Rachele
Rachele! È assurdo! Inaccettabile! Non puoi permettere che ti trattino così! La signora Irina si lasciò prendere dal nervosismo e posò la tazzina di caffè così forte sul piattino che metà del caffè si rovesciò. Tirò fuori un tovagliolo, asciugò le gocce sul tavolo e si innervosì con se stessa per aver perso la calma.
Una donna dai tratti delicati e dagli occhi scuri, sorridendo, prese la tazza dal tavolo della dirigente e poco dopo la riportò piena, poggiandola ben distante dai documenti.
Grazie! Scusami, cara, sono un po fuori fase. Rachele, dimmi, come posso aiutarti?
Ma cosa puoi fare? Rachele fece spallucce e si versò da sola il caffè. È pur sempre mia madre
E tu? Tu chi sei per lei? Il ragazzo è cresciuto con te tutto questo tempo. Tu non ti sei mai costruita una vita. E ora che dovrebbe fare, chiederti di farti da parte? E Massimo, cosa ne pensa?
Niente, non lo sa.
Rachele! Irina quasi sussurrò disperata Ma ti sembra una cosa normale? Lui dovrebbe essere il primo a saperlo! Lo riguarda direttamente!
Non volevo aggiungere altro ai suoi pensieri. Tra lavoro, esami, la tesi, la famiglia ha già abbastanza. Si preoccupa di tutto.
Irina scosse la testa, assorta.
Guarda, non sarei io a dover dare consigli a una donna adulta, ma lascia che mi intrometta un pochino stavolta. Rachele, tu sei splendida. Ti conosco da tanti anni e davvero, non ho una parola cattiva da dire su di te. Mai mi è venuto niente di negativo mentre ti penso. Ma ora è arrivato il momento in cui devi essere un po più dura verso qualcuno. Mettere dei confini. Per Massimo e anche per te stessa.
Grazie per la premura. Ci penserò. Rachele accennò un sorriso mentre apriva la cartellina con lultimo rapporto da revisionare. Il lavoro non si fermava mai; gli affari di cuore potevano aspettare il tardo pomeriggio. Di recente, fare tardi in ufficio era un sollievo. La casa non era più un luogo di pace da quando era arrivata la sorella, Svetlana.
Rachele era la più piccola dei fratelli. Nata quasi per caso, senza essere davvero desiderata. La madre, Natalia, aveva esitato a lungo prima di decidere di portare avanti la gravidanza. Due figli riempivano già la sua vita e il terzo sembrava eccessivo per i tempi difficili che correvano. Per una settimana intera restò sveglia nella cucina buia, in piedi davanti alla finestra, chiedendosi cosa fare. Proprio alle prime luci di un mattino, sentì piangere il bambino della vicina ed ebbe un sussulto che le fece poggiare tremante le mani sulla pancia: No! Non posso
Rachele nacque puntuale. Il personale della clinica sorrideva involontario guardandola.
È piccola, è vero, ma già sorride, guardala!
Natalia, silenziosa, la allattava e osservava la sua nuova figlia. Diversa dagli altri due, capelli e occhi scuri come lei, mentre sia Svetlana che Alessio erano biondi e rumorosi, proprio come il padre. Rachele, invece, era tranquilla; piangeva appena, come a voler chiedere scusa se aveva fame o disagio.
Da quando le fu dato quel nome, tutti iniziarono a chiamarla così, Rachele, e il nome ufficiale rimase solo sui documenti.
I fratelli più grandi non accolsero con gioia la novità. Che la famiglia si allargasse portò solo il vantaggio di un nuovo appartamento più grande, con una stanza finalmente per loro. Eppure non volevano giocare con la piccola, la respingevano. Lei però non insisteva: portava album e matite, si sedeva accanto a loro e disegnava in silenzio, semplicemente felice di stare lì. Natalia provò a parlarne, ma alla fine smise la differenza di età faceva troppo.
I problemi iniziarono già allasilo. Rachele era una bambina patologicamente buona. Bastava una richiesta e dava subito la sua cotoletta o il succo, e i compagni se ne approfittavano. Natalia se ne accorse solo quando la pediatra la rimproverò: la figlia stava perdendo peso e si ammalava spesso. Da lì, la bidella iniziò a tenerla docchio e Rachele divenne di nuovo allegra, portando giochi e, di rado, le caramelle rare che si trovavano nei tempi della crisi, per conquistarsi lamicizia persa. Nessun bambino come lei era così empatico: aveva compassione per tutti, dalle coccinelle ai piedi delle altalene alla triste bidella Pasqua che si rifugiava nel lavoro per stare lontana dal marito che beveva. Rachele era la luce nella sua vita, essendo lei senza figli.
Natalia, vedendo Rachele abbracciare la bidella prima di andare via, si innervosiva durante il tragitto di ritorno:
Ma perché ti affezioni così? È una sconosciuta. Sei proprio una beata, per carità!
Rachele la seguiva a passo veloce, sorridendo senza replicare e ripetendo il tutto il giorno dopo.
Alla fine dellasilo, la bidella Pasqua pianse. Poi scoprì in quale scuola era iscritta Rachele e si fece assumere lì come donna delle pulizie. Quando il marito finalmente la lasciò per lamante e la madre si ammalò, Pasqua dovette trasferirsi, e Rachele la abbracciava tra le lacrime:
Tieni, tesoro, che sia tua. Le chiuse una collanina doro a croce al collo. Quando la guardi, pensami. Io non ti dimenticherò mai. Ricordati: ci sarò sempre. Scrivimi, correrò qui!
Rachele annuiva senza riuscire a parlare, stringendola forte.
La scuola fu dura per Rachele. Voleva bene a tutti, ma non sempre era ricambiata. Non sapeva difendere i suoi limiti, e Natalia la rimproverava, chiedendosi come potesse essere così sprovveduta. La situazione economica in famiglia intanto migliorava, il padre aveva trovato un lavoro migliore. Rachele indossava ancora gli abiti smessi di Svetlana, ma aveva finalmente lastuccio nuovo e i pennarelli appena comprati, che però presto cedette allamica, ricevendo unaltra scenata da sua madre. I pennarelli tornarono a casa portati dalla madre dellamica, tra mille rimproveri perché non poteva dare tutto e non pensare un po anche a sé stessa.
Rachele era una studentessa brillante; aiutava tutti in classe, anche nelle verifiche. Spesso finiva prima di tutti, riuscendo a completare persino tre versioni diverse, comera noto agli insegnanti. Diplomata con il massimo dei voti, entrò alluniversità senza difficoltà.
Nel frattempo, sia Svetlana sia Alessio si erano sposati e vivevano altrove. Il fratello si trasferì in unaltra città, la sorella si vedeva solo per le feste. Così tutte le cure del padre malato, e poi anche della madre, ricaddero interamente su Rachele. Bella, sorridente, non aveva mai corteggiatori, ma per mancanza di tempo e non di occasioni. Dopo le lezioni correva a casa per fare tutto: pulizie, bucato, cucina, accudire il padre, che dopo lennesimo ictus non parlava più, ma piangeva ad ogni suo tocco.
Natalia, invece di ringraziarla, le rinfacciava:
Ma cosa cè da ridere tutto il tempo? Qui non cè niente di cui essere fieri! Sei proprio beata!
E Rachele scuoteva solo la testa in silenzio mentre accarezzava le mani ossute del padre.
Stretta tra le dita la croce donata da Pasqua, piangeva forte in chiesa, pregando che dove fosse andato, il papà trovasse la pace.
La madre morì dopo cinque anni, logorando Rachele con rimproveri continui, spiegando che non si può essere così deboli:
Non capisci in che mondo viviamo? Ti divorano e nemmeno se ne accorgono! Non puoi!
Natalia lo sapeva benissimo che i figli maggiori si erano chiamati fuori, lasciando tutto a Rachele. Alessio si giustificava col lavoro e le spese, Svetlana veniva a fare controlli, lamentandosi senza aiutare.
È fresco questo bucato? Andrebbe cambiato ogni giorno! E lava a terra, qui si nuota nello sporco! Che pensi tutto il giorno?
Rachele si divideva tra lavoro e casa, ormai troppo stanca persino per sorridere. Era solo lombra della ragazza che era stata.
Perché lo permetti? chiedeva Pasqua, arrivata per aiutare, portandole dolci tra una carezza e laltra.
Mio Dio, che bontà, Pashina!
Pasqua la stringeva addolorata.
Cosaltro posso fare, gridare? Cacciarla? Costringerla ad aiutarci? Tu capisci che sarebbe inutile. Voglio che mamma si senta serena. Basta dolore.
Con Pasqua le cose migliorarono un po. Natalia si rilassò, si confidò molto con Rachele negli ultimi giorni, chiese perdono e morì serenamente, lasciandole almeno un po di pace.
Al funerale, fratello e sorella litigarono subito per leredità. Pasqua sbatté i piatti rumorosamente, furiosa:
Ma che gente siete!
Gente normale rispose Svetlana aggiustando la fascia nera Abbiamo una famiglia, figli. A cosa le servono a Rachele tutti questi metri?
Rachele lasciò la stanza senza una parola. La moglie di Alessio lo toccò per trattenerlo, ma lui, scocciato, rimandò la conversazione. Divisero la casa in fretta; Rachele si trasferì in un piccolo bilocale e respirò finalmente. Prese i biglietti e convinse Pasqua a passare con lei qualche giorno al mare.
Guarda che meraviglia, Pasqua! Rachele allargò le braccia sul molo, gli occhi chiusi al sole.
Bellissimo, davvero! Pasqua guardava incantata barche, uccelli, il porto e il cielo su Genova.
Passarono quasi due settimane fra le più felici della loro vita.
Tornata a casa, Rachele trovò la nota di Svetlana. Posate le valigie, corse subito da lei.
Lappartamento era nel caos. La sorella piangeva in giro per casa.
Se nè andato! Mi ha lasciata! Che coraggio!
Rachele subito rassicurò il nipotino Massimo, di due anni, che si era nascosto dietro il divano sfibrato dal pianto, e lo portò in cucina. Preparò qualcosa da mangiare e lo imboccava, mentre ascoltava svogliatamente Svetlana lamentarsi ancora e ancora.
Con me si stava così male? Casa pulita, bambino, tutto perfetto Cosa gli mancava?
Con Massimo in braccio, che sobbalzava ai rimproveri appena la madre gridava, lo coccolava per calmargli almeno la fame.
Perché ci perdi tempo? Se vuole, mangerà! abbozzò Svetlana, ma Rachele gestì la situazione preparandole un tè:
Dai, bevi qualcosa. Non puoi farti del male, non ne vale la pena.
Svetlana si aggrappò subito alla frase e per settimane rimase disorientata, mentre Massimo viveva con Rachele. Pian piano il bimbo smise di piangere la notte e ricominciò a sorridere. Svetlana passava solo di rado a fare i suoi controlli e ripartiva lasciando tutto sulle spalle di Rachele. Nè lei, né Massimo si sorpresero quando, poco dopo, la sorella annunciò che andava a Milano per lavoro, perché non sopportava vivere nella stessa città dellex marito. Allinizio fu presente, ogni tanto spediva regali al bambino, poi svanì. Si risposò, aveva già un altro figlio in arrivo. Rachele si mise in contatto col padre di Massimo, convincendolo a mantenere i rapporti col figlio, fissando un calendario. Svetlana non voleva che il padre vedesse il bambino, ma Rachele si comportò secondo coscienza, senza dirle niente. Così Massimo col tempo ritrovò il padre, gli altri figli del compagno, e viveva ormai serenamente con la zia.
A Milano, le rare visite di Massimo alla madre si fecero sempre più distanti, finché Rachele capì che non era necessario insistere. Si dedicò a lui come a un vero figlio: sport, attività, scuola, musica, tutto il meglio che una zia-mamma potesse offrire. Massimo la chiamava mamma Rachele e ricambiava un affetto commosso.
Destate si rifugiavano nel paesino di Pasqua, talvolta raggiungevano il mare. Vederlo correre coi bambini del luogo, robusto e abbronzato, faceva sentire Rachele come madre.
Con la sorella e il fratello manteneva lei i rapporti. Loro rispondevano solo ai saluti delle feste, raramente alle lettere. Quando Svetlana si lamentò con Rachele per aver portato Massimo dalle sue parti in un periodo sbagliato, smise anche quelle visite, limitandosi a qualche chiamata.
Qualche anno prima che Massimo finisse le scuole superiori, Rachele mise da parte abbastanza soldi da scambiare il suo bilocale con un comodo trilocale, sempre in una zona popolare di Torino, ma più tranquilla. Massimo non dovette nemmeno cambiare scuola. Entusiasti, esploravano la casa vuota scegliendo le stanze.
Mamma Rachele, sei felice?
Ma certo, tesoro. Tu sei qui, questo è il vero valore! Lo abbracciò e lo spinse avanti Su, scegli la tua stanza. Quella è luminosa, laltra meno. Quale preferisci?
Finite le superiori, la madre non volle ospitarlo, così decise di rimanere a Torino e iscriversi a Medicina, un sogno che aveva da bambino. Rachele tagliò tutte le spese per permettergli i migliori tutor e lui entrò.
Al terzo anno portò a Rachele la fidanzata.
Mamma Rachele, questa è Marina.
Lei la osservò seria, poi la abbracciò.
Benvenuta, tesoro! Ti piace il dolce? Ho preparato una Millefoglie!
Tantissimo
E allora siamo già daccordo! Sono golosissima Rachele sorrise e Marina arrossì felice.
Svetlana, alla festa di nozze, criticò subito la nuova nuora:
Superba! Vedrai che pensieri ti farà venire! Un caratterino, si vede subito.
Rachele si limitò a godersi il nipote che ballava. Sapeva già tutto del carattere di Marina: volontaria in una casa di riposo, affettuosa, innamorata, decisa solo nello studio e nel lavoro, mai nel cuore. Meglio di così per Massimo, era impossibile. Convivevano tutti senza drammi: per Rachele, né lei né Marina avevano voglia di perdersi dietro a inutili conflitti.
Quando, un anno dopo, Marina le mise tra le braccia il primo nipotino, la gioia fu di tutti. Rachele adorava il piccolo, Marina le chiedeva consigli ignorando quelli illuminanti dellarrabbiata suocera, che ripartì stizzita prima del tempo promettendo che non sarebbe tornata.
Promessa mai rispettata: dopo poco era di nuovo da loro.
Posso stare da te, punto e basta.
Che è accaduto? Rachele la tempestava di domande, sistemando la sorella. Vi siete lasciati? E i figli?
Rachele, basta! Siamo finiti. I figli sono con lui, scuola e tutto. rispose esausta.
Rachele scosse la testa e le diede della valeriana.
Bevitela tu. A me non serve. Dovè Massimo?
Alluniversità. Marina con Sashino dalla madre.
Non può starsene a casa! Sempre in giro col bambino, con questo freddo
Da quel giorno la tranquillità finì. Svetlana tempestava di lamentele Massimo e Marina, specie quando Rachele lavorava. Marina, sapendo dei problemi di salute della zia, non si ribellava. Ma Rachele in breve capì tutto e affrontò la sorella. Scoprì di tutto: il tradimento, la cacciata di casa, la perdita degli affetti. I soldi dellappartamento se nerano andati via in viaggi e spese. La casa era di proprietà dellex marito.
E adesso? chiese Rachele sedendosi davanti a lei con due tazze di tè.
Adesso vivo, resto qui.
E dove, di grazia? chiese sorpresa Rachele.
Tu vuoi cacciarmi? replicò la sorella stizzita.
Non ti caccio, ma vivere insieme comporta rispetto. Non sopporti Marina, ma è la moglie di Massimo e madre di suo figlio. Vuoi farli separare?
E se fosse? Sono tutte uguali Per Massimo avrò sempre io lultima parola!
Basta! le rispose Rachele, e per la prima volta nella sua voce non cera traccia di dolcezza.
Occhio a come ti esprimi, Rachele. Qui decido io.
Quella fu la goccia. Il giorno seguente, in ufficio, Rachele distrattamente mise il sale nel caffè della direttrice, che dopo la scenata riuscì a capirne il motivo. Le sue parole fecero riflettere Rachele: era arrivato il momento di tracciare dei veri confini.
Tornò a casa con la testa piena di pensieri. Aprì la porta e sentì le urla di Svetlana e il pianto di Sashino. Si precipitò in soggiorno: Marina con il piccolo in braccio, Svetlana infuriata.
Che succede qui? chiese con un tono tanto calmo da gelare la sorella.
Sei già a casa?
Ho chiesto cosa succede domandò, guardando Marina.
Niente, tutto a posto mamma Rachele, adesso calmo Sashino e pulisco.
Solo allora notò i frammenti di un vaso a terra.
Mamma mia! Sashino si è tagliato? balzò avanti, preoccupata.
Marina scoppiò in lacrime e si rifugiò in camera.
Lavevo detto! Imbranata! Io lo porterò via il bambino, è pericoloso restare qui con lei! Massimo deve capire
Svetlana si fermò quando vide lo sguardo della sorella non laveva mai vista così arrabbiata.
Prepara le tue cose subito e vattene, non mi importa dove le disse senza alzare la voce.
Ma chi ti credi di essere? Questa è casa anche di Massimo e deciderà lui!
Di che parlerete? Massimo era tornato, comprese la situazione e si schierò dalla parte della zia.
Mi sta cacciando di casa, figlio mio. Tu lo permetterai? Sei la mia famiglia!
Sei sicura? Massimo abbracciò Rachele. Questa è la mia famiglia: Marina e Sashino. E tu, da quando sei tornata, hai portato solo litigi e nervosismo. Basta. Ha ragione Rachele.
E andò dalla moglie. Rachele osservava Svetlana, attonita.
Rachele, ma cosa gli hai detto? È tutto un complotto!
Quando imparerai a pensare che non esisti solo tu? Ci sono altri pensieri, desideri, vite!
Io non sono te! Non butterei mai la mia vita per qualcun altro! E tu coshai ottenuto? replicò, ma poi cedette. Aspetta qui, prendo una scopa e delle pantofole.
Rachele la accompagnò alla stazione. Ritornata, si accasciò sfinita in cucina, incapace di prepararsi anche solo un panino.
Marina entrò, si mise a scaldare il pranzo per Rachele.
Sei più tranquilla? domandò. Questo spezzatino è buonissimo! Grazie! Oggi sono davvero stanca. Perché sei scappata prima?
Marina riprese la mano di Rachele, con le lacrime agli occhi:
Perché ho visto la paura che avete avuto per Sashino. Ho capito chi è davvero la sua famiglia. Mi dispiace per il vaso, ne compreremo un altro.
Lascia stare. Piuttosto, nessuno si è fatto male?
No. Appena ho visto sono corsa a prenderlo. Si è spaventato a morte.
Ma comera finito il vaso vicino al tavolo?
La signora Svetlana ha detto che nella sua stanza sarebbe tutto come vuole lei. Ho sorvegliato Sashino tutto il giorno, ma dopo mi sono sentita male. Forse…
Non sarai malata?
No… cioè, non so come dirlo…
Forse aspetti un bambino? domandò, sorridendo finalmente.
Marina annuì con occhi commossi.
Ma che felicità! la abbracciò. Un altro cucciolo in casa, Sashino avrà compagnia! Ci aggiusteremo noi, non preoccuparti per luniversità.
Marina si strinse a Rachele, grata di avere lei e non Svetlana come suocera. Poco dopo entrò Massimo e strinse entrambe tra le braccia:
Nottambule! Dormirete stanotte?
Tu? Domani hai turno?
Anche università. Ma ormai sono abituato!
Andate tutti a letto. Qui il primo che canta domattina non si sa se sarà Sashino o la sveglia.
Rachele chiuse la cucina, si avvicinò alla finestra. La pioggia batteva morbida sul davanzale. Nelle case vicine qualche luce era ancora accesa. Quegli angoli contenevano chissà quanti dolori e felicità, pensava. Il suo piccolo grande tesoro invece stava dormendo nellaltra stanza, ormai in quattro
Guardò il cielo che iniziava a schiarirsi, strinse la croce di Pasqua tra le dita e bisbigliò:
Proteggili, ti prego.
E, con finalmente il sorriso sul volto, andò a dormire.







