Il mio amore, Vanina
Oggi, mentre il sole tramonta dietro le cupole di San Giovanni in Laterano, cammino avanti e indietro davanti al portone. Mi siedo sulla panchina, poi mi alzo di scatto, indeciso se varcare quella soglia. Sento caldo, il colletto della camicia mi irrita il collo, sotto la giacca si respira unafa da Liguria in agosto. Le scarpe, nuove di zecca, mi stringono talmente da farmi venire voglia di urlare, ma resisto. Non è solo vanità, quella di ieri, quando mi sono seduto dal barbiere che sembra più un artista, poi due lunghe ore alle terme comunali, e ieri sera, nella mia stanzetta in affitto piena di echi e poco altro, ho stirato i pantaloni con cura maniacale. Li ho perfino spruzzati dacqua, finendo più volte per scottarmi le manivolevo tutto perfetto, per stasera.
Quando finalmente mi pareva di aver finito, ho scoperto un buco tra le cuciture. Meno male che si trova proprio sul bordo! Le vecchie cuciture sembrano rifiutarsi di tenere la stoffa, ogni filo che passa nellago subito si spezza. E la luce di quella misera lampada senza paralume appesa al muro davvero non basta. Qualche parolaccia mi è scappata, non lo nego, ma poi mi sono subito ripreso: non si fa! Non quando vai a trovare una signora!
Questa mattina poi, la mia vicina di casa, Antonellauna donna burberami ha detto che puzzavo di cane.
Ma come?! Ma se ieri sono stato alle terme! Ho persino usato il sapone buono! ho protestato.
Sembra proprio di sì!ha tagliato corto lei.Di sicuro ieri ti sei seduto al posto del cane! Lascia perdere, ti aiuto io. Ho in casa unacqua di colonia che ti fa lacrimare! Nessun odore resiste! Aspetta un attimo che la prendo!
Antonella si è spenta la sigaretta sulle labbra mentre mi ignorava, e senza nemmeno aspettare il mio consenso, è uscita. Torna con una boccetta marrone a coste con il tappo a goccia e il pennacchio colorato come nei mercati di Porta Portese.
Ecco qua. Te ne spruzzo un po sulla testa. Perché ti agiti così?già armata per colpire, ma ho sgusciato via come unanguilla, brandendo la padella come scudo.
Basta! Così va tutto in rovina!ho protestato.E io mica sono pelato!
Smettila. A nessuno piacciono gli uomini che odorano di canile Ma una bella colonia, quella sì! Dai, abbassa la testa! ha ordinato lei.
Ho ceduto. LAntonella un po mi impressiona, e litigare con una donna proprio non mi si addice.
La mia testa si è inumidita, e si è diffuso per la cucina un odore penetrante quasi stantìo.
Bohcommenta Antonella.Questa colonia è ormai vecchia fa lo stesso. Vuoi che te ne spruzzi ancora? Si avvicina di nuovo al mio cranio, ma sono già corso in bagno, strofinandomi con acqua e sapone, ma niente, lodore non se ne va.
E adesso che faccio Proviamo con il sapone fragolina No, meglio il Marsiglia! Sì, quello funzionerà!esclamo dalla vasca, lanciando lacqua dappertutto, mentre Antonella si siede in cucina ad aspettare che il pesce si cuocia in padella. La mia giacca ammorbidisce la sedia alle sue spalle, e per un attimo si abbandona a quella felicità domestica, modesta ma vera. Cè lei, cè una giacca da uomoanche se col profumo di canecè tutto ciò che serve, insomma.
La colonia non veniva via, e la giacca ormai puzza pure di pesce. I pantaloni si erano sgualciti, ma io già correvo giù per Via del Corso verso Via delle Carrozze, inciampando, scusandomi con la gente che urtavo, ogni tanto fermandomi per riprendere fiato. Tutto dentro di me era ricolmo di attesa. Questa sera succederà! Proprio stasera Quante volte lho immaginato questo giorno: i discorsi, le scene, le domande, i miei sì e i miei no
Sapevo esattamente cosa dire, come stare in piedi
I fiori! Ho dimenticato i fiori! Peoniesolo boccioli chiusi, che si dischiudano in casa, da soli. Devo trovare un fioraio!
