Dai, Maria Luisa, forza, preparati che andiamo in campagna disse Giovanni senza staccare gli occhi dal telefono. Le patate ormai è ora di tirarle su, son già giorni che rimandi.
Maria Luisa stava davanti ai fornelli, mescolando lentamente la polenta. Fuori dalla finestra il mattino di settembre era grigio e spento. La cucchiaiata fece ancora un giro nella pentola.
Giovanni disse piano. Ti ricordi che giorno è oggi?
Oggi è sabato. Giorno perfetto per andare allorto.
Son trentanni oggi, Giovanni. Trentanni da quando ci siamo sposati.
Finalmente sollevò lo sguardo. La guardò come si guarda una bolletta scaduta da tempo.
E allora? Le patate pensi che vengano fuori da sole, perché è il nostro anniversario? Io ho lavorato una settimana intera, ho bisogno di riposare. Tu invece sei a casa, non hai niente di urgente, vai pure.
Avevi detto che saremmo andati al ristorante. Lhai detto tu il mese scorso.
Lho detto, sì, ma ora è un momento. Poggiò il telefono e si versò un po’ di tè. Andremo, tranquilla. Ma ora non si può. Se restano nella terra ancora, si gelano e passiamo tutto linverno senza patate. Ci hai mai pensato?
Maria Luisa spense il fuoco. Sistemò la pentola sulla base, con movimenti pacati e precisi, anche se dentro sentiva qualcosa stringersi e non riusciva più a sciogliersi.
Io ti avevo chiesto solo un giorno. Uno, in trentanni.
Appunto: trenta. Si alzò, stirandosi e andò al frigo. Cosa cè da festeggiare ormai? Non siam più ragazzi che vanno in ristorante. Sei una nonna ormai, Maria, che ristorante vuoi?
Allinizio non capì neppure cosa avesse detto. La parola rimase sospesa lì, in mezzo alla cucina, tra il frigo e i fornelli, tra lei e lui. Nonna. Detto così, di sfuggita, come si dice va bene o capito. Senza rancore. Forse era la cosa peggiore.
Va bene disse Maria Luisa.
Brava. Gli arnesi sono nella rimessa, la vanga lho affilata io la primavera scorsa. E i cassoni sono in fondo.
Andò in camera. Prese la borsa. Cominciò a mettere dentro le cose, pensando a cosa servisse e perché. Le mani si muovevano quasi da sole, mentre la testa ruminava solo quella parola: nonna. Non Maria, non Maria Luisa. Solo nonna.
Cinquantasei anni. I capelli castani tinti ogni mese, che i fili bianchi ormai apparivano veloci. Un po ingrassata, è vero. Ma davvero tutto ciò che Giovanni vedeva in lei era solo orto e patate?
Chiuse la borsa. Prese la giacca. Uscì in corridoio.
Ma vai adesso? chiese Giovanni dalla cucina.
Lhai detto tu.
Almeno mangia qualcosa.
Non ho fame.
Si infilò le scarpe. Prese le chiavi dalla attaccapanni. La sua vecchia Panda azzurra era nel cortile, fedele e spartana come lei.
Maria, lasciami la polenta, almeno! gridò lui.
Maria Luisa uscì e chiuse la porta. Senza sbatterla.
Il viaggio fino alla cascina durava unora e venti. Prima la tangenziale di Torino, poi la statale per Carmagnola, poi i campi con la strada sterrata, che ogni autunno si rovinava e a primavera la ricoprivano alla meglio. Maria guidava senza radio. Quel silenzio era bronzo puro, lunica cosa che poteva permettersi.
Trentanni. Si erano sposati che lei aveva ventisei anni, e Giovanni era di tre anni più grande, lavorava in fabbrica, sembrava affidabile, uno concreto. I primi dieci anni lo erano davvero. Poi la fabbrica chiuse, Giovanni fece il rappresentante, poi prese a commerciare, poi di nuovo qualcosa cambiò. Lei era sempre rimasta maestra di musica alle elementari, modestamente e senza ambizioni, educando il figlio Antonio, che ormai viveva a Firenze con la giovane moglie e la loro bambina. Si vedevano tre volte lanno.
