La vita vera

La vera vita

Ma dove vai?! Stanno per arrivare! Caterina! Fermati, dai, che figuraccia! Gli ospiti… gridò Tamara, scuotendo la testa mentre la figlia fuggiva via nella luce del pomeriggio. Caterina, non ascoltava mai; sempre ostinata, contraria a tutto. Si erano organizzate per ricevere degli amici quel fine settimana, tra poco sarebbero arrivati. Bisognava accoglierli, salutare con educazione, mostrare che i Rinaldi erano padroni di casa ospitali e raffinati. Tra loro cera anche Tommaso, il figlio degli amici invitati, era giusto che si conoscessero…

Caterina, torna qui! Ho detto subito! Mettiti il vestito che ti ho lasciato sul letto e attendi gli ospiti. Legati i capelli, e… Scarpe! Hai portato le scarpe? Dove le hai messe?

Lasciami in pace, per favore! rispose imbronciata la ragazza, alta e slanciata, mentre scivolava giù dalla scalinata e correva verso il cancello. I lunghi capelli castani, sottili e spettinati come quelli del padre, le ricadevano sulle spalle, scompigliati dal vento. Faccio quello che voglio! Siete voi che avete invitato i Mancini, vedetevela voi! gridò girandosi a metà strada, chiudendo poi con un colpo la porta di legno e correndo giù per la via, verso il municipio, e più avanti tra i campi di grano, doro acceso, scossi dalla brezza, con macchie rugginose dove le nuvole posavano la loro ombra.

Le spighe, fitte e dritte come baffi di gatto, si inclinavano al suo passaggio, ma Caterina non vi prestava attenzione. Non vide il nibbio che, infastidito dalla sua presenza sul sentiero, si alzò a spirale nel cielo fino a diventare un punto nero lontanissimo; né il topo grigio, reso grassotto dai raccolti estivi, che si rifugiava tremando nella sua tana; neppure le mucche che si sollevavano pigre dal pascolo accanto, con gli occhi lucidi e il ciuffo sugli occhi, la seguirono con lo sguardo. E il pastore, zio Vittorio, accostò la visiera del suo berretto e scosse i baffi bianco latte, ridendo piano: Fossi in lei, attenta alle ginocchia! Cade così, si sbuccia tutte le gambe Era stato lui, da giovane, il più forte del paese: bloccava i buoi al galoppo e piegava le catene solo con le spalle, una vera forza della natura. Ora era anziano, ma ancora sveglio.

Vittorio viveva a Cortemaggiore da sempre. Era nato in una stalla, tra la paglia che sapeva di sole estivo, nelle braccia di nonna Aglaia, perché la mamma si era sentita male e non ce laveva fatta ad arrivare in città. Così era cresciuto lì, in una casa sempre piena di parenti e amici; a tavola, tutti stretti sulle panche, ci si stringeva come sardine. Senza padre, solo mamma Speranza e i mille parenti: zii, zie, le sorelle di mamma che lo coccolavano cantando e ridacchiando fitto fitto, con la complicità di occhiate e fronti aggrottate che il piccolo Vittorio non capiva. Quando gli zii tornavano dal lavoro si facevano sentire, e le zie, scattanti, si mettevano a servire la cena. Sulla tavola il pane era tagliato in grandi pagnotte, cipolle e uova sode in bella vista, quasi fosse un nido di uccelli.

Il più anziano, zio Gregorio, lo prendeva sulle ginocchia, lo accarezzava e affondava il naso tra i capelli biondi e arruffati dal sole. Lui e la moglie Adele non avevano figli così trattavano Vittorio come il loro bambino, e Speranza non diceva di no, tanto lì erano tutti una famiglia sola.

Quando Speranza finì in ospedale, gli sembrava impossibile che ciascuno vivesse per sé, nella sua stanza, a nascondere la propria cena nei comodini. Non si era mai abituata a vivere così separati.

In città è diverso, Speranza, cè un muro qua, un muro là. E dietro il muro chissà che cè! Nessuno si immischia nella vita daltri, ognuno pensa al suo diceva con un sorriso la vicina di letto, zia Anna, donna robusta con mani gonfie e baffetti sopra il labbro.

