Qui non sei nessuno

13 novembre 2023

A volte mi chiedo se qui, a Milano, avrò mai la sensazione di appartenere davvero a questo mondo elegante, col suo brusio sofisticato, le tavole apparecchiate con perfezione, i discorsi sussurrati che sembrano lame affilate pronte a colpire. Stasera, a cena, me ne sono ricordata come non mai.

Capisci, vero, che qui tu non sei nessuno? La voce di Vera Paolini era gentile, quasi materna nel suo tono freddo e regolato. Ma sotto quella superficie, le sue parole mi pesavano addosso peggio di uno schiaffo. Nessuno. Una ragazza di campagna venuta qui a lavare anziani per pochi euro. E adesso occupi un posto al mio tavolo.

Non ho abbassato lo sguardo, anche se avrei voluto. Vera, sono seduta al tavolo di mio marito.

Lei ha accennato un sorriso gelido, quanto basta per farmi capire che parlavamo due lingue diverse. Mio figlio, ha sussurrato.

Davide era accanto a me, lo vedevo osservare il piatto con attenzione e silenzio. Sapevo che non avrebbe detto nulla. Non lo faceva mai, soprattutto con sua madre. E io, ormai, avevo imparato a non aspettarmi altro.

Era linizio di una serata che avrebbe capovolto tutto, anche se in quel momento ancora non lo immaginavo. Sedevo rigida, tenevo la forchetta come mi avevano insegnato in questi due anni e ripetevo a me stessa: Basta resistere fino alla fine della cena.

Eran passati quaranta giorni da quando ci aveva lasciato Arcadio Paolini, il patriarca. Fondatore dellazienda, padre di Vera, suocero di Davide. Io lavevo conosciuto che ero già donna, ventotto anni, entrata in questa casa non come fidanzata, ma come badante.

Avevo lasciato la campagna piemontese anni fa per necessità, aiutando mamma e papà: nella loro San Filippo non cera lavoro, a parte qualche raccolto e due negozi. Arcadio mi aveva accolta, con il suo modo burbero, ma senza diffidenza. Spesso la sera parlavamo: mi chiedeva della mia famiglia, delle mie opinioni. Io rispondevo senza filtri, lui ascoltava davvero.

Non ti fa paura essere sincera? mi aveva chiesto una sera quando la malattia si era fatta più forte.

Non conosco altri modi di parlare, avevo risposto.

Sei una rarità. Una rarità enorme, aveva detto lui.

Davide era comparso dopo sei mesi. Veniva ogni tanto, nelle pause tra gli impegni. Sembrava distante. Un giorno però restò più a lungo e parlammo in cucina. Poi ancora. E ancora. Non avevo programmato niente. Lui era attraente, più grande di me di sei anni, con quellaria sicura che, appena lo guardavi bene, lasciava vedere delle crepe tenerissime. Questo mi aveva fatto avvicinare a lui.

Dopo un anno ci sposammo, con Arcadio alla cerimonia, seduto in poltrona, austero come sempre. Abbi cura di te, ragazza, mi disse sottovoce.

Allinizio non capii bene cosa intendesse. Poi lo capii fin troppo chiaramente.

Vera Paolini non nascose mai il suo giudizio. Della sua disapprovazione voleva fare una bandiera: non servivano spiegazioni su cosa trovasse di inadatto in me. Bastava il suo sguardo, il tono, il modo in cui lasciava silenzi tra le frasi.

Quando esagerava, Davide sussurrava: Mamma, non ti sembra eccessivo?

Dico solo la verità, rispondeva lei.

E lui taceva.

Ho imparato a vivere in quella casa enorme sulla Martesana, a non inciampare tra i mobili dantiquariato, a parlare senza inciampi nei ricevimenti pieni di gente. Non ho mai cercato di essere qualcun altro. Solo imparavo, giorno dopo giorno: a volte chi prende una maschera vuole solo sopravvivere. Io cercavo solo di crescere.

Io lo vedevo, che a Vera la mia calma dava fastidio. Non poteva davvero disprezzare la mia storia di badante: era onesto, quello che sapevo e portavo con me. E lei lo percepiva, e così mi odiava un po di più.

Quella sera la tavola era apparecchiata nella sala grande, quella con le tende pesanti e i quadri dorati che Arcadio non amava, anche se era stato lui a lasciarli comprare: Scelte di Vera, mi aveva confidato una volta.

A tavola cerano dodici persone: cugini, amici storici di Vera, la sua amica Laura con il viso acido di chi ha sempre qualcosa da rimproverare al mondo, il socio di famiglia, Carlo Brunetti, che mi guardava come un oggetto fuori posto.

La cena iniziò tranquilla, ricordando Arcadio. Gli altri parlavano della sua tenacia negli affari, della durezza nelle trattative, della capacità di accrescere il patrimonio. Tutto misurato in euro, in potere.

Io ricordavo altro: di quando mi aveva chiesto di leggergli ad alta voce dei racconti portoghesi. Lui sorrideva, ogni tanto chiudeva gli occhi, poi diceva solo: Grazie. Nessuno ne parlava a quel tavolo.