La vita era volata via così. Tra lezioni e orto, tra riunioni di classe e conserve, tra suoi viaggi per lavoro e le sue sere sole con i libri. Non si era mai lamentata. Non era nella sua natura. Ma stamattina qualcosa si era spostato, come quando un mobile pesante, a furia di star fermo, un giorno si muove da solo.
Al cancello della cascina la sbarra era stata alzata già a maggio. Passò tra le solite recinzioni, ormai molti appezzamenti erano deserti: la stagione stava finendo. Si vedeva fumo da qualche camino. Odore di legna e terra fradicia. Lautunno.
Aprì il suo cancello, entrò, spense il motore.
La casa era piccola. Due piani, il secondo più una soffitta con finestra che altro. Una veranda con assi spaccate. Un orticello da ottocento metri quadrati. Giovanni diceva sempre che lavrebbe rifatta, la veranda, cambiato le assi, aggiustato la staccionata a sinistra. Da cinque anni lo diceva.
Maria Luisa entrò, aprì un po le finestre. Dentro sapeva di chiuso e di mele, raccolte a fine agosto. Mise su il bollitore. Si sedette vicino alla finestra e guardò lorto.
Cerano sei file di patate, i fusti ormai secchi e gialli: sì, era il momento di scavare. Aveva ragione Giovanni. Era il modo in cui lo diceva, era quella parola…
Versò il tè. Guardava fuori.
Dal terreno a destra si sentiva qualcosa. Quella parte un tempo era di un vecchio, Cipriano, morto linverno scorso. Gli eredi lavevano venduta, Maria Luisa lo aveva saputo dalla vicina, la signora Nini, esperta pettegola campagnola, ma i nuovi non li aveva ancora visti. Oggi cera movimento: si sentiva un martello, qualcuno che canticchiava.
Dopo un po il rumore cessò. Maria Luisa finì il tè, si cambiò per lorto. Indossò pantaloni e maglione vecchi. Prese la vanga. Si mise davanti alla prima fila e la guardò con quel senso tutto femminile e maturo, che conoscono bene le donne dopo i cinquantacinque, davanti a cose necessarie ma fastidiose.
La vanga entrò nella terra.
Buongiorno disse una voce dal recinto.
Si voltò.
Dallaltra parte della staccionata cera un uomo. Sui sessanta, forse più, alto, con una giacca grigia di quelle buone. Capelli grigi, corti, la schiena dritta come fosse di ferro.
Buongiorno rispose Maria Luisa.
Sono il nuovo vicino, Vittorio Marchesi. Ho comprato il lotto ad agosto, solo ora ho avuto tempo di cominciare.
Maria Luisa Saviano, piacere. Siamo qui da ventanni ormai con mio marito.
Un piacere davvero fece un leggero inchino, gesto daltri tempi che a lei parve bello. Sta scavando le patate?
Sì, comincio ora.
Da sola?
Esitò.
Sì, oggi sola.
Vittorio guardò lorto, poi la vanga. Poi ancora lei.
Ho una vanga tedesca larga, molto buona. Se vuole le do una mano. Tanto oggi avevo già in programma un po di lavori. Qui di patate ce n’è poca roba, in un paio dore si fa.
Ma no, non serve davvero rispose, distinto.
Non dubito che sa farcela da sola rispose serio, senza ironia. Ma in compagnia si lavora meglio. Però fa come crede.
Pensò un istante.
Grazie.
Lui tornò dopo cinque minuti, con la vanga larga e i guanti. Entrò dal cancelletto che divideva i due terreni.
Dai, io parto dal fondo, lei segue e raccoglie propose. Così facciamo prima.