Prenda, ho qui dei lamponi che ha raccolto il mio Vittorio allungava Speranza il cestino, li ha trovati in un bosco che conosce solo lui…

Tuo figlio, eh? diceva Anna ruotando tra le dita una bacca rosso scuro, turgida, profumata di bosco e sole, che sembrava brillare di luce propria. Anche un filo di resina si sentiva Vittorio li aveva raccolti accanto alle conifere, vicino alla stele che avevano messo per i partigiani caduti nel 44, quando era ragazzo.

Tanta dolcezza e silenzio nel bosco, non il silenzio assordante, ma un silenzio pieno di suoni vivi, di pace aperta e ariosa come il cielo.

Bella da mangiare, ma quasi dispiace rideva Anna, e abbassava la voce: Mio marito era pittore, per una bacca così ti avrebbe dato tutto, anche lultima moneta…

Speranza ascoltava in silenzio. Quella vita cittadina le sembrava un altro pianeta, eppure era reale.

Non ti preoccupare, piccola, annuiva Anna Guarirai, tornerai a casa dal tuo ragazzo. Ognuno deve tornare al suo posto.

E così fu. Quando ritornò a casa, tutto profumava di pane e farina, si festeggiava lonomastico di zio Gregorio. Tavola imbandita, donne che impastavano la pasta e la farina svolazzava come nebbia tra i raggi di sole. E tutte le voci a chiamarla, e il suo bambino col volto rigato di lacrime, che spesso, pur circondato da affetto, sentiva la mancanza della mamma come una ferita…

Vittorio sorrideva di quei ricordi.

Se qualcuno glielavesse detto Ma che vita, sempre in venti e senza nemmeno un angolo tutto per te! avrebbe solo sorriso. Lui non laveva mai cercato quellangolo. Troppo grande lo spazio fuori: se stavi male, bastava scappare tra i campi, urlare, il grano si sarebbe piegato e la terra nascosto ogni lacrima. Se eri felice, potevi correre allimpazzata sotto la pioggia, rotolarti nellerba, guardare le nuvole attraversare il cielo come treni bianchi, morbidi, inseguiti dai falchi.

Eppure, un piccolo rifugio laveva. La soffitta: sotto la trave odorosa di resina teneva le sue cose foto del padre, la cintura militare lucida, confezioni di caramelle natalizie, sassi, scatoline, un portasigari smaltato, un coltellino tascabile, un frammento di specchio, la lente lasciata dal maestro Luigi…

A cosa servivano? Che domanda… come i quaderni e i vestiti nel baule di mamma: erano pezzetti di anima, frammenti di storie, di vita, che ogni tanto andavano rivisti per non perdere quel calore…

Era da anni che Vittorio non metteva piede in soffitta; avrà fatto tutto a pezzi qualche topolino. Ma la fotografia di papà era appesa nella sala accanto a quella di mamma, e lì vicino, in bianco e nero, lui e la moglie Antonia, la foto datelier.

Non sapeva nemmeno se i genitori si erano davvero sposati. Tutti i registri erano bruciati durante la guerra, mamma e le sue sorelle non parlavano mai del padre. Sul documento rinnovato di Speranza, senza nemmeno il timbro di matrimonio.

Meglio che tu non sappia nulla, sei ancora piccolo… dicevano. E diventato grande, non chiese più. Per lui, Piero era rimasto solo quelluomo sorridente nella foto, coraggioso e gentile, come lo aveva immaginato da bambino…

Cresciuto in mezzo a tanta gente, poi piano piano ognuno aveva preso la propria vita: zii e zie invecchiavano, i figli studiavano in città e portavano via anche i genitori. Ma Vittorio non se nera mai andato. Quando finì la scuola, la mamma si ammalò e lui restò accanto fino alla fine. Poi, con il trattore nuovo assegnato dalla cooperativa, lavorava la terra, la foto di mamma infilata sotto il parabrezza, che gli sorrideva sul suo cammino per le campagne.

I Rinaldi stavano dallaltra parte della strada. La famiglia della mamma di Caterina era stata trasferita lì da Milano durante il fascismo, la grande casa di città data ad altri. Il bisnonno di Caterina, Carlo, e la moglie, Elisabetta, donna raffinata e viziata mai una chiacchiera coi vicini se ne stavano in giardino, si lamentavano e a volte parlavano in francese, scatenando la diffidenza delle donne del paese.

Ma che dicono? Magari tramano qualcosa… borbottavano, mentre gli uomini si limitavano a scrollare le spalle.

Carlo, sempre spaventato dai lavori di campagna, raffinato cittadino, evitava le mucche, puliva le mani col fazzoletto profumato alla lavanda… Vittorio ricordava come alcuni contadini avevano portato prodotti dellorto per i Rinaldi, che inizialmente rifiutavano con fierezza, ma col tempo finirono per accettare ringraziando.

Il presidente della cooperativa diceva spesso: Ci sono persone fuori acqua, qui non mettono mai radici, ma che ci vuoi fare… La vita va così, e guardava le distese di campi che si confondevano col cielo.

Anni dopo, i Rinaldi poterono tornare in città. Vittorio ricordava a malapena Tamara, la mamma di Caterina, poco più giovane di lui e molto viziata. Era stata portata a Milano quando lui aveva dodici anni, e tornò adulta, col marito e la figlia, per prendere possesso delleredità. Decisero di non vendere la casa, la ristrutturarono, fecero il giardino a modo loro, con aiuole di gigli e peonie, sentieri di ghiaino e uno stagno artificiale. Venivano lestate a rilassarsi, prendevano il sole, si dondolavano sullaltalena in fondo, ma sempre distaccati dagli altri.

Anche ora cera fermento: Tamara tagliava le rose, mentre suo marito, Michele, preparava il barbecue. I cancelli spalancati promettevano festa, molte auto e canzoni fino allalba. Tamara aveva una voce bassa e profonda, cantava romanze seduta sulla veranda, avvolta nello scialle colorato, e il marito la accompagnava alla chitarra. Ma lei, in fondo, era stanca di tutto, sognava solo di tornare nellappartamento di Milano, lontana da occhi indiscreti.

Gli ospiti erano sempre raffinati come i padroni: signore in abiti svolazzanti, uomini nei pantaloni di lino e camicie leggere. Le donne dietro agli ombrellini, gli uomini gustavano i cocktail preparati da Tamara, ricette imparate allestero per stupire gli amici. Caterina veniva in campagna di rado, restava sempre in città, chiusa in casa o con la tata.

E la piccola vostra? Non viene fuori? Vuole del latte appena munto dalla mia Bianca? domandava la vicina, la signora Lucia, infischiandosi contro il recinto.

Caterina non ama il latte, grazie Lucia, sorrideva stancamente Tamara.

A suo parere, la campagna non era adatta alla figlia: cerano insetti, la polvere che avrebbe rovinato i graziosi vestitini di marca e, soprattutto, Caterina poteva lasciarsi trascinare dai ragazzini del paese, rumorosi e spettinati. Quella vita doveva restare lontana: non confondere sua figlia, non tentarla.

E in effetti, con Caterina era sempre un trambusto. Corse, risate, storie strampalate. Tamara finiva sfinita, e la lasciava spesso con la tata.

Oggi però Caterina cera, e aveva già combinato un mezzo disastro, rifiutandosi di comportarsi da brava figlia di un noto accademico del CNR.

Che ragazzina difficile! sospirò Tamara a occhi chiusi.

Ogni dettaglio era sempre calcolato: conversazioni, menu, posacenere in argento, giochi da tavolo posati con cura, carte ben nascoste, prosecco ghiacciato, prosciutto affettato con precisione. Per la cucina cera la tata Pellegrina, che amava mischiare e sorridere ai passanti dalla finestra spalancata.

Ma lasciala correre! gridava alla signora. Un po di sole fa bene, ha più colore una mozzarella! Tamara, vieni a dare unocchiata, assaggia se va bene di sale!

Tamara la ignorò. Siete proprio impossibili, Pellegrina… La viziate troppo! e andò a controllare la tavola sotto la pergola.

Un improvviso vento portò lodore del letame. Tamara fece una smorfia: Michele, dovevamo vendere questa casa e comprarne una in una zona decente, senza mucche e galli!

Ma dai, Tamara! Siamo tutti figli della terra! Cè del romanticismo in tutto questo, non credi? rispose Michele strizzando locchio.

Uff, lasciami stare! Ecco, stanno arrivando. Michele! I Mancini! Io vado a cambiarmi, accoglili tu. Pellegrina! Porta la limonata!

Ricevere a regola d’arte, fare bella figura, ma senza esagerare… Tamara era bravissima. Se tutto fosse andato bene, il professor Mancini avrebbe forse aiutato Michele a lavorare in laboratorio, offrendogli una ricerca interessante…

Peccato che allarrivo, proprio davanti al vialetto, le mucche avevano lasciato in dono le loro “frittelle” odorose. Lauto dei Mancini si fermò giusto lì e Tommaso, il figlio quindicenne, saltò fuori finendo con scarpe sporche. Tamara smise un attimo di respirare. Ma i Mancini risero, il professor Mancini spostò lauto e si stiracchiò.

Che meraviglia! Michele, si va a fare il bagno al fiume? Dovè il tuo fiume, eh? chiese a gran voce.

Michele scrollò le spalle: Tamara non aveva dato disposizioni. La balneazione era decorosa? Lacqua era pulita? Forse meglio la tavola.

Venite a tavola! Abbiamo già preparato tutto per voi, Tamara spalancò le braccia, accogliendo gli amici Maria, sei pallida! Le strade di campagna stancano… Lho detto mille volte: dovevamo comprare una villa nuova! Vi porto un bicchier dacqua.

Dalla finestra Pellegrina si sporse con il viso florido e porse un bicchiere fresco. Tamara le fece un cenno grato. Finalmente qualcuno che si ricordava di lei. Gli uomini si erano già seduti, chiacchierando di pesca, le donne sistemavano i fiori, mentre Caterina era sparita.

Dove sta Caterina? chiese allora Tommaso a Tamara, che stava portando in tavola una torta di pesce bellissima. Non è venuta?

Ma sì, gironzola da qualche parte, rispose Tamara infastidita.

Scusate, si sentì la voce di Vittorio dalla recinzione. Vostra figlia è giù vicino al bosco. Se non la raggiungete, rischia di perdersi… Da quelle parti cè un meraviglioso boschetto di lamponi. Dovreste andare, è una bontà.

Grazie, ci pensiamo noi fu la risposta fredda di Tamara. Ma Tommaso si illuminò e prese dalla macchina un piccolo fagotto, cercando una cesta per i lamponi, poi via, correndo sul sentiero.

Segui la stradina tra i campi, non aver paura, sorrise Vittorio. Da lui emanava una gentilezza semplice, familiare; Tamara invece sembrava sempre distante.

Vado, mamma! fece Maria, la mamma di Tommaso. Tamara intanto mormorava: Proprio a pranzo dovevano debuttare così…

Fuori, Pellegrina depositò il samovar pieno di tè, mentre Michele e il professor Mancini pasteggiavano con vino e cipolle fresche, alla maniera dei contadini, ridendo felici.

Tommaso correva scalzo, mentre lallodola cantava nel cielo e il treno fischiava dietro il bosco. Seduta nellerba, Caterina non laveva sentito arrivare.

Caterinaaaa! gridò il ragazzo, agitando il fagottino.

Lei si alzò di scatto, la mano a visiera sugli occhi, e si voltò per andarsene, già prevedendo che la madre aveva mandato Tommaso a prenderla. Ma questa volta non si sarebbe lasciata convincere. Era stanca di questa recita di ospitalità tutta facciata, e dopo la festa la madre avrebbe dichiarato quanto fosse stanca di tutto, compresi gli ospiti e le chiacchiere inutili.

E allora perché tutto ciò, mamma? aveva osato chiederle Caterina, una volta.

Come perché? E le vacanze nelle migliori terme? E la scuola più prestigiosa per te, le visite agli specialisti per tuo padre? Le cose importanti si ottengono solo così, con relazioni, Caterina. Capito?

Caterina aveva capito. Però avrebbe voluto vivere diversamente, più sinceramente. Forse era possibile…

Aspetta, fermati! Non vado là, non ci torno! Non voglio cambiarmi! E non canterò davanti a tutti!

Tommaso, senza parole, le fece cenno di tacere indicando qualcosa dietro di lei.

Cosa c’è? Se non ti sta bene, vattene! brontolò lei, ma il ragazzo la richiamò con un sussurro: Gira piano… molto piano, o lo spaventi!

Caterina si voltò lentamente, temendo chissà quale animale, magari un cinghiale.

Un cucciolo di daino, marroncino e goffo, stava lì accanto, annusava il tronco di una betulla, tremando tutto. All’improvviso, barcollò con una specie di gemito.

Cosa ha? chiese piano Caterina, stringendosi a Tommaso.

Si sarà perso. Una volta, con mio padre, abbiamo sfamato i cuccioli al rifugio, con le carote. Mangiano dalla mano, leccano piano le dita E la madre del daino, vedrai, ora lo cercherà.

Caterina sorrise per la prima volta quella giornata. Sentiva una voglia di saltare, di ridere, quasi come quando era bambina. Stringeva la mano di Tommaso, e lui ricambiava serio e gentile.

Il daino, annusatili, sparì verso il folto della boscaglia.

Qualcuno mi ha detto che poco più avanti cè un boschetto di lamponi, sussurrò Tommaso.

Ah, è zio Vittorio! Lo conoscono tutti qui, è buono anche se vecchio. Mia madre non vuole che parli con la gente del paese, però io fuggo sempre e nascondo le amicizie… Andiamo. Zia Lucia dice che più avanti cè anche il monumento ai partigiani, lha eretto nonno Vittorio quando erano tutti ragazzi…

E si incamminarono, ridendo, per la siepe di lamponi che brillavano al sole come rubini, condividendo racconti, confidenze, misteri familiari che sembravano comuni a tutti. Ogni tanto un vento improvviso, il canto di una cincia, un picchio indaffarato. E la pace del bosco a guardarli, come se la vita, ancora una volta, si fermasse solo per loro.

E quello, cosè? chiese Caterina quando videro il fagotto.

Un aquilone! Lho fatto io. Vieni, facciamolo volare!

Si misero a correre lungo la stradina sterrata, Tommaso stringeva il filo, mentre sopra di loro laquilone rosso danzava tra i rondoni.

Ma chi è quella pazza che corre così? Michele, ma è Caterina? Che figura fa?! Tamara balzò in piedi vedendo i ragazzi scatenati.

Ah! Guarda il capolavoro di Tommaso, che aquilone! rise il professor Mancini. E tua figlia che atleta! Fa sport?

Vittorio accolse i ragazzi davanti al cancello. Tommaso gli gridò: Grazie per i lamponi, zio Vittorio! E per il monumento è opera vostra?

Sì, abbiam fatto tutti insieme, rispose lui. Andate pure a casa, è ora di cena. Passerò più tardi con dei funghi freschi, che le vostre mamme li cucinino!

La moglie di Vittorio, Antonia, offrì ai ragazzi biscotti e li benedisse. Caterina e Tommaso le ricordavano i suoi nipoti: pieni di vita, curiosi, uno spettacolo.

Arriveranno anche i nostri, non stare triste la consolava Vittorio abbracciandola.

Intanto Tamara sedeva da sola in veranda, lo sguardo fisso. Tutti lavevano lasciata sola! Gli uomini a pescare, Maria a passeggiare, i ragazzi a trafficare nel capanno. Caterina sarebbe arrivata sporca, sicuramente…

Ma comè possibile, Pellegrina! Ti affanni, ti affanni, e alla fine vanno tutti per conto loro… Bisogna pure mantenere un certo decoro! si lamentava con la tata.

Oh, ma la vita è tutta così, Tamara cara, sorrideva Pellegrina. Basta non vivere di apparenze, basta non recitare sempre! Dai, vieni a cantare con me, prendo la chitarra.

Si sentì lo stropiccio delle ciabatte sulle assi, la chitarra tintinnò in casa, Tamara sospirò. Forse, davvero, era ora di uscire dal proprio guscio… La signora Lucia trafficava nel suo orto, sincera e sorridente, e Vittorio, con la cesta piena di funghi profumati dabete, proprio come quelli raccolti da bambina nelle mattine umide destate, glieli aveva appena portati.

Anche lei aveva avuto la sua infanzia con gli stivali di gomma, la cesta al braccio, la mano della nonna ruvida e calda. Erano stati pochi attimi veri, senza orpelli, ma felici. Peccato solo che siano passati così in fretta…

Domani porto Caterina al fiume, interruppe il canto Tamara. E poi, nel bosco. Le servirà un po’ di natura, le fa bene…

Pellegrina annuì: la signora Tamara si scioglieva pian piano, ricominciava a respirare. Qui, fuori, era ancora possibile perdersi nel profumo del grano, toccare la terra, sentire la vita e imparare di nuovo a gioire delle cose semplici; e magari, una volta a casa, ricordare la signora Lucia, Vittorio, il daino, il monumento, il fumo che sale dai comignoli. E magari finalmente capire che il vero bene si fa senza paura, restando sempre fedeli a se stessi. Sarebbe bello che la vita andasse davvero così…

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La vita vera
Il nipote estraneo.