Andrà tutto bene!

Andrà tutto bene!

Questa era una splendida villa, antica, con un grande portico dove, un tempo, le signore sorseggiavano tè accompagnato da frittelle e dolci ungheresi, spettegolavano sui vicini, decidevano il futuro delle figlie, aspettavano treni dalla capitale col figlio amato, civettavano con ufficiali in uniforme che passavano per la via, sognavano nascoste tra i filari duva nella pergola con colonne bianche, piangevano in camere arredate alla francese, ridevano correndo giù per la lunga scala verso il salone, ballavano nascondendo civettuole i visi dietro a ventagli, davano vita a bambini, litigavano, invecchiavano e infine, tra i lamenti dei servi, sparivano nel piccolo cimitero vicino.

Ma ora, di crinoline e velluti non restava traccia. I puttini di gesso sui cancelli avevano perso il naso, erano spariti tappeti pregiati e lampadari di cristallo. Le stanze ampie sfoggiavano un arredamento moderno, con tutti i comfort: al posto dei lampadari c’erano piccole luci incassate, finestre di legno sostituite da infissi in PVC, porte allargate.

Il direttore della struttura, Stefano Giuliani, pancione tondo, camicia e gilet, con gli occhiali saldamente appoggiati sul naso, stava alla finestra del suo ufficio, ammirando il meleto che arrivava quasi fino al limitare del suo terreno. Con i pollici infilati sotto le bretelle, guardava i residenti della villa raccogliere le mele, grandi e succose, che, quando le addenti con un crocchio, rilasciano un succo dolce e profumato. Anche quelle mele son varietà antiche; intrecciano i loro tronchi proprio come fanno, là fuori, gli anziani rimasti a vivere qui per caso.

Le mele non hanno bisogno di cure: crescono da sole. Gli anziani, invece…

Che gente difficile, davvero! esclamò, spalancando la porta senza bussare, la responsabile della mensa, Elena Federici, donna minuta, sempre pronta a polemizzare, con uno sguardo indagatore. Stefano la trovava simile a una lucertola, e ogni volta si aspettava che elargisse la sua lingua biforcuta toccandogli la mano e lasciando una striscia viscida. Ma ti rendi conto, Ste!? attaccò, cercando il direttore con lo sguardo, sistemandosi anche lei accanto alla finestra. Indicò la gente coi sacchi di mele trascinati nell’erba.

Che cè adesso? domandò, poco soddisfatto per linterruzione.

Quelli lì, vogliono fare la marmellata. Dicono: Lena, ci aiuti tu, lo zucchero e i vasi li compri il direttore. Poi facciamo tutto noi! Sbucciamo, tagliamo, cuociamo, chiudiamo. Così dinverno ci gustiamo la nostra marmellata. Ma dove li trovo i soldi? Ecco, hanno pure scritto una petizione, guarda! Gli porse un foglietto pieno di calligrafia minuta come perline, elencando chili di zucchero e numeri di vasi necessari. La grafia ricordava disastrosamente quella dellantipatica prof di fisica di Stefano. Solo a vederla storceva la bocca. Ecco, vedi che fastidio?

E poi! Come pensi di lasciarli entrare in cucina? Se dovesse succedere qualcosa, alla fine chi risponde? riprese.

Stefano si avvicinò alla scrivania, spostò per abitudine un fermacarte dal tavolo, tolse un po di polvere, poi le prese la petizione e scrisse: Autorizzato!, porgendogliela subito.

Ma si può sapere, direttore?! sussurrò Elena, gli occhi allimprovviso tondi come uova sode Ma come si fa… lasciar fare a loro? Poi ci mettono il casino ovunque e noi Ma io glielo dico: in cucina, quei vecchi, non li voglio! Che responsabilità! Marmellata, ci manca solo questa! Andassero a casa loro…

Ecco che arriva la lingua biforcuta… pensava Stefano con disgusto. Ecco, ora schizza anche il veleno, vedrai…

Ad alta voce però disse, puntando lindice verso l’alto:

Elena Federici, ti sei dimenticata da chi arrivano i soldi con cui vivi qui? Da chi ricevi lo stipendio per passeggiare nel parco, per luso del nostro chef, per sudare in palestra? Chi ti permette di nuotare nella nostra piscina? Da loro! e indicò le donne nellorto di mele. È una struttura privata: pagano per passare qui gli ultimi anni in modo dignitoso, magari sereno. Con i loro soldi ti compri gli orecchini in gioielleria. Ricordatelo! Allora, la marmellata si fa. Cucina a disposizione, quello che manca lo segnate e me lo portate. E se vedo capricci, ti licenzio su due piedi. Chiaro? Ora vai, ho da fare.

