Il Maestro

Linsegnante

Dopo la scuola, Agnese non tornava mai subito a casa, preferiva vagare per le vie del quartiere, fermarsi al parco a guardare il viale dei tigli, poi raggiungeva il campo sportivo della scuola e correva finché le gambe, ormai stanche, sembravano cedere, e le guance le si coloravano di rosso vivo. Solo allora si sedeva sulla vecchia panchina scrostata e tirava fuori il pane avanzato dal pranzo.

Il pane nella mensa scolastica si poteva prendere quanto se ne voleva: era servito su enormi vassoi dacciaio, tagliato irregolarmente, sempre un po sbriciolato, ma di un buono! Che fosse pane bianco o integrale, poco importava. Gli studenti lo afferravano in fretta e ridendo, poi lo nascondevano in tasca, lo schiacciavano tra le dita durante le lezioni e ne staccavano piccoli pezzi da portare alla bocca di nascosto.

Agnese cresceva e aveva sempre fame.

Ma che stai ancora mangiando lì, Ricci? Smettila subito. Vieni alla lavagna, Ricci, oggi tocchi a te dimostrare la teorema.

E lei andava alla lavagna, inghiottendo in fretta un altro boccone di pane ammorbidito in bocca.

Studiare teoria, calcolare traiettorie e dinamiche, scrivere dettati e temi, ad Agnese Ricci sembrava tutto inutile, monotono.

Ma tu, che cosa vuoi fare da grande? chiedeva suo padre, Matteo Ricci, dopo aver visto il diario sommerso di voti bassi.

Vendo caffè al bar rispondeva con nonchalance Agnese.

Ottimo! Gran futuro assicurato! annuiva il padre.

Qualunque cosa tu voglia fare, bisogna studiare bene! Il liceo è importante! Sono le basi! protestava la madre Elvira dalla cucina.

Su, via, non urlate così! Lasciatela in pace la difendeva nonna Irma, la mamma di Matteo. Si farà strada da sola. Anche tu, Matteo, non eri un genio allinizio, ricordi quando ti cercavo per i vicoli della città ai tempi delle medie?

Basta, mamma! Smettila con i ricordi! Agnese è una ragazza, deve essere intelligente, buona ed educata.

Nonna Irma stringeva le labbra e carezzava teneramente la testa di Agnese, sempre più malinconica.

Non ti preoccupare, tesoro. Fregatene di loro, sei la più brava! Vedrai che ti saprai riscattare. Loro capiranno.

Agnese abbracciava la nonna paffuta e si stringeva a lei, trovando con lei una serenità che nessuno riusciva a darle. Irma aveva le mani più calde del mondo, i suoi occhi Dio, che occhi aveva! Agnese li avrebbe ricordati da adulta, immergendovisi come in due nuvole tiepide che sciolgono ogni inquietudine.

Nonna Irma, come diceva sempre ridendo Matteo, era entrata a vivere con loro per essere rieducata. Prima, la nonna abitava col marito in unaltra zona di Bologna, ma dopo la morte del nonno, Irma aveva cominciato a trascurarsi, dimenticava le medicine, passava notti intere con la pressione alta senza dire nulla e il giorno dopo metteva su il sorriso e giocava con la nipotina.

Mamma! Quella volta che Irma aveva dovuto sedersi, pallida, Matteo aveva deciso. Mamma, ti trasferisci da noi. Cè posto e non si discute, il dottore insiste sul serio!

E che insistente che sei! Non mi convinci con queste maniere! brontolava Irma. Quando lo vedo, nemmeno mi guarda, dice solo di stare attenta alletà e poi si perde nel cellulare. Allultima visita gli ho detto che di Esculapio non ha nulla, al massimo un escalope…

Mamma ma che gli hai detto!? sbuffava Matteo.

Che Esculapio è figlio di Apollo e lui sembra solo figlio del panettiere! Comunque non vengo a vivere da voi, non insistere!

Che caratterino, signora Irma! sorrideva Elvira.

Proprio per questo non vi disturberò ribatteva facendo la decisa.

