Calura d’Estate. Caterina

Caldo. Caterina

Matteo e Giulia si sono sposati solo due anni dopo essersi conosciuti.

Sono andati verso la loro felicità con grande cautela, quasi in punta di piedi, ponderando ogni parola e ogni gesto. E come dar loro torto? Avendo già sperimentato che i sentimenti possono essere ingannevoli e che lamore non si presenta sempre subito, né è eterno, cercavano di capire cosa li attendesse dopo le ferite subite, se lavrebbero potuto chiamare davvero fortuna, se valesse la pena fidarsi di quel sentimento nuovo, conquistato dopo tanto dolore.

Annalisa, la madre di Matteo, taceva. Non voleva spaventare la felicità del figlio, che era letteralmente rinato. Le spalle di nuovo dritte, uno sguardo acceso di vita, e ogni volta che Matteo usciva per vedere Giulia, sembrava pronto da un momento allaltro a bussare in Comune per sposarla.

A Giulia Matteo aveva presentato la madre quasi subito. E Annalisa scrutava la ragazza con inquietudine, ma non trovava nulla in lei che potesse ricordare a Matteo la sua ex, Angelica. Giulia si era addirittura rifiutata di trasferirsi da lui prima delle nozze.

No, Matteo. Non è il caso. La signora Lucia non capirebbe. Il suo giudizio per me è importante. È una donna straordinaria e mi ha aiutata molto. È anche malata, ha bisogno che qualcuno le stia vicino. Lasciamo così, non cè fretta.

E Matteo aveva dovuto accettare. Ma questo non era stato un ostacolo per la loro storia. Al contrario, quel periodo di dolci attenzioni anche se prolungato era loccasione giusta per conoscersi davvero.

A casa di Annalisa, Giulia si era trasferita poco prima delle nozze, ma solo perché la vita era stata crudele.

Lucia, la donna che laveva accolta con tanto calore, se nera andata.

Da tempo aveva problemi di cuore. Giulia laccompagnava dai medici, le aveva tolto ogni fatica di casa e cercava di aiutarla in tutto, ma ciò servì solo a posticipare linevitabile. Un giorno, tornando dal lavoro, Giulia la trovò seduta nella pergola in giardino quella che i figli le avevano costruito con una lettera del nipote in mano. Ancora non aveva compreso cosa fosse accaduto, la chiamò più volte, e soltanto avvicinandosi si rese conto che Lucia non respirava più.

Chiese subito soccorso, ma per Lucia non ci fu nulla da fare.

Dopo aver chiamato Matteo e i figli di Lucia, Giulia pianse a lungo seduta accanto alla pergola, ricordando le serate passate con la padrona di casa a respirare laria fresca sul lungarno, a preparare le confetture nella piccola cucina estiva e intonare canzoni. Con Lucia, che laveva accolta senza domande quando più ne aveva avuto bisogno, Giulia aveva trovato una seconda mamma.

Grazie sussurrava tra sé e sé, rendendo omaggio a chi per prima le aveva dato una mano semplicemente perché capiva che ne aveva un disperato bisogno.

Adriano, il figlio maggiore di Lucia, arrivò il giorno dopo con tutta la famiglia. Una volta sistemate le inevitabili questioni, prese da parte Giulia per parlarle.

Mamma voleva che una parte della casa passasse a te. Era il suo desiderio che tu rimanessi qui a vegliare sulla casa, dato che nessuno di noi ha intenzione di venirci a vivere. Voglio che tu sappia che esiste un testamento, e io e mio fratello siamo daccordo: se vuoi, accetta questa parte. Se non ci fossi stata tu, mamma sarebbe rimasta sola. Ti siamo grati di esserle stata vicino.

No scosse il capo Giulia. Non posso e non voglio. Questa è casa vostra. Se cè da badare alla casa, potrò farlo. Ma leredità spetta a voi e a vostro fratello. Vostra madre vi amava profondamente.