Elena, richiudendo gli occhi, si girò tacchettando sul parquet di rovere lucidato a cera, richiuse silenziosa la pesante porta…

… Sì, Giulia, mi sono sistemata bene. Aria buona, natura, veramente tutto piacevole, credimi! sentì Antonina, voce femminile dietro il cespuglio di gelsomino.

C’era una panchina, ma non una qualunque: di marmo, bellissima ma, secondo Antonina, proprio poco pratica. Ma ti pare, sedersi sul marmo? Eredi lì tutta la fertilità! pensava scuotendo la testa. I conti e le contesse, chissà, così erano tutte malaticce!

La voce le era sconosciuta. Decise di vedere chi, lì, si stesse gelando la fertilità. Fece il giro.

Una donna imponente, ben piazzata, con capelli corti e completamente bianchi, stava seduta su quella panchina col capo chinato, appoggiando una sciarpa piegata più volte sotto di sé. Una mano enorme teneva il cellulare, laltra accarezzava i ginocchi, pelle ruvida, mani che avevano lavorato a lungo.

Oh, ma qui si mangia benissimo, sul serio! E ho una stanza bellissima, soleggiata come piace a me. E che salone! Sì sì, proprio quello vicino la reception. Un incanto, con gli stucchi, pitture floreali e angioletti… Sono davvero felice di essere venuta in questa casa di riposo. Ma no, davvero, va tutto bene! sorrise la donna, poi abbassò lo sguardo, stringendo le labbra. Capisco, hai sempre viaggi di lavoro Ho preso il taxi, tranquillo. E tua figlia? bene, sono felice Tutto a posto, davvero! Ciao tesoro, un bacio, figlio mio!

Spegne a fatica la chiamata, sospira.

Salve! si presentò Antonina, mano tesa. Mi chiamo Antonina Giannotti.

Valentina Sorrentino, rispose lei stringendole la mano.

Ma che ci fa qui, seduta sul marmo? Vieni, conosco un angoletto caldo e asciutto! Così qui si fa solo reumatismi! Antonina sorrise, indicando oltre.

No, grazie. Preferisco restare qui da sola. Mi scusi, Antonina, vada pure disse Valentina.

Va bene, come vuole…

Antonina si allontanò verso chi stava portando le casse di mele verso il portico. Grandi mele polpose, alcune con ancora il gambo e la foglia: un tocco rustico che metteva allegria. Le casse venivano coperte con vecchi giornali.

Antonina si mise tra gli altri ad aiutare. Le gambe non reggevano più come una volta, ma restare con le mani in mano non era da lei!

Donne con vestiti a fiori e stivali di gomma, uomini ossuti, quasi rattrappiti vecchi, che ci vuoi fare! ridevano e scherzavano.

Oh, mele nostre, care nutrici! rideva la rotonda, paffuta nonnina, amica di Antonina: la signora Dorotea Mazzucchelli. Presto facciamo marmellata, poi la cotognata E voi, maschietti! Vi siete già seduti? gridò Dorotea agli uomini seduti sullerba. Da bravi, forza, che qui manca braccia!

Poi, sedutasi anche lei su un ceppo, aggiustando la maglia sulle spalle: Offrite almeno una caramella ad una signora?

Le signore non dovrebbero fumare, scossero la testa Ma… una caramella sì! e uno le porse una gialla, trasparente. Me le porta sempre mia figlia, sa che le adoro col tè…

Dorotea sollevò appena le spalle, grata.

Grazie, Michele Zanardi, grazie.

Sgranando la carta, mise la caramella in bocca.