Ma noi ci teniamo tanto! Elvira era affettuosa con la suocera, anche se la chiamava sempre per nome. Limportante era che andassero daccordo.

Alla fine la soluzione la trovò proprio Agnese; il bisogno della nonna fu la scusa giusta e Irma andò a vivere dalla nipote.

Da allora, Irma si trovava sempre al centro della vita di casa e Matteo seguiva ogni dettaglio della sua salute con grande attenzione.

La nonna difendeva sempre la nipote, che si sentiva finalmente protetta e amata. Lambiente si era davvero fatto più caldo da quando la nonna era arrivata.

Non vi preoccupate! È la ricerca di sé, come si dice, chi cerca, trova sé stesso, concludeva la nonna. Agnese è un germoglio che crescerà, sorprenderà tutti. Vero, Agnese?

Lei annuiva ma non ci credeva troppo. Non sapeva davvero dove rivolgere i propri sforzi: stare a scuola era una noia mortale, fare i compiti pure. Tutti i suoi amici avevano una passione, un impegno, solo lei saltellava da una attività allaltra senza legarsi a niente.

Lunica cosa che la faceva sentire realizzata erano le attività fisiche: ecco perché correva a perdifiato nel campo sportivo o giocava a calcio con i compagni.

Agnese nuotava anche bene, prendeva sempre il massimo ai test di educazione fisica.

Agnese, dovresti buttarti nello sport consigliò un giorno la nonna, dopo averla pizzicata per strada Che ci vai a fare in giro così? Avete le attività pomeridiane, no? Tuo padre giocava a basket. Saltava come un grillo. Poi, certo, una volta ha preso una pallonata in testa… ha mollato tutto! Poi karate, ping pong… Fatti avanti anche tu, Agnese.

Ma nonna, qui non cè nulla! Solo scacchi a scuola. Sembra il deserto…

Solo scacchi? Che povertà. Su, occorre muoversi!

E così Irma non perse tempo, parlò con la preside della scuola, la signora Marinella Corsi, elogiò insegnanti e colleghi, poi sollevò la questione dei pochi corsi di sport.

Dovreste dare più attenzione alleducazione fisica, preside. Senza spirito polemico, ma ci vuole un po di sviluppo!

La preside capì dove la nonna voleva arrivare.

Non siamo a Milano, lo so, rispose, i fondi sono quelli che sono…

Allora bisogna arrangiarsi! Troviamo un giovane insegnante, che guidi i corsi. Che dice, non ho forse ragione?

La preside fece spallucce. Un insegnante in più non era previsto dal bilancio. A meno che il professor Stefani, lattuale docente, decidesse davvero di andarsene…

Un mese dopo, il professor Stefani, la cui moglie era stata trasferita al comune di Modena, lasciò la scuola. Al suo posto arrivò un certo Paolo Gentili, raccomandato dalla vicepreside, amica della preside.

Ma questo Paolo da dove arriva? chiese Marinella, sfogliando il curriculum.

Da Firenze. Sportivo, esperto di fisioterapia, ottimi studi.

E perché non resta a Firenze allora?

Non stare troppo a scegliere, Marinella, ti serve uno lavoratore, no? Ecco lui vive per il lavoro.

La vicepreside sorrise con aria complice.

Vabbè, chiama, ormai non possiamo fare altro si arrese la preside.

Con larrivo del professor Gentili, la vita sportiva della scuola riprese vigore. I ragazzi uscivano meno per strada e sudavano in palestra. Marinella Corsi riuscì a scovare qualche euro nel bilancio per lattrezzatura e ne andava fiera.

Volere è potere! dichiarò soddisfatta.

La preside fu persino elogiata dai vigili, notando la diminuzione dei piccoli atti vandalici.

Ma il merito va tutto a una nonna molto intraprendente rispondeva la preside.

Irma, venuta a sapere delle novità, ordinò alla nipote di andare a vedere e trovare qualcosa che le piacesse sul serio.

Agnese fece a modo suo: entrò in palestra dal prof Gentili mentre lui stava compilando il registro.

Non so che fare ammise lei.

Comè possibile che tu non abbia attività? borbottò luomo con la penna in mano.

