Non l’ho fatto entrare

Non ha fatto entrare

Valentina sentì il campanello del cancello che trillava alle dieci e mezza di mattina. Era in ginocchio nellorto, tra il prezzemolo, e stava rimuginando su quanto fosse necessario comprare un nuovo annaffiatoio, perché il becco di quello vecchio si era spaccato.

Il campanello trillò di nuovo.

Poi ancora, stavolta in modo lungo e insistente.

Valentina si tirò su, spolverò la terra dai jeans e si avviò verso il cancello con la sua solita, olimpica calma. Settembre era ancora lontano, era lultimo di maggio, la mattinata era già calda, il giardino profumava di terra bagnata e di qualcosa in fiore. Non aspettava nessuno.

Davanti al cancello cera la signora Nina Stefani.

Accanto a lei, sistemate per terra, due grandi borse a quadrettoni, un mazzo di stecche legate con lo spago e alcune cassette con piantine avvolte nella carta di giornale.

Apri disse la signora Nina . Sono qui come unestranea.

Valentina guardò prima le borse, poi le stecche, poi la suocera.

Buongiorno, signora Nina.

Buongiorno, buongiorno. Apri, che ho le mani occupate.

Non aveva avvisato che veniva.

La signora Nina provò a mettere le mani sui fianchi, per quanto fosse possibile con tutte quelle borse.

E cosa cè da avvisare? Non sono venuta in visita. Sono venuta a vivere qui. Fino a settembre. Questo è tutto mio, tra laltro, da quando ancora si andava in vacanza con il Simca mille.

Valentina non aprì il cancello.

Rimase ferma dallaltro lato della serratura, fissando la signora e zitta. Dentro, qualcosa che sembrava silenzio: non vuoto, ma denso e compatto come la terra dopo la pioggia. Le venne pure un po di sorpresa perché, di solito, in questi momenti le tremava qualcosa in gola.

Ma mi senti? la signora Nina si avvicinò alla rete.

Sì che la sento rispose Valentina . Ma lei oggi non entra.

La pausa fu lunga come la Quaresima.

Cosa hai detto?

Ho detto che non entra. Cè una nuova serratura. Lei non ha la chiave. E non era attesa.

La signora Nina la guardò come se dopotutto il cancello avesse cominciato a parlare di punto in bianco.

Valentina. Ma ti rendi conto con chi stai parlando?

Valentina si rendeva conto.

Lo capiva già da ventidue anni. Quanti ne era sposata con Sergio. Tanti anni con Nina Stefani come presenza costante: compariva quando le pareva, spariva a piacimento. Riordinava la cucina così è più comodo, spostava le lenzuola nellaltro mobile perché ci stanno meglio, la domenica alle otto in casa tanto non dormite, le spiegava che sbagliava a fare il ragù, a prendere in braccio la figlia, pure a parlare col marito.

E tutto con quel tono morbido, quasi offeso, che ti fa sentire subito colpevole senza motivo.

Poi cera Sergio:

Vale, non litigare con la mamma.

Ma cerca solo di aiutare, Vale.

Ma dai, che ti costa?

La casa di campagna era di Valentina, lasciata dai suoi genitori. Il papà era morto da otto anni, la mamma da sei. Sei pertiche alle porte di Bergamo, una casa vecchia con due stanze, una veranda con balaustre che ogni estate diceva di voler sistemare e mai sistemava. Un melo piantato dal padre, orti che ricordavano le mani della madre.

Era il suo posto.

Non qualcosa di condiviso, non il rifugio della famiglia tipo da pubblicità di passata: era il suo.

Arrivava qui a maggio quando la città diventava afosa. Tornava a settembre per scavare le patate e chiudere lacqua, certe volte anche senza motivo, per cinque giorni di pace senza TV e senza chiacchiere superflue.

Anche la signora Nina ci arrivava.

Mai invitata. Semplicemente appariva. Un venerdì Valentina arrivò e la trovò già dentro. Aveva spostato i vasi dalla veranda, rivoltato mezzo orto male, sistemato la sua roba negli armadi.

Era ora di mettere a posto, disse la signora Nina, cera un macello.

No, non era vero. Era solo il tipico disordine ordinato di Valentina, quello che capiva solo lei.

Da lì, tre anni fa, qualcosa in Valentina cambiò. Piano, non di colpo. Come cambia il tempo in maggio: mattina sole, a pranzo vento, e capisci che dovevi portare la giacca.