Qui, nessuno faceva ormai più domande sulle famiglie: perché avessero lasciato i loro anziani in una casa di riposo non serviva saperlo. Ognuno aveva una storia speciale, spesso malinconica ma oggi non serviva pensarci. La figlia porta le caramelle, va bene così. Che lui non sia poi il vero padre di quella figlia, che sia giunto qui dopo aver perso la casa in un incendio, non merita spazio oggi. Oggi no.

Il giorno era così bello, il sole brillava, le mele sembravano lanterne sugli alberi, lerba luccicava e fra i fili minuti spuntavano margherite come perle. Meraviglia! Tristezze, oggi, non se ne volevano.

Zanardi sollevò il capo: i capelli ancora folti, argentei. Antonina pensava che ci fosse sangue rom in lui, con quel carattere fiero e aspetto altero. Di sera suonava la chitarra e cantava romanze: aveva proprio voce vellutata. Era piacevole stargli accanto

Rimasero seduti, socchiudendo gli occhi al sole rotondo, parlando di sciocchezze: linverno che si avvicinava, quanto sarebbe bello convincere il direttore a organizzare unescursione in occasione dellEpifania, le solite lamentele per la minestra troppo salata, che sta volta era colpa della cuoca innamorata…

Quando fu ora di pranzo, tutti si avviarono in casa.

Antonina cercò Valentina, la vide avanzare piano dal gelsomino, testa bassa.

Da quando è arrivata? chiese Antonina.

Stamattina. In taxi, rispose Valentina.

Si ricorda dovè la sala da pranzo?

Valentina scosse la testa. Tra visite mediche, accoglienza e sistemazioni, aveva già saltato la colazione. Le portarono tutto in camera: porridge e frittata, una cameriera gentile ma il tè lo dimenticò. Pazienza, andava bene lo stesso

Allora la accompagno subito! Qui conosco ogni passaggio. Sa, io ho fatto la restauratrice: di ville così ne ho viste a decine, molte avevano piantine simili. Nei nostri palazzi moderni ormai tutto è standard! Segua me, il corridoio è proprio questo! si esaltò Antonina, conducendola tra i tortuosi corridoi.

Le boiserie alle pareti apparivano cupe a Valentina, mancava luce. Ma in fondo era anche pittoresco. Alle pareti veri quadri a olio: tanti scorci della villa stessa, uno stagno che stava poco lontano, scene di vita, e, vicino la sala pranzo, ancora nature morte.

Qui ha vissuto fino a tre anni fa un pittore, anziano, tutto assorto nei suoi pensieri, ma che talento! Ha visto come rende la luce nelle sue opere? Dei veri capolavori! raccontava entusiasta Antonina, ma Valentina guardava altrove, e improvvisamente disse:

Oggi gli appartamenti sono tutti strani, mio figlio e sua moglie ne hanno preso uno immenso, tipo loft. Ma che brutta cosa, sempre tutto a vista… Non fa per me.

Sospirò, scosse la testa.

Antonina annuì. Troppa trasparenza, a non tutti piace. Anche lei, da giovane, viveva in una piccola casa sempre piena di gente. Arrivavano familiari da ogni dove, dormivano un po ovunque, lei riposava a terra, vicino al letto della nonna. La notte la nonna gemeva e Antonina si agitava temendo di esserne travolta. Sempre chiasso, voci, risa, racconti, cucina rumorosa e profumata di minestre e polpette.

Allora Antonina sognava spazi ampi. Poi, cresciuta, sposatasi e andata via, soffrì il vuoto. Così tanto da desiderare di nuovo la gente, le risate, la casa piena, mangiate con ospiti, sedie prese dai vicini…

Il marito, però, amava la tranquillità. Vietava assembramenti, non voleva confusione, nemmeno la figlia poteva invitare amici. In futuro la figlia le avrebbe rinfacciato tutto, colpevolizzandola per averle rovinato la giovinezza, e persino il matrimonio. Avrebbe pianto al telefono e Antonina, in silenzio, avrebbe tormentato un fazzoletto tra le mani

Così era scorsa la sua vita, e ora era qui.

A Dereglio, la villa era tornata rumorosa gente, voci, risate: per Antonina era tornato naturale, come una famiglia ricostruita.