Mi piace correre, ho anche partecipato qualche volta alle gare… ma prima qua lo sport era messo male.

Il prof le rivolse uno sguardo acuto: gambe da atleta, muscoli ben definiti, ma che postura!

A che ora fai i compiti? la interrogò.

La nostra prof vi ha fatto la spia? Non ascoltatela, dice sciocchezze.

Rispetta gli insegnanti! Devi finire bene il percorso della scuola media e poi puoi scegliere. Ma bisogna usare la testa, non solo i muscoli! Capito? La mente comanda tutto!

Sì… scusi, devo andare, mi aspetta mia nonna… Agnese prese lo zaino, cercando di infilarsi tra il prof e la porta. Di prediche non ne voleva.

Non funzionò.

Allora ascolta, Ricci, ti prendo come assistente agli allenamenti. Ma a una condizione: risolvi la questione dei tuoi voti, soprattutto in italiano! E la tua nonna non deve più vergognarsi alle riunioni.

Non è vero… iniziò Agnese state inventando tutto!

Senza italiano ti prendono da nessuna parte! Ti consiglio dopo la terza di entrare in un istituto sportivo, ci servono insegnanti di educazione fisica. Imparerai, poi magari torni qui a lavorare con me!

Io consigli non ne voglio. Se ci sono imposizioni, allora lascio perdere!

Agnese si arrabbiò. Che storia era questa? Per fare sport doveva migliorare in tutte le materie? Ma loro che ne sapevano?

Arrivederci, professore. Buona serata disse brusca, sentendo però la risata delluomo alle spalle. Una risata sincera, non sarcastica.

Fu lì che Agnese sentì il primo batticuore. Ma lui era troppo grande per lei… eppure…

Ma non volevo offenderti! disse Gentili smettendo di ridere. Voglio solo tirare fuori il tuo potenziale! Lo sport intelligente è diverso dal semplice movimento. Se pensi, domini anche il corpo! E serve anche saper scrivere bene, credimi! Sullitaliano non scherzo.

Agnese avrebbe potuto giurare che sopra al prof fosse comparsa unaura luminosa. Lui vedeva qualcosa in lei che nessuno vedeva…

Fate parte di qualche fondazione di beneficenza per lo sport? cercò di nascondere la sua ammirazione.

No. Ho solo molta esperienza. E fiuto per le persone. E tu, mi spiace, sei pigra.

Restò di sasso. Pigra? Lei?

Allora venga allo stadio con me! Porti il cronometro, corro io. Su!

Lui scosse la testa.

Sempre e solo muscoli, eh? Ho qui i bambini piccoli, primi passi in ginnastica. Mi dai una mano? Ti servirà come pratica. Affare fatto?

Agnese tamburellò col piede, si grattò la fronte, lo osservò intensamente, poi annuì.

***
Allora, questo Gentili comè? chiesero in consiglio a Marinella Corsi.

Ottimo, un vero specialista. Suddivide i ragazzi in gruppi, diagnostica, manda i più delicati a fare i controlli… Proprio grazie a lui un ragazzino è stato salvato: aveva un problema al cuore che la madre ignorava… fosse andato in gara quellanno, rischiava di non tornare. Piangeva la madre, era disperata, poi è venuta quasi a baciargli le mani! Non mi pento di averlo qui.

Ma ha premi, titoli?

Non mi interessa tagliò corto la preside.

Agnese, nellaiutare il professore, si accorse che prendersi cura dei bambini la rendeva felice. Non urlava mai, si limitava a guidarli come fossero tutti suoi piccoli allievi.

Guarda quello lì, Carboni! indicava Gentili il più agile, ma goffo nei movimenti. Osserva, tieni docchio la postura, le gambe… potrebbe farsi male, bisogna non esagerare con uno così elastico. E invece quello, Magli, è qui perché ha problemi di postura. Seguilo tu, esercizi mirati, fra due mesi vediamo i progressi.

Agnese assorbiva ogni parola, ma spesso non capiva i dettagli. Così, implorò la nonna Irma di darle qualche euro per comprare libri di anatomia e fisioterapia; la madre le recuperò un manuale universitario.