Chiamò Sergio:

Sergio, tua mamma è qui in campagna.

Lo so.

E non mi hai avvisata?

Ma voleva solo dare una mano

Mi ha spostato le cose.

Le rimetti a posto.

Le rimise. Poi di nuovo. Poi ancora, come in una partita a scacchi muta e la signora Nina aveva sempre la prima mossa.

Dopo fu la questione dellamaca.

Valentina comprò lamaca in giugno, un bel cotone a righe sottili. La mise tra il melo e il vecchio palo dellaltalena.

Una settimana dopo, tornando, lamaca non cera più.

Ripiegata nellangolo.

Lha tolta la signora Nina disse Sergio; come commentare il tempo . Dice che fa brutto e rovina il melo.

Non rovina niente.

Parlagliene.

Valentina ne parlò.

Signora Nina, io rimetto lamaca.

Fai pure, disse lei con una voce da sì, figuriamoci, ma poi non lamentarti se il melo si secca. Io ventanni che controllo questa pianta.

Lha piantato mio padre.

Lo so, cero pure io!

Rimise lamaca. Tre giorni dopo la signora Nina la tolse di nuovo.

Era lestate di due anni fa. Lamaca non tornò più. Poi sparì. Valentina ne fece a meno.

Quellanno chiuse il conto in comune su cui Sergio dava i soldi alla madre, senza dirle nulla. Era il loro conto, di Valentina e Sergio. Ma per la signora Nina era come se fosse suo, secondo necessità. Aprì un altro conto a suo nome.

Sergio ci rimase male.

Perché lhai fatto?

Perché lavoro pure io e voglio sapere dove vanno i miei soldi.

Mamma è in difficoltà.

Lo so. Io aiuto. Ma voglio saperlo prima.

Nessun dramma. Solo un dialogo. Sergio era pacato, incapace di litigare seriamente. Sapeva solo chiudersi in se stesso e lanciare sguardi di rimprovero. Spiacevole, ma gestibile.

Poi, a marzo, cambiò la serratura al cancello.

Basta, andò al ferramenta, comprò la serratura, la montò da sola. Prima cerano tre chiavi; ora solo due.

Sergio non lo sapeva. Non si trattava di nascondere. Semplicemente, non tutto va spiegato.

Ed eccoci qui: la signora Nina con stecche, piantine e borse, dallaltro lato del cancello.

Ti rendi conto con chi parli? insistette la signora Nina.

Mi rendo conto disse Valentina . È la madre di mio marito. La rispetto. Ma non entra.

Ma come puoi la signora Nina si zittì, cercando senza trovarlo il termine adatto. Ho portato tutto questo su due pullman! Le piantine, tutte queste stecche, da sola perché Sergio aveva da fare!

Non lho mica chiesto io.

E chi ti ha chiesto qualcosa! Ho deciso io! Qua cè lavoro in orto e tu ti perdi tra le erbacce senza far nulla!

Valentina guardò le sue mani, coperte di terra. Aveva appena piantato il prezzemolo.

Signora Nina, disse serena, le piantine può lasciarle qui fuori se vuole. Anche le stecche. Me ne occupo. Ma dentro non entra.

Cosa vuol dire no! alzò la voce, col suo tipico tono offeso per far drizzare le orecchie a tutto il vicinato. Io venivo qui già con i tuoi genitori! Qua so tutto: il pozzo, la fogna, dove si trova cosa!

Non cambia niente.

E cambiare la serratura è normale? Si fa così? Io sono la madre di tuo marito!

So chi è.

E allora? Cosa vuol dire per te?

Valentina avrebbe potuto rispondere tanto. Significava tanto, e non tutto era negativo. La signora Nina aveva aiutato con Michela quando era piccola e malata. Portava vasetti di marmellata. Una quindicina danni fa, aveva anche dato una mano coi soldi, quando Sergio era rimasto senza lavoro. Tutto vero.

Ma anche questo, adesso, era vero. Due borse, stecche, piantine. Fino a settembre.

Signora Nina, disse Valentina, lei è arrivata senza avvisare e ha detto che starà qui fino a settembre. Io non ne sapevo niente.

E che cera da dire! Non sono estranea!

Non è padrona. Questa è la mia casa di campagna. Lhanno lasciata i miei genitori.

