Tu non sei mia madre

Non sei mia mamma

Buongiorno! salutò timidamente Angelina in portineria, accennando un cenno al vetro e passando in fretta verso i tornelli.

Era in ritardo! Mamma mia, come aveva potuto addormentarsi? Cosa avrebbe detto ora la signora Lidia Malcovati…

Il portinaio, il signor Egidio Petrucci, che fino a poco prima sonnecchiava al suo posto, si riscosse, socchiuse gli occhi, poi si raddrizzò mettendo in fuori il petto magro, assunse unaria seria, tossì per confermare la propria presenza e cominciò a sfogliare svogliatamente le carte davanti a lui.

Eh sì, Angelinella cara, grazie e a te buona giornata! annuì il vecchietto. Comunque Sappilo, sei in ritardo, eh?! Tutti quanti già ai loro posti… Siete sempre in ritardo voi giovani!

Ma Angelina era già sulle scale, i tacchi che battevano allegri, si fermò un attimo ansimando, si lisciò la frangia e riprese la salita.

Arrivata davanti allufficio, spinse piano la porta.

Buongiorno a tutti! esordì Angelina, rivolgendo un sorriso in particolare alla sua diretta superiore, la signora Lidia Malcovati. Mi scusi… non succederà più.

Lidia sollevò quelle sue sopracciglia sottilissime unespressione indignata.

Non si ripeterà? Signorina Angelina Russo, lei è ancora in prova e già se ne infischia della disciplina! Ma si rende conto? Da farle scrivere una relazione scritta, ma non cè tempo! Subito al lavoro! E cosa mi fissa così, come se parlassi arabo!?

Angelina annuì, senza che fosse chiaro se acconsentisse riguardo alla lingua o a tutto questo è inaudito.

Lidia Malcovati, capo contabile storica, era una delle colonne dellazienda. Conosceva bene il direttore; cera persino chi diceva che fosse una sorta di madre per lui, anche se nessuno sapeva con certezza.

Lidia era il modello delleleganza e della dignità femminile. Sempre in tailleur di lana in inverno, di cotone in estate occhiali con catenella dorata, capelli raccolti con precisione, scarpe eleganti che mettevano in risalto la linea delle gambe. Le dita fini digitavano rapide sulla tastiera mentre compilava i documenti.

Angelina Russo, da poco assunta, aveva un po di soggezione di Lidia. La vedeva come una eminente ombra, nemica silenziosa. E perché? Neppure lei lo sapeva, ma si fidava del suo istinto.

Quando Angelina aveva sostenuto il colloquio, il direttore, il signor Sergio Parisi, aveva prima parlato con lei, poi aveva chiamato la signora Malcovati, che dopo una lettura severa del suo curriculum, la fissò con quellaria da giudice. Angelina abbassò lo sguardo e Lidia capì subito di avere di fronte una ragazza remissiva, un tipo già abbondantemente presente in ufficio.

Angelica Russo, sono arrivati dei report per te, te li ho messi sulla scrivania, squittì dal suo angolo Viviana, la giovane assistente amministrativa. E…

Ma Angelina sembrava non averla nemmeno sentita, si precipitò alla sua sedia, gettò la borsa, chiuse gli occhi un attimo e scosse la testa in segno di frustrazione. Si muoveva a scatti e lo spavento nei suoi occhi era evidente.

Scusi, ma domani è giornata corta? chiese improvvisamente ad alta voce rivolgendosi a Lidia.

Ma urli meno! rispose secca la Malcovati stringendo le labbra. E soprattutto occupatevi dei report! Poi, ancora con la questione di Firenze che pende da due settimane! Sei appena arrivata e già vuoi il giorno corto! Inventate di tutto…

Sì, lo so di Firenze, sistemo tutto! Chiedevo solo, se domani si esce prima… Che ha deciso il direttore Sergio? tornò a domandare, alzando pure la voce. Viviana, lo sai? Non sarebbe così difficile annuire un sì o, se no, scuotere la testa per farmi capire che non cè nulla da illudersi, vero Angelina… bofonchiò tra sé accendendo il pc. Firenze, sistemo tutto ora…

Lidia storse il naso: Angelina sembrava fare tutto con esasperante fragore. Saltò in piedi, si avvicinò al tavolino-tè, dove erano allineate scatole di bustine, zucchero di canna in zuccheriera panciuta, bollitore elettrico e un piattino di biscotti.

