Torta sulla suola
Vuoi davvero il mio parere o come al solito?
Francesca ha appoggiato il telefono sul tavolo e ha guardato Matteo come si guarda chi pone per la terza volta la stessa domanda. Eravamo davanti al portone, e il vento dottobre portava con sé foglie arancioni, bagnate dalla pioggia del mattino. Matteo stringeva in mano delle pagine stampate. Dodici fogli almeno, tenuti insieme da una graffetta. Me li aveva dati appena usciti dalla metropolitana, ma io li avevo infilati in borsa senza guardare, e avevamo già fatto mezzo isolato parlando di tuttaltro.
Davvero davvero, ha risposto lui. Voglio la verità, niente altro.
E allora perché me lo chiedi? Lo sai che non sono capace di fare diversamente.
Matteo ha sorriso, appena appena. Era un uomo basso, robusto, con capelli scuri e un po mossi, che sembrava sempre scompigliato appena sveglio. A trentadue anni compiuti ad agosto, abbiamo festeggiato in due, in quel bar dove stavamo andando ora. Conoscevo Matteo da un anno e mezzo, e in tutto questo tempo non lavevo mai visto davvero arrabbiato. Deluso, sì. Chiuso a riccio. Ma mai furioso.
Solo ti avviso, ha detto lui, sottovoce.
Matteo, mi metti ansia con sta roba dellavviso. Leggerò. Ti dirò che penso. Fine.
Il bar si chiamava Tra una cosa e laltra. Mi piaceva perché non mettevano musica alta, e dalla finestra si vedeva un piccolo giardino con tre aceri contorti e perché facevano una tisana alla lavanda che ordinavo sempre, pur dicendo ogni volta che era troppo dolce. Ci siamo seduti al tavolino vicino alla finestra. La cameriera ci ha portato il menù, ma non labbiamo aperto. Matteo ha preso un americano, iocome semprela mia lavanda nel latte, poi ho tirato fuori dalla borsa i suoi fogli.
Vai a farti una passeggiata, gli ho detto. Mi sento a disagio se mi guardi mentre leggo.
Non ti guardo.
Invece sì. Fissi un punto e pensi di essere trasparente, ma si vede benissimo.
Matteo si è alzato in silenzio, ha preso la giacca ed è uscito. Tramite la vetrata lho visto fermarsi accanto agli aceri, stringersi nelle spalle, accendersi una sigaretta. No, non lha accesa. Stava solo lì, con le mani in tasca, guardando i rami nudi. Ho sorriso, ho bevuto un sorso troppo dolce e ho iniziato a leggere.
Il racconto si chiamava Dopo. Lho annotato subito. Non un gran titolo. Ma Matteo diceva sempre che il titolo è lultima cosa, limportante è dentro. Così ho letto.
Il protagonista era un uomo sui trentanni che vive con una donna da qualche tempo. Matteo descriveva la casa in dettaglio, quasi ossessivo: ingresso stretto, specchio a figura intera, mensola di libri su cui non posava mai lo sguardo nessuno. La donna era bella e intelligente, si intuiva dai particolari: sapeva tre lingue, leggeva libri difficili, sapeva raccontare storie in modo divertente. Ma non sapeva fermarsi. Se percepiva qualcosa di sbagliato, lo diceva subito, senza badare dove fossero né chi ci fosse accanto. Al compleanno di un collega aveva detto che sembrava più vecchio di dieci anni e che la camicia non gli donava. Alla cena di famiglia aveva osservato ad alta voce che la madre salava tutto troppo e sicuramente aveva la pressione alta. Lui arrossiva. Restava zitto. Lei non capiva perché lui non rispondesse.
Il punto centrale del racconto era semplice. Il protagonista scrive una poesia. Non un articolo, una poesiala prima dopo annie la mostra a lei. Lei legge e dice: perché lhai scritta? È debole. Non con cattiveria, solo onestamente. E lui se ne va. Non sbatte la porta, non urla, prende il cappotto ed esce. Non torna più.
Ho finito di leggere, ho poggiato i fogli e guardato fuori. Matteo era ancora lì, accanto agli aceri. Le foglie vorticavano attorno a lui, una si era appiccicata alla manica e non se nera accorto.
Ho preso il telefono, poi lho rimesso giù. Ho preso la tazza. La lavanda era ormai fredda.
Quando Matteo è tornato, le guance rosse dal vento, odorava di autunno e di terra bagnata, con quellamaro che solo ottobre sa avere.
Allora? ha detto sedendosi.
Sono rimasta in silenzio per un attimo. Poi ho detto:
Matteo, è una sciocchezza.