Ah, i tuoi genitori! fece la signora Nina allargando le braccia. Adesso siamo a i miei genitori, la mia casa di campagna. E Sergio? Tuo marito, niente diritto?

Sergio è sempre il benvenuto. Lei verrà quando la inviteremo.

Un attimo di silenzio.

Dallaltra parte del vialetto passava la vicina Francesca, al guinzaglio un cane fulvo, rapita dal cellulare. La signora Nina le lanciò unocchiata storta.

Va bene, disse con una voce diversa. Pacata. Una che Valentina conosceva bene. Chiamo Sergio.

Chiamalo pure.

La signora Nina tirò fuori il cellulare, digitò. Mise in vivavoce.

Sergio. Vieni subito. Tua moglie non mi fa entrare in casa di campagna.

Sergio probabilmente era in ufficio, parlava piano e un po teso.

Mamma, come non ti fa entrare?

Sta lì, non apre. Sono arrivata con piantine, stecche, da sola, e lei niente. Diceva non ti aspettavo.

Vale, si sentì la voce di Sergio, un po sperduta, Vale, apri alla mamma.

Valentina si allontanò di un passo dal cancello, restando ben visibile.

Sergio alzò la voce perché si sentisse bene : tua madre è arrivata senza avvisare e ha annunciato che si installa qui fino a settembre. Io non lho invitata. Tu sì?

Pausa.

Eh avevamo parlato.

Avete parlato.

Mamma, esordì Sergio, avevi detto qualcosa a Vale?

Ma che cera da dire? Io ogni anno faccio così! Su che cè da spiegare.

Sergio, disse Valentina, se tua madre oggi entra qua, tu raccogli la tua roba e vai a vivere con lei. Fino a settembre. Se lei rimane fino a settembre. Tu con lei, io qui.

Altra lunga pausa.

La signora Nina la fissava.

Ma che dici? sussurrò quasi, senza più lardore di prima.

Dico quello che hai sentito, rispose Valentina. Sergio, hai capito?

Vale, ma

Hai capito?

Ho capito.

Bene.

Valentina rimase lì. Gli uccelli cinguettavano nel giardino. Il melo ombreggiava il prato, una striscia di luce danzava sullerba. Faceva caldo e quasi la vita sembrava a posto solo la suocera dietro la rete, con le stecche per la serra.

Capisci che stai distruggendo la famiglia? chiese la signora Nina. La voce, più che afflitta, aveva un tono amaro: la fase successiva. Così si rovinano le famiglie.

Sono i confini a rovinare le famiglie, non le serrature.

Quali confini! Oh Signore! Sergio, hai sentito? Parla di confini!

Mamma sospirò Sergio , aspetta. Vale, magari mamma lascia le cose e poi va, poi vi chiarirete…

Quando chiariremo, la chiamo, rispose Valentina. Oggi no.

Valentina! di nuovo in vena di comando Ma così è mancanza di rispetto!

Manca rispetto chi arriva senza avvisare e si impianta quattro mesi in casa daltri.

Daltri! allargò le braccia . Daltri, dice! Io e Boris venivamo qui quando tu manco sapevi di Sergio!

Lo so. Ma questo posto è mio. Dei miei genitori, e ora mio.

La signora Nina tolse il telefono dallorecchio. Sergio borbottava ancora, ma lei aveva già chiuso. Guardò a lungo Valentina. Poi le borse. Poi le stecche.

Davvero fai sul serio, disse. Non una domanda, un dato di fatto.

Sì.

E quindi cercava le parole. Ventidue anni. Ti ho trattato quasi da figlia

Signora Nina, la interruppe Valentina, ha fatto tanto per noi. È vero. Ma non può venire qui senza avviso, a vivere fino a settembre.

Quindi sono diventata ospite.

Non ospite. Madre di mio marito. La invito quando sono pronta.

Quando sei pronta ripeté la signora Nina, come se parlassero di un appuntamento dal dottore.

Valentina stette zitta.

La suocera rimase un po lì poi, con arte drammatica, cominciò a tirarsi su le borse. Le stecche svolazzavano ovunque. Le piantine restarono a terra.

Le lasci qui le piantine?

Non le voglio. Fanne quello che vuoi.

