Ombre Svanite
“Vieni, Annina! Subito! Ti aspetto! Devi conoscere la verità.”
Un messaggio breve e alquanto ambiguo, arrivato dalla zia, fece rabbrividire Anna.
Zia Rosa, che per me era sempre stata “mamma Rosa”, aveva sempre scritto lettere lunghissime, piene di dettagli, rigorosamente su carta. Le spediva per posta, come aveva fatto anche quando io non ero ancora nata.
Sono ormai una vecchia funghetta, Annina! borbottava zia Rosa, digitando con un dito goffo sulla tastiera del portatile che le avevo regalato. È troppo tardi per imparare queste cose, e poi a che servono? Son cose senzanima, queste! Io prendo la penna e ti scrivo una lettera vera! Proprio come faceva la mia mamma quando io studiavo a Firenze. Scriveva delle lettere che riempivano un quaderno intero, e insieme mandava un pacco di leccornie. Così ricco che con le amiche si andava alla posta tutte insieme, sapendo che ce ne sarebbe stato per tutte. Ogni volta era festa: indovinavamo cosa si fosse inventata di nuovo per sorprendermi. Niente di particolare in quei pacchi: qualche cioccolatino, biscotti, conserve fatte in casa, ma il gusto roba da leccarsi i baffi! Che marmellate faceva! E la sua cotognata! Tutto il pensionato era in fila per assaggiare. Mi invidiavano, non tanto per i pacchi era normale riceverli ma per quelle lettere da romanzo, nessuno trovava il tempo di scrivere così. Io quelle lettere le custodivo come il tesoro più grande, perché lì cera tutta la nostra storia, tutto il pensiero di mamma, e la sua gioia e il suo dolore, la sua unica figlia viva: io.
Unica?
Sì, eravamo in quattro, Annina. Tre femmine e un maschio.
E che fine hanno fatto?
Una storia lunga. Il fratello, dopo Chernobyl, se nè andato Si è trovato in mezzo al disastro, non sono riusciti a salvarlo. Era giovane, capiva poco di quel che succedeva. Una zio gli promise un lavoro a Pripyat. Madre era rimasta vedova, fu grata per laiuto offertogli, anche se poi si pentì, forse. Non le ho mai chiesto niente. Ma mai ha rimproverato il fratello, e anzi ha accolto anche la sua figlia, mia cugina, appena fu necessario. Siamo cresciute insieme io e Lucia, nessuna mai mi è stata più vicina di lei.
Perché?
Perché io sono arrivata per ultima, Annina. Le sorelle erano già grandi, con famiglie loro, quando sono nata. Mamma, camminava con me in braccio per le strade un po imbarazzata, ma tanto felice Diceva che ero il ricordo vivente di papà. Lui se ne andò prima che io nascessi, ma sapeva che ci sarei stata. Se fossi stata maschio o femmina, non fece in tempo a saperlo
Mamma Rosa, le tue sorelle?
Un incendio, bambina. Un male. Vivevano nello stesso casolare, diviso in due, ereditato dalla nonna. I mariti misero mano a qualche modifica, pensando che vivere tutti insieme sarebbe stato più semplice e allegro. Cera sempre qualcuno a sorvegliare i bambini. Ma il tutto rovinò a causa di un elettricista del paese, che installò limpianto in malo modo, forse dopo aver alzato il gomito. Nella notte divampò il fuoco. Solo Lucia e la cuginetta più piccola si salvarono: dormivano insieme, Lucia era andata dalle zie e, svegliata da odore di bruciato, afferrò la bimba e saltò dalla finestra. Chiamò i vicini e poi cercò di rientrare per salvare gli altri, ma la bloccammo: era linferno lì dentro
Che orrore
Sì, Annina. Allinizio la mia mamma accolse la nipote, poi venne laltra nonna quella che aveva perso il figlio e si inginocchiò chiedendo di lasciarle la bambina. Non aveva più nessuno, se non lei. Mia mamma capì, aveva già me e Lucia, e pensò che era giusto così. Li convinse a trasferirsi vicino, così poteva vedere spesso la piccola. E così è andata: la nonna Nunzia e la piccola Nastasietta le conosci bene anche tu, non abbiamo mai smesso di tenerci in contatto.
Mamma Rosa, e Lucia? Perché non so quasi nulla di lei?