Lidia beveva solo tè nero, solo con zucchero di canna e solo certi biscotti di una famosa pasticceria. Una tradizione che nessuno osava cambiare.

E nessuno osava davvero. Ci si adattava, si entrava nei ranghi. Lidia era una colonna della ditta, il resto…

Prima di Viviana cera stata unassistente tempestuosa, carattere troppo acceso (così diceva Lidia). Infatti se nera andata subito. Al posto suo avevano preso Viviana, ragazza riservata, madre single, assediata dai problemi familiari e dal senso di colpa di non dedicare abbastanza tempo a suo figlio. Lidia Malcovati coltivava queste inquietudini in Viviana così era più sicuro per Sergio.

Qualcuno vuole un tè? Metto su lacqua! annunciò Angelina. Adorava il tè, era la sua piccola isola di pace nel mare delle responsabilità: le scadenze sarebbero aspettate, ma una tazza calda tra le mani le restituiva un po di calore e di gioia.

Viviana trasalì come colpita da una scossa, Lidia alzò gli occhi al cielo.

Ma che assurdità! È appena mattina e pensa già al tè! Angelica Russo, torni in sé!

Scusatemi, ma io lo prendo lo stesso. Ho bisogno di qualcosa di caldo… Angelina versò lacqua bollente nella sua tazza e infilò dentro una bustina.

Lidia sbuffava ordinando le cartelle sulla scrivania.

Da quando Sergio Parisi che lei, Liduccia, idolatrava aveva iniziato a rivolgere attenzioni particolari ad Angelina, questa sembrava essere diventata indisciplinata! Era in azienda da appena una settimana e Sergio già laveva accompagnata diverse volte fino alla fermata della metro e laveva convocata più volte in ufficio! Furba, la tipa, altroché! Già al colloquio ammiccava… E limpudenza, la sfacciataggine!

E anche Sergio sembrava cambiato: la primavera stava dando alla testa!

La accompagno a casa, Angelica? Ecco la sedia nuova, vedo che ha mal di schiena! Che ne pensa di bere un caffè insieme? e queste attenzioni si ripetevano.

Angelica sembrava imbarazzata, arrossiva, ma sotto sotto sicuramente era contenta, quella sfrontata!

E il resto del personale osservava, alcune voci maliziose, alcuni increduli

Per resto del personale, Lidia intendeva soprattutto sé stessa. Lei col caro Sergio, lavorava da sempre: da quando aveva messo in piedi lattività, era alle prime armi come un puledrino imbranato e lei lo sosteneva, lo aiutava, gli faceva da consigliera. Il puledrino cresceva, cresceva anche la ditta, Lidia contava i bilanci, si compiaceva per lui, accettava viaggi-premio in paesi esotici, souvenir costosi, ogni tanto si tratteneva la sera nel suo ufficio, fumando languidamente una sigaretta sottile, guardando le luci di Milano brulicare giù, ai piedi del grattacielo. La città si incendiava di luci come brace che si rianima col soffio del vento; tra le sue arterie luminose scorreva la vita, giungendo al Naviglio e andando avanti, verso il cuore…

Lidia sospirava felice. Sergio seduto vicino, il vento della finestra a spettinargli i capelli, tutto sembrava così domestico…

A Lidia piaceva immaginare che Sergio lavrebbe chiamata mamma, avvolgendola in una coperta scozzese con la frangia. Ne aveva vista una tre anni prima vicino Corso Garibaldi, voleva acquistarla, ma qualcosa laveva distratta… Ah già! Sergio annunciava il matrimonio e chiedeva se lei avrebbe partecipato

Lei rimase così male da scoppiare quasi in lacrime. Sergio, suo Sergio, sposava, e lei non sapeva nemmeno che frequentasse qualcuna! Perché nasconderlo? Le avrebbe dato solo una mano, come sempre…

Accettò comunque linvito, in cerimonia mantenne la dignità, poi prese un taxi e se ne andò. Nemmeno salutò Sergio. E la moglie? Non le piacque affatto, quelle donne che pensano solo ai soldi, vuote, senza cultura almeno così si diceva.

A quel matrimonio dava due anni di durata, e sbagliò solo di qualche mese. Sergio divorziò dopo due anni e mezzo.

Su con la vita, Sergino! Non disperarti, la vita ti offrirà ancora occasioni e conoscerai la donna giusta! gli disse una sera in ufficio, tenendo tra le dita il bocchino.

Davanti a lei, una bottiglia di brandy e due bicchieri. Il suo bicchiere già vuoto, Sergio invece non ce la faceva ad iniziare. Ma bisognava calmare i nervi!

Non so, signora Lidia ormai non mi fido più. Forse la famiglia non fa per me… si confidava Sergio.

Ma lei lo rassicurò che tutto sarebbe andato per il meglio, che doveva essere più attento, e che, se proprio voleva, poteva aiutarlo a trovare la sposa giusta.

Sergio però la prese con freddezza, niente coperta, anzi, sparì in fretta; i giovani sono così, pensano di sapere tutto. Lidia gli perdonò tutto.

Poi seguirono varie passioncelle, leggere, temporanee, per la salute, diceva Lidia. Nessuna però riusciva a portarlo allaltare. E grazie a Lidia! Lei sapeva mettere i paletti.

Poi Sergio si fissò per la casa in campagna e dimenticò il resto. E chi, se non Lidia, lo aiutò? Sergio era orfano; amici solo coetanei e superficiali, che consigli potevano dargli?

Qui destate morirà di caldo! decretava Lidia visitando le nuove case. E qui ci sono troppe zanzare dal fiume! E questa è tetra come un castello dorrore, non trova, Sergio?

A Lidia piaceva chiamarlo per nome, vederlo che si impenna, come un cane a cui lodano. Avrebbe voluto essere la sua madre adottiva, in senso affettivo, non di sangue, ma ci voleva delicatezza.

Lidia lo curava, elogiava, scherzava, lo correggeva. E Sergio ascoltava e annuiva. Se fosse andato tutto bene con la casa, si sarebbero potuti trasferire lì, almeno in estate. Che bello, la brezza campagnola, i fiori, lerba fresca! E i paesani le avrebbero portato latte fresco e frutta, ringraziandola per i soldini che avrebbe dato. Ah, che bello!

Lidia si sorprese a sognare ancora: casa, Sergio e un cagnolino Miniature, da borsetta, chiamato Matilde…

Ma Angelina rovesciò la sua tazza! Lacqua cominciò a sgocciolare sul pavimento.

Ma come si fa a essere così sciatte! gridò Lidia. Salva i documenti! Cosa aspetti? Asciuga tutto!

Angelina restò immobile, fissando le sue gambe bagnate. Socchiuse gli occhi, poi scoppiò a piangere.

Viviana, prendi uno straccio, prima che questa mezza cartuccia rovini tutto lufficio! scattò Lidia, spingendo via Angelina e raccogliendo cartelle e fogli. Dai, datti una sistemata! Farò di tutto per farti licenziare, capito?! ripeté Nessuna abilità, né attenzione! La nostra azienda non può permetterselo! Io e Sergio non consentiremo mai una cosa simile…

Angelina si mise a piangere e scappò, Viviana la seguì con lo sguardo pieno di compassione, avrebbe voluto raggiungerla, ma Lidia glielo proibì, ordinando di restare al posto di lavoro.

Viviana Petruzzi! Non hai da fare? Qui rimpinzano di isteriche! sbottò Lidia, perdendo subito laria formale e trasformandosi in una classica zia brontolona, occhiacci stretti, labbro inferiore sporgente, pendenti dambra che tremolavano alle orecchie. Siediti e lavora.

Viviana obbedì, si sedette. Non doveva rischiare: aveva un figlio, debiti, e se Lidia si arrabbiava, la licenziavano seduta stante…

Angelina tornò dopo dieci minuti, si immerse nel lavoro, ignorando ogni cosa e le occhiate compassionevoli di Viviana e quello sguardo di disapprovazione di Lidia.