Lavorarono senza parlare per venti minuti. Vittorio scavava con misura, da uno abituato a lavorar di mano, senza strafare. Maria Luisa riempiva le cassette. La terra era fresca, le patate uscivano bene.
Da quantè che avete questa cascina? chiese lui.
Dal 1998, costava poco e labbiamo presa.
Ottimo posto. Ne ho visti tanti, ma qui è un paradiso, tranquillità e bosco a due passi, il fiume poco più in là.
Lei di dove viene?
Sono di Torino. Gli ultimi anni vivevo a Milano, poi ora mi son spostato qui vicino a mia sorella. Sta a Mondovì, quaranta chilometri da qui.
Maria Luisa conosceva Mondovì. Bel mercato, una vecchia chiesa.
Era militare, vero? chiese, senza neppure capire bene perché.
Sì rispose subito. Trentadue anni. Colonnello a riposo. Da tre anni ormai.
E comè, la vita tranquilla?
Lui pensò, girando una zolla.
Allinizio dura, poi ci si abitua. Ora mi piace pure fare, aggiustare, leggere. Qui voglio sistemare la casa, magari resto pure per linverno. Vediamo.
Dinverno qui non resta quasi nessuno.
Appunto. Silenzio è quello che mi serve.
Lavorarono ancora. Maria Luisa si accorse che non pensava più alla mattina e a quella parola. Lavorava, scambiava qualche battuta; Vittorio rispondeva rilassato, senza nessuna fretta di riempire silenzi.
A mezzogiorno avevano già fatto metà orto.
Facciamo una pausa propose lei. Metto su il tè.
Volentieri.
Maria Luisa affettò pane, prese dal frigo il formaggio e la confettura di fragole fatta a luglio. Bollì il tè e preparò il tavolo sotto la veranda.
Vittorio si lavò le mani fuori e salì sulla veranda, sedendosi come se fosse sempre stato lì.
Prego, si serva.
Marmellata fatta in casa?
Sì, fragole. Questanno ne ho raccolte tante.
Assaggiò.
Buonissima. La faceva così mia madre. Sono ventanni che non la sentivo.
Maria Luisa sorseggiò il tè. Le parve strano essere lì a condividere pane e marmellata con uno sconosciuto, proprio nel giorno dellanniversario. Strano, ma per nulla spiacevole.
Ha famiglia? chiese, e subito pensò di aver esagerato.
Avevo. Divorziato dodici anni fa. Mia figlia vive a Genova, ogni tanto sento i nipoti.
Lei non è venuta qui con lei?
Ha la sua vita, giusto così. Bevve tè. E voi?
Mio figlio è a Firenze con la famiglia. La nipote, Sofia, ha tre anni. La vedo poco.
È così ormai. I figli volano via.
Il silenzio era buono. Lei guardò il melo in fondo allorto, ancora coi frutti tardi.
Sa, ci pensavo disse Vittorio. Io son abituato a fare patti, a modo mio. Le va un accordo? Io laiuto nei lavori che richiedono braccia forti, lei mi lascia bere il tè con la sua marmellata e di tanto in tanto fa due chiacchiere. Tutto alla pari, da vicini. Che ne dice?
Maria Luisa rise, senza accorgersene, una risata libera.
È un patto strano.
Ma onesto disse lui con serietà, ma gli occhi ridevano.
Va bene. Daccordo.
Una stretta di mano, decisa.
Nel pomeriggio finirono lorto. Vittorio sistemò anche un palo della cancellata che minacciava di cadere. Sembrava sapesse già dove erano gli attrezzi. Lavorava senza fretta.
Alle quattro tutto era a posto. Le patate in cantina, lorto rivoltato, il palo diritto.
Così va bene disse Vittorio, sfilandosi i guanti.
Grazie ancora. Da sola ci avrei messo fino a sera.
È stato un piacere. Si fermò. Domani dovrei sistemare le assi del mio porticato. Se ci capisce qualcosa, sarei felice di un consiglio.