Valentina entrò per prima nella sala grande, osservando i tavoli pieni di anziani di ogni età, abbandonati alla riva della vita, segnati da rughe e ciocche di capelli bianchi.

Dove vuole sedersi? Qui in angolo andrà benone, propose Antonina, che di solito sceglieva il centro ma intuì che Valentina preferiva discrezione.

No, grazie. Vorrei che mi portassero il pranzo in camera, decise Valentina, dirigendosi dal personale di sala. Una giovane barista acconsentì col sorriso.

Valentina mangiò in automatico, senza sapere nemmeno cosa le servissero. Solo quando una ciliegia del dessert andò per traverso, si destò.

Chissà come stanno loro… Lo avrà già sfamato? Piccoli pezzi sennò mastica male! Meglio passare tutto col frullatore. E il tè alla camomilla non lo sopporta! Perché glielo dà? Fa freddo, bisogna trovargli delle scarpine di pelle, con la fodera. E anche una giacca, quella grigia è troppo piccola, ma lei non se ne accorge! Oh… Devo fargli un berrettino, ho portato la lana

Si lavò, tirò fuori ferri e filo di lana, si sedette davanti alla finestra che dava sul retro della villa, tra il fruscio di una piccola fontana e vialetti illuminati. Era bello, riposante, ma Valentina era lontana con la testa, dove non avrebbe dovuto…

Stefano Giuliani pranzava nel suo ufficio. La minestra la ignorò, non la aveva mai sopportata; da piccolo la madre la cucinava ogni settimana e lui la buttava via di nascosto. Solo la domenica era permesso fare colazione con cose buone: pane, uova, frittelle. Poi la passeggiata insieme e pranzo fuori, come due amici. La madre mai si lamentava dei soldi, fioriva in quei momenti.

In fondo era per la madre che Stefano aveva aperto quella casa di riposo: lei, in vecchiaia, voleva godersi la vita semplice, camminare nei giardini, mangiare bene senza pensieri. Stefano era ormai benestante, avrebbe voluto portarla allestero, magari in Spagna o Grecia lei rideva di gusto.

Ma dove dovrei andare con la mia lingua, Ste?! A stento parlo italiano, ho un accento orrendo, e tu parli di Spagna. Lasciami qui, sulle rive del mio paese.

Così rimase. Dopo tre anni, la mamma morì di tumore. Era sepolta lì vicino Stefano non aveva voluto riportarla nel suo paesino dinfanzia, troppo lontano.

Direttore! Elena entrò. I nostri vecchi hanno mangiato, adesso chiedono tavoli, coltelli e pentole. Lo zucchero è arrivato, i vasi sono in viaggio.

Accennò un sorriso.

Stefano si voltò, sguardo vuoto. Nel bicchiere teneva un goccio di brandy.

Sei stanco? Ste, prendi troppo a cuore questa casa! Gli anziani vivono, lasciagli vivere… È solo lavoro! E tu qui ti impregni d’odore di naftalina, ti deprimi

Gli tolse il bicchiere dalle mani, lo posò, provò a sedergli in braccio, ma lui la scostò. Elena, infastidita, si sistemò la gonna.

Cocciuto che sei! Sei vecchio pure tu, capito? Come loro! Loro almeno ti pagano la pensione Tu sei patetico, gonfio e inutile, nemmeno un uomo ormai! Fai tu con la tua marmellata; io ho finito il turno.

Scaraventò giù carte dal tavolo. Il bicchiere cadde, si rovesciò il brandy: il profumo di caramello si diffuse nellaria. Stefano amava proprio quella marca lì.

Elena temeva una sfuriata, ma Stefano in sussurro la invitò ad andarsene.

Orfana, Elena raccontava a tutti la sua voglia di famiglia. I primi due matrimoni, entrambi naufragati: il primo troppo autoritario, il secondo le aveva regalato tutto, ma ricevette solo freddezza se nera andato. Poi era arrivato Stefano, già divorziato, due figli mantenuti a distanza. Elena si offriva, premurosa ma mai invitata a casa. Sperava di diventare moglie, diede attenzioni anche alla madre di Stefano ma senza mai conquistare il cuore di lui.