Si incamminò lungo il vialetto. Piano, pesante, mentre Valentina la guardava andare. Sentiva qualcosa dentro: non colpa, non pietà. Qualcosa di indefinibile, forse solo la stanchezza di dover gestire tutto ciò.

Rientrò in giardino e restò sotto il melo.

La giornata proseguì. I passeri facevano casino. Qualcuno su un orto vicino accese il decespugliatore.

Valentina pazientemente sistemò le piantine di pomodoro, quelle Cuore di bue. In verità, erano anche belle piantine. Buona terra, steli robusti.

Le piantò.

La sera tornò a Milano. Sergio era in cucina, davanti al tè e allo sguardo basso.

Mamma è rimasta male.

Lo so.

Ha chiamato tre volte.

Ho sentito. Non ho risposto.

Sergio rimase in silenzio.

Vale, perché così dura?

Dura come?

Così. Non farla entrare.

È arrivata senza avviso con tutte le cose per quattro mesi.

E allora? Non è una sconosciuta.

Valentina mise la borsa sulla sedia, si tolse la giacca, la appese. Andò a lavarsi le mani, lenta, perché tanto nessuna fretta.

Poi tornò, si versò un bicchiere dacqua, si accomodò davanti a Sergio.

Sergio. Lavevi autorizzata a venire?

Non rispose subito.

Sergio.

Avevamo parlato, che poteva venire destate

Le hai dato il permesso.

Non lho fermata.

È uguale rispose Valentina . Sapevi, non mi hai detto niente.

Pensavo non ti dispiacesse.

E perché?

Lui si strinse nelle spalle, il suo classico modo per evitare le tempeste.

Sergio, guardami.

Si guardarono.

Te lo dico ora e basta. Se succede di nuovo tua madre torna qui senza che io lo sappia ci vai tu. Lei non verrà da me, andrai tu da lei. Non una minaccia. Solo realtà.

Lui restò a fissarla.

Dici sul serio.

Sì.

Prese la tazza, la posò, la riprese.

Mamma pensa che tu voglia umiliarla apposta.

Può pensare quello che vuole. Non lho umiliata. Semplicemente non lho fatta entrare dove non è stata invitata. È unaltra cosa.

È andata via in lacrime.

Valentina non rispose. Sapeva bene che la signora Nina le lacrime le serviva sempre calde e al punto giusto, erano parte del repertorio: voce offesa, voce flebile, lacrime. Sempre in questordine, come la ciambella con zucchero a velo.

Vado a letto, sono stanca disse Valentina.

Si alzò. Sergio restò in cucina.

Era martedì.

Mercoledì silenzioso. Giovedì si sciolse un poco. Venerdì propose di andare insieme in campagna nel weekend. Valentina accettò.

Arrivarono il sabato mattina, e mentre Sergio scaricava il baule, Valentina guardava il melo. Era quello il posto dove stava lamaca.

Aveva comprato una nuova amaca ad aprile. Ancora sigillata, sulla veranda.

Aiutami a montarla chiese a Sergio.

Lamaca?

Sì.

Senza commentare, Sergio prese le corde, allacciò al melo e al palo. Lamaca si tese tra gli alberi: cotone a righe blu. Diversa, però. Non la stessa di prima.

Così va bene? chiese lui.

Sì, rispose Valentina.

Si sdraiò. Sopra di lei cielo, melo, un po di vento. Sergio rimase un momento poi sparì in casa a fare il caffè.

Si stava bene.

Non bene come quando niente succede, ma bene di un bene diverso: quello che arriva quando hai fatto quello che sapevi giusto, anche se non piacevole.

I giorni scorrevano tranquilli.

La signora Nina non chiamava Valentina. Chiamava Sergio: lei lo capiva da come lui prendeva il telefono e usciva fuori, risposte brevi. Non chiese di cosa parlassero: affari suoi.

Dopo due settimane, la vicina dellorto, la signora Rosa, pensionata della parrocchia di fronte, la chiamò attraverso la rete.

Vale, è vero che la suocera non ci viene più?

Vero.

Meglio così disse la signora Rosa . Lanno scorso non mi ha lasciato in pace con la storia che seminavo male il radicchio. Quarantanni che semino io!

Valentina scoppiò a ridere. Per la prima volta da settimane, rise davvero.

Che hai intenzione di fare con la serra? domandò la signora Rosa.

Forse la monto.

Ti servono stecche?

Servono.