Vera attaccò al terzo piatto. Sai, Laura, alle volte mi chiedo come cambi la vita. Ora anche nella nostra famiglia è arrivato qualcuno… da un altro ambiente.

Laura fece di sì con la testa, sapendo già dove si voleva arrivare.

Tutto si mescola, proseguì Vera. Una volta si sceglievano con cura i commensali. Ora e fece un gesto ampio democrazia.

Posai la forchetta, senza rumore.

Se vuole dirmi qualcosa, dica pure a me, dissi, fissa su di lei.

Diretto? Va bene, e mi guardò come fossi un esperimento. Sei una badante. Hai lavato mio padre, cambiato le lenzuola. Un lavoro onesto, ma non da famiglia come la nostra. E invece ora sei qui. Non capisco come sia successo.

Davide mi ha chiesto di sposarlo.

Un sopracciglio alzato verso Davide. Davide era confuso. È giovane, si lascia incantare

Basta, mamma, sussurrò Davide.

Dico solo la verità. Tua moglie viene dalla campagna. Da San Filippo, se non sbaglio. Tuo suocero guidava il trattore. Tua suocera faceva le pulizie a scuola. Non è cattivo, è solo diverso. Non è il nostro livello. Tutti lo pensano, nessuno lo dice. Io non sono buona a far finta.

Sentii lo stomaco contrarsi. Non per rabbia: mi ero abituata a quel tono. Era altro, una stanchezza profonda.

I miei genitori sono persone oneste. Mai avuto vergogna di loro.

Vergogna no, disagio sì, spuntò Laura, rincarando. Una questione di cultura, diciamo.

In che senso? chiesi calmissima.

Ma dai, sai bene a cosa mi riferisco.

No, provi a spiegare, ribattei.

Laura rimase spiazzata, non abituata a chi le chiedesse argomenti.

Davide, sottovoce: Non fare scenate.

E quello, tra tutto, mi fece più male. Non le accuse, non gli sguardi acidi. Ma il modo in cui Davide chiedeva a me di non fare scena, quando non ero io a crearla.

Non rispose mai al mio sguardo.

Va bene, dissi.

Vera percepì la vittoria e fece un affondo più diretto, verso tutti: Mi ha sempre colpito una cosa: una ragazza che lavora come badante e allimprovviso sposa il figlio dellanziano. Non credo alle coincidenze, credo al calcolo, anche se magari fatto distinto e non per furbizia.

Il silenzio era totale.

Io non risposi. Fissavo la tovaglia, sentivo solo laria carica come prima di un temporale.

In quel momento si aprì la porta.

Entrò un uomo distinto, sulla cinquantina, abito sobrio, valigetta, occhiali, laspetto di chi è abituato a portare notizie che cambiano le cose.

Mi scusi il ritardo. Sono il notaio Alberto Loredan. Arcadio Paolini mi ha incaricato di essere presente proprio oggi. Era molto preciso con le sue volontà.

Vera si raddrizzò.

Di cosa si tratta?

Della lettura del testamento. Arcadio Paolini mi ha affidato un testamento sigillato, nove mesi fa, con istruzione di leggerlo esattamente quaranta giorni dopo la sua scomparsa. Davanti a tutta la famiglia, disse chiaro.

Il notaio aprì la cartella, estrasse la busta, la aprì.

Non so perché mi sentii improvvisamente serena, come se il mondo si fosse fermato per qualche secondo.

Il notaio lesse: elencò immobili la casa di Milano, un appartamento in Brera, una villa al lago , quote di società, titoli, conti. Pronunciò le parole con la voce calma, distaccata:

Tutto viene lasciato a Natalia Romano, nata a San Filippo nel 1994.

La sala era ferma.

Cosa? sussurrò Vera.

Il notaio proseguì con una lettera di Arcadio. Diceva che negli ultimi anni, malato, aveva visto accanto a sé molte persone. Sua figlia veniva poco, solo per questioni pratiche. Suo nipote era gentile ma distante. Nessuno si era mai fermato con lui semplicemente a parlare, a leggere, a offrire presenza disinteressata. Natalia laveva fatto. Non per lavoro, ma perché così era fatta lei.

Ricchezza non è un premio, scriveva. È una prova. Io non lho superata. Lascio la prova a chi saprà farlo meglio di me. Natalia, ti ho scelto. Non tradire te stessa.

Vera rimase interdetta, poi dichiarò che avrebbe impugnato il testamento. Il notaio spiegò che ogni passaggio era in regola, ogni volontà documentata, Arcadio era stato giudicato lucido da una perizia medica tre mesi prima.

Farò causa, minacciò.

È suo diritto, rispose composto il notaio.

Mi passò la lettera. La piegai con cura e la tenni con me.

Quella sera non dissi più una parola.

Le settimane dopo furono strane. Non dormii quasi mai. Riaprii mille volte la lettera di Arcadio, rivedevo la sua mano che tamburellava sul bracciolo nelle pause dei nostri dialoghi serali. Chiamai mamma.