Guardo attorno: una salumeria, una bottega di tè, il calzolaio Ma il fioraio dovè?
Scusi, sa dove posso comprare dei fiori? chiedo a un passante, ma lui neanche mi degna di uno sguardo. Ancora scusi, non saprebbe
Nessuno sembra vedermi.
Tu, Gianni Rossi, ti muovi come una farfallina senza scopo! Così dice sempre Antonella sul mio conto. Lo dice con tono superiore, e poi mi sistema davanti un piatto di minestrone, spinge via il mio braccio e ci versa dentro la panna acida, che affonda come un iceberg. Solo allora, da sfortunato, posso iniziare a mangiare e ringraziarla. Ho imparato: quello che una donna cucina va sempre lodato! Non importa comè. E magari chiedere il bis, ma da Antonella non ho mai osato
Dove sono i fiori? Ah, ecco! Dallaltro lato della strada!
Aspetto che passino le auto, attraverso, entro dal fioraio.
Cosa cerca? Peonie? Certo che ci sono!mi dice la ragazza.Le vuole coi boccioli? Ce li ho così, e così! mi mostra il banco.
Ma sì, solo boccioli, che non si capisca il colore che si aprano la nottebalbetto, abbasso gli occhi. Ancora, dopo tanti anni, sotto lo sguardo delle donne mi imbarazzo come da ragazzino, quando la mamma mi portava la domenica dalle amiche.
Mamma era una donna sola e profondamente delusa dagli uomini. Ogni domenica lo stesso: lamentarsi, ridere di quei mascalzoni, di mio padre soprattutto, piangere tra amiche altrettanto sole. Io, da piccolo, stavo in un angolo a sfogliare la carta da parati con lunghia, aspettando di tornare a casa. Restare da solo, diceva mamma, era troppo pericoloso, e muoversi troppo in casa daltri rischiava di rompere qualcosa, io maldestro comero.
Così mi sedevo sullo sgabello, e loro ogni tanto mi interrogavano su vestiti, attrici, teatro e io non sapevo mai rispondere. Mamma poi mi rimproverava di essere impacciato. Rispondi bene!, mi diceva, ma io avevo già la testa alle nuvole, o meglio, a un altro pensieroil mio segreto, la mia passione: Vanessa.
Vanessa abitava con i suoi in un vistoso palazzo di Via delle Carrozze, con il balcone pieno di piante e le poltrone di velluto. Una sala da pranzo da esposizione, persino il bagno sembrava magico. In studio, il papà aveva una biblioteca fantastica: libri con dorature, dediche, cartoline. Li guardavo da lontano, e avrei voluto sfiorarli, ma sapevo di non avere il diritto nemmeno di immaginarli tra le mani.
Mia madre mai ha stimato i libri, perdite di tempo e denaro per lei. Io, invece, passavo pomeriggi interi in biblioteca, imparando tutto a memoria, poi tornavo a casa e dimenticavo tutto perché mamma ricominciava: brontolii, insulti, minacce verso mio padre e la sua stirpe. Io temevo potesse abbandonarmi, piangevo e mettevo da parte i romanzi. Tornavo allora da Vanessa, incantato dalle statuette, le lampade scintillanti e i quadri veri. Lei ciabbattava e saltellava per casa, rideva sempre.
Vanessa arrivò nella mia scuola che era già più bella di tutte, un po altezzosa, ma in fondo perché la più bella. Io portavo sempre la sua cartella. Mi lasciava accompagnarla.
Papà ha sempre accanto il suo assistente, porta le sue cose; tu potrai accompagnare me. Ti piaccio, vero? mi chiese.
Annuii.
Al suo assistente lo pagavano; io lo facevo gratis, e mi lasciavano attendere nellingresso mentre Vanessa si cambiava per pranzo.
La cuoca, zia Giuliana, non mi faceva mai sedere a tavolail padrone non volevabut mi passava sempre un sacchettino di nocciole o caramelle.
Dai, Gianni, ora puoi andare! mi diceva Vanessa con un sorriso gentile.
Ero felice! Servivo a qualcosa. Nessuno mi guardava con fastidio, come succedeva a casa. E questo mi bastava. Non chiedevo mai i libri, anche se morivo dalla voglia: sapevo che non sta bene.
Abbiamo finito insieme le superiori. Allesame ho avuto il coraggio di suggerire una risposta a Vanessa, poi al ballo pensavo di dichiararmi. Unidea folle, lo so bene. Avevo spaccato il salvadanaio, preso tutte le monetine, comprato peonie come piacciono a lei, nascosto il mazzo nello spogliatoio. Ma quando sono andato a prenderlo schiacciato, rovinato. Inoltre, un ragazzo in uniforme da marinaio la stava già abbracciando. Poi hanno ballato e riso, certo di me
Me ne sono andato. Non sono rimasto a vedere lalba. Mamma aveva ragione: sono un buono a nulla.
Da zia Giuliana ho poi saputo: Vanessa ha sposato quel marinaio e si è trasferita a Genova, studia per fare lingegnere.
E tu, caro mio, dove vai adesso? mi ha chiesto Giuliana.
Non lo so. Non importa. Addio! ho salutato e me ne sono andato.
Non è che sia sparito, anzi: mi sono laureato in ingegneria edile, ho trovato lavoro, ho lasciato la casa di mamma per la stanza lasciatami da papà. Non mi sono mai sposato, mai corteggiato davvero nessuna, per paura di essere inutile. E ho aspettato. Cosa? Vanessa.
Lho aspettata e sono passati almeno venticinque anni.
Gianni! Giovanni! Non mi riconosci? mi chiama un giorno zia Giuliana, ormai vecchietta, sempre di corsa coi sacchetti della spesa.
Ma Lei? Buonasera!rispondo distratto, poi riconosco il volto, sorrido.
Vanessa è tornata! Si è fatta rotondetta, quasi non la riconosci! Si è separata dal marinaio, abita di nuovo qui. Vieni a trovarci, Gianni! È così triste, poverina! Magari riesci a tirarla suMi guarda con occhi lucidi.Vieni, Gianni?
Ma quale Gianni! Squattrinato, insicuro, uno che vive in una stanza sola come aveva profetizzato mamma.
E se fosse destino, Giovanni? Ti prego, vieni Anche lei ha chiesto di te
Ha chiesto di me? Forse mi ricorda? Allora forse, davvero, è destino
Va bene. Verrò, rispondo deciso.E grazie!
La vecchietta sorride. Ai suoi occhi io e Vanessa siamo sempre quei ragazzi che giocavano nellingresso, rossi di timidezza Il tempo per gli altri sembra scorrere più lentamente.
Così giro senza pace per Roma quella sera, pensando a cosa dire, cosa offrire. Cosa ho io che lei non ha? Niente.
Poco importa. Vada come deve andare.
E allora il barbiere, le terme, il completo con la toppa, Antonella e la sua colonia, il sapone rosso e le peonie chiuse in carta bianca. Rimango in cortile, guardo su verso la sua finestra.
Mi sistemo il colletto e, deciso, attraverso il portone.
I ricordi mi travolgono. Su quel gradino, tanti anni fa, Vanessa cadde e si sbucciò il ginocchio. Allora io glielo soffiavo, bianco sotto i collant strappati. Più su, mangiammo ciliegie, tutte lucide, e lei ne prese una dalle mie mani, direttamente con le labbra giocando, assaggiando il mio amore. Una volta aveva nascosto il diario scolastico vicino al vaso del corridoio per non farsi sgridare dal padre; il giorno dopo, il voto basso era sparitolavevo corretto io senza farmi notare.