Vieni da me, ne ho di troppo.

Così, senza tragedie.

Sergio un giorno le disse:

Mamma adesso sta da Gaia, mia cugina. Si occupa dei nipotini.

Bene rispose Valentina.

Sei contenta?

Ci pensò su.

Né contenta né dispiaciuta. È meglio così.

Sergio annuì. Poi aggiunse:

Lho capito che ho sbagliato a non dirti nulla.

Sì.

Non vuoi dire che adesso va tutto bene?

Non lo dirò. Non andava bene. Ma ora va meglio.

Lui annuì ancora. Breve scambio, senza smancerie. A volte basta.

Giugno arrivò caldo.

Valentina andò in campagna il primo sabato da sola, la mattina presto, col nebbione sulle valli. Aprì il cancello con la sua chiave, camminò sul vialetto, mise su il tè.

Poi andò in giardino.

Le piantine di pomodoro della suocera, i Cuore di bue, già in fiore. Robuste, a dirla tutta.

Il prezzemolo era spuntato.

Lungo la rete, dove la terra era sempre stata nuda, piantò tre peonie rosa. Erano anni che le desiderava. Sempre rimandato per qualche motivo. Stavolta le mise.

Non sarebbero fiorite subito. Le peonie il primo anno non fioriscono. Forse neanche il secondo. Ma stavano lì. Radici. Linizio.

Tornò in veranda, prese il tè e andò allamaca.

Si sdraiò.

Il melo protendeva i suoi rami. Le foglie danzavano al vento.

Un merlo venne sullorto, sostò su un paletto, poi volò via.

Valentina stava lì, senza pensare a niente e a tutto insieme. Che magari doveva finalmente aggiustare la balaustra. Che domenica sarebbe venuto Sergio e forse avrebbero grigliato. Che lanno prima aveva detto di comprare i lamponi e sera dimenticata. Che Michela ormai viveva a Venezia e chiamava una volta a settimana. Che sua mamma amava sedersi proprio lì, angolo in ombra con un libro.

Nessuna di queste cose andava fatta subito.

Erano e basta.

La settimana dopo Valentina tornò. Portò due piante di lampone, piantate vicino al confine.

La signora Rosa losservava tra la rete.

Bei lamponi?

Dice la targhetta rifiorenti.

I rifiorenti son buoni disse la signora Rosa . Vanno innaffiati bene.

Innaffierò.

Adesso da te cè silenzio si fermò un attimo . Silenzio è bello. Io e mio marito sempre così Certi dicevano che noia. A me piaceva.

Anche a me rispose Valentina.

Un cenno. Rosa tornò alle sue faccende.

Valentina guardò i lamponi, gli orti, lamaca, le peonie nuove. Solo foglie, per ora.

Entrò in casa a fare un panino.

Poi avrebbe sistemato il vialetto un po sprofondato. Magari si sarebbe sdraiata a leggere quellunico libro lasciato sulla veranda da tre settimane.

Era un giorno qualsiasi.

Ed era proprio ciò che le serviva.

Dopo altre tre settimane, la signora Nina telefonò a Valentina. Non a Sergio. A lei. Sorprendente.

Vide il nome, ci pensò su e rispose.

Pronto, signora Nina?

Buongiorno, Valentina. Volevo chiedere Le piantine sono attecchite?

Pausa brevissima.

Sì. Sono belle piante.

Meno male.

Fine. Clic.

Valentina restò col telefono in mano.

Forse, il loro dialogo più onesto in ventidue anni.

Lo ripose e tornò in giardino a bagnare i pomodori.

A fine luglio arrivò Michela. Vive a Venezia, lavora in qualche azienda di cui Valentina capisce niente, ma annuisce. Era venuta per tre giorni, con lamico suo, Luca: abbronzati, un po rumorosi, da venticinquenni felici.

La prima sera si fece barbecue. Sergio cera già dal pomeriggio. Stavano tutti insieme in veranda; era buio, le lucine colorate comprate lanno prima brillavano sulle balaustre.

Mamma, cè più pace qui disse Michela.

Più pace, come?

Eh, cè calma. Prima sembrava che niente andasse come doveva. Ora sì.

Non è cambiato nulla: stessa balaustra, stesso orto rispose Valentina.

No, cè qualcosa, fidati. Non so spiegare. Si sente.

Sergio non disse nulla. Guardava le braci.

Luca, ignaro di tutto, mangiava carne e diceva che in campagna era fantastico, che a Venezia certe cose non si fanno.

Anche lì ci sono orti ribatté Michela.

Ma non uguali.

Cosa intendi?

Così, tranquilli.

Risero, cambiando argomento.

Valentina ascoltava. Michela aveva ragione: qualcosa era cambiato. Qui. O forse dentro di lei difficile distinguere.

Il giorno dopo andarono al mercato, mamma e figlia. Come quando era piccola, mano nella mano, solo che ora era lei più alta.

Hai parlato con nonna Nina?

Ogni tanto.

È arrabbiata?

Forse. Non chiedo.

Michela tacque.

Hai fatto bene.

Valentina si stupì.

Lo sai?

Papà me lha detto. Un po. Che è venuta e tu lhai fermata.

E tu cosa ne pensi?

Che era giusta. Ha sempre fatto così: arriva e decide. Tu sopportavi. Ora basta.

Ce la facevo.

No, mamma. Sopportavi. È diverso.

Valentina sorrise: Sei diventata saggia.

Lo ero già, dai rise anche lei.

Presero delle fragole, pane e del formaggio scelto da Michela. Era davvero buono.

Il terzo giorno se ne andarono, Michela e Luca. Sergio tornò al lavoro. Valentina restò sola.

Si rimise in giardino.

Il melo quieto, lamaca oscillava appena. Le peonie verdi, ancora solo foglie, ma solide, come qualcosa che sa di potercela fare.

Si avvicinò. Si accucciò. Accarezzò le foglie.

Lanno prossimo fiorite disse a voce alta.

Un po buffo, parlare alle piante. Ma sua mamma lo faceva. Anche al melo. Diceva che sentono.

Magari è vero.

Lultima settimana dagosto Sergio venne in campagna da solo, lei era in città al lavoro. Telefonò la sera.

Ho riparato la balaustra.

Davvero?

Sì, un po storta, ma tiene.

Bene disse lei.

Pausa.

Mamma sta sempre da Gaia. Va bene lì, i bimbi le vogliono bene.

Sono contenta.

Davvero contenta?

Sì.

Silenzio.

Vale, voglio solo che tu sappia che ho capito di aver sbagliato spesso: a dirti non litigare con mamma, invece di altro.

Lo so.

Non è una scusa. Solo, sappi che lo so.

Lo so, Sergio.

Telefonata tranquilla, senza drammi. Lei era in cucina, la finestra sulla pioggia, la minestra sui fornelli, venti minuti ancora a bollire.

Va bene disse lui . Domani arrivo.

Porta il pane.

Lo porto.

Appoggiò il telefono. Mescolò la zuppa. Guardò fuori.

Settembre era vicino: era tempo di scavare patate, chiudere lacqua, raccogliere gli ultimi pomodori.

Pensò alle peonie: lì, nascoste nella terra umida. Radici. Linizio.

Lanno prossimo fioriranno.

La mattina dopo la chiamò la signora Nina. Ancora una volta a sorpresa.

Valentina, hai un attimo?

Sì, dica pure.

Volevo la pausa fu lunga come unattesa allASL dire che, insomma, forse ho sbagliato. A quellepoca. Con la casa di campagna.

Valentina la lasciò parlare.

Non sono abituata a sentirmi dire di no continuò la signora Nina . Boris mai mi diceva di no. Sergio neanche. E tu pure, prima.

Ora sì.

Eh, ho sentito.

Silenzio.

Non è che penso che hai fatto bene, comè andata aggiunse doverosamente . Ma capisco che è il tuo posto.

Sì.

Posso venire, a ottobre magari? Voglio vedere le mele. Erano buone quelle del tuo papà.

Può venire. Basta che avvisa prima.

Avviserò.

La signora Nina raccontò ancora un paio di minuti: di Gaia, dei nipoti, di un nuovo tipo di lampone che ha piantato Gaia. Chiacchiere neutre, per alleggerire un dialogo difficile. Valentina ascoltava.

Poi si salutarono.

Versò altro tè. Guardò fuori.

La pioggia era finita. Il sole autunnale, pallido anche se erano ancora i primi di settembre.

La sera Sergio arrivò col pane.

Ha chiamato mamma? chiese.

Sì.

E allora?

Abbiamo parlato.