Ma…

Che cè, Natalia?

Tutto a posto, davvero. Devo solo raccontarti qualcosa, con calma.

Qui va tutto bene. Papà ieri era nellorto, schiena bloccata, ma non vuole sentire ragioni.

Mi venne da ridere la prima volta da giorni.

Torno presto promesso.

Chiamai anche un avvocato. Mi spiegò bene: potevo scegliere tre case, due aziende, investimenti. Una responsabilità enorme. Vera tentò di impugnare, ma non andò a buon fine.

Davide venne a parlarmi dopo tre giorni. Seduti in silenzio, tè nella tazza.

Non lo sapevo, disse.

Nemmeno io, risposi.

Il nonno non ha mai accennato

Credo che sia stato tutto voluto.

Che succede adesso? chiese.

Lo guardai: era il mio Davide, quello vero, non quello torvo del salotto di sua madre.

Dobbiamo parlare di noi. Seriamente.

Sì.

Non di soldi. Di noi.

Annuii. Gli dissi cosa sentivo: che quella sera non mi aveva difesa. Che io non ero mai stata scelta davvero. Lui ascoltò. Gli spiegai che era legato a sua madre da una timidezza antica, che non poteva scardinare facilmente. Forse mai.

Potrei cambiare, provò.

Forse. Ma io ora ho bisogno di certezze.

Pochi giorni dopo chiesi il divorzio. In pace, senza urla. Giusto ciò che spettava a lui rimase a lui.

Vera mi chiamò subito dopo i documenti.

Ci butti fuori, vero?

No. Potete rimanere nella casa di via Sforza per un mese, come da testamento. Poi possiamo anche parlare di un affitto, al prezzo di mercato.

Un affitto? pareva non riconoscesse quella parola.

O cercate altro. È vostra scelta.

Sai che mio padre era fuori di testa…

Non la lasciai finire. I documenti sono in regola. Il giudice quasi sicuramente confermerà la validità del testamento. Non sono una nemica. Ma non darò via ciò che lui voleva lasciarmi. Era la sua volontà.

Riattaccò senza saluti.

Andai avanti con gli affari. Andai a visitare lazienda a Pavia: produzione materiali edili. Il direttore Tartaglia era diffidente.

Adesso è lei la proprietaria.

Sì. Desidero vedere di persona come sono le cose. Non solo nei bilanci.

Gli diedi fiducia. Risposi domande precise sul personale, sulle forniture. Notai che alcune risposte su fornitori erano troppo dettagliate. Indagai.

Il consulente mi rivelò la verità: Tartaglia guadagnava tramite unazienda legata a lui, fornendo materiali a prezzi maggiorati. Tre anni così.

Gli diedi unultima occasione: sincerità completa o fine del rapporto.

Fu sincero a metà. Lo sostituii.

A Castelletto, nellaltra azienda, trovai invece una donna tosta: Maria Galbiati. Mi parlò subito di problemi reali: le perdite nella logistica.

Io dico le cose come stanno, mi spiegò. Qui la consegna ci costa troppo.

Allora affrontiamo il problema.

Trasferii Vera e Davide nella casa più piccola in città. Volevo lasciarmi alle spalle quellenorme villa opprimente. Mi presi una casa ampia, ma non esagerata, in una zona normale di Milano, vicina alla Martesana. Cercavo niente di troppo appariscente: solo tanta luce e calma. Comprai mobili semplici, solidi. Un tavolo di legno come quello dei miei genitori.

La mattina che mi svegliai lì, il sole filtrava tra le finestre e, per la prima volta, sentii di essere nel posto giusto.

Quando andai a San Filippo, fui accolta dallodore di terra umida e fumo dai camini. Papà era in cortile, mamma già sulla porta. Mi abbracciarono forte. Pranzammo con un vero piatto piemontese, quello che mi mancava di più.

Quindi adesso sei ricca, disse papà.

Ora ho tante responsabilità, lo corressi.

Questo è giusto, assentì.

Raccontai tutto: della casa a Milano, delle aziende, di Vera. Loro ascoltarono, sobri e silenziosi.

E cosa ne sarà di loro? chiese mia madre.

Un piccolo vitalizio, giusto lo stretto necessario.

Così devessere, disse mamma. Non rovinare nessuno, ma nemmeno regalare tutto. Che imparino a vivere da persone vere.

È quello che voglio io, risposi.

Rimasi dieci giorni in paese. Parlammo, lavorai nellorto, aiutai papà con ciò che potevo. Una mattina incontrai Cosimo, mio compagno di classe alle elementari, che ora era il veterinario della zona.

Natalia? chiese, semplice.

Ci salutammo. Venni la sera dopo a trovarlo. Chiacchierammo senza filtri, come tra amici veri. Parlò dei suoi animali, delle difficoltà del paese che cambia. Parlare con lui era una pace che in città non ricordavo più.