Eh, Annina, questa domanda arriva sempre nel momento sbagliato Dopo, te lo racconto! Ora, scendi in cantina a prendermi un vasetto di marmellata. Così la sera con le tue amiche la mangiate col tè.
Ho provato mille volte a tornare sullargomento, senza capire perché la zia mi negasse il racconto della sua sorella più cara, di Lucia, quella che per lei era stata come una sorella danima. Mi raccontava di tutti, trattenendo le lacrime solo a fatica, ma su Lucia silenzio assoluto, come se non fosse mai esistita.
Neppure una foto di Lucia in casa. Solo tre scatti dinfanzia: due bambine occhi grandi in posa, abbracciate, come se nulla potesse separarle.
Anche da ragazzina, divoravo gialli e una volta chiesi alla zia: “Non sarà la misteriosa Lucia, la mia vera madre?” Sapevo di essere sua nipote, ma chi fossero i miei veri genitori non era mai stato detto. Solo dopo il lungo racconto sulla famiglia capii che, a parte Lucia, non cerano altre possibilità.
Ma la zia taceva, scansando ogni domanda.
Ogni cosa a suo tempo, bambina. E poi, non è una segreto mio. Non insistere! Arriverà il tuo momento. Io sono la tua mamma, ti ho cresciuta e amata come una figlia. Sei parte di me, Annina!
E in quei momenti mi sentivo in colpa, le chiedevo scusa e largomento si dissolveva. Cerano cose più urgenti da fare, e in fondo la zia aveva ragione: io una madre lavevo sempre avuta e non avrei potuto desiderarne una migliore.
Era stata zia Rosa ad affittarmi una stanza a Firenze, per tenermi lontana dalle tentazioni del dormitorio, e quasi ogni settimana mi portava latte fresco, panna, dolci e prelibatezze impossibili da comprare con lo scarso stipendio da studentessa.
Non posso darti soldi, almeno ti vengo a nutrire! sorrideva scaricando i suoi tesori dalla borsa.
E quando presi il mio primo stipendio lavorando part-time al terzo anno e provai a darle dei soldi, si offese terribilmente:
Ma per carità! Comprati qualcosa! Io non ho bisogno di nulla! Che tu sia felice e in salute è tutto ciò che conta, Annina! E non farti mai venire in mente di ferirmi così ancora!
Così le comprai una tovaglia bellissima e per due mesi mi impegnai a cucirle sopra un bordo a mano, che le donai a Natale.
Vedendolo, zia Rosa spalancò tanto docchi che il gatto saltò giù dalla credenza per lo spavento.
Che meraviglia! Non ci credo che lhai fatto tu! Sei doro, figlia mia!
E avrei dovuto dirle che le mie mani doro erano tutte merito suo, che mi aveva con pazienza insegnato a tenere ago e filo, a cucire e a lavorare alluncinetto tra una risata e un rimprovero affettuoso di Annina sempre impaziente.
Tutto arriva! Basta avere pazienza!
Era il proverbio preferito di Rosa. Me lo ripeteva quando preparavo i test, o quando dubitavo di aprire il primo laboratorio di sartoria.
Cosa hai da perdere? Se non provi mai saprai! Coraggio!
Ora stavo in piedi da sola, con una rete di piccole sartorie per Firenze, e anche una piccola maison dove confezionavamo vestiti su misura per chi poteva permetterselo.
Avevo iniziato con mille paure. E piansi di gioia quando zia Rosa, venduto un pezzetto di campo lasciatole in eredità, mi portò una parte del ricavato in euro, ordinando:
Compra macchine per cucire buone. Chiedi a un bravo tecnico quale scegliere. E cerca un locale con passaggio di gente, magari vicino alla fermata: la pubblicità che si vede funziona sempre meglio! E occhio alla coscienza, Annina! Se lavori bene, la clientela viene. Se no, ti restano solo i debiti!
Ricordavo ogni suo consiglio. Scelsi da sola i collaboratori, mai a raccomandazione di nessuno.
Portatemi chi sa lavorare, lo vedrò con i miei occhi.
È stata la regola mia, fissata anche per rispetto di tutto il resto.
Poi arrivò Andrea. Lamore. La famiglia si formò e anche gli affari decollarono, Andrea si prese cura di tutta la parte organizzativa; a me non restava che creare.
Il nostro era ormai un vero business di famiglia. E con due meravigliose bambine, la zia Rosa continuava a rifiutare il trasloco in città, dicendo che solo a casa sua sentiva il cuore battere ancora.