Non si è sorpreso. Ha preso la tazza, bevuto.
Spiega.
Questo tuo protagonista. Se ne va. Per sempre. Per una frase. Un uomo adulto che se ne va del tutto solo perché la donna dice una cosa sincera. Non è credibile. Gli adulti non se ne vanno per una frase. Si siedono e parlano, o litigano, ma restano. Lui prende il cappotto ed esce, come se risolvesse qualcosa.
Quindi non ci credi.
No. È debole di carattere. Lei ha detto cosa pensa, ha il diritto, e lui non lo regge. Le persone normali sanno ascoltare la verità.
Matteo posò la tazza con calma estrema. Aveva questa abitudine, lo sapevo. Se non voleva mostrare che era ferito, diventava molto lento e preciso.
Non se nè andato perché non reggeva. È andato perché era stanco.
Stanco di cosa? Che lei dice la verità?
Che la dice sempre, anche quando non serve, senza pensare che chi ha accanto ha bisogno, a volte, solo dessere accolto.
Mi sono abbandonata allo schienale.
Stai difendendo la debolezza, ho detto. Tenerezza, tenerezza, non dire la verità, risparmiami. È infantile.
Non difendo la menzogna. Difendo il diritto di non essere abbattuti mentre si è fragili.
Lui le ha chiesto un parere sincero.
Poteva essere sincera senza sminuire.
In che modo? Se per lei era brutta, cosa doveva dire, che era bella?
Matteo tacque. Fuori dalla finestra un acero perse le ultime foglie. La cameriera asciugava un bicchiere facendo finta di non ascoltare.
Poteva dire: vedo che ci tieni, e vorrei capire cosa vuoi esprimere, prima di dirti se mi piace o no.
Questa si chiama bugia di cortesia.
Si chiama empatia.
Matteo.
Cosa?
Hai scritto una storia su un uomo debole che non sopporta onestà e speri che ti faccia i complimenti?
Mi ha guardata. Non con rabbia. In altro modo. Uno sguardo raro e che non sapevo spiegare perché mi inquietava.
Francesca, ha detto. Non ti riconosci nella protagonista?
Mi sono fermata.
In chi?
Nella donna del racconto. Quella che non si accorge di ferire.
Ho riso, breve, nervosa.
Io? Sul serio?
Sul serio.
Non vado ai compleanni a dire che la gente è vecchia. Sì, sono diretta. Ma è diverso.
Ti ricordi quando mi hai raccontato della torta?
Ho smesso di sorridere.
Che?
La torta. Festa di famiglia, avevi sei o sette anni. Sei salita su una sedia davanti a tutti dicendo che sembrava una suola. Era della nonna, tutti riuniti, e tu lhai detto ad alta voce.
Ma ero una bambina.
Sì. E tua madre arrossì.
E allora? Dopo abbiamo riso tutti.
Francesca. Ha preso un tovagliolo, lo ha piegato senza motivo. Lo fai ancora ora. Sali sulla sedia. Sempre. Anche quando ti porto la cosa più intima.
Ho aperto bocca, richiuso. Guardato le pagine, poi lui.
Dici per il racconto?
Anche.
Vuoi dire che mi comporto come una bambina sulla sedia?
Dico che esiste un punto oltre il quale non importa più chi ha ragione. Resta solo da raccogliere i cocci.
Aveva la voce calma. Quello era il peggio. Non rabbia, non rimprovero: calma dolce, definitiva.
Matteo, aspetta, ho detto. Parli come fosse grave. Abbiamo discusso di un racconto.
Non abbiamo discusso di un racconto.
Ma allora?
Non ha risposto. Ha chiamato la cameriera, chiesto il conto. Lo guardavo, sentivo una strana cosa. Non paura, no. Una sensazione come di capire di essere in ritardo per il treno, vedi che sta ancora lì, ma le porte sono già chiuse.
Lo rileggo, ho detto di fretta. Lo porto a casa, rileggo bene. Forse hai ragione, magari non ho capito.
Franci.
Cosa?
Non serve.
La cameriera portò il conto. Matteo tirò fuori il portafoglio, lasciò delle banconote sul piattino. Non aspettò il resto. Si alzò, prese la giacca dalla sedia.
Mi sono alzata per riflesso. Ho allungato la mano verso la sua.
Aspetta. Matteo, dai
Ha guardato la mia mano sul suo polso. Poi lha spostata, piano, senza violenza.
Lascia il caffè, ha detto piano. Finiscilo.
