Diventa un angelo custode: vivi un’esperienza unica di volontariato e solidarietà

Sii un angelo.

Caterina, giovane e spaventata, saliva le scale del vecchio palazzo romano senza quasi rendersene conto. Aveva preso il treno, poi la metro, e ora i suoi passi la portavano avanti soltanto per abitudine, come se il suo corpo sapesse la strada meglio della sua mente. Dentro aveva una tempesta di emozioni: paura, vergogna, rabbia, ma soprattutto una fitta di compassione, per se stessa e per la piccola vita che stava nascendo in lei.

Avrebbe voluto mettere fine a tutto in un istante. Aveva perfino comprato delle pillole Ma poi lui laveva chiamata, offrendole una via duscita. Sentiva il suo timore nella voce: aveva paura di lei, temeva veramente che potesse farsi del male, ma era ancora più spaventato per sé. Parlava della nonna di Caterina, di come avrebbe sofferto se Caterina si fosse uccisa E le offriva una soluzione.

Cate, non essere sciocca. Dai, ormai è successo. Vieni semplicemente, tutto avverrà sotto anestesia. Ti addormenti, ti svegli, io i soldi li trovo. Se vuoi vengo a prenderti io.

Le sue parole la facevano quasi vomitare. Era lultima persona che voleva vedere. Solo sentirlo al telefono le dava i brividi; incontrarlo, respirare la stessa aria Mai!

No! aveva chiuso la chiamata e non aveva risposto più. Ogni volta che il suo nome appariva sullo schermo, spegneva il telefono.

Rivivere quella sera era insopportabile. La festa a cui laveva portata Diana, dove avevano ballato come pazze Caterina adorava ballare. Lui laveva avvicinata, sfiorandole il gomito. Lei si era girata, seccata: aveva già chiarito che non le piaceva.

Madonna, che pelle liscia! Proprio come quella di una bambina…

Basta. Se ci provi ancora, me ne vado. Lasciami ballare.

Lui la seguiva da tempo, la aspettava sotto casa, ma non provava altro che antipatia. Glielaveva detto esplicitamente.

Ma su, stai tranquilla. Balliamo e basta

Poi era arrivato quellintruglio, portato da Gabriele. Un cocktail e il mondo aveva iniziato a girare. Quando si risvegliò, era tra le braccia di Igor Zampi, al secondo piano della villa. Non ricordava nemmeno come ci fosse arrivata. Nella stanza aveva lottato, aveva gridato, morso, graffiato la guancia di Igor. Lui la stringeva con forza. Le sue energie, la coordinazione perfetta di sempre, lavevano abbandonata. Zampi si moltiplicava davanti ai suoi occhi, tutto fluttuava. Il dolore era sordo, lontano.

Era uscita dalla festa barcollando, come ubriaca, dirigendosi verso casa. Non aveva pianto. Dentro si sentiva sporca e vuota. Lui la aveva seguita per un po, parlando, ma lei non udiva nessuna parola. Prima di entrare nel portone, si era fatta forza. La nonna non doveva sapere nulla. Era rimasta a lungo sotto la doccia.

E poi aveva scoperto di essere incinta. La castità prima del matrimonio era stata il pilastro delleducazione ricevuta dalla nonna. La madre non si nominava quasi mai proprio per questo motivo. La nonna vedeva la morte di sua figlia come il castigo per un peccato. Il peccato era Caterina: figlia nata fuori dal matrimonio.

Sua madre non le aveva mai parlato del padre. Finché Caterina era piccola aveva pensato che, da grande, la mamma le avrebbe raccontato tutto. Ma la mamma morì a dodici anni. Da allora, la nonna arrivò dalla Calabria.

E ora anche Caterina sola con la sua disgrazia. Non sapeva a chi ascoltare. Così si lasciò convincere da Zampi. Andò dove lui le aveva detto. Ma dentro sentiva che avrebbe potuto essere la madre al posto suo, come se stesse per annientare se stessa.

Era venuta lì per uccidersi.

Era indecisa… Per questo entrò in un bar, per prendere tempo. Ma poi strinse i denti e decise. In quel cortile, una giovane cadde. Ma Caterina non si fermò, era troppo dura la battaglia interiore.

La porta le fu aperta da una donna anziana dal volto austero.

Entra. Hai mangiato oggi?

Caterina scosse la testa.

Bene, meglio così. Spogliati. In quella stanza. Devo prepararmi. Sei depilata?

Come!?

Sei pronta, dico?

Forse no

Faccio io. Non tremare così. Ti addormenterò. Puliremo tutto.

“Puliremo”. Caterina chiuse gli occhi. Quella parola sottolineava la sporcizia, il disprezzo che provava verso se stessa. Ma avrebbe cancellato il dolore piantato nel cuore?

Prendi queste, tre pillole e un bicchier dacqua. Caterina le ingoiò.

Poi tutto fu come in una nebbia. La paura era più forte del sedativo. La donna le lanciò una maglietta larga, quasi un pezzo di stoffa. Spogliata, la indossò; praticamente rimase nuda. Tremava più per il luogo e i gesti spicci della donna che per il freddo.

Nella stanza accanto strumenti metallici, un tavolo coperto da un telo di plastica… Lo stomaco si attorcigliava.

Improvvisamente bussarono forte al portone di sotto, con colpi violenti.

Chi è ora? la donna savvicinò impugnando uno strumento, aprì, poi richiuse in fretta, sgomenta.

E si misero a colpire la loro porta.

Maledetta ragazza! Sei tu che li hai portati qui? O… Vestiti, svelta! urlò la donna.

Caterina, confusa, afferrò i vestiti per poi buttarli e rannicchiarsi sul divano, come una bambina, immobile.

Successe tutto in pochi istanti. La donna avrebbe resistito, se non avessero iniziato a sfondare la porta. Due persone entrarono: un uomo elegante, Andrea, e subito dietro una ragazza in un trench beige, stringendosi il braccio, visibilmente ferita. Entrarono di corsa nella stanza.

Videro Caterina nuda, si imbarazzarono. Luomo si voltò, lasciando avanti la ragazza.

Sono di nuovo io, si sedette vicino a Caterina, Ti sarò anche antipatica a forza di capitare, eh? Troviamo le mutande, dai… Ah, ecco. Mi fa male il braccio. Dai che ci riesci da sola.

La ragazza ancora non capiva se erano arrivate in tempo. Non sapeva nulla di aborti, sperava di sì. Aveva sferrato calci alla porta insieme alluomo distinto e il tempo era volato.

Io sono Giovanna, continuò la ragazza, ridacchiando malamente, Il tuo angelo custode. O almeno ci provo. Dove sono queste… Ecco, adesso la gonna. Dai, vestiti, che io resto qui con te.

Un angelo custode? Caterina la fissava sorpresa.

Sì, ognuno ha bisogno del suo angelo. Sono stata mandata, mi hanno promosso “angelo di Caterina”…

Chi ti ha mandato?

San Michele! disse scherzando, ma la leggerezza scacciava la tensione. Ecco, su, vestiti!

Mentre la aiutava, la domanda le uscì spontanea: Avete fatto in tempo, vero? Il bambino sta bene?

Caterina annuì, poi alla fine scoppiò a piangere. Giovanna si rallegrò proprio per quelle lacrime.

Sì, piangi pure, la consolava, Quando viene da piangere, è giusto lasciarsi andare.

Ma a Giovanna, il pianto venne subito dietro. Col braccio ingessato, era troppo stanca per trattenersi.

E tu perché piangi? domandò Caterina, preoccupata ora per lei.

Non lo so. Mi fate tutti così tenerezza… Ma perché siamo tutti così ciechi, così sciocchi? Ci gira intorno la felicità, e noi neanche la vediamo! Sono stanca

In quel momento entrò ancora un ragazzo, Antonio, e con lui Andrea.

Siamo arrivati in tempo? domandò Andrea, guardando Giovanna che piangeva.

Sì, sì, tutto ok. Ma lei si è fatta male al braccio…

A te, tutto bene? chiese Andrea a Caterina.

Ora sì…

Portiamola subito in pronto soccorso. E con la signora qui, ci occuperemo noi, Andrea indicò la donna.

La donna sparì in una stanzina.

Non si salutarono nemmeno. Mentre Antonio guidava verso una clinica privata lì vicino, Giovanna abbracciò Caterina con l’altro braccio.

Sono pure tutta sporca. Guarda questo trench, la mia amica mi ammazza!

Ma no, sei pulita. E poi è soltanto un vestito. Appartiene a te?

No, è di qualcunaltra… e anche i capelli non sono miei. Questo è un parrucchino. Mi sono travestita per venire qui.

Davvero?… Ma perché?

Caterina era confusa, il sonnifero cominciava a fare effetto. Poco dopo si addormentò, mentre Andrea, nello specchio retrovisore, la guardava con attenzione.

Sapevi che sei mia sorella? esordì Andrea, calmo.

Caterina aprì appena gli occhi.

Sorella?

Abbiamo lo stesso padre. Nonna lo sa, ma… ti spiegherò tutto. Hai bisogno di riposare.

Andrea, lei dorme. Le hanno dato dei sonniferi, fece notare Giovanna.

Ok. Portiamola subito da un medico serio.

Il viaggio continuò silenzioso. Una macchia dumido alla finestra ricordava i giorni di pioggia romana. Giovanna fissava la strada. Allimprovviso li attraversarono due giovani: uno era lex ragazzo di Arianna, la cara amica di Giovanna. Con la nuova fidanzata appesa al braccio.

Andrea, dai, schiaccia quella pozzanghera! Facciamoli bagnare!

Andrea, senza capire, ingranò la marcia e spruzzò di fango la coppia innamorata. Giovanna rise per la prima volta con il cuore leggero.

Arrivati in clinica, una lastra confermò la frattura del radio. Mentre la ingessavano, Caterina dormiva ancora. Giovanna confidò ad Andrea la sua fatica.

Ma non si poteva dire subito che era tua sorella? Ho rischiato linfarto per questa storia!

E tu perché la seguivi?

Per proteggerla! Ho promesso a sua nonna che lavrei aiutata, rispose.

***

Quando tornarono a casa, Marisa la nonna sbiancò vedendo Andrea in compagnia di una ragazza con il braccio ingessato. Caterina dormiva ancora in macchina.

Va tutto bene con Caterina?

Sì, sì, sta solo dormendo… ora scendo a prenderla. Non si preoccupi, la rassicurò Giovanna.

Alla fine tornarono tutti a casa. La nonna fu messa al corrente della gravidanza. I medici dissero che le pillole prese da Caterina non avevano fatto danni. Andrea e Marisa si sedettero a parlare fino a tardi. Raccontarono a Caterina la sua storia.

Giovanna, esausta e dolorante, lasciò che il sonno la prendesse sul divano, mentre Arianna la chiamava al telefono in cerca di notizie.

Tutto bene Giorgia, davvero, sono solo un po intontita dal sonno…

Quando Marisa la trovò sveglia, le propose di fermarsi a cena. Parlarono apertamente di tutto.

Lei, signora Marisa, deve essere forte. Sarete voi il vero angelo custode di Caterina. Lei ha bisogno di voi più di chiunque altro.

Marisa annuì in silenzio.

Sapete, sospirò infine, ho odiato mia figlia per tutta la vita a causa della sua scelta. Non ci siamo mai veramente parlate… ma ora darei qualsiasi cosa per abbracciarla ancora, basterebbe che fosse viva. Con mia nipote non voglio commettere lo stesso errore.

***

Non ci sei mai quando ti chiamo, si lamentava Michele, lamico fedele di Giovanna.

Giovanna, in congedo per malattia, ricevette pure un messaggio di auguri dal suo direttore. Pensò che era tempo di andare a trovare la madre nel paesino di Poggio Grillo, lì dove era nata. Aveva guadagnato qualche risparmio e ora poteva riposarsi davvero. Si sentiva stanca, un po malata, sola.

Michele la riportava allattualità.

Ma allora, è vero che Arianna ha lasciato il ragazzo?

Era ora Era proprio una fortuna, credimi!

Sai, mi piace da un sacco di tempo.

Oh! Finalmente parli come una persona normale. Non più queste espressioni straniere, niente “è una tipa in gamba” Solo “mi piace”!

Perché è la verità. Dove potrei invitarla per fare colpo?

Non preoccuparti, le ragazze intelligenti non mordono… Invitala a prendere un gelato dopo il turno di sera. La sua stazione di servizio chiude alle dieci. Accompagnala, mi raccomando!

Ci puoi scommettere! Lo so bene dovè.

A Giovanna piacevano da sempre le cose semplici, le buone amicizie. Sperava che tra Michele e Arianna potesse accadere qualcosa di bello.

Stanca, si lasciò andare ai ricordi: pensava ai casi difficili seguiti come volontaria, ai bambini salvati. Un giorno aveva notato due ragazzini su un tetto pronti a saltare.

Avete studiato la fisica? chiese loro sorridendo.

Non ci capiva granché di fisica neanche lei, ma gli fece fare una gara di salto in lungo, dicendo che un adulto non ce lavrebbe fatta, che era meglio non rischiare. Alla fine desistettero.

Ma lei che fa qui, signora?

Io? Sono il vostro angelo. Ora che ve ne andate, posso tornare in cielo.

Non la credettero, certo. Lei era solo una ragazza comune, forte di braccia e di carattere, ma niente di angelico nei tratti. Ma la vita, a pensarci bene, è fatta di incontri, coincidenze e segnali. E chissà da dove arrivano questi segnali, chi ce li manda.

Forse davvero in ognuno di noi cè un piccolo angelo, che si manifesta nei momenti più bui.

***

La vita è complessa e spesso ci dà colpi inattesi, ma non tutto il male viene per nuocere. Solo affrontando le difficoltà insieme, condividendo i fardelli e le lacrime, può rispuntare la speranza. Perché nessuno attraversa la notte completamente solo: anche quando sembra di camminare al buio, il bene resta, piccolo e silenzioso, custode nelle mani di chi sceglie di aiutare gli altri. E basta poco, a volte, per essere langelo di qualcuno.

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