Lo so

E così fu deciso. In seguito, Giulia trovò degli inquilini disposti ad affittare la casa stabilmente, mantenendo i rapporti con i figli di Lucia quando tornavano a passare lestate.

Fu proprio una delle nuore di Lucia ad aiutare Giulia, quando questa, sei mesi dopo il matrimonio, dovette essere ricoverata.

Gravidanza extrauterina. Dovreste prendervi cura della vostra salute! il chirurgo, che laveva operata, le fece un cenno col dito. Meno male che vi era la mamma con voi! Poteva andare molto peggio!

In realtà è mia suocera. Ma avete ragione. Una mamma

Meglio così. Avevate già avuto altri problemi?

Sì.

Se desiderate avere figli, dovreste davvero fare degli accertamenti seri e rimuovere le cause che hanno minato la vostra salute. Altrimenti temo che lunica vostra possibilità sarà la fecondazione assistita.

Ho capito

Giulia, però, non pianse. Tutte le lacrime le avrebbe versate dopo. Adesso doveva concentrarsi su cosa fare per migliorare la situazione. Desiderava dei figli con Matteo e, a tratti, questo pensiero era diventato quasi unossessione.

Fu Annalisa a fermare tutto.

Giulia, possiamo parlare? le chiese una sera, sapendo che Matteo era fuori città per lavoro.

Da poco i novelli sposi avevano preso un piccolo appartamento tutto loro. Matteo aveva potuto permetterselo, gli affari andavano bene e Annalisa stessa iniziava a pensare di acquistare una casa da trasformare in un bed & breakfast.

Anche i genitori di Giulia volevano contribuire, ora che i rapporti si erano distesi, ma Matteo rifiutò con fermezza.

Giulia, facciamo da soli, ok? I tuoi genitori sono sempre i benvenuti, ma ci tengo a essere io a garantirti una casa.

Giulia non obiettò. Spiegò la situazione al padre, che strinse la mano al genero con rispetto.

Bravo ragazzo! Tua madre può esserne fiera!

Annalisa approvava pienamente la scelta del figlio, e anche il fatto che avessero deciso di cercare subito un bambino.

Ma vedendo quella ruga ricomparire sulla fronte di Matteo e la nuora affannata tra dottori, Annalisa decise di intervenire per difendere la felicità dei giovani.

Giuliarosa, perdonami se mi permetto, ma posso chiederti come mai ti vedo così preoccupata? Che succede?

Mamma, niente va per il verso giusto E se non potrò avere figli? Che sarà? Matteo andrebbe via, non potrei accettare di imporgli una vita con una donna sterili

No, Giulia, ti sbagli! Tu non sai quanto hai dato a Matteo! È tornato a vivere con te. E i figli sono meravigliosi, certo, ma non sono tutto. Davvero! Anchio ci ho messo tanto ad avere Matteo. Abbiamo sperato, atteso, chiesto, ma niente. Anche io mi ero convinta che mio marito stesse con me solo per un erede, e che se non ci fossi riuscita, mi avrebbe lasciata. Ero stata ingiusta. Abbiamo passato quasi un anno separati, soffrendo. Poi abbiamo compreso lerrore. Essere marito e moglie è molto di più che condividere dei figli. E Matteo è uguale a suo padre Capisci?

Credo di sì

Allora non rovinare quello che avete! Vi siete salvati a vicenda! Lamore che cresce tra voi può tutto. Se solo glielo permetterete.

Ma come avete fatto ad avere Matteo alla fine?

Oh, se lo sapessi! Annalisa rise tra le lacrime. Non ci crederai, ma quasi fino al suo primo calcetto non sapevo di essere incinta! Pensavo a qualche scompenso. Avevamo accettato tutto e deciso di vivere come veniva e proprio allora la vita ci ha fatto lo scherzo più bello!

Magari succedesse anche a me

E perché non chiami la nuora di Lucia? È unottima dottoressa, no? Magari può aiutarti!

Giulia si colpì la fronte e sorrise:

Come ho potuto dimenticarlo?! Certo!

Una settimana dopo volò a Torino per fare gli accertamenti. La stavano già aspettando.

Un anno dopo vennero al mondo due gemelli.

La felicità aprì la porta di casa di Matteo e Giulia e si mise comoda, senza alcuna intenzione di andarsene.

Dopo i gemelli, Giulia divenne mamma di una splendida bambina, che lei e Matteo adottarono, sapendo che altri figli naturali non sarebbero arrivati. Una scelta meditata a lungo, ma la possibilità, questa volta, arrivò improvvisa: una ex compagna di scuola di Matteo, divenuta madre da poco, scoprì di essere gravemente malata. La notizia arrivò attraverso Arsenio, caro amico di famiglia.

Povera Marina Stiamo raccogliendo soldi a Napoli, Matteo. Vogliamo portarla a Milano, chissà che non la aiutino. Quasi tutti abbiamo dato una mano.

Capito, ora faccio un bonifico

La somma che Matteo inviò a Marina fu cospicua, e pochi giorni dopo la donna partì per la capitale. Annalisa si offrì di seguirla, dato che la ragazza aveva solo una nonna anziana e bisogno di aiuto per la bambina.

Purtroppo, tutto fu vano. I medici poterono solo alleviare la sofferenza di Marina e darle il tempo necessario per sistemare il futuro della piccola.

Chiese in famiglia, tramite Annalisa, se Giulia e Matteo volessero adottare sua figlia. Non si sentirono di negarlo.

Così arrivò la figlia nella loro casa.

Il piccolo appartamento iniziò a stare stretto. I bambini crescevano e serviva una casa più grande.

Fu ancora Annalisa a intervenire.

Matteo, ci sono i soldi che avevamo messo da parte per il bed & breakfast! Prendi una casa più spaziosa con Giulia.

Mamma, e il tuo sogno? No, non posso!

Guarda il mio vero sogno! Annalisa baciò la nipotina che le saltava fra le braccia e indicò i gemelli. Che altro posso volere? E poi non ho tempo per gestire unattività. Voglio stare vicino ai miei nipoti! Vedere come crescono, aiutare voi. Cerca una casa con una stanza per ognuno!

Una simile casa la trovarono: ampia, luminosa, piena di vita. I bambini correvano da una stanza allaltra, giocando alleco, e Giulia rideva osservando i gemelli che insegnavano alla sorellina a gridare “ehi” fra le pareti.

Prendiamola! disse deciso Matteo, guardando moglie e figli.

Lunica nota stonata della casa fu proprio Caterina, lamministratrice del condominio: secondo lei, le famiglie numerose non potevano che nascondere problemi e meritavano attenzione da parte dei vicini e dei servizi sociali. Non si sa mai.

Gente che entra ed esce in continuazione. I bambini scalzi sulle scale, lho visto io stessa! La bimba più piccola dorme sempre quando Giulia la porta fuori. Tutte cose strane.

Magari esageri, Cate. Con sto caldo i bambini vanno scalzi È anche meglio, lo dice il pediatra! E quelli che vengono da loro mica fanno casino! Né bevono. Che male cè a ricevere amici? dicevano le vicine, mentre i figli di Giulia raccontavano eccitati di quanto era bello giocare a calcio nel campetto nuovo. Se uno si mette a fantasticare su tutto, non si finisce più

E mentre riflettete, se succede qualcosa ai bambini? Le storie simili abbondano! Tutto bene in apparenza e poi chissà cosa succede dietro una porta chiusa! Non mi convincono per nulla! Troppo perfetti! Sempre amorevoli, bambini obbedienti, casa da sogno. Non ci credo! Andrà a finire che scopro la verità! Perché nella vita non è mai tutto rose e fiori!

Le vicine abbassavano gli occhi, ma Caterina era irremovibile. Lei, cresciuta da una madre capace di rendere la vita dei figli un inferno, non riusciva a non diffidare.

Caterina era nata in una famiglia di funzionari comunali. Sia la madre che il padre erano irriducibili sostenitori della disciplina, dentro e fuori casa. I figli maschi e la piccola Caterina erano cresciuti con difficoltà. Passare la notte inginocchiati nellangolo era la norma in casa. Avevi fortuna se te la cavavi senza cintura o senza dover stare sui ceci. Ma fuori, la famiglia sembrava modello: le maniche lunghe ben stirate coprivano i lividi dei ragazzi, i capelli di Caterina strettamente intrecciati celavano il dolore provato quando la madre li tirava forte per punirla.

Mai nessuno dei figli parlò mai dei metodi familiari: la gente vedeva bambini composti, ma nessuno si preoccupava di ciò che accadeva dietro le mura di casa. Allalba della maggiore età, tutti e tre fratelli troncarono ogni rapporto e si allontanarono definitivamente da chi aveva dato loro tanto dolore: la madre, incaricata alla punizione, e il padre, sempre in silenzio, che lasciava fare alla moglie perché “una madre sa cosa è meglio”.

Caterina non mantenne rapporti né coi fratelli né con la famiglia. Tutti volevano dimenticare quellincubo. E la memoria, ostinata, li aiutava a rimuovere non solo i torturatori, ma anche chi aveva assistito senza agire.

Caterina una famiglia propria non laveva mai avuta. Il solo tentativo di relazione era finito in malo modo: il compagno aveva alzato la ciabatta verso il cane, che per problemi di salute aveva fatto pipì in casa.

Non osare toccarla! gridò Caterina, prendendo in braccio il cane e portandolo via, per non farvi ritorno mai più.

Traslocò quella stessa sera, portando il cane con sé e tornando nellappartamento lasciatole dalla nonna materna, donna tanto dura e testarda quanto la madre. Anche con lei Caterina aveva sofferto molto, curandola fino allultimo. Esile, sempre scontenta, la nonna sapeva irritare e offendere chiunque, e lo faceva quasi con piacere. Quando morì, Caterina tirò un sospiro di sollievo.

In breve: Caterina non si affezionava facilmente. Ricordava troppo bene come la gente si fosse voltata dallaltra parte mentre lei e i fratelli soffrivano. A volte qualcuno aveva notato i lividi; i fratelli di Caterina erano stati assenti a scuola per giorni a seguito di severe punizioni, incapaci anche solo di alzarsi in piedi. Ma nessuno aveva mai chiesto nulla.

Ora, Caterina cercava di colmare quellindifferenza, pensando che la gente fosse crudele per natura. Voleva cambiare almeno un pezzetto di mondo. La famiglia di Giulia e Matteo era la sua occasione. Nel palazzo non cerano più famiglie numerose.

Giulia, seduta con i figli sul cortile, guardò lorologio e sussultò. Era ora di rientrare: la bimba avrebbe presto finito il sonno pomeridiano, i gemelli dovevano prepararsi per il centro estivo e la scuola calcio. In autunno, Giulia avrebbe iscritto i figli allasilo, ma per ora li portava a giocare e alle attività.

Davanti al portone la aspettava Caterina.

Di nuovo i tuoi figli scalzi nel cortile?! Non potete permettervi delle scarpe normali per i bambini?!

Giulia sorrise involontariamente. Le scarpe da calcio dei figli costavano più delle sue. Sullattrezzatura sportiva non si badava a spese: parola di Matteo, appassionato di calcio, le lesioni erano sempre dietro langolo.

E ridi pure?! Cosa cè da ridere?! Hai dei bambini! Non capisci?! Bisogna prendersi cura di loro, nutrirli, vestirli decentemente, accudirli! E tu?!

Caterina era tutta rossa per la rabbia. Ma Giulia la guardava serena, senza alcun accenno di difesa o disagio.

Mamma, dai un po dacqua alla signora Caterina!

I gemelli, solerti, porsero la bottiglia dacqua a Caterina. Poi la donna si sentì male: vista annebbiata, un ronzio nelle orecchie, e avrebbe rischiato di cadere per le scale se Giulia non lavesse sorretta.

Lambulanza arrivò in fretta e Caterina fu portata in ospedale. Quando si svegliò, accanto al letto trovò Giulia. Aveva lasciato i figli con Annalisa, chiamandola di corsa, e si era precipitata in clinica.

Che ho? provò a chiedere Caterina, ma la lingua si impastava, la voce strana. La paura la colse.

Piano, piano! Giulia le accarezzò la mano sistemando il cuscino. Avete avuto un ictus. I medici sono intervenuti subito. Solo il caldo Ma ora andrà tutto bene! Non piangete! Non me ne vado. Sto qui. Riposate, vi farà bene.

Giulia mantenne la parola. Si prese cura di Caterina, sapendo fin troppo bene che la donna, tanto scorbutica, era sola al mondo come pochi altri.

Perché? chiese Caterina, ancora con fatica.

Perché è giusto. Nessuno dovrebbe essere solo. Lo so per certo.

Come lo sai?

Ho conosciuto la solitudine. È una brutta compagna, ve lo assicuro. Ma non vi preoccupate. Ora non lo sarete più. Avrete una nuova compagnia.

Come?

Pensate che vi abbandoni adesso? Ora tocca a me occuparmi di voi!

Giulia fece finta di non accorgersi delle lacrime di Caterina. Non aveva più davanti la vicina arcigna, ma una donna anziana e sola, come la sua mamma o la suocera. E le faceva davvero pena. Una persona capace di far crescere le rose più belle che avesse mai visto doveva avere per forza un cuore buono. Di questo Giulia era certa.

Due anni dopo.

Oh Giulia, non capisco come fai a gestirli! La tua piccola è di una tranquillità incredibile, ma quei due sono proprio dei diavoletti! Caterina, seduta sulla panchina al parco giochi, guardava la figlia di Giulia e Matteo con occhi colmi di affetto.

Eh, signora Cate, e pensa che sono solo due! Arsenio ne ha quattro! E quando si ritrovano tutti insieme, vorrei scappare di casa Sua moglie ormai spera che il quinto sia una femmina.

Sapete già se è maschio o femmina?

No, ci fa ancora attendere! rise Giulia. Arsenio dice che è pronto a qualsiasi sorpresa.

Che caldo oggi! sospirò Caterina, portandosi una mano sulla fronte e squadrando Giulia. Dimmi la verità: sei felice?

Giulia ci pensò su.

Cosa serve per essere felici? I cari vicino? Ce li aveva. La salute pure, grazie a Dio. Che i figli crescano sereni? Ci stavano provando. Quindi sì, era davvero profondamente felice.

Sì!

Giulia sorrise, e Caterina una volta ancora si meravigliò di quanto la luce di quel sorriso cambiasse tutto intorno.

Anche la calura estiva che attanagliava la città sembrò meno opprimente, e da qualche parte, tra le strade assolate, soffiò una lieve brezza di freschezza.

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Calura d’Estate. Caterina
Il figlio minore — Alessandro, davvero devi partire per questo viaggio? Il cuore non mi dà pace… Chiedi a qualcuno di sostituirti, — sussurrò Olga, cercando di celare la voce tremante. — Questa corsa significa buoni soldi. E ne abbiamo bisogno, Olghina. Sappiamo entrambi che ogni euro ora vale oro, — rispose Alessio, stringendo la moglie tra le braccia e baciandole la fronte, poi dando un bacio alle due bambine chiassose, le gemelline Daniela e Carina. Olga annuì in silenzio. Il cuore le sanguinava, ma la ragione le diceva che il marito aveva ragione: il loro bilancio era al limite. Asciugandosi le lacrime, lo guardò andare via e sussurrò, abbracciandolo: — Torna presto… Ti aspettiamo. La porta si chiuse dietro Alessio. Olga si fece forza, diede da mangiare alle bambine e le portò fuori per una passeggiata. La giornata passò sorprendentemente tranquilla. Niente capricci, niente pianti — quasi che anche le bambine percepissero qualcosa di inquietante. Ogni sera, alle dieci, si sentivano al telefono, come sempre. Olga raccontava quanto sentissero la sua mancanza le bambine, come procedeva piano le comande di cucito. Alessio rideva al telefono e prometteva: “Domani sono a casa, micetta.” Ma a casa non tornò più. Sulla strada del ritorno, il suo camion si scontrò con un tir che aveva invaso la corsia opposta. Tutto successo troppo in fretta. Nessuna possibilità di evitare l’impatto. Alessio morì sul colpo. Quella stessa notte, il telefono squillò. Olga, come in un sogno, alzò la cornetta — e il suo mondo crollò. Si trascinò dalla vicina, la zia Nina, e le chiese di badare alle bambine. Poi crollò lei stessa sulla soglia. I medici riuscirono a salvarla per miracolo — un cesareo d’urgenza, intervento difficile. Il bambino nato era debole, prematuro. Gli mancava la forza del padre, e alla madre la spalla di un uomo. Olga lo chiamò Alessio, come il marito. Quando uscì dall’ospedale, contò i soldi rimasti. Bastavano per due mesi. Poi… si sarebbe visto. La vita divenne una lotta per la sopravvivenza. La vicina, zia Nina, aiutava come poteva. Non avevano parenti vicini. Olga riprese a cucire — dapprima per i vicini, poi, con il passaparola, arrivarono le clienti. Le gemelle andarono a scuola, il piccolo Alessio all’asilo. Loro erano la sua speranza, il suo ancoraggio. Ma… Amava di più le bambine. E il bambino… no, non lo odiava — semplicemente non riusciva a guardarlo senza dolore. Somigliava sempre di più al marito perduto. E ogni volta che lo vedeva, sentiva di non aver saputo trattenerlo… Il bambino era tranquillo, buono, premuroso. Leggeva, aiutava, non si lamentava mai. Alle bambine comprava vestiti nuovi, cuciva loro abiti per le bambole. Ad Alessio aggiustava i vecchi vestiti. — Poverino… Orfano con la mamma in vita, — sospirava zia Nina, vedendolo lavare i piatti o riordinare i giocattoli delle sorelle. Gli anni passarono. Le gemelle crebbero, si sposarono, si dispersero. Restò solo Alessio con la madre. Terminata la scuola professionale, trovò lavoro come ingegnere nella fabbrica di dolci della loro città, Modena. Olga cominciava a perdere la vista — le notti insonni, i nervi logorati, gli anni di solitudine avevano lasciato il segno. Alessio si prendeva cura di lei come poteva. Cucinava, lavava, la accompagnava a passeggio tenendola per mano. Lei gli sussurrava sempre più spesso: — Perdonami, figlio… Non ho meritato il tuo amore. Vivi la tua vita, sei giovane… Lui sorrideva soltanto: — Andrà tutto bene, mamma. Avrò anche io moglie e figli. Avrai ancora tempo per goderti i nipoti. E un giorno arrivò. Lisa, semplice e timida. — Mamma, Lisa starà con noi. Non ha nessuno. È orfana, — disse piano Alessio. Dopo tre mesi si celebrò il matrimonio. Vennero le gemelle, i nipoti, i generi — tutta la famiglia riunita. Olga era felice, ma sorrideva sempre più spesso tra le lacrime. La diagnosi fu spietata — cancro. Non le rimaneva molto, e lo sapeva. Ma il destino le concesse ancora una gioia — vide il suo primo nipotino. Se ne andò serena, con un sorriso sulle labbra, gli occhi che si chiusero per sempre e la mano che stringeva dolcemente quella del figlio che era rimasto il più caro.