Tiro unaltra volta la giacca, mi aggiusto la camicia, poi, con coraggio, suono il campanello.
Apre zia Giuliana, piena di entusiasmo:
Oddio! Che sorpresa, Gianni! Ma ora sei Giovanni, non più Gianni! Vanessa! Vieni a vedere, chi cè!
Dal fondo della casa sento una porta che cigola, e compare Vanessa. È cambiata, il tempo è passato anche per lei rotonda, come sua madre prima di lei, le mani morbide, le guance rosee.
Chi è? dice.Tu? Giovanni?
Rimango turbato, balbetto, ma poi, spronato da un impulso, le porgo i fiori. Le peonie.
Grazie Ricordi ancora? Ti ricordi che mi piacciono Ti ricordi tutto, vero? mi sussurra.
Dal salone spunta la mamma di Vanessa, la signora Rosa: braccia aperte, un sorriso che mai mi aveva rivolto in gioventù. Una volta a stento mi salutava.
Stavolta tutto è diverso. Sono trascorsi anni, tutti abbiamo sofferto. E ora, io ho un mio piccolo posto nel loro mondo: onesto, modesto, ma vero.
È andata così, Giovanni.mi sussurra Rosa poiché ci sediamo a tavola.Suo marito lha lasciata, è andato con unaltra. Uno scandalo! E lei è tornata qui a piangere. Hai visto come è dimagrita? Giovanni, ma perché non prendi nulla? Ti metto un po di insalata di pollo, dai, assaggia! Ormai la prepariamo con la faraona, per la dieta di Vanessa, così
Mamma! Smettila, che non si fa! la richiama Vanessa.Gianni, raccontaci come stai, dove lavori, come sta tua madre?
Non aveva mai chiesto nulla di me, né di mamma, né come viviamo. Eppure adesso
Mamma non sta male, anche se ha sempre la pressione alta. Io Sono architettolavoro molto. Vivo da solo, sì, mi basta così.
Rosa tira su le labbra, poi sorride di nuovo.
Architetto! Che bello! Roma cresce, diventa più bella! Ma guarda, sembra ieri eravate bambinicanticchia tra sé. Sapevo che eri un bravo ragazzo. Giuliana, portaci il secondo, dai! Giovanni, versa il vino. Ecco, lanatra! Una meraviglia che Giuliana sa sempre procurare Vanessa, servi a Giovanni un pezzo. Prendete anche il contorno, mangiate, mangiate Sembra proprio ieri, quando sedevate a tavola con noi!
Sospiro. Avrei voluto dirle che è la prima volta in vita mia che mangio qui, ma Vanessa mi posa una mano sulla mia, un gesto dolcissimo per fermarmi, come a dirmi: lascia perdere, lascia che la mamma ricordi a suo modo.
Non la disturbo. Mi sento stordito, le guance mi bruciano, sudano anche le mani, vorrei togliermi la giacca, aprire la camicia e stare più rilassato. Mai ho parlato a una tavolata; a lavoro sì, ma alle feste maisono abituato a stare zitto, a sentirmi inferiore. Solo tra i miei progetti mi sento vivo davvero.
Ma qui, con Vanessa, ho una nuova leggerezza. Mi offrono da mangiare, e stavolta non lo fanno per cortesia, ma come fosse naturale. È bello.
Vanessa, andiamo in cucina a prendere il bollitore del tè. Giovanni, il tè dalla teiera è altra cosa, sai? Meno male che lho portata da Ostia! sospira Rosa, prendendo la figlia per mano.
Restiamo io e Giuliana. Silenzio. Lei mi osserva, io mi alzo imbarazzato.