Non lavevo mai vista così, Elvira sussurrò al marito, legge, sottolinea, migliora in italiano… forse stiamo superando la crisi?

La nonna notava tutto, gli occhi accesi di Agnese, i sospiri dopo gli allenamenti.

Speriamo bene… sospirava Irma.

Che Agnese fosse innamorata, Irma lo capì subito, anche se non era chiaro di chi. Un compagno? Un ragazzo più grande?

Agnese, invece, parlava solo del professore.

Il primo amore di Agnese… La nonna decise di tenere il segreto.

Gentili preparava la ragazza alle gare.

Attenta alla tecnica, Agnese! Se corri come una lepre impazzita, ti rovini le ginocchia e poi che ti serve? Calma, usa il fiato, la testa!

Gli altri ragazzi ridevano alle sue battute, ma Gentili li rimetteva subito in riga.

Quella sera Agnese fece il suo record personale. E sentì di essersi proprio innamorata persa.

A chi confidare il segreto? Provò con lamica Lucia, ma era distratta dai propri pensieri.

A casa, Agnese era malinconica. Capiva che la sua cotta non aveva futuro: avrebbe finito la scuola e il prof lavrebbe dimenticata.

Non vieni a cena? Irma si sedette accanto a lei. Sembri stanca…

Nulla, lasciatemi stare! Sono grande, so tutto io… scoppiò Agnese, rivoltandosi verso il muro.

Va bene, torno più tardi sussurrò Irma accarezzandole la spalla. Coraggio, la vita va avanti, il sole tornerà. Vedrai…

Elvira la riempiva di domande, Matteo camminava avanti e indietro preoccupato, ma Irma mantenne il silenzio. Era solo un amore. Limportante era che nessuno la ferisse.

Così, lidea di trasferirsi dopo la terza media nacque distinto. Via in unaltra città, allistituto sportivo, lontano dal professore. Poi, forse, crescendo avrebbe trovato il modo di rincontrarlo.

Le era chiara la sua vocazione: rieducazione motoria. Pur non capendo ancora i dettagli, martellava di domande la prof di biologia e si immergeva nei manuali.

Doveva vincere la gara per entrare più facilmente allistituto. E la pratica fatta col prof Gentili sarebbe stato il suo asso nella manica.

Tante domande le occupavano la testa. Irma si preoccupava, ma ormai nulla poteva fare…

Un mattino, decisa a pretendere la raccomandazione del professore, si preparò con cura: tuta nuova, capelli raccolti, un tocco di mascara.

Sei proprio bella! le disse la nonna. Dove vai?

Faccio un giro, corro un po, torno.

Un bacio sulla guancia e Agnese corse via, più determinata che mai.

Dopo pochi minuti era davanti alla porta dello spogliatoio del professore, agitata, senza il coraggio di bussare. Sentiva voci e risate provenire da dentro…

Agnese! Che ci fai qui? Siamo in vacanza! intervenne la vicepreside, che gentilmente la invitò a bussare insieme.

Un tonfo nella stanza, una bottiglia che cade, voci concitate. Agnese entra. Sulla scrivania, una ragazza seduta in grembo al professore, sorseggia spumante e ride; la bottiglia capovolta, i registri bagnati.

Agnese rimane a bocca aperta; le manca il fiato; si aggrappa alla vicepresidente, incapace di muoversi.

Agnese, vai via! urla la vicepreside, buttandola fuori e scaricando la rabbia sul professore.

Laltra ragazza la guarda sprezzante e se ne va sbattendo la porta. Il professore non reagisce, confuso dalla stanchezza e un po brillo.

Agnese sentì in quellistante solo rabbia e schifo. Un uomo così terra terra, così deludente.

A casa, la stanza di Agnese restò chiusa per due giorni. Pianti, silenzio, domande. Elvira e Matteo temevano il peggio, Irma sentiva solo dolore e cercava di proteggerla.

Fregatene, tesoro, capita di stare male. Poi il sole ritorna e tutto avrà un senso.

Agnese scosse la testa. Che senso aveva un cuore spezzato?

