venuto lui di persona, sussurrò Paolo.

Paolo, è allospedale, disse Claudia.

Non intendo quello.

Non parlammo più di Aldo. Sapevo che per Paolo era una ferita aperta, che non si chiude in una volta sola.

Mi alzai, misi su il bollitore. Nei momenti difficili, lo faccio sempre: scaldare lacqua per il tè. Perché bisogna muoversi, fare qualcosa. Anche se niente sembra risolversi subito.

Insomma, dissi mentre lacqua bolliva, ora sei senza lavoro.

Sì.

Da tre settimane.

Tornare in fabbrica non si può.

No.

Apparecchiai le tazze, misi la miscela. Paolo mi guardava.

Giulia, capisco che sia dura. Capisco che

Paolo.

Sì?

Zitto un attimo. Sto pensando.

Lui tacque. Claudia batté le palpebre. Lacqua bolliva.

Preparo il tè, quello vero, in foglia. Mai bustine, neanche al primo appuntamento Paolo le voleva. Mi sono abituata anchio.

Misi tre tazze. Una davanti a Paolo. Una a Claudia. Una per me.

Mi sedetti.

Ascolta, dissi rivolta a Paolo. Attento.

Ti ascolto.

Sei un maestro ebanista. Più di trentanni, lavori che fanno storia. Prima cosa. Seconda: le tue mani le prenderebbero ovunque. Non solo in fabbrica. Qualunque laboratorio di restauro. Lo sai?

Non rispose.

Lo sai?

Sì, ammise piano.

Bene. Terza cosa: ricordi il signor Carlo Ferrari, che due anni fa ti propose di aprire una bottega insieme? Restauro mobili antichi.

Paolo alzò la testa.

Sì, ricordo.

Rifiutasti allepoca avevi ragione, fra figli ancora da sistemare e il mutuo. Oggi è diverso. I figli sono indipendenti, il mutuo chiuso. Siamo noi due. Lavoro io. Non siamo nel 98.

Si fece silenzio. Vidi cambiare qualcosa in lui, lentamente, come una marea.

Carlo Ferrari fa ancora restaure?

Non so. Non ci vediamo da anni.

Chiamalo. Oggi. O domani.

Forse ha trovato altri soci.

Chiama e informati.

Non sarà semplice. Serve un posto, macchinari

Paolo.

Sì?

Hai mai visto che non riuscissi a organizzare qualcosa, se lo volevo?

Si lasciò scappare un sorriso minimo, il primo dopo tanto. Ma cera.

Mai, ammise.

Ecco. Ora beviamo il tè e ragioniamo. Poi si fa la lista. Abbiamo tutta la notte.

Tutta la notte, ripeté lui.

Hai pensato da solo per tre settimane. Bastava pensare insieme, come sempre. Come devessere in una famiglia.

Claudia soffocò un singhiozzo.

La guardai.

Claudia, pensi ad Aldo?

Sì.

Si sta curando?

Sì. Dicono che sono fratture semplici. Un mese, non di più.

Bene. Fra un mese affronterete anche quello. Ma sarà affar vostro.

Non so come rivederlo, disse.

Nemmeno io, ammise Paolo, senza rabbia, solo onestà. Ora non ci riesco.

Ci fu silenzio. Ma era un silenzio nuovo, normale, quello dopo aver detto tutto.

Claudia se ne andò nella camera che le avevo proposto. Era esausta, e anchio desideravo restare sola con Paolo.

Dopo, ancora silenzio, insieme.

Sei arrabbiata? chiese.

Con te?

Sì.

Riflettei.

Sì. Ma non nel senso che pensi tu.

In che senso?

Sono arrabbiata perché per tre settimane hai portato il peso da solo. Come se io fossi debole. Mi hai sottovalutata.

Non ti ho sottovalutato.

Sì che lhai fatto. Hai pensato che sarei crollata.

Scosse la testa.

No. Avevo paura per me. Che se tu avessi visto nei miei occhi Non ce lavrei fatta.

Perché?

Avevo paura di crollare. Finché si è soli si resiste. Con qualcuno accanto si sgretola tutto. Perché non bisogna più tenere tutto dentro.

Capisco.

Non volevo sciogliermi.

E ora?

Guardò le sue mani.

Ora non mi fa più così paura.

Registrai mentalmente quella frase, la prima vera da settimane.

Bene. Ragioniamo.

Prima, i soldi. Avevamo qualche risparmio, niente di che, ma qualcosa. Lui mugugnava che si vergognava di toccare i miei soldi. Io rettificai: nostri. Fece una smorfia, ma accettò.

Il mio stipendio era sufficiente. Avremmo stretto la cinghia, ma ce lavremmo fatta.

Poi Carlo Ferrari.

Un vecchio collega. Da quindici anni aveva una bottega di restauro a Torino. Paolo ogni tanto lo aiutava. Due anni fa propose una società: restauro, soprattutto mobili e arredi antichi. Paolo rifiutò per prudenza. Ora

Chiamalo stasera.

È tardi.

Non lo è. Sono le nove. Prova.

Paolo esitò, prese il telefono e andò in camera. Dalla cucina lo sentii parlare, via via più disteso, poi una risata. Vera.

Tornò dopo venti minuti.

Allora? chiesi.

Carlo è al settimo cielo. Dice che ha tanto lavoro e pochi artigiani. Vuole che inizi anche subito. Per ora come dipendente, poi si vedrà la società.

Perfetto.

Lo stipendio non è quello della fabbrica.

Paolo.

Sì?

Prima si mette il piede nella porta, poi si fa carriera. Ce la farai.

Si sedette davanti a me, le mani sulla tazza blu con i limoni, comprata in vacanza in Costiera ventanni fa: le cose importanti restano, pensai. Quella tazza era la nostra storia.

Giulia, mormorò.

Sì?

Ho sbagliato a tacere. Dovevo dirlo subito.

Ora lo hai detto.

Dopo tre settimane.

Lascia perdere tre settimane. Non perché non conta, ma perché ciò che conta è da adesso.

Mi fissò a lungo.

Sei arrabbiata per Aldo? Che gli dissi tutto

Domanda inaspettata.

Pensai su.

Gli hai dato fiducia. Fiducia di trentanni.

Già. E non ha ricambiato.

Non è colpa tua. Hai agito da amico. Lui ha fatto altro. Non puoi immaginarlo.

Avrei dovuto capire.

Come potevi? Trentanni di amicizia. Non è umanamente prevedibile.

Però

A volte le persone sorprendono, in male. Fa male. Ma la colpa non è tua perché ti sei fidato.

Silenzio.

Non capisco perché lha fatto, disse. Che ci guadagnava?

Non lo so. Promesse? Minacce? Chissà. Non lo sapremo mai.

Trentanni.

Sì.

Pescavamo insieme la scorsa estate.

Mi ricordo.

Avevamo preso le trote.

Portò a noi una parte.

Esatto. Trota, pesca e ora questo.

Non aggiunse altro. Non serviva.

Un tradimento, commentò.

Annuii.

Fa male. Ma passerà. Tu supererai tutto. Insieme lo supereremo.

Tornò a guardare la tazza.

È strano, però. Sono arrabbiato, ma allo stesso tempo penso che lui è in ospedale.

Non è strano. Umano.

Non aiuta.

Lo so.

Stavamo in silenzio ormai notte. Fuori era buio profondo. Marzo non era lontano.

Presi il mio blocchetto, quello dei conti in cucina. E una penna.

Mettiamoli giù, i punti.

Che punti?

Quello che dobbiamo fare, step by step.

Paolo lesse il blocchetto, poi prese la penna.

Faccio io, disse.

Vai.

Primo: chiamare Carlo Ferrari domattina per dettagli.

Sì. Secondo.

Secondo: controllare la lettera di licenziamento. Potrebbero aver scritto falsità.

Avvocato. Conosci qualcuno?

Chiedo a Giovanni, il nostro vicino. Se la cava in queste cose.

Bene, segna anche quello.

Lui scriveva. Io osservavo la sua calligrafia, precisa come i suoi lavori. Un vero maestro, anche con le parole.

Terzo: soldi.

Ci sono, per ora. Cominci in bottega, arriverà lo stipendio. Andrà bene.

Andrà bene, ripeté Paolo.

Abbiamo superato il 98. Con due figli piccoli, il mutuo e tutto il resto. Ce la faremo ora.

Annui. Scrisse: Soldi controllare, non panico.

Mi piacque quello non panico.

Quarto, disse. Quel capo. La mia denuncia. Non è sparita.

Dove si trova?

Al reparto sicurezza. Una copia in amministrazione.

Allora cè. Spetta a loro decidere. Tu hai fatto la tua parte. Vedremo se andare oltre, alle autorità.

Forse sì, ma ora no. Non ora.

Ok. Non lo segniamo. Ci penseremo dopo.

Lui lasciò la quarta voce in bianco. Una riga vuota. Ci sarà tempo.

Parlammo ancora. A lungo. Paolo si animò, spiegava che il restauro di mobili antichi era ormai ricercato, che chi ha vecchie credenze o cassettoni li vuole belli e funzionali, che se lavori bene ti fai una clientela. Che a Milano alcune botteghe vanno alla grande. Il nipote di Carlo lo aiuta con la pubblicità online.

Ascoltai, senza mai interrompere. Parlava. Finalmente! Si muoveva, gesticolava. Era il mio Paolo, tornato dopo tre settimane.