Sfogliai i diari che mi aveva lasciato Arcadio: tre quaderni. Pensieri scarni ma pesanti. Sul lavoro, la costruzione degli affari, la figlia viziata da un amore senza limiti. Negli ultimi appunti, sulle malattie e su di me: Voce ferma, affidabile. Presenza che rassicura.

Nellultima pagina: La ricchezza non è ciò che raccogli. È ciò che diventi mentre la raccogli. Io mi sono perso, spero che Natalia non succeda.

Scrissi anchio: Non perdere te stessa.

Tornando a Milano, organizzai fondi, assunsi altri consulenti. Maria Galbiati mi chiamò un giorno:

Un vecchio magazziniere aveva preso qualcosa, anni difficili. Ora la figlia sta meglio. Vuole sapere se lo lascio ancora?

Parliamone. Gli dica che io so, e che tolgo tutto se ci ricasca. Se no, dimentico.

Anche con Davide, i rapporti divennero civili. Lui aveva trovato un impiego nuovo, più modesto ma sentito come suo.

Tutto diverso, mi disse. Lavorare e vedere un risultato.

Cambia tutto, risposi.

Ogni volta che tornavo a San Filippo, passavo da Cosimo. Ci raccontavamo cose semplici e vere. Da lui avevo imparato a non giudicare le storie degli altri, a prendermi il tempo, a fidarmi dellistinto e della gentilezza.

La svolta fu in primavera, quando un giorno suonò alla porta proprio Vera Paolini. Non impeccabile come sempre, ma vera. Sedemmo in cucina. Lei disse:

Non sono qui per chiedere indietro nulla. Volevo solo dirti… forse sono stata troppo orgogliosa, abbassò il tono. Mio padre lo diceva sempre, e forse aveva ragione.

Il problema, risposi, è cosa si sceglie di portare avanti con orgoglio.

Alla fine, si alzò per andare via.

Hai fatto bene a non lasciarci tutto. Papà aveva capito: a volte togliere costringe a crescere. Grazie.

Lestate scivolò semplice. Le aziende andavano bene, i rapporti di lavoro filavano. A giugno presi ferie vere, tre settimane a San Filippo. Mattine lente, lavori nellorto, passeggiate con Cosimo tra i campi. Più di ogni altra cosa, ricordo una sera tranquilla in veranda, lui accanto a me, in silenzio.

Credi che perderai te stessa ora che hai tutto questo? mi chiese.

Mi fa paura, confessai.

Allora non la perdi. Solo chi non si pone il dubbio si smarrisce davvero.

Sentii sulla pelle la carezza di una fiducia nuova.

A luglio rientrai a Milano, ma ogni mese tornavo per respirare il profumo del paese, la semplicità.

Passò un anno. Aprii un piccolo fondo, destinato a sostenere famiglie che curano parenti gravi in casa. Ne conosco la fatica, nessuna istituzione davvero ci pensa.

Quando mamma mi chiamò linverno dopo, la voce un po rauca per il raffreddore, domandò: Cosimo, quello, sta ancora lì ad aspettare?

Mi venne da ridere. Mamma, non è così semplice.

Sei felice?

Guardai fuori, verso le prime luci di Milano, la città che ormai chiamavo casa.

Sono nel mio posto, mamma.

È la stessa cosa, concluse lei.

Ed è vero. Non è felicità, è molto di più: è sentirsi finalmente, pienamente, al proprio posto.