Si è avvicinato alluscita. Ha tenuto la porta a una signora anziana con la sporta della spesa. Lei ha annuito. La porta si è chiusa.
Sono rimasta in piedi accanto al tavolo, guardando la strada dalla vetrina. Matteo si è avviato verso gli aceri, non si è voltato. Ha svoltato langolo e sparito.
Mi sono seduta di nuovo. Due tazze davanti: la mia, fredda alla lavanda; la sua, con lamericano lasciato per metà. Qualcuno aveva lasciato una rivista aperta su una foto di un parco autunnale. Betulle gialle, quasi da festa.
Ho avvicinato la sua tazza alla mia. Vicine.
Fuori il vento sollevava foglie, facendole danzare vicino al vetro. Una si è attaccata al riquadro per un istante, poi via.
***
Avevo trentuno anni, io Francesca Rinaldi, e sin da piccola non sapevo tacere quando vedevo qualcosa dimportante.
Non mi sembrava un difetto. Anzi. Alcuni vedono e fanno finta di niente, poi si tengono tutto dentro e sbottano fuori luogo. Io dicevo tutto subito, in faccia, mai alle spalle. Chiarezza. Rispetto. Maturità.
Mamma, Anna Maria Ferri, la pensava diversamente. Diceva che non avevo il dono di sentire come una parola si posa sullaltro. Non è colpa, diceva, è come non distinguere i colori o i suoni. È solo così che sei fatta.
Non concordavo. Io sentivo, vedevo, capivo. Semplicemente credevo che per rispettare le sensibilità non si dovesse mentire o tacere.
Con mamma ne parlavamo raramente. I rapporti erano distanti, un equilibrio nato in adolescenza che non era mai cambiato. Lei in provincia, a Cinisello Balsamo, nella casa vinta con papà mio padre negli anni settanta. Papà no, non morto: partito per unaltra città, altra famiglia, altri figli, quando avevo quattordici anni. Non era sparito: chiamava a Natale, a volte veniva. Ma la sua vita era altrove e io lho accettato da subito.
Mamma mi ha cresciuta da sola, e non lha fatto male. Mi ha fatto studiare, aiutato finché non ho trovato lavoro. Ma il carattere era tutto mio. Testarda, sveglia, coraggiosa nel parlare e totalmente incapace di capire a cosa serve fingere.
Lavoravo come editor in una piccola testata online. Correggevo, tagliavo, scrivevo io stessa. Sapevo centrare il punto, togliere il superfluo, azzeccare il verbo preciso dove altri avrebbero scritto tre paragrafi. Era una capacità che mi piaceva, nel lavoro.
Nella vita, invece, mi metteva nei pasticci.
Avevo conosciuto Matteo Greco un anno e mezzo prima ad una presentazione di un libro di saggistica. Lui era vicino alla finestra con un bicchiere dacqua, niente vino, a parlare con qualcuno di architettura urbana. Mi sono fermata ad ascoltare: parlava piano, pesando le parole. Io ero abituata a chi va di fretta, per piazzare la propria. Quel modo calmo mi colpiva.
Abbiamo parlato. Ci siamo rincontrati per caso nella stessa caffetteria lui cera spesso, aveva uno studio lì vicino. Studio era esagerato: una stanzetta con due sedie e una scrivania, ma là lui lavorava, senza ironia. Aveva unattività di traduzioni tecniche che lo faceva vivere. Nei ritagli di tempo scriveva, non traduzioni, narrativa.
Allinizio non prendevo molto sul serio i suoi racconti, senza cattiveria, solo prudenza. I suoi articoli sugli spazi urbani, pubblicati in qualche rivista di nicchia, erano ottimi. Ma nei suoi racconti si perdeva, pagine su come un personaggio pelava le patate. A che serviva?
Matteo non si offendeva, o almeno non lo mostrava. Diceva: tu sei editor, vedi i testi in maniera diversa. È normale. E accettavo. Sì, era normale.
Non vivevamo insieme. Io il mio appartamento, lui il suo. Ci vedevamo spesso, qualche volta cucinavamo insieme lui era bravo con le zuppe, io onesta con due piatti.
Il nostro rapporto era buono. Buono davvero, pensavo seduta in quel bar quel giorno. Niente drammi, niente crisi, niente montagne russe. Una storia adulta.
E allora, perché se nè andato?
Ho ripreso i fogli e ho ricominciato a leggere.
***
La storia della torta era vera. Glielavevo raccontata una sera, da lui, parlando dinfanzia. Lo ricordavo con allegria.
Avevo sei anni. La nonna aveva preparato la torta per il compleanno del nