14 aprile, domenica
Mi sono seduto sullo sgabello traballante della mia cucina e ho osservato le particelle di polvere danzare nella luce dorata del tramonto che invadeva via delle Rose, 21, appartamento 3. La casa era pulita come una sala operatoria. Troppo pulita.
Tre mesi fa se nera andata Francesca. Ha portato via le sue valigie, la piantina di basilico e, soprattutto, i bambini: Mattia che ha dieci anni e la piccola Carlotta che ne ha sei. Allinizio, lo ammetto, mi sembrava una boccata daria. Niente cartoni animati dalle sette del mattino, niente sandali e giochi sparsi, potevo persino mangiare le lasagne fredde direttamente dalla teglia senza che nessuno mi guardasse male.
Ma già dopo una settimana la libertà si è trasformata in vuoto, un silenzio assordante. Solo allora ho realizzato quanto mi fossi perso, lasciando che Francesca si occupasse di tutto in casa. Ormai avevo dimenticato come si cambia un filtro della moka, quanta acqua serve per il minestrone, quando stendere i panni.
Ma la parte peggiore era il venerdì sera, quando loro arrivavano.
Papà, siamo qui! la voce squillante di Carlotta è esplosa nellingresso, portando con sé il profumo della pizza e quel tipico odore di shampoo per bambini.
Lho abbracciata, goffamente. Mattia è entrato subito dopo, silenzioso, cuffie nelle orecchie e uno sguardo rapido e interrogativo.
Ciao piccoli, accomodatevi pure. Ho preparato tutto per voi mi sono trovato a dire, cercando di sembrare più sicuro di quanto fossi.
Mi sono imposto una regola: diventare il papà perfetto, così forse avrebbero voluto restare per sempre. Ho ordinato la migliore padella antiaderente che si trova nella ferramenta vicino a Piazza Castello e ho stampato la ricetta delle crêpes alla maniera classica.
Sabato mattina, Mattia compare insonnolito sulla soglia della cucina: Papà, che cè per colazione?
Pancake! annuncio con un entusiasmo che neanche so dove ho pescato, mentre lotto con i grumi della pastella. Con marmellata di lamponi, come piace a voi.
Come quelli della mamma? chiede speranzosa Carlotta, salendo sullo sgabello.
Mi blocco per un battito di ciglia.
Meglio di quelli della mamma! Vedrete.
Dopo mezzora la cucina sembrava una scena del crimine: farina ovunque, anche sulle mie sopracciglia e non so come sul lampadario. Il primo pancake diventa un blob informe. Il secondo si brucia. Il terzo meglio che niente.
Mi innervosisco. Odio quella padella nuova, questa piastra che sembra fatta apposta per umiliarmi, la mia goffaggine. Mi sale la voglia di sbottare, ma gli occhi dei bambini fissano solo me.
Quasi pronto mormoro strofinandomi la fronte sudata.
Finalmente porto un piatto di pancake ancora caldi a tavola. Non saranno perfetti, ma il profumo è quello giusto. Metto la ciotola della marmellata al centro e mi preparo al giudizio.
Carlotta ne assaggia un pezzetto, chiude gli occhi:
Sono buoni, papà. Tanto.
Mattia annuisce e ne mangia subito tre, senza togliersi le cuffie. Sento la tensione sciogliersi. Mi sembra per un secondo che la distanza tra noi si sia accorciata, ricoperta del velluto dolce della pasta.
La domenica sera è sempre la più difficile. Sono le ore del saluto, quando la gioia del fine settimana si scioglie nella nostalgia della partenza.
Restiamo in salotto. Ho preso la PlayStation che Mattia sogna da mesi.
Allora, ce lhai fatta a battere il boss? mi siedo accanto a lui.
Sì, papà. Grazie, spacca davvero.
Carlottina, vuoi una favola? le tendo un libro colorato.
Abbassa gli occhi verso le sue scarpe:
Papà, ma quando torna la mamma?
Fra unora, tesoro. Ma qui non ti trovi bene? Abbiamo la Play, i pancake, il gelato in freezer domani, se restate, si va allo zoo!
Mattia mette via il joystick. Tutto tace.
Papà qui è tutto buonissimo. E la Play è una figata. E tu ti impegni, lo vediamo.
Sorrido. Ma sento il cuore stringersi.
Quindi, vi piace stare qua?
Carlotta si avvicina e mi stringe la guancia ispida.
Da te si sta bene, papà. Ma dalla mamma sembra proprio casa.
Quelle parole colpiscono più di qualsiasi documento del tribunale. Guardo la mia casa: arredamento nuovo, elettrodomestici luccicanti, muro appena riverniciato. Perfetta. Eppure fredda.
In che senso, amore? Questa è casa vostra, avete le vostre camere, i pupazzi
Mattia mi guarda serio, con una maturità dolorosa.
Papà, casa è quando sai dove sono i nostri calzini. Quando sul frigorifero ci sono i miei vecchi disegni, quelli che tu non hai mai notato. Ricordi quando ho vinto la medaglia di robotica tre anni fa?
Mi mordo la lingua per non mentire. Non ricordo probabilmente ero in trasferta, o a una riunione, o semplicemente troppo stanco.
La mamma si ricorda di cosa sono allergico, tu ieri mi hai chiesto in che classe sto. Sei come un ospite, papà. Uno che vuole piacere a tutti i costi. Hai imparato a fare i pancake, ma non hai mai imparato davvero chi siamo.
Mi copro il viso con le mani. Ha ragione. Ero convinto bastasse lavorare e portare i soldi, organizzare le vacanze. Ma io, in questa casa, non ci sono mai stato. Ero una funzione, una voce in banca, unombra che tornava tardi dalla sala riunioni.
Non ho perso Francesca. Ho perso me stesso quello che ero prima del divorzio. Pensavo che la famiglia fosse scontata. Invece richiede impegno quotidiano, presenza vera.
Suona il campanello. È Francesca.
Mi alzo, mi sento anziano. Aiuto Carlotta a indossare il giubbotto, porgo lo zaino a Mattia.
Grazie per i pancake, papà! mi dà un bacio sul naso.
Ciao, papà. La Play è davvero fantastica Mattia mi stringe la spalla un attimo.
Francesca resta sulla porta, mi scruta con una strana dolcezza. Nota la farina sulla mia maglietta, gli occhi spenti.
Tutto a posto, Riccardo? mi chiede piano.
Sì Cioè, Francy, Carlotta aveva ragione: questa non è casa.
Non dice nulla. Mi lascia continuare.
Da ora, voglio esserci. Non solo portarli qui la domenica a giocare al museo. Voglio aiutare Mattia col progetto di scienze. E giovedì cè il saggio allasilo di Carlotta, verrò anchio. Posso?
Abbozza un sorriso sincero:
Ci farà piacere, Riccardo.
La porta si chiude. Rimango solo. Non accendo la TV.
Mi avvicino al frigo. Sulla sua superficie candida, non cè niente.
Prendo il vecchio disegno di Mattia dalla cartelletta allingresso quello che avevo infilato tra i documenti chissà quanto tempo fa. Ritrae una macchina storta e tre figurine. Lo attacco con una calamita, proprio in mezzo.
Poi trovo il suo numero e gli scrivo:
Mattia, ho visto che mercoledì hai laboratorio di robotica. Sono libero. Ti va se passo e andiamo insieme nella bottega che mi hai detto? Senza pancake, né Play. Solo noi due, a chiacchierare.
Arriva la risposta dopo un minuto: OK papà, ti aspetto.
Guardo le mie mani, poi il riflesso nello specchio. Capisco: la casa non si costruisce in un fine settimana. Ma oggi ho messo la prima pietra, quella vera.
Vado in cucina a lavare i piatti. Non perché bisogna, ma perché nella mia casa quella che voglio davvero costruire il passato non sincrosta. E se voglio che i miei figli rimangano, non devo cucinare come la mamma. Basta essere il loro papà. Tutti i giorni. Senza bisogno di ricette.