Lidia intanto scrisse un messaggio a Sergio, che doveva pensare a sostituire subito quella ragazza; lavorava male, avrebbe mandato tutto allaria, e lei doveva rifare ogni cosa al posto suo.

Sergio però non rispose.

Sarà occupato. Parleremo a pranzo, si rassicurò Lidia.

Arrivò il pranzo: Viviana e Angelina uscirono per la mensa, Lidia rimase per prendere le sue gocce omeopatiche. Gliele procurava Sergio, con conoscenze che una come Angelina non avrebbe mai sognato. Non era certo alla sua altezza! Oh, giusto! Quasi dimenticava, aveva comprato due biglietti per lopera! Alla Scala non era riuscita, troppo costosa, ma aveva trovato posto al Teatro Dal Verme.

Sergio doveva uscire un po di più, andare agli eventi con lei. Questo avrebbe fatto un vero figlio…

Lidia buttò giù le gocce con la risata acidula, prese la borsetta ed entrò in mensa.

Il rumore di piatti e voci riempiva la grande sala. Nella mensa al piano terra dellalveare duffici fluivano tutti i lavoratori, ogni tanto anche estranei. Lidia li detestava. Il suo mondo era diviso tra nostri e altri. I forestieri, cappotti in mano, scarpe infangate, cercavano con gli occhi un posto dove sedersi. Ma qui non cerano posti per loro, via!

Una volta si era scontrata per difendere il diritto al posto, ma era stata zittita da grossi tesserini rossi dal titolo altisonante. Da allora, masticava lira in silenzio.

Allora… dovè Sergio? Ah, ecco laggiù! Ma guarda che confusione… Avresti potuto ordinare il pranzo in ufficio! già iniziava a rimproverarlo, mettendosi accanto.

Sergio le sorrise distratto, scrollò le spalle, disse che era meglio cambiare aria di tanto in tanto.

Continuava a guardarsi intorno, pareva cercare qualcuno.

Lidia sorrise: oggi Sergio aveva proprio un bellaspetto, brillante!

Sergio Parisi, buon appetito. E mi permetta, devo dirle… Liduccia iniziò a giocherellare con la forchetta tra le verdure.

Sì, signora Lidia, la ascolto, ma guardava oltre la sua testa, insopportabile!

Sergio, ho due biglietti per lopera domani. Fanno Madama Butterfly. Ladoro… Sergio!

Signora Lidia… scusi, che diceva? si corrucciò lui.

Dico che ho i biglietti, domani, capito? Allopera. Le piace lopera, Sergio? Lidia lo chiamò per la prima volta semplicemente Sergio. Quasi da famiglia.

Io? Lopera? Non tanto… Mi piace più il cinema.

Ma dai! Scosse le mani Lidia, le sue ambre ondeggerono. Allora, facciamo uno scambio! Fare uno scambio con suo figlio, anche solo ideale, le dava soddisfazione. Prima andiamo allopera, poi lei mi porta al cinema. Domani è giornata corta: ci andiamo dopo il lavoro. Libero?

Io? Domani? Sì cioè, no! Angelica! Angelina! Di scatto si alzò, si infilò tra la gente, si voltò e fece un cenno a Lidia, sostenendo la cravatta. Mi scusi, devo andare. Pranzi pure! gridò, già afferrando Angelina dalla folla. Lei sussultò, sorpresa.

Dissero qualcosa, Sergio parlava con dolcezza, Lidia quasi sentì della tenerezza, e Angelina pareva respingere, scuotendo il capo. Che vergogna!

Lidia si alzò decisa e li raggiunse.

Sergio Parisi! Proprio di questa nuova impiegata volevo parlare! Ha rovinato il mio report trimestrale, versato tè su tutto, arrivata in ritardo e ancora si interessa ai giorni corti. Credo abbiamo sbagliato scelta! Parliamo di opera, piuttosto! Lidia era pronta a chiedere il licenziamento di Angelina, ma…

Ma il direttore sembrava non ascoltare.