Lui la fissò in cerca di dettagli.

Niente di speciale. Vuole venire a vedere le mele in autunno.

Hai detto sì?

Ha detto che chiama prima, allora sì.

Lui annuì col sollievo di chi si aspettava una catastrofe e trova solo una pozzanghera.

Bene disse.

Bene. Lascia il pane, mi lavo le mani, poi mangiamo.

Andò in bagno. Accese lacqua.

Sentiva Sergio che metteva su la moka, apriva il pane, tirava fuori i piatti. Suoni abitudinari di ventidue anni.

Niente era cambiato e tutto era cambiato insieme. Verità concorrenti, eppure possibili entrambe.

La prima settimana di settembre tornò da sola. Raccolse patate, pomodori, preparò il giardino per linverno. Lavori dautunno: adorava sapere quando una cosa era finita.

Il giorno era grigio e calmo. Odore di terra e di foglie bagnate.

Lavorò ore, poi si prese una pausa. Tè dal termos. Allamaca.

Si sdraiò.

Il cielo era coperto. Il melo silenzioso.

Le peonie ancora verdi, le foglie un po ingiallite ai bordi.

Lanno prossimo fioriranno.

Rimase in amaca con il tè ormai freddo. Un po di freddo addosso, ma aveva la giacca.

Buongiorno! una voce oltre la rete.

La signora Rosa.

Buongiorno rispose Valentina.

Belle, le sue peonie. Che varietà sono?

Normali. Rosa.

Le rosa sono buone. Lanno prossimo fioriranno.

Sì.

La signora Rosa chiacchierò ancora dei vicini, che finalmente avevano smesso di martellare tutta lestate. Valentina ascoltava, fissando il cielo.

Senta, signora Valentina è vero che la suocera è andata a stare dalla nipote?

Sì.

Starà bene lì, i nipoti danno vita.

Forse sì.

Qui si sta più tranquilli?

Valentina rifletté.

Sì. Più tranquilla.

Bene così! disse la signora Rosa . Io con la mia suocera, finché cera mio marito ma lasciamo stare. Non crede che sia solo lei, succede a tante.

Lo so.

Limportante è non perdere sé stesse. Il resto va a posto da sé.

La signora Rosa sparì. Passi dietro la rete.

Valentina nellamaca. Il tè ormai freddo. Sulle fronde i primi gialli tra il verde.

Chiuse gli occhi.

Non doveva decidere niente. Spiegare niente. Nessun dovere di recitare, nessun bisogno di frasi giuste. Poteva solo stendersi, lasciarsi cullare dal suono del giardino silenzioso, sentire lodore dellautunno arrivare e ricordare che questo posto dal melo alle peonie lungo la recinzione, dal cancello nuovo alle balaustre storte riparate da Sergio era suo.

Non di tutti, non per diritto di voto o di matrimonio. Proprio suo.

Dal giardino dei vicini, due orti più avanti, un bambino rise forte e qualcosa rotolò giù.

Il cellulare vibrò in tasca.

Aprì gli occhi. Era Sergio.

Sei ancora là?

Sì.

Domattina arrivo. Rifaccio la balaustra dritta stavolta, che tu avevi detto

Lhai detto tu. Io ho solo confermato.

Eh, va beh. Domani vengo. E raccogliamo anche le mele.

Sì. Porta la scala.

La porto. Mangia qualcosa, che poi ti dimentichi.

Non mi dimentico.

Sì che ti dimentichi, Vale. Ti conosco.

Le scappò un sorriso.

Ok. Non dimentico.

A domani allora.

A domani.

Rimise via il telefono.

Sopra di lei solo cielo, melo e la calma grigia di settembre.

Domani sarebbe arrivato Sergio. Raccolgono le mele, chiudono lacqua, chiudono la casa. Poi torneranno in ottobre. Poi sarà inverno, il giardino sotto la neve, le peonie a dormire, i bulbi a sognare la primavera.

Si tirò su dallamaca.

Aveva ancora da scavare lultimo filare di patate. Chiudere la serra. Poi, per una volta, si sarebbe fatta una cena decente e magari a letto presto.

Prese la vanga. Camminò verso lorto.

Dal giardino della signora Rosa partì il solito decespugliatore: il rumore più normale dellultimo pezzo destate.

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Il fatto di possedere un appartamento mi impedisce di sposarmi