Non son pratica, ma insieme ci proviamo.
Tornato a casa, Maria Luisa accese la luce. Si fece sera. Pensò di chiamare Giovanni per dire che aveva fatto tutto. Compose il numero.
Allora? esordì lui.
Sono arrivata. Ho finito di scavare.
Bravo. Hai messo via le cassette?
Certo.
Ok, domenica forse vengo con Sergio, le prendiamo.
Va bene.
Ho da fare.
Chiuse la chiamata. Maria Luisa rimase col telefono in mano. Poi lo appoggiò e si mise sulla veranda a guardare il sole scendere dietro i tetti.
Non aveva paura a dormire sola alla cascina. In ventanni qualche notte era capitato, specie negli ultimi tempi, con Giovanni sempre più in città. Cucinava qualcosa di semplice, leggeva e andava a letto presto. Lì non doveva prepararsi per nessuno. Era una quieta libertà mai detta ad alta voce, ma sentita.
La mattina seguente si alzò presto tra la rugiada. Prese il caffè e la polenta. Poi ripensò alle assi. Smise di pensare, andò da Vittorio.
Che mattiniera disse lui, aprendole.
Punta allalba o quasi. Guardò il porticato. Le assi davvero si sollevavano. Basterebbe chiodarle bene, con quelli lunghi. Li ha?
Qualcosa si trova.
Lavorarono unora e mezza. Maria Luisa teneva su le assi, Vittorio inchiodava. Da lui cera ordine e tanti libri sulle mensole. Sul tavolo una carta topografica.
Fa percorsi qui intorno?
Mi piace girare a piedi. Traccio i miei sentieri, abitudine presa tra i militari. Ieri ho trovato un mulino vecchissimo, a cinque chilometri. Glielo faccio vedere?
Magari disse, sorprendente in sé stessa per quel magari.
Al tè chiese: Lei continua a suonare?
Fino a quarantacinque anni. Ho il pianoforte in casa, ora è lì a prender polvere. Mi sembrava di non meritarmelo più, per chissà quale motivo.
Strana idea.
Può darsi. Ma vivere con chi si infastidisce se suoni, ti fa credere di essere di troppo.
Non è così.
No. Ho capito ora che suonare mi serve, che non è solo rumore.
Lui fece una pausa, poi disse: Quando sono andato in pensione, la prima cosa che mia moglie ha detto è stata così stai sempre a casa. Aveva paura. Per lei la normalità era stare senza di me. Dopo un anno ci siamo lasciati. Non cè niente da rimpiangere, anzi, era giusto.
Maria Luisa guardò il tè. A volte non so dove finisce la sopportazione e comincia la rassegnazione.
Bella domanda rispose. Peccato non ci sia una risposta semplice.
Le settimane passarono in modo morbido. Maria Luisa veniva ogni due settimane, a volte restava per una settimana intera: la classe a scuola era tranquilla, i bambini del quinto B curiosi.
Quando veniva, portava sempre qualcosa. Un giorno anche dei vecchi vinili: cera ancora il giradischi e Vittorio riparò la puntina. Sentirono Rabagliati e la Cinquetti in una giornata di pioggia sotto la veranda.
Mia mamma ascoltava queste cose.
Anche la mia. Mi ricordo lodore delle copertine di carta.
Bei ricordi.
A volte fanno male, ti fanno vedere la distanza tra comera e comè ora.
Ma almeno sono sinceri.
A ottobre Giovanni cambiò modo di fare. Tornava tardi, poche spiegazioni. Spostava in fretta il telefono quando Maria entrava. Una volta lei sentì Non posso, cè mia moglie a casa. Non fece scene, non pianse: pensò. Freddamente, come chi sa già che cè una soluzione e la cerca ancora.