Ti chiamo e non rispondi Ti sei offesa? Mi scusi, signora Lidia, ma ora non sono in servizio. Parliamo dopo. Prego, pranzi pure! le lanciò da sopra la spalla, senza voltarsi, ed intanto si gettava su Angelina, le afferrava le mani. Angelina! Che succede?

Tutti volsero lo sguardo.

Ecco, la signora Lidia propone di andare allopera. Verrebbe con me? Domani. Angelica, non amo molto lopera, ma se lei viene…

Lidia restò senza fiato dallindignazione. Con lei no, con questa sì, e pure a spese sue!

Scusate! Io non posso, voglio solo tornare a casa, mi sento malissimo e lopera non la sentirei proprio. Ho le orecchie infiammate, Sergio! Ho rovinato i documenti della signora Lidia, non ci capisco più niente, ho un campanaccio nella testa. Se volete licenziarmi, va bene, ma lasciatemi andare a casa… disse Angelina, chiudendo gli occhi.

La sua mano era fredda e umida. Sergio, quando è malato, ha sempre le mani gelide. Lidia dice che sono spasmi di circolazione.

Ma certo! Lasciala andare. Per sempre. Una cosa così in azienda non si era mai vista! si piazzò accanto a Sergio. Che sfacciataggine! Ma lo vede che perde tempo? È il nulla! Sergio, riprenditi!

Lo tirò per la giacca, ma Sergio la scostò e la fissò come fosse una sconosciuta.

Cosa è successo, signora Lidia? si rabbuiò. Non serve agitarsi tanto. Torni nel suo ufficio, ci penso io. E comunque, signora, mi scusi, non posso venire allopera. Si trovi qualcun altro. Angelina! Prendi il cappotto, ti accompagno dal dottore! Le orecchie sono importanti! Su, non abbatterti… Spiegheremo a gesti, daccordo?

Prese Angelina e la portò allascensore, tolse dal suo ufficio il soprabito, fece un cenno di stima a Viviana.

E Lidia restò giù, davanti alle grandi porte girevoli. Guardava la macchina di Sergio che si allontanava, stringeva in mano i biglietti. Madama Butterfly, la sua opera preferita… voleva tanto andarci con Sergio…

Si riscosse, risalì in ufficio, raccolse le sue cose e tornò a casa. Viviana la guardò andare senza capire: erano stati lasciati andare tutti o solo quelle due Angelina e la capa? E se solo loro, perché?

Senza spiegarsi nulla, si sedette sulla sedia della signora Lidia, si dondolò, fece qualche faccia buffa, poi sospirò e decise di bersi un tè…

Signora Lidia? Sergio aprì la porta e la trovò ferma vicino allascensore. È così tardi, quasi le undici, perché non è a casa? Voleva parlarmi di lavoro? Guardi, non sono pronto. Rimandiamo a domani?

Io? No! No, non è per il lavoro! Volevo solo chiarire, Sergio. Lidia avanzò timidamente nellingresso, Sergio la aiutò con il cappotto, lo appese vicino a quello di Angelina. Ho fatto una scena terribile in mensa. Lei… lei mi licenzierà, vero? E fa bene. Ho sbagliato, ho temuto troppo di perdere il controllo e…

Allora, non parliamo nellingresso, facciamo piano. Sergio chiuse lentamente la porta della camera. Angelina dorme, linfiammazione alle orecchie… Solo ora si è calmata. Vuole un caffè? O un tè? premette in cucina. Ho ancora della crostata. La vuole?

Lidia annuì, distratta. Accetterebbe volentieri tutto, purché venisse da lui…

La cucina grande, moderna, il lungo tavolo e la luce delle lampadine a candela piaceva a Lidia. Ci era stata due volte e già si era vista lì, impegnata a cuocere una torta per Sergio, a ricevere suoi amici. Il grembiule lavrebbe appeso proprio lì…

Un tè, grazie. Ho un po di mal di testa, si massaggiò le tempie e non ho fame, mangiare di notte fa male…

Tè allora. Anchio lo prendo. Ho zucchero normale, spero non abbia pregiudizi? Sergio mise lacqua, preparò le tazze, tirò fuori dei pasticcini. Prego. Allora, cosa doveva dirmi?

Sergio… signor Parisi, mi sono lasciata prendere… Da giovane ho fatto un errore orribile, volevo vendicarmi di qualcuno e ho rovinato tutto, anche la salute… Non sono più riuscita ad avere figli. Mio marito se ne andò, ne voleva e li ha avuti con unaltra. Io… io passavo davanti ai giardini e immaginavo che quelle bambine o quei bambini fossero miei. Mi vedevo aiutarli a togliersi le scarpe, portarli a lavare le mani… Col tempo capii però che non ce lavrei fatta, sarei stata troppo impaziente. E mi sono arresa a una vita solitaria. Ma poi siete arrivato voi, anzi, io da voi. Mi avete dato fiducia, mi avete avvicinata…io, ingenua, ho pensato si potesse essere amici. Linvito al vostro matrimonio, la scelta della casa, tutti quei segni di stima… Mi sono illusa, volevo diventaste figlio mio, tanto da farmi quasi paura. Ho pensato che potessi aiutarvi, guidarvi, difendervi. Mi sono persino rallegrata quando siete tornato single, non lo nego. Quel matrimonio era un errore. Ma poi è arrivata qui Angelina, e peggio ancora, lei lha voluta come mia assistente. E non mi serve nessuna assistente, sa? E poi le sue attenzioni, le sue corse in metropolitana, i tentativi di conquistare Angelina… Anche lopera… In sintesi, mi sono sbagliata su di lei, Sergio! concluse di colpo, il volto che da addolorato divenne severo. Non potrà mai essere mio figlio. Lei è troppo ingenuo, poco discreto, con pessimo gusto. E le sue case sono da provinciale, questa cucina è terribile! E se sposa Angelina, io me ne vado! Intende?

Sergio la ascoltò in silenzio, senza sollevare lo sguardo, ogni tanto scuoteva la testa. Era stanco, e nella stanza accanto Angelina dormiva finalmente serena: avrebbe voluto starle vicino. Non importava davvero dei pensieri di Lidia, non laveva mai considerata una madre.

Ho capito tutto, signora Lidia.

E allora? Tornerebbe tutto come prima? si animò Lidia. Sarebbe stato bello se lui lavesse avvolta nel plaid che aveva visto in negozio, abbracciata e detto di non essere triste…

Non tornerà più tutto comera. Credo sia meglio prendere strade diverse. Domani firmiamo i documenti e…le pago tre mesi di arretrati. È tutto. Ma… perché piange? È stata lei a crearsi queste illusioni… disse Sergio. Aveva tradito la sua Liduccia. Disse persino la cosa peggiore: Lei sa che sono cresciuto in orfanotrofio. Forse mi ci hanno lasciato per vendetta, o perché ero solo un errore… Chi lo sa. Ma non posso capirla. Ha fatto molto per lazienda, è una professionista, ma nientaltro. Mi scusi, credo sia meglio che vada.

La donna impallidì, poi si alzò di scatto, testa alta, e si avviò allingresso.

Mi chiami, per favore, un taxi, chiese soltanto. Non la disturberò più.

Non si videro per quattro mesi, e poi Lidia un giorno si presentò alluscita del Comune, aspettò Sergio e Angelina, li raggiunse e prima che la mandassero via regalò loro quello stesso plaid scozzese.

No, non rifiutate! Sergio, per favore! È per la vostra casa. Chissà perché, ho sempre sperato che avresti scaldato la tua donna sotto questa coperta… spiegò a Angelina, poi si allontanò.

Un plaid uguale lo comprò anche per sé: ora lo usava nelle serate fredde sulla sedia a dondolo. Andata in pensione, trascorreva il tempo scegliendo nomi italiani per i figli che Sergio e Angelina avrebbero avuto, provandoli sulle labbra, sospirando pensosa. Doveva solo aspettare che Viviana la informasse della nascita. Allora avrebbe potuto dare ancora un consiglio da nonna.

Sergio però portò la moglie a Firenze e Lidia rimase nelle lunghe sere dinverno in attesa di una chiamata che non arrivò mai, pensando ai nipotini mai nati, ai nomi che non avrebbe mai potuto dare.

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