Dopo la morte della madre, Elena fu sorpresa a dire al telefono: Finalmente! Non se ne poteva più… Quel commento aveva segnato la fine di ogni possibile intimità con Stefano.

Stefano, tristemente, si mise a raccogliere i fogli dal pavimento. Avrebbe dovuto licenziare Elena, peccato fosse così capace

Fuori, gli ospiti scaricavano i vasi per la marmellata. Trasportatori giovani, forti, ridevano:

Lasci stare voi, vi fate male!

Uno tolse a Michele Zanardi una scatola, ma Michele la riprese sorridendo:

Lascia, ragazzo, ballerò ancora una volta

Antonina, pure lei, aiutava, portando vasetti in cucina dove lo chef in camice bianco li ordinava con cura dichiarando: Farò il meglio!

Stefano uscì a firmare documenti e fare due passi.

Davanti a lui, una donna camminava distratta. Una delle nuove, pensò Stefano. Si sarà persa!

Scusi, ha bisogno daiuto? Laccompagno? disse troppo forte, e la signora fece cadere il vassoio. Le stoviglie tintinnarono, un piatto rotolò a terra.

Mi scusi! Pago tutto io! Raccolgo subito! balbettò Valentina, guardando Stefano di sottecchi.

Sei tu, Valentina?! Stefano restò di sasso.

Una gioia infantile lo invase, quasi volesse saltellare come un ragazzino. Aiutò Valentina a rialzarsi e chiamò la donna delle pulizie.

Vieni! Andiamo a preparare la marmellata di mele. Tu sei capace, vero?

Valentina scrollò le spalle, sentendosi allimprovviso vecchissima. Stefano vedeva ora le sue rughe, la pelle cadente Dimenticò per un attimo tutto: il figlio, la nuora ostile, il nipotino malato a cui non la lasciano avvicinare. In passato, Stefano aveva corteggiato Valentina, le leggeva poesie, le portava fiori, ma lei aveva sposato un altro. Stefano, il giorno del matrimonio, aveva brindato, ballato e bevuto fino a restare in terra.

Di Stefano si persero le tracce, si raccontava fosse emigrato al nord, imprenditore di successo. Lei, dalla sua parte, troppo impegnata nella quotidianità per rimanere aggiornata su di lui. Le loro vite erano scorse, ora si ritrovavano lì. Strano destino.

Fuori, Stefano salutò i trasportatori.

Bravi ragazzi! gridò, via il gilet, arrotolò le maniche, prese una scatola di vasi, ma subito, con un ahi!, la lasciò cadere. La schiena mi ero scordato!

I ragazzi, tutti più anziani del direttore, sorrisero. Valentina, preoccupata, aiutò Stefano a sedersi sulla terrazza.

Restarono a lungo soli, ascoltando il profumo di mele sciroppate, il rumore di vasetti che si incastravano, i canti femminili Dorotea più forte di tutti, col coro dolce del gruppo. Un coniglio spaventato correva in giardino, saltando tra i fiori.

Valentina ricevette una chiamata da casa:

Mamma! Dove sei? È stata Chiara a mandarti via? Lei è esaurita dopo la nascita di Andrea! Mamma, ti prego, torna! Sto impazzendo

Valentina strinse le spalle. Fu realmente cacciata? In parte sì, in parte no. Per comprare una casa più grande al figlio, si era offerta di vendere la sua: Vivo qualche mese da voi, vi aiuto coi bambini… aveva detto ingenuamente. Il figlio accettò, la nuora inghiottì il rospo. Ma con la nascita di Andrea, malato, la tensione esplose. Era diventata la nemica invisibile

Filippo, tutto bene. Tutto comera giusto fin dallinizio. Sono stata io a impormi. Sto bene in questa villa, tanti amici, molta pace…

Sei andata in una casa di riposo? Ma non puoi lasciarci! Non sono capace di stare senza di te! Torna! Chiara, lasciami stare! urlava il figlio, ma Valentina spense il telefono. Le dispiaceva solo per la nuora, lasciata con lennesimo bambino anche lui cresciuto così da lei.

Si sistema tutto, mormorò Stefano senza guardarla. Vuoi che chiami un amico? Aiuta spesso famiglie come la vostra.

Ma come fai a sapere? chiese Valentina sorpresa.