Vengo ad aiutare con la teiera, che pesa!dico, cogliendo al volo luscita di scena.Non vorrei che vi scottaste!
Attraverso la porta socchiusa sento le voci delle donne.
Hai visto, Vanessa? Giuliana ha fatto ritrovare il tuo Giovanni!
Dai, mamma, sono sciocchezze
Che sciocchezze! Il bambino ha bisogno di un padre, tu di un marito. Lui una stanza ce lhala potremmo affittare, così portiamo qualche soldo a casa. Oppure meglio ancora: facciamo venire qui sua mamma, lui lo tieni tu e la stanza la affittiamo. Dai che non è male!sospira Rosa.Non sarà un Adone ma almeno è di Roma, un professionista! Tanto, quando stavi col marinaio non ti importava…
Ma mamma, lui è e qui resta interdetta, capisco finalmente che Vanessa è incinta.
Quando hai deciso di andare a letto con il marinaio, non pensavi a chi eri, eh? E ora non ti lamentare. Giovanni è un bravuomo, e tuo padre sarà felice di sapere che tutto si aggiusta. Su, torna da lui, e prendi le caramelle. Su, Vanessa!la sbriga Rosa.
Vanessa prende il vassoio di cioccolatini, ma mi vede già nel corridoio, intento a infilarmi il cappotto.
Gianni, dove vai? È successo qualcosa?mormora.
No. Sì. Scusami, è ora che vada. Non voglio essere ancora preso per scemo, Vanessa. Così mi ha sempre trattato mia madre, le sue amiche, tu, tua madre Ho impiegato anni a risalire la china, ora ho un ruolo, la gente mi rispetta, mi ascolta sul lavoro, persino la disegnatrice, Elena, mi chiama ingegnere con rispetto e mi guarda con occhi speciali. Antonella dice che non piacerò a nessuna donna, ma a quanto pare tu adesso hai bisogno di me, eh? Per mettere a posto le cose Non ci sto. Ti ho amata davvero, lo sai, e forse ti amo ancora, ma ora basta, Vanessa! Sii tu a risolvere i tuoi problemi. Me ne vado.
Mi segue con occhi enormi, spaventati, e sussurra solo:
Grazie dei fiori
Solo io so quali fiori ami, quale gusto di gelato preferisce, che conta i secondi tra il fulmine e il tuono, che non mangia le caramelle al latte e odia il chinotto. Neanche sua madre è così attenta, io sì, sarei stato un ottimo maritobastava un po di rispetto.
Esco in cortile, mi levo la giacca, apro il colletto. Finalmente respiro quellaria fresca della sera romana, un pizzico di brivido sulle spalle.
Via da questo cortile, via dalla mia vecchia vita! Torno a casa. Da Antonella, con il suo minestrone e quelle sue lamentele care, ai miei libri, ai miei disegni. Là mi trattano da uomo, non da servo, non da zero. A casa.
Corro per Via Giulia, poi Piazza Cavour, avanti ancora, ma una voce mi richiama.
Ingegnere Rossi, scusi
Mi volto. Elena, la disegnatrice, trascina un grosso sacco.
Signora Elena? Ma che ci fa qui?domando serio.
Io? Mio zio abita qui vicino, sono venuta a portare le mele dal campo. Non ce la faccio più a portarle in casa, vuole che le dia metà?abbassa gli occhi colpevole.
Tienitele per te! Anzi, sei troppo magra, dammi il sacco, e guidami a casa! ordino.
Elena indica la strada
Poi, in cucina, ci sediamo a bere tè con le fette di mele e i dolcetti. Elena racconta dei suoi genitori trasferiti a Parma, del fratello che sta in Dogana, di quando è scappata di casa otto anni, presa dai carabinieri alla stazione, di quella volta in cui ha raccolto un cane randagio e la mamma lo ha curato
Lascolto rapito, dimentico la giacca, il profumo immondo, Vanessa.