Verrà il mio tempo, Annina. Finché sto bene, voglio restare padrona di casa mia. Qui cè tutto ciò che sono stata, tutti i miei. Capisci? Come ombre, camminano ancora con me Tu ormai sei grande ed è giusto così!
Non insistevo. Ogni tanto le ricordavo che lattendeva una stanza grande nella nostra nuova villa che io e Andrea avevamo costruito, ma sapevo che era inutile insistere.
Poi è arrivata la lettera
Sono stata colta da uninquietudine profonda. Sentivo che la verità annunciata da zia Rosa doveva riguardare Lucia. Non capivo però perché fosse ora il momento.
La casa di Rosa mi accolse con freddezza: malinconica, scura, sola nel giardino autunnale, mi fissava con finestre socchiuse mentre il sole tramontava.
Spinsi il cancello, accarezzai Lupo il cane che scodinzolava per la gioia e contai i gradini dellingresso:
Uno, due, tre
Rosa mi accolse in grembiule, asciugandosi le mani.
Che gioia rivederti Stavo impastando la focaccia.
Mamma Rosa
Più tardi, Annina, più tardi. Lavati e intanto preparo la tavola.
Si muoveva in cucina occhieggiandomi con orgoglio da dietro la frangetta.
Taglio nuovo di capelli ti dona!
I capelli lunghi non ce la facevo più
Giocherellavo con una pallina di impasto, aspettando, sapendo che non avrebbe detto niente finché non fosse stata pronta.
Ecco! mise sul tavolo una ciotola di sottaceti. Scommetto che ne hai voglia.
Rimasi sorpresa. Di essere incinta non lavevo ancora detto neppure ad Andrea.
Come?
Lo so! O non sei figlia mia?
Gli occhi di Rosa si fecero seri e sentii gelo sulle spalle.
Ci eravamo: era arrivato il momento.
È giunto il mio momento, vero, mamma Rosa? chiesi piano.
È ora, annuì lei, posando sul tavolo una scatola di legno intarsiato. Aprila.
Quella scatolina, sempre chiusa a chiave, lavevo vista mille volte. Legno scuro, angoli di rame, una serratura a segreto: era un cimelio della mia bisnonna.
Non avevo mai capito cosa ci fosse dentro, nemmeno ci avevo fatto troppo caso, forse perché da piccola lavevo sorpresa a metterci dentro dei fogli solo carte!
Eppure proprio quelle carte custodivano la verità che avevo sempre desiderato conoscere.
Quindi Lucia è davvero mia madre? domandai, toccando le lettere dallo scritto sconosciuto.
Sì. Sei sveglia, Annina. Hai capito da sola, sono certa.
Perché cercai di chiederglielo, ma la voce si spezzava.
Perché ti ha lasciata? Aveva le sue ragioni, piccola mia. Ora ti racconto tutto, ma lasciami parlare senza interrompere. È dura anche per me.
Aspetta, mamma Rosa! Dimmi solo una cosa: è ancora viva?! strinsi una lettera con troppa forza e la carta si strappò.
No, figlia mia La mia Lucia non cè più da tanto tempo
Rosa pianse e pianse, io non sapevo come consolarla.
Era già sera. Le ombre si allungavano sul tavolo illuminato dalla lampada con il cappello fatto da me ai tempi delle medie, stringendosi attorno a noi come incuriosite dal racconto.
Tua madre, Annina, era sempre coraggiosa. Nulla la spaventava! Si arrampicava ovunque, ma aveva troppo rispetto per la vita per fare sciocchezze. Aveva già perso parenti troppo presto: non cera quando ci fu la tragedia a Pripyat. Era malata e il padre la mandò dalla nonna sulla costiera amalfitana a respirare aria buona. Ma a tornare, non ci fu più casa. I cari se ne erano andati, e Lucia fu affidata a mia mamma, che la cresciuta come una figlia. Noi eravamo due piselli nel baccello, sempre insieme. Ci raccontavamo tutto, anche se poi ci innamorammo entrambe dello stesso ragazzo
Addirittura!
Sì! Ma tutte e due, senza saperlo. Quando lo scoprimmo, ci ritirammo, non volevamo farci del male, ma lui aveva già capito come guardava Lucia
E poi?