Cinquantasei anni, maestra di musica, donna viva ma provata, capelli castani, pianoforte in soffitta. Sapeva fare confetture, suonava Chopin, sapeva ascoltare. Non era nonna. Era Maria Luisa Saviano. E solo ora cominciava a capirlo davvero.
Non raccontò tutto questo a Vittorio. Era roba sua. Un giorno lui disse solo: Maria Luisa, tutto bene?
Stavano da lui, cucinava la frittata con cipolla: il profumo riempiva la stanza.
Come mai questa domanda?
Oggi siete pensierosa.
Lei guardò fuori. A casa non va proprio bene. Succede.
Sì. Succede. E non aggiunse altro.
Maria Luisa stimò quel silenzio più di mille parole.
A novembre le mostrò il vecchio mulino. Cinque chilometri a piedi nel bosco, aria fresca, terra rigida. Il mulino era ancora in piedi, ruota e tutto. Li guardò e disse: Lei comincia una nuova vita dopo i 55. Che effetto fa?
Non ho chiamato questa vita nuova, ma proseguimento. Il passato non era sbagliato, era solo diverso. Adesso semplicemente si cambia strada.
Ha paura?
Della solitudine, forse. Ma in fondo sono sola anche ora. Strano temere ciò che già vivi.
Cè una solitudine da soli, e una nellessere in due ma sentire il vuoto. La seconda è peggio.
Si incamminarono nel bosco silenzioso. Maria Luisa aveva finalmente cominciato a respirare a fondo.
Intanto Giovanni, in città, viveva i suoi piccoli fallimenti. Laltra si chiamava Lara. Quarantatré anni, lavorava con lui. Una sera la portò a cena fuori, ma la camicia era mal stirata e lei notò. Poi a casa nulla da mangiare: Maria era in cascina, nessuna scorta. Scordò di richiamarla. La relazione finì. Si cimentò coi lavori domestici, collezionando disastri. Gli servivano le dritte di Maria:
Dove sta il detersivo del bagno?
Sotto il lavandino, piano basso.
Come si stirano le camicie?
Programma medio col vapore.
E lofficina per la Panda?
In via Verde, da Romano. Digli che sei mio marito.
Rispondeva senza ironia, fredda ma lucida. In lei qualcosa era diventato freddo non per cattiveria ma per maturità.
A novembre la chiacchierona della zona, la signora Nini, mandò nel gruppo WhatsApp di paese una foto: Che bella signora la Saviano, con il nuovo vicino prende il caffè, bravi!. Si vedevano lei e Vittorio sul terrazzo, lui con una tazza, lei col vero caffè portato da Torino. Ridevano. Nini aveva scattato tramite la staccionata. Lei era in abito blu e coi capelli sciolti.
Giovanni vide la foto nel gruppo.
Chiamò dopo venti minuti.
Chi è quello?
Maria Luisa guardò il telefono, poi Vittorio. Lui leggeva in pace sulla panchina.
È il nuovo vicino, te lavevo detto. Ha comprato il pezzo di Cipriano.
E che ci fai così con lui?
Beviamo il caffè insieme.
Perché?
Perché mi fa piacere, Giovanni.
Pausa.
Vengo lì.
Vieni pure rispose e mise giù.
Vittorio alzò gli occhi.
Suo marito?
Sì. Sta arrivando.
Vuole che me ne vada?
No, resti pure.
Lui annuì e tornò al libro.
Lindomani Giovanni arrivò. Lei era in veranda con Vittorio a discutere di libri. Lui salì, vestito da città, un po’ ansimando.
Ciao.
Ciao, rispose, guardando Vittorio. E questo chi sarebbe?
Vittorio Marchesi, il vicino. Presentò. Vittorio, mio marito Giovanni.
Vittorio si alzò, serio: Buongiorno.
Giovanni non rispose. Guardò la tavola, le tazze, il libro.
Devo parlare disse a Maria Luisa.
Parla qui.
Da soli.
Vittorio non disturba rispose calma. Parla pure.
Giovanni si morse il labbro.