Di te ne so molte, Valentina. Ma che venissi qui, non lo avrei mai immaginato. Vuoi che vi metta in contatto? Anche tua nuora ha bisogno di cambiare aria, credimi. Vedrai che andrà tutto bene Dai, non piangere, Valentina

Le tolse le lacrime con le dita tozze, scuotendo il capo.

Elena, passando con la valigia, osservò Stefano abbracciare la nuova arrivata che aveva appena fatto cadere un piatto. Ma guarda tu! Quella lì è brutta e vecchia, io ancora sono in gamba! Ormai Stefano è fuori di testa, proprio un asino! pensò, mentre si dirigeva verso il cancello.

La sera provarono la marmellata. Stefano ordinò ai tavoli di unirsi, ne uscì un unico lungo come per una festa di matrimonio. Gli ospiti ridevano, cantavano, rievocando ricordi davanti a tazze di tè e pane con la marmellata appena fatta. Antonina, seduta vicino a Zanardi, si prendeva cura di lui, osservandolo scuotere i capelli dargento come le ricordava il marito defunto. Dorotea pregava di lasciar stare la cotognata ancora un po, gli uomini lodavano la confettura.

Stefano li guardava stupito: estranei diventati quasi famiglia, almeno per quella sera. Avvertiva di aver fatto cosa giusta, rilevando e restaurando la villa di Dereglio e aprendola a nuova vita. E sapeva che anche Valentina Sorrentino avrebbe trovato qui il suo posto.

Cosa sarebbe stato domani, solo il silenzio del meleto e il cielo trapuntato di stelle avrebbero potuto saperlo…

Elena Federici, con la valigia al cancello, fece cenno a un taxi. Si voltò unultima volta verso la casa illuminata. Che si rovinino pure, loro e la loro marmellata! Nemmeno mi hanno invitata! …A Milano sapranno riconoscermi. E di Stefanoni dItalia ce ne sono tanti. Uno capace per me si trova sempre!Nel grande salone, fra il rumore gentile delle tazze e i sorrisi sinceri, qualcuno prese a battere le mani sul tavolo, piano, come un ritmo. Le voci si abbassarono, e Dorotea alzò il cucchiaio invitando tutti al silenzio.

Sentite, amici! disse Questa è la nostra prima marmellata, qui insieme. Non sappiamo quanti inverni ci aspettano, ma finché ne avremo, voglio brindare a tutti noi! A chi è arrivato oggi e a chi già sente questa casa come casa sua. Perché c’è chi perde, chi lascia, chi dimentica ma finché qualcuno ha cura, i ricordi non si perdono mai, e il calore torna, sempre.

Zanardi, con la voce roca, iniziò una vecchia canzone popolare. Al tavolo c’era chi non sapeva le parole, ma canticchiava lo stesso, e chi mescolava marmellata sul pane per il vicino più fragile. Anche Stefano, appoggiato al muro, lasciò finalmente cadere le braccia e si lasciò scappare una risata.

Valentina teneva la tazza tra le mani, guardando il riflesso dorato della luce che vibrava sul liquido caldo. Per la prima volta da tempo, non sentiva il peso acuto del passato, ma una quiete dolce, come una stanza appena riscaldata. Forse non poteva tornare indietro, forse non serviva essere indispensabile per contare ancora qualcosa.

Fuori, la notte correva in punta di piedi tra alberi e pietre antiche. Dal cortile, il vento portava profumo di mele cotte e risate attutite. Sulla tavola, in mezzo ai vasetti pieni, qualcuno aveva posato un piccolo biglietto: Per quando farà freddo. Da aprire insieme.

E così, nella villa che aveva visto passare generazioni, lultima luce restava accesa, vegliando su chi aveva trovato, altrove o qui, un nuovo inizio. Nessuno poteva sapere cosa sarebbe accaduto domani ma in quel momento, col cuore leggero, tutti erano certi di vivere proprio il meglio dei giorni.

E mentre dalla cucina arrivava la promessa di una cotognata futura, si sentì una voce limpida, un po stonata, intonare piano:

Andrà tutto bene

E tutti sorrisero, come bambini al profumo di una nuova colazione.

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