Il prof Gentili non si vide più a scuola: la sostituente chiuse il corso prescolastico e rese la ginnastica un compito noioso.

Amen! si disse la preside. Cresceremo noi i nostri insegnanti.


Sul prato del parchetto, Sandro Magli stava da solo, magro e insicuro; nessuno giocava con lui; la madre lo portava in palestra, dove col prof imparava qualcosa, ma anche lei dubitava che Sandro fosse davvero portato.

Dai Sandro, vieni allo stadio! lo chiamò Agnese. Oggi cè il sole!

Ma le attività non ci sono più…

Se io ci sono, lattività ci sarà! Buongiorno signora Magli, lo porto con me.

Va bene, almeno così è occupato…

Giocavano e correvano, saltavano, si rincorrevano. Nei mesi Sandro diventò più sicuro di sé, Agnese radunò un gruppo di bambini e inventò ogni giorno nuovi giochi.

Usa la testa! I muscoli sono solo muscoli. La mente deve lavorare!

E funzionava, eccome…


Tempo dopo, Paolo Gentili sedeva su una panchina del quartiere, trasandato, fumando. Non sapeva nemmeno lui perché fosse lì.

Professore? Una voce femminile lo fa voltare.

Non la riconosco rispose, accennando un sorriso amaro.

Sono Agnese Ricci. Mi ha insegnato lei.

Ricci… Ma davvero? Sei tu? E allora, ho fatto bene?

Eccome. Mi sono laureata, aiuto i ragazzi come Sandro Magli che ora gioca a pallavolo, sta molto meglio.

Sandro… non ricordo borbottò Gentili.

Agnese cercava in lui la persona che aveva tanto amato, eppure non la trovava più. Una volta pensava che si sarebbero sposati Che sciocca.

Ricci, tu riabilitatrice? Si fermò su quella parola, come a voler fissare qualcosa di familiare. Vai pure, non ho niente da offrirti.

Si vergognava di sé, del suo aspetto.

Grazie per avermi aiutata a capire chi volevo essere. Arrivederci, professore. Le auguro ogni bene.

Ciao Ricci, stammi bene.

La guardò allontanarsi con un lieve sorriso. Lallieva aveva superato il maestro, era andata avanti. Meglio così. Cera almeno chi aveva ancora tutta la vita davanti. Ognuno fa le sue scelte, e poi si raccoglie ciò che si semina.