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Qui non sei nessuno
La lista dei pazienti nel quartiere Nadia Semënovna percorreva il corridoio della ASL, tenendo stretta una pila di cartelle cliniche, mentre il tesserino le tirava giù il colletto del camice e gli occhiali scivolavano costantemente sul naso. Nel corridoio rimbombavano voci, stridii di sedie, qualcuno starnutiva rumorosamente; su tutto aleggiava l’odore pungente di candeggina e sapone dei bagni. — Infermiera, quanto manca ancora? — si udì da sotto la parete. Lì, una donna corpulenta in piumino stringeva al petto una busta con le analisi. — Uno alla volta, — rispose Nadia Semënovna, senza nemmeno guardare. — Avete consegnato le cartelle? Allora aspettate. Curvò verso il laboratorio, posò le cartelle sul tavolo, si tolse i guanti ancora un po’ appiccicosi alle dita e sospirò. Mancavano tre giorni a Capodanno, ma se ne accorgeva solo dalle sporadiche decorazioni ai portoni degli studi e dalle chiacchiere dei pazienti che si lamentavano non solo per la pressione, ma anche per i prezzi al supermercato. — Nadia, tutto bene? — la dottoressa, esile e con la solita coda di cavallo, sbirciò nella stanza. — Ti ho lasciato due visite domiciliari, non arrabbiarti. Sono i nostri anziani. — Che posso farci, — disse Nadia Semënovna. — Dammi pure. Prese il foglio con gli indirizzi, lo infilò nel taschino, controllò la borsa con il misuratore di pressione e le siringhe. Le chiamate erano tutte nella sua zona: palazzoni di nove piani che conosceva ormai ascensore per ascensore. All’ora di pranzo il laboratorio si svuotò. Nadia Semënovna indossò sopra il camice una giacca calda, infilò gli stivali che teneva sotto il tavolo e uscì. Il ghiaccio scricchiolava sotto i piedi, le auto parcheggiate lungo la strada erano ricoperte di neve sporca. Portava sotto il braccio la borsa degli strumenti e si diresse verso la fermata. La prima visita era nel cortile accanto. Palazzina dal facciata grigia, portone pesante da spingere con il fianco per chiuderlo. Dentro, odore di cibo per gatti e straccio bagnato. La lampadina tremolava, da qualche parte si sentiva musica. Appartamento al quinto piano senza ascensore. Nadia Semënovna contava i gradini mentre saliva; al terzo si fermò a prendere fiato, appoggiandosi al muro. Il cuore le martellava, le ginocchia facevano male. Pensò che presto sarebbe lei a chiamare qualcuno “a domicilio”, invece di correre per altri. Aprì la porta una donna magra, sui quaranta, con un maglione largo. — Prego, entri pure, — disse e chiamando verso l’interno: — Mamma, è arrivata l’infermiera. Sul divano, vicino alla finestra, una vecchietta stava sdraiata in un cardigan di lana. Sul davanzale tre vasi di fiori e, tra loro, una pallina di vetro appesa a un filo. — Ha la pressione ballerina, — disse la figlia sistemando la coperta della madre. — E tossisce. La dottoressa ha detto di far controllare. Nadia Semënovna prese il misuratore, avvolse la fascia attorno al polso sottile. L’anziana la guardava con occhi vivaci, leggermente velati. — State già preparando per Capodanno? — chiese mentre l’apparecchio sibila. — Dove vuoi che vada, — rispose Nadia Semënovna. — Turni, chiamate. Accendo la tv, faccio un’insalatina — e basta. — Noi invece… — la vecchietta pivotò appena la testa verso la finestra. — Abbiamo appeso la pallina, così non ci scordiamo della festa. Mia figlia lavora, ha il turno. Io festeggerò da sola. Ma va bene, ci sono abituata. Lo diceva calma, senza tristezza, ma Nadia Semënovna si sentì a disagio. Si ricordò del suo monolocale: lo stendino col bucato non tolto dall’autunno, l’aneto secco nel bicchiere. L’albero di Natale non lo fa da cinque anni, la scatola degli addobbi sta in solaio coperta di polvere. — La pressione va bene, nonna, — le disse guardando i numeri. — Continuate con le medicine. Ora ascolto la tosse. Appoggiò il fonendoscopio al petto sottile, sentì il respiro raschiante, l’espirazione debole. Silenzio in stanza, solo il ticchettio dell’orologio e il rumore di stoviglie dalla cucina dei vicini. — Verrà di nuovo da noi prima della festa? — chiese la vecchina mentre sistemava gli strumenti. — Solo se chiamate, — rispose Nadia Semënovna. — Altrimenti non si può venire semplicemente. — Sì, — assentì l’anziana e domandò all’improvviso: — E lei avrà qualcuno? Una visita, per brindare? La domanda era semplice, ma troppo diretta. Nadia Semënovna sentì una stretta al petto. Alzò le spalle. — Chi volete che venga da me, — disse, pentendosi subito del tono. — I figli vivono lontano, sono grandi ormai. Mi chiameranno, certo. La vecchietta la guardò comprensiva, con un calore inspiegabile. — Allora guarderemo insieme i programmi alla tv, — disse. — Io qui, lei lì. Scendendo le scale, Nadia Semënovna pensava a quelle parole. “Guarderemo insieme la tv”. Ricordò quando aveva dormito prima della mezzanotte, con la lampada accesa e la tv a basso volume in cucina. La mattina via a lavorare, senza che la festa cambiasse qualcosa. La seconda visita era nel suo palazzo, altro portone. “Paziente allettato”, diceva il foglio. Conosceva la casa: un uomo solo reduce da un ictus, seguito da badanti. Ingresso identico al suo: pareti grigie e cassette della posta con i numeri scritti a pennarello. Aprì la porta una badante in gilet imbottito. In stanza, davanti alla finestra, disteso c’era un uomo intorno ai sessanta, grande e con le braccia flosce. La tv trasmetteva un vecchio film. — Non c’è male il nostro eroe? — chiese alzando le sopracciglia. — Eh, — sospirò la badante. — Ha tossito stanotte, pressione alta. Ho chiamato la dottoressa, ha mandato lei. L’uomo fissava il soffitto, le labbra quasi immote. — Buonasera, — disse Nadia Semënovna chinandosi da lui. — Sta arrivando la festa, e lei qui? Non si fa. Un mezzo sorriso scivolò su un angolo della bocca. — Quale festa, — mormorò. — Basta non di notte. Misurò la pressione, controllò la flebo, annotò qualcosa sul quaderno. Odore di medicine e di cucina in stanza. Sul davanzale una vecchia ciotola, che ricorda piena di caramelle. — E parenti? — domandò a bassa voce la badante mentre salivano in corridoio. — Ha una sorella, — rispose. — Ma lontana, viene raramente. Per Capodanno non ci sarà, l’ha detto al telefono. Io lo seguirò di notte, sono di turno. Sulla scala, scendendo, Nadia Semënovna pensò che proprio nel suo condominio c’erano persone che avrebbero festeggiato in silenzio, in letto. E lei, vicina di casa, li conosceva solo per lavoro. Tornata in ambulatorio, restituì le cartelle; era già buio. Fuori, sotto il lampione, danzavano pochi fiocchi di neve. In sala medici qualcuno addentava un panino, la tv borbottava notizie. — Nadia, sei strana oggi, — chiese la dottoressa mentre versava il tè. — Stanca? — Come tutti, — rispose togliendosi la giacca. — Senti, nel nostro quartiere ci sono tanti soli? Proprio soli soli? — Che ne pensi? — rise la collega mescolando il tè. — Mezzo elenco è così. O sono senza parenti, o solo sulla carta. Perché lo chiedi? Nadia Semënovna tacque, guardando la lista dei turni alla parete. Nella sua testa ronzavano le frasi: “Festeggerò da sola”, “Che festa è questa”. — Pensavo… magari si potrebbe… So, fare gli auguri. Una clementina, un tè. Solo passare. La dottoressa la guardò sorpresa. — Sei matta, — disse bonaria. — Ci danno la multa. Niente regali, niente iniziative. Lo sai com’è ora. — Lo so, — replicò subito Nadia Semënovna. — Non dalla ASL. Da persona a persona. Ma li conosco come infermiera, e penso… La dottoressa sospirò. — Nadia, sei buona, ma non caricarti. Siamo già esauste. Se vuoi, vai tu privatamente. Ma non dire che vieni dalla ASL. Se no arrivano reclami, peggio per te. La parola “reclamo” era come una doccia gelata. Sapeva bene quanto fossero temuti. Ogni foglio portava problemi, rapporti, rimproveri. Rientrando a casa, Nadia Semënovna camminava nella notte gelida. La borsa sembrava più pesante del solito. Nelle finestre brillavano luci colorate, al piano terra bambini saltavano attorno all’albero finto e alle ghirlande. Nel portone regnava il silenzio. Sul davanzale del primo piano troneggiava una piantina ormai secca accanto a un alberello di plastica. Sulle pareti un avviso dell’amministratore annunciava lo stop all’acqua calda, attaccato con lo scotch. Nel suo appartamento accese la luce, posò la borsa su uno sgabello vicino alla porta. In cucina era fresco, dalla finestra semiaperta entrava aria fredda. Mise su il bollitore, preparò la tazza ma, mentre l’acqua bolliva, sedette al tavolo e tirò fuori il blocco. Alla prima pagina scrisse: “A chi è solo”. Poi si fermò. Ricordò la vecchina con la pallina, l’uomo allettato, altre pazienti del vicino palazzo che si lamentavano di non avere “nessuno”. Fece la lista di nomi e indirizzi. Circa dieci righe. Guardò quei nomi e si sentì stanca. Nella testa voci contrarie: “Non è affar tuo”, “Non sei obbligata”, “Non ci sono forze”. Si massaggiò la fronte. Se comprassi solo qualche clementina e la portassi, pensò. Senza discorsi, senza poster. Basta bussare e dire auguri. Chi vuole, accetta. Chi no, chiuda. La spaventava più la possibilità di dover parlare con qualcuno, che di vedersi la porta chiusa. In ambulatorio si sentiva sicura: lì le regole sono chiare — iniezioni, pressione, cartelle. Qui, invece, era come entrare brevemente nella vita d’altri. Il bollitore scattò. Versò l’acqua, sedette col tè, fissandosi sulla lista. Alla fine, quasi senza pensarci, aggiunse una riga: “Appartamento 87, la vicina di sopra, allettata”. La conosceva solo dai rumori dei bastoni nel corridoio e dal profumo di minestrone che arrivava da sotto la porta. Il giorno dopo arrivò in ASL prima del solito. In laboratorio c’era solo il rumore del bidello mentre lavava il pavimento. Nadia Semënovna appese il camice, tirò fuori il blocco e lo mise sul tavolo. Dopo poco entrò la collega, robusta e con i capelli corti. — Buongiorno, — salutò. — Oggi sarà un delirio. Tutti vogliono curarsi prima delle feste. — Senti, — disse Nadia Semënovna mentre indossava i guanti. — Pensavo che tra i nostri pazienti ci sono quelli davvero soli. Magari ci mettiamo ciascuna cento euro, compriamo clementine, tè. Li porto io a casa mia, a fine giornata. La collega la guardò incredula. — Non ci cacciano per questo…? — non finì la frase. — Non dalla ASL, — ribadì Nadia. — Solo tra persone. Niente elenchi, nessuna firma. Non dirò che viene da te. Solo per non lasciare tutto vuoto. La collega esitò, poi tirò fuori una banconota. — Daccordo, — disse. — Ma non dirlo a nessuno. Se scoprono che in servizio faccio altro… A pranzo il suo blocco era pieno di banconote: qualcuno offrì venti euro, qualcuno cento, qualcun altro disse che tirava a campare. Una dottoressa sbuffò: — Pensi che con le tue clementine cambierà qualcosa? Dovresti battersi per i farmaci gratuiti. Nadia scrollò le spalle. I farmaci sarebbero giusti, ma non toccava a lei. Le clementine invece sì. Dopo il turno passò al supermercato. Tra la gente che si spingeva, prese due chili di clementine, qualche confezione di tè, un paio di scatole di biscotti. Alla cassa la commessa chiese, annoiata: — Prepara per la festa, lei? — Sì, — rispose Nadia. — Un piccolo pensiero. A casa sistemò la spesa sulla tavola: nei sacchetti puliti mise clementine, una confezione di tè, biscotti. Ne vennero nove. Li guardò e sentì una strana emozione, come prima di un esame. — Son fuori di testa, — disse a voce alta, ma non li mise via. La sera, dopo aver stretto bene la sciarpa, prese tre sacchetti per mano; gli altri li avrebbe portati dopo. Si iniziò dai vicini: il signore allettato e la signora di sopra. Salì per prima dal signore. Il cuore batteva, le mani sudavano nei guanti. Suonò. Dal di là, passi e scatto di serratura. Aprì la badante. — Oh, è lei, — disse. — Ancora qualcosa? — No, — rispose Nadia. — Solo… un piccolo pensiero per la festa. Clementine, tè. Prende? La badante si fissò sul sacchetto. — Chi le manda? — chiese sospettosa. — Dai vicini, — rispose Nadia dopo una breve pausa. — Da chi vive qui. Giusto per non lasciarvi… soli. Dalla camera la voce dell’uomo: — Chi è? — Quella dell’infermeria, — gridò la badante. — Dei regali. — Che regali, — brontolò. — Non mi serve niente. Nadia si affacciò: — Sono io, l’infermiera. Non arrabbiatevi. Sono solo clementine. Le lascio, decida lei cosa farne. Lui la fissò di sottecchi, poi guardò il sacchetto. Esitante, ma negli occhi brillò qualcosa. — Buone feste, — aggiunse e realizzò quanto suonava buffo in quella stanza. — Uguale, — borbottò, tornando alla tv. Sul pianerottolo si fermò a respirare. Almeno non l’hanno cacciata, pensò. Salì lenta dalla vicina di sopra. Porta vecchia, vernice graffiata. Suonò. Silenzio lungo, stava per andare via quando sentì uno scatto. Sulla soglia una donna sui settanta, in vestaglia e fazzoletto in testa. — Sì? — chiese cauta. — Sono la sua vicina, — disse Nadia. — Non ci conosciamo bene, l’ho vista solo per lavoro. Ho portato qualcosa per la festa. Clementine e tè. Li prende? La donna fissò il sacchetto e poi lei. — E che devo dare in cambio? — domandò diretta. — Nulla, — disse Nadia. — Solo auguri. La donna tacque, poi prese il sacchetto con tutte e due le mani, come una cosa fragile. — Grazie, — sussurrò. — Pensavo: magari qualcuno bussa. Almeno uno. Queste parole le colpirono più delle lamentele. Nadia annuì, senza sapere cosa dire. — Se serve, io sono sotto, — fece. — Chieda pure, se ne ha bisogno. — Mi vergogno, però. Lei lavora già tanto. — Mai dire mai, — tagliò Nadia. — Ora scappo. Scese da sé, prese i sacchetti rimasti e uscì. Era quasi buio, i lampioni illuminavano pochi passanti. Fino al palazzo della vecchietta con la pallina ci volle poco. Davanti all’ingresso si fermò, guardò le finestre. Al terzo piano la luce era accesa, sul davanzale le sagome dei fiori. Entrò, salì contando i gradini. Aprì la figlia. — Siete venuta per la visita? — chiese sorpresa. — No, — rispose Nadia. — Passavo di qui. Posso entrare? La vecchina era come sempre, la pallina brillava sotto la lampada. — Credevo non tornasse più, — disse. — Invece è qui. — Solo un piccolo pensiero per la festa. Clementine e tè. L’anziana allungò la mano tremante al sacchetto. — Grazie, — disse. — Non posso darle niente. — Non serve, — rispose Nadia. — Allora le dico solo una cosa, — sorrise la nonnina. — Lei è buona, va bene? Un nodo alla gola. Nadia distolse lo sguardo, guardò i fiori. — Va bene, — disse. — Ma non si approfitti. Risero, la tensione sparì. Restò qualche minuto a parlare di tempo e tv, poi uscì. Le visite successive furono varie. Una donna chiuse la porta dicendo: “Non mi serve, ho tutto.” Un’altra si scusò per il disordine. Un signore sulle stampelle domandò se fosse una promozione. Qualcuno fu contento, qualcuno si vergognò, altri brontolarono. Ogni volta che scendeva le scale, Nadia si sentiva un po’ sciocca e un po’ più leggera. Sapeva di non salvare nessuno, non risolvendo grandi problemi. Ma per qualche secondo, tra una porta e l’altra, nascevano cose insolite. Poi, nell’ultimo delirio festivo, ancora corse per la ASL. I pazienti portavano scatole di dolci ai medici, “per tutti” di nascosto. In sala medici pacchetti col cioccolato. L’amministrazione appese l’avviso: vietato accettare regali. Ma nessuno ci fece troppo caso. — Nadia, — le strizzò l’occhio la collega, — hai consegnato tutto? Non che qualcuno ci resti male. — Chi ho potuto, — rispose. — Il resto la prossima volta. — Sei un’eroina, — disse la ragazza, — ma non dirlo a nessuno! La sera i corridoi si svuotarono. Solo la donna delle pulizie trascinava il secchio, lasciando tracce d’acqua. In laboratorio silenzio, solo il frigo dei vaccini borbottava. — Andate a casa, — disse la caposala. — Domani festa, riposatevi. Niente visite, solo emergenze. Nadia si sfilò il camice, lo appese con cura. Sulla sedia restava un’ombra della piega. Prese la borsa, spense la luce, uscì nel corridoio. Solo le luci notturne accese, aria fredda. Passò davanti all’accettazione, dove una sola impiegata lavorava a maglia. Davanti al pannello degli avvisi: screening, orari dei medici. Accanto alla porta, che di giorno era sempre affollata. Fuori le prime micce di Capodanno. Un botto lontano, una scia rossa. La neve scricchiolava. Andava piano, le gambe pesanti, la schiena dolorante. Davanti al portone la fermò una giovane madre con carrozzina. — Nadia Semënovna, — disse. — È passata dalla mia vecchia ieri? Ha raccontato che è venuto il “babbo Natale”. — Quale babbo Natale, — sbuffò Nadia. — Ho portato solo clementine. — Eppure, — sorrise la vicina. — È contenta. Parlarono un po’ di bambini e di fuochi, poi la donna sparì nel cortile. Nadia salì, aprì casa, accese la luce. Silenzio. L’orologio segnava i secondi. Si levò la giacca, posò la borsa, andò in cucina. Sul tavolo il piatto di zuppa fredda della mattina. Si sedette, versò il tè, aggiunse il limone. La tv era spenta. Non aveva fretta d’accenderla. Da fuori brilla ogni tanto una luce di petardo. Si rammentò i volti di chi aveva incontrato. La vecchina con la pallina, l’uomo con la flebo, la vicina col sacchetto. Una signora che, ricevendo il dono, disse: “Pensavo tutti si fossero dimenticati”. Non si sono dimenticati di me, pensò all’improvviso. Non perché riceve regali, ma perché oggi, bussando a porte sconosciute, queste si sono aperte. E dietro c’erano persone che la guardavano non solo come un’infermiera, ma come una persona qualunque. Finì il tè, passò in salotto. Nella vecchia scatola sul mobile c’erano gli addobbi natalizi, rimasti lì da anni. La prese, la aprì: dentro, tra la carta di giornale, palline di vetro, figurine, fili lucidi. Non aveva l’albero, ma prese una pallina, la pulì col polsino e l’appese al gancio vicino alla finestra, dove di solito stavano le chiavi. Il riflesso della pallina catturava la cucina, il tavolo, lei stessa. Guardandosi in quel riflesso, sentì un po’ meno pesantezza nel petto. Nessuna magia. Domani nuovi turni, code, lamentele, stanchezza, scartoffie e orari. Ma ora aveva quel piccolo elenco nel blocco, accanto ai nomi una mentale spunta. Non come relazione, ma come promemoria: ci sono persone da visitare non solo per una puntura, ma anche solo con una clementina e un “buongiorno”. Un petardo fece tremare il vetro. Si scosse, poi sorrise. Si avvicinò al davanzale. Fuori, nel cortile, bambini correvano con stelline luminose, gli adulti infagottati guardavano. Nadia Semënovna rimase qualche minuto, poi attraversò la cucina buia e andò in salotto. Accese la tv: in onda lo show di Capodanno. Presentatori che sorridono, cantanti che intonano melodie note. Si sedette sulla poltrona col cellulare in mano. Pensò e scrisse un messaggio: “Buon anno. Qui va tutto bene.” Un altro alla vicina di sopra: “Se serve, sono in casa.” Le risposte arriveranno dopo. La figlia dirà che chiamerà a mezzanotte. La vicina di sopra scrive solo: “Grazie”. Nadia posò il telefono, si lasciò andare sullo schienale. Dalle pareti si sentiva brindisi e risate. In casa sua regnava il silenzio, ma non sembrava più vuoto. Chiuse gli occhi, ascoltò la casa, il rumore dei botti lontani e il suo proprio respiro. Era stanca, ma meno sola di prima. E questa sensazione, minuta e ostinata, le sembrava la cosa più giusta per concludere l’anno.