Ma cosa ti inventi, vestiti, caffè e pianoforte… E ora pure questo qui. Ti rendi conto di quello che pensano tutti?
Cosa dovrebbero pensare? Che bevo il caffè con una brava persona? Proprio così. La signora Nini lo ha scritto chiaro.
Maria basta.
Basta cosa?
Tutta questa scena! Il pianoforte, il vestito, porti un uomo a casa tua… Ti ricordi quanti anni hai?
Maria Luisa posò la tazza. La guardò.
Cinquantasei, Giovanni. Volevi dire vecchia, ma ora cè un testimone ti vergogni.
Arrossì.
Non intendevo questo.
Proprio questo. Lhai detto quello stesso giorno che invece del ristorante mi hai mandato nellorto. Nel giorno dellanniversario. Ricordi?
Piantala.
No. Oggi no. Quel giorno sono stata zitta. Oggi no.
Giovanni si avvicinò.
Maria, davanti agli altri…
Vittorio non è un estraneo. In due mesi mi ha sistemato la staccionata, aiutato con lorto, portato a vedere un mulino antico, e mai chiamata vecchia. È il testimone perfetto.
Giovanni guardò Vittorio, che rimaneva impassibile.
Preferirei restassi fuori.
Deciderà lei se resto.
Resta disse lei.
Silenzio.
Ma fai sul serio? Cosa stai facendo?
Sto solo smettendo di fare finta.
Sei sempre stata una donna normale, Maria. Cosè successo?
Questo. La sua voce era quasi un sospiro. Ero normale. Cucinavo, pulivo, orto su comando, patate allanniversario. E ora…
Ora cosa?
Ora mi godo la musica che suono. Bevo il caffè in abito. Parlo con chi mi ascolta. E mi piace, Giovanni. Mi piace.
Qualcosa nel volto di Giovanni cambiò: non rabbia, ma spaesamento. Forse sgomento.
Dai, ne parliamo a casa, torniamo in città.
Perché dovrei?
Beh, perché sì. Casa nostra.
Ora casa è anche qui, Giovanni.
Non ti capisco più.
Da tempo, ormai. E nemmeno chai provato.
Si avvicinò alla finestra. Lorto era pronto allinverno. Il melo era spoglio. Il cielo grigio e alto.
Poi si voltò. Si sfilò la fede e la appoggiò vicino alla tazza.
Giovanni la fissò.
Cosè ora?
È la fede, Giovanni.
E allora?
Vuol dire che la lascio qui un po. E che qui puoi tenere la tua cascina. Ci sono le patate in cantina, gli attrezzi, la vanga affilata. Tutto come piace a te.
Maria…
Vado a fare due passi si rivolse a Vittorio. Le va?
Certo.
Uscirono, camminando verso il sentiero che porta ai campi. Laria era fredda e vera. Passarono tra i recinti, fino al bosco.
Va tutto bene? chiese lui dopo un po.
Maria Luisa pensò.
Sì, strano ma sì.
Non si pente?
Pensò ancora, di più.
Non lo so. Trentanni è tanto. Cerano giorni belli, li ricordo.
Fa bene.
E per il resto, non ho idea di come sarà. Davvero.
Nessuno la ha. È normale.
Camminarono nei campi ingialliti e verso il bosco scuro. Maria Luisa pensava che la vita dopo i 55 che credeva solo unaggiunta era invece vera, scomoda, un po spaventosa. Ma viva.
Non sapeva cosa avrebbe detto Giovanni al ritorno, né cosa avrebbe risposto lei. Non sapeva nemmeno che nome dare al nuovo inizio.
Al suo fianco camminava un uomo che la vedeva donna, che la ascoltava, che mai la faceva sentire di troppo. Un nuovo cammino? Una tregua? Un terzo modo senza nome? Non lo sapeva.
Il campo finiva. Iniziava il bosco.
E andarono avanti.