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Il Maestro
Accidenti papà, che accoglienza! Ma a cosa ti serviva quel centro benessere, se a casa hai già il trattamento “all inclusive”? Quando Davide consegnò le chiavi del suo appartamento a Eva, lei capì: la Bastiglia è presa. Nemmeno Di Caprio ha atteso l’Oscar così come Eva ha aspettato il suo Davide, per di più con una sua capanna. Disillusa, a trentacinque anni, Eva lanciava sempre più spesso occhiate compassionevoli ai gatti randagi e alle vetrine di “Tutto per il fai da te”. Ma poi lui – solitario, con la gioventù spesa tra la carriera, la dieta sana, la palestra e altre sciocchezze come la ricerca di sé nel mondo, e, per di più, senza figli. Eva aveva desiderato quel regalo dai vent’anni e forse, lassù nei cieli, hanno finalmente capito che non scherzava. — Ho l’ultima trasferta dell’anno, poi sarò tutto tuo — disse Davide, porgendole le preziose chiavi. — Solo non spaventarti della mia tana. Di solito vengo qui solo per dormire, — aggiunse, volando via in un altro fuso orario per tutto il weekend. Eva portò con sé lo spazzolino, la crema e andò a vedere com’era quella tana. I problemi iniziarono già all’ingresso. Davide l’aveva avvertita che la serratura a volte faceva i capricci, ma Eva non pensava così tanto. Assaltò la porta per quaranta minuti: spingeva, tirava, infilava la chiave tutta, entrava gentilmente di traverso, ma la porta sembrava proprio non voler aprirsi al nuovo abitante. Eva provò con la psicologia, come le avevano insegnato i compagni dietro le rimesse a scuola. Al rumore si aprì la porta del vicino. — Perché sta cercando di entrare in una casa altrui? — chiese una voce femminile preoccupata. — Non sto cercando di entrare, ho le chiavi, — rispose Eva, arrabbiata, asciugandosi il sudore dalla fronte. — E lei, chi sarebbe? Non l’ho mai vista prima, — continuava la vicina impicciona. — Sono la sua ragazza! — dichiarò Eva con sfida, piantando le mani sui fianchi, anche se vide soltanto la fessura da cui la vicina la interrogava. — Lei? — la donna era sinceramente sorpresa. — Sì, io. Qualche problema? — No, nessuno. È solo che lui non ha mai portato nessuno qui (in quel momento Eva amò ancora di più Davide), e adesso… così, tutto d’un tratto. — Così come? — non capiva Eva. — Guardi, non sono affari miei. Scusi, — e la vicina richiuse la porta. Capendo che era questione di sopravvivenza tra sé e la porta, Eva spinse la chiave con tutta la forza del volere di entrare in quella capanna, rischiando quasi di girare tutto il telaio. La porta si aprì. L’essenza di Davide si manifestò davanti a Eva e la sua anima si congelò. Certo, a un giovane solo è naturale un certo ascetismo, ma questa era una vera cella. — Poverino, il tuo cuore ha dimenticato da tempo, o forse non ha mai conosciuto, cosa sia il calore di casa, — gli scappò mentre osservava la modesta abitazione che ormai avrebbe frequentato spesso. In fondo, era contenta. La vicina non aveva mentito: una mano femminile non aveva mai accarezzato quelle pareti, quel pavimento, quella cucina e quelle finestre grigie. Eva era la prima. Non resistendo, Eva mise le scarpe e corse al supermercato per una bella tenda e un tappetino per il bagno, e già che c’era, presi guanti da forno e asciugamani per la cucina. In negozio fu travolta dall’entusiasmo… Alla tenda e al tappetino si aggiunsero profumatori d’ambiente, sapone artigianale e pratici contenitori per cosmetici. «Aggiungere queste piccole cose in una casa altrui non è un’invasione», si rassicurava Eva, attaccando un secondo carrello al primo pieno di acquisti. La serratura non oppose più resistenza. In realtà non svolgeva più nemmeno la sua funzione, sembrava un portiere di hockey senza maschera in partita. Capendo il guaio, Eva fino a mezzanotte armeggiò con i coltelli da cucina per smontare la vecchia serratura e la mattina dopo corse a comprarne una nuova. Anche i coltelli andavano sostituiti. E pure le forchette, i cucchiai, la tovaglia, i taglieri e i sottopentola. E da lì alle tende il passo fu breve. Domenica, all’ora di pranzo, chiamò Davide: doveva trattenersi un paio di giorni in trasferta. — Mi farà piacere se porti un po’ di calore e accoglienza in casa mia, — sorrideva al telefono, quando Eva gli confidò di aver fatto qualche modifica all’ambiente. A dire il vero, il calore lo aveva già trasportato con dei camion, distribuendolo secondo il piano tecnico e tutta la dovuta documentazione. Anni di accumulo in una donna sola e ora, appena libera di agire, non riusciva a fermarsi. Al ritorno di Davide, della vecchia casa rimaneva solo un ragno vicino alla presa d’aria. Eva voleva mandare via anche lui, ma vedendo i suoi otto occhi sconvolti, capì che era meglio lasciarlo come simbolo del rispetto della proprietà altrui. La casa di Davide ora sembrava quella di uno felice in matrimonio da otto anni, poi deluso, e ritornato felice per ostinazione. Eva non si occupò solo dell’appartamento, ma fece in modo che tutto il palazzo sapesse che la padrona ormai era lei; tutti i problemi, d’ora in avanti, passavano da lei. L’anello all’anulare ancora non c’era, ma era solo un dettaglio tecnico. All’inizio i vicini scrutavano sospettosi, poi si arresero: “Se dice lei… Noi, che ci importa. Faccia pure, sono affari suoi”. *** Il giorno del ritorno, Eva preparò una vera cena casalinga, impacchettò le sue parti migliori in una confezione elegante e audace, sparse incensi agli angoli e, attenuando la nuova illuminazione, si mise in attesa. Davide tardava. Quando la confezione iniziò a pungerle proprio nel punto per cui aveva sgobbato in palestra sei mesi, qualcuno inserì la chiave nella serratura. — La serratura è nuova, basta spingere, non è chiusa a chiave! — rispose Eva leggermente confusa, ma anche seducente. Il giudizio altrui non la preoccupava. Con la casa aveva fatto talmente bene che le avrebbero perdonato tutto. Proprio quando la porta si aprì, Eva ricevette un SMS da Davide: «Dov’è sei? Sono a casa. Vedo che non è cambiato nulla. Gli amici mi avevano terrorizzato dicendo che avresti invaso tutto con i tuoi cosmetici». In realtà Eva avrebbe letto il messaggio molto più tardi. Intanto però nella casa entrarono cinque perfetti sconosciuti: due giovani, due ragazzini e un nonno che, vedendola, si raddrizzò e si sistemò i pochi capelli bianchi. — Ma guarda che accoglienza, papà! E perché ti serviva davvero il centro benessere, con tutto questo “all inclusive” a casa? — scherzò il figlio, subito zittito dalla moglie per lo sguardo indiscreto. Eva restò sulla soglia con due calici pieni, paralizzata. Avrebbe voluto urlare ma il blocco era totale. Da qualche angolo, il ragno sogghignò soddisfatto. — Scusi, chi è lei? — squittì Eva. — Il proprietario della baracca. E lei, infermiera della ASL, è qui per la medicazione? Avevo detto che facevo da solo, — rispose il nonno, osservando il costume da infermiera di Eva. — Eh sì, Adam Matteo, qui c’è proprio calore e serenità — sbirciò dietro Eva la moglie del giovane. — Tutta un’altra cosa, non come quando vivevamo in un mausoleo. E lei, signorina, come si chiama? Non è troppo giovane per il nostro Adam Matteo? Certo, un uomo rispettabile, con casa propria… — E-e-va… — Ecco qua! Bravo, Adam Matteo, sa scegliere la gente! Il nonno, dagli occhi brillanti, sembrava apprezzare la situazione. — Ma Davide dov’è? — sussurrò Eva, svuotando entrambi i calici per il nervosismo. — Sono io Davide! — alzò la mano il ragazzino di otto anni. — Aspetta, sei troppo piccolo per essere Davide, — intervenne la madre, che condusse marito e figli in macchina. — Scusate, credo di aver sbagliato appartamento… — iniziò a riprendersi Eva, ricordando la lotta con la serratura. — È Via delle Viole, diciotto, interno ventisei? — No, questa è Via Bucovina, diciotto, — rispondeva il nonno, pronto ad aprire il suo pacco regalo inatteso. — Ah, — sospirò Eva, — ho capito. Allora accomodatevi, io mi allontano un attimo per una telefonata. Afferrò il telefono e si rifugiò in bagno, barricate le porte, avvolta nell’asciugamano. Solo lì lesse il messaggio di Davide. «Davide, arrivo tra poco, sono solo rimasta in negozio», scrisse Eva. «Va bene, ti aspetto. Se puoi, porta una bottiglia di rosso», rispose con un messaggio vocale Davide. Il rosso Eva lo avrebbe portato, ma ormai solo dentro di sé. Con il tappetino sottobraccio e la tenda sfilata, aspettava che gli sconosciuti passassero in cucina, poi scappò dal bagno. Raccolse in tutta fretta le sue cose e fuggì dall’appartamento. *** — Ti racconterò più tardi, — spiegò a Davide quando lui le aprì la porta. Camminando come in un sogno, lo ignorò e andò dritta in bagno a rimettere tenda e tappetino, poi in camera dove si lasciò cadere sul divano, dormendo fino al mattino, finché lo stress e il rosso non si furono dissolti. Al risveglio, davanti a lei c’era un giovane sconosciuto in attesa di chiarimenti. — Mi scusi, che indirizzo è questo?.. — Via Butti, diciotto.