Verso luna misi su altro tè. Lui finì la tazza.

Bisogna dormire, disse.

Già.

Ma non ci muovevamo. Continuammo a parlare. Di tecniche di restauro, di vecchi cassettoni, di segreti dellintarsio, di quella volta che trovò, smontando un mobile della nonna, un piccolo scomparto con dentro dei documenti dellOttocento. Cercò perfino storici per farli vedere. Storie così.

Ascoltavo, orgogliosa. Era lui. Paolo Manfredi.

Perché allora non hai tentato da libero professionista già cinque anni fa? chiesi.

Abitudine. La sicurezza. La squadra, il posto fisso. Paura di non essere allaltezza.

E ora?

Ora non ho più nulla da perdere, replicò con un piccolo sorriso amaro.

Non aggiunsi che spesso quando si chiude una porta Lui lo sapeva già.

La conversazione divenne lenta, le parole rade. Paolo cominciava a cedere, gli occhi pesanti. Lo guardai, si era addormentato sulle braccia incrociate.

Rimasi a guardarlo. Il suo volto di uomo sereno. Le mani sul tavolo. Il blocchetto con le quattro voci, la quarta vuota.

Mi alzai, presi una coperta dalla stampella dellingresso, la piazzai sulle sue spalle. Si mosse appena.

Spensi la luce grande della cucina. Lasciai solo quella del fornello. Quasi buio, ma non del tutto.

Presi lultima tazza di tè per me. Mi sedetti vicino alla finestra.

Fuori, lalba si annunciava. Non ancora giorni, ma il buio meno denso. Era già marzo. Non ce neravamo accorti.

Marzo: già qualcosa di diverso.

Dal tetto di fronte iniziava a gocciolare lacqua. La prima pioggia del disgelo. Un rumore lieve, ma vivo. Goccia su goccia. Non neve, non tempesta. Acqua. Vita.

Restavo lì, la tazza tra le mani, ascoltando.

Pensavo? Sì. Pensavo a Claudia che dormiva nellaltra stanza, col marito in ospedale e davanti a sé un dialogo difficile. Pensavo alla lettera di licenziamento e alle carte da sistemare. Al capo della fabbrica, che sicuramente era ancora lì. Ad Aldo no, meglio fermarmi, su Aldo ci sarebbe stato tempo.

Pensavo a trentun anni insieme. Quanto spesso si rischia di non vedersi davvero più. Si vive, ci si dà per scontati come una parete o un mobile. Si smette di chiedersi, di osservare.

Forse anche noi avevamo iniziato a dimenticarci un po. Ognuno dietro ai propri problemi: io coi bilanci, Paolo con i macchinari. Insieme solo a cena, a parlare di patate e rubinetti. La vita.

Poi accade qualcosa. E ci si ricorda che dietro la routine cè qualcosa di vero. Che lui si ricordava dei miei occhi del 98. Che io ho in mente la tazza blu presa a Sorrento.

Non voglio dire che andrà tutto bene. Non lo so. Il lavoro da Carlo potrebbe non funzionare. La lettera potrebbe essere una condanna. Il capo magari è intoccabile. Aldo? È tutta unaltra faccenda.

Può succedere di tutto.

Ma ora, alle quattro del mattino, nel primo giorno di marzo, Paolo dorme sulla tavola sotto una coperta a quadri. E fuori, la neve si scioglie in gocce. E sul blocchetto ci sono quattro punti, più una riga vuota.

Non è una fine né un inizio. È solo ciò che cè.

Il gocciolio fuori si fa più deciso. O forse è dentro che si è fatta pace.

Pensai a nostra figlia Caterina. Vive dal marito, Martina è con lei. Domani chiamo, solo per salutarle. Il resto col tempo.

Pensai a nostro figlio Matteo, che lavora a Firenze. Telefona la domenica. Un bravo ragazzo, sempre indaffarato. Anche con lui, tempo al tempo.

Pensai a Carlo Ferrari. Chissà se è cambiato. Da quindici anni non lo vedevo di persona, Paolo sì. Bisognerà riscoprirsi.

Pensai al restauro dei mobili. Un vecchio cassettone con il suo segreto. Ecco una bella metafora: prendi qualcosa di logoro e lo riporti a vivere. Non nuovo, ma vero.

Paolo si mosse nel sonno. La coperta scivolò. Gliela rimisi bene.

Mi risiedetti.

Solo il gocciolio. Marzo, buio che non è più così buio.

Il blocchetto di Paolo era lì. La penna accanto. Presi la penna, fissai la riga vuota dopo il quarto punto.

Ci pensai su. Non scrissi nulla. Posai la penna.

Certe righe bisogna lasciarle vuote. Per ora. Verrà il tempo, si riempiranno.

Fuori, la pioggia. Marzo che, finalmente, comincia.

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