Elena, tu che fiori preferisci? Pensaci bene! la interrompo.
Io? Da piccola papà mi regalava sempre le dalie il giorno del mio compleanno, mi piacciono ancora adesso
Vanessa, intanto, spinge avanti la carrozzina col suo bimbo, laria tesa. In mezzo al traffico passa un corteo di nozze, il marito non si vede, ma sembra proprio Giovanni e accanto una sposina magra
Il piccolo si sveglia e piange. Vanessa impreca, guarda i novelli sposi e sospira, pensando alla vita allegra di Genova.
Di colpo, si rende contoÈ colpa di mia madre! Ha scacciato Giovanni, ora si arrangi lei
Unora dopo, eccola in ingresso con la valigia.
Ma Vanessa, che ne sarà di Paolo? È ancora così piccino! Rosa si dispera.
Fai come vuoi. Crescilo tu. Io vado a farmi perdonare da mio marito. Se mi vuole, bene. Altrimenti lo porto in tribunale. Assurdo, con lui mai rimasta incinta, e ora È colpa sua! E poi, mamma, chi è questo noi?
Come, noi Cè il signor Massimo, quello del mercato. Beh, gli piaccio, è gentileRosa arrossisce, come una ragazzina.
Lisa per un attimo rimane senza parole, poi sbotta:
Benissimo. Paolo avrà un nonno che porta pure i regali. Non dimenticare che lui ha spesso la dermatite. Io parto, eh!
Vanessa va via, la porta sbatte, Paolo piange sulle braccia della nonna, e nessuno riesce a calmarlo.
Massimo non si farà più vedere. Rosa lo detesterà per sempre.
Vanessa chiama Rosa qualche mese dopo, solo per chiedere soldi.
Come va, dolcezza? Torni?chiede Rosa piena di speranza.
Forse sì. Non so ancora. Dai un bacio a Paolo da parte mia. Metti la mia foto sulla parete, così non si dimentica della mammaride Vanessa, poi riattacca. È troppo impegnata con la sua vita.
Giovanni si siede accanto a una sorridente Elena che dorme, e sorride al futuro. Anche io, incapace e impacciato Gianni, io e la mia Elena aspettiamo un bambino! Magari sarà un maschio, ma una femmina andrà benissimo! Che sia solo sano, e che Elena sia serena.
La copro piano con la coperta, spengo la luce.
Ecco comè il mio amore, semplice e caldissimo. E finalmente, ho aspettatoFuori, la città pulsa ancora, chiassosa e luminosa. Elena si stringe a me nel sonno, una mano nascosta tra le mie, come a voler trattenere un sogno buono. Guardo il soffitto, ascolto i rumori silenziosi della casa: il respiro tranquillo di lei, il ticchettio sommesso del radiatore, persino i passi di Antonella che rassetta sopra di noi.
Respiro piano, sento addosso lodore di casa, tepore vero, niente più ansia di piacere o dover essere qualcuno diverso da me. Penso che finalmente la fatica è servita, che la felicità è questa: fatta di coraggio e di scelte piccole ma vere, e di amori raccolti in silenzio, come le dalie rosse in cortile.
Domani farò colazione con Elena e usciremo tra la gente, io terrò la sua mano tra le mie e, forse, rideremo insieme degli inciampi del passato. Mi affaccio alla finestra: la notte è morbida, qualche luce alle finestre, aria di attese buone.
Non sento più il peso degli anni persi. Ho imparato che si può voltare pagina, anche se si è sempre stato quello lasciato indietro a portare la cartella. E che ogni amore ha la sua stagione: il mio adesso è qui, caldo e nuovo, e non somiglia più a nessun rimpianto.
Sorrido, stringo forte Elena a me. Domani la porterò al mercato delle pulci: le comprerò le dalie più belle che troveremo. Perché ora so che ogni amore, quando arriva il suo giorno, è sempre il fiore giusto.