Non era una brava persona, Annina. Non lo sapevamo. E la mia Lucia ci rimase vittima Laspettò al fiume, la costrinse poi minacciò di spargere vergogna su di lei in tutto il borgo.
E ci avrebbero creduto?
Chi può dirlo? Ma Lucia tacque per me. Temeva che con una sorella “disonorata” nessuno mi avrebbe sposata. La cattiva fama resta incollata È dura liberarsene.
E poi?
Raccontò tutto a mia madre, la pregò di mantenere il segreto. Poi si trasferì a Torino, trovò lavoro in una fabbrica. Lì capì che aspettava te. I medici le dissero che una gravidanza interrotta poteva impedirle di avere altri figli. Decise che almeno la tua vita sarebbe stata salva, ma non ce la faceva ad allevarti. Troppo dolore nel cuore, troppo sporco addosso, anche se non laveva cercato lei
E lui? non riuscii neppure a chiamarlo “padre”.
Il Signore vede e in meno di sei mesi, annegò in quel fiumeproprio lì dove era successo tutto. Ubriaco, sparì in un mulinello che anche i bambini del paese sapevano evitare. Si cercò a lungo il suo corpo. Sua madre maledisse Lucia, ma nessuno le diede ascolto. Si sussurrava, ma fu deciso di dimenticare. Quando tornai in paese con te in braccio, nessuno fece domande, tutti ci aiutavano.
E la mamma?
Tua madre, Anna, se ne andò a Milano. Lì si sposò, ma rimase vedova presto: diagnosticata una brutta malattia. Lucia lottò, ma la malattia prevalse. Poco prima di morire, mi chiamò da lei. Ti voleva vedere. Non ricordi: eri piccina. Ma tra le sue braccia ci andasti volentieri, senza paura, anche se con gli estranei facevi la timida. Restammo più di un mese là, poi Lucia mi ordinò di portarti via. Aveva troppi dolori, temeva che tu ti spaventassi.
Sistemavo le lettere per data, una dopo laltra, in silenzio.
Ogni giorno ogni giorno scriveva per sapere di te
Le lacrime non mi diedero scampo. Piangendo guardai una foto mai vista: una giovane sottile, quasi trasparente, che stringeva una bimba: io.
Non ne ho altre dove state insieme, Annina. Ma ricorda: tua mamma ti amava, al di sopra di tutto! E ha sempre rimpianto di lasciarti Se avesse avuto più tempo, ti avrebbe ripresa e sarebbe stata una buona madre. Ma il destino scelse altro
Perché ora, mamma Rosa? chiesi, come da quando avevo ricevuto la lettera.
Ho fatto un sogno, Annina. Ho visto tua madre, proprio lì dove siedi tu. Mi fissava, non giudicava, solo triste. Poi sorrideva dicendo: “Avrò una nipotina, Rosina! È ora.” Mi sono svegliata e non mi ricordavo di me, ma il sogno era lì, vivido come se non avessi dormito. Ho scritto la lettera e sono corsa a cercare la foto. E avendoti davanti, sono rimasta senza parole! Dai, guarda: non noti niente?
Guardavo la foto di mamma e mi meravigliavo: eravamo identiche.
Sembriamo la stessa persona La sorte ti ha voluto bene, non hai preso nulla da lui Tocca a te essere felice, Annina. Per te, per le tue figlie!
Che sorte! chinai la testa. Merito tuo, mamma Rosa! E se non ci fossi stata tu? Se mi avessero data in orfanotrofio come avrei imparato ad amare i miei figli? A tenere unita la famiglia? Tutto questo lho imparato da te. Ricordi quando dicevi che se le persone si vogliono bene, stanno insieme come ago e filo e creano bellezza? È la tua lezione, non la dimentico! E Lucia devo ringraziarla di avermi dato la vita. Ma mamma ne ho una sola. Sei tu, mamma Rosa!
Le mie dita asciugarono le lacrime dal viso di Rosa, e le ombre, ormai senza più potere qui, svanirono negli angoli.
Ce la prendiamo una tazza di tè? sospirò Rosa, baciandomi la mano.
E assaggiamo la focaccia! Abbiamo fame, mamma Rosa! Raccolsi le lettere, le sistemai e chiusi la scatola lasciando spazio ai dolci. Così va bene.
Accarezzai il coperchio intarsiato e lo rimisi a posto con decisione: il passato, ora, lo lasciavo andare.
Era tempo di fare pace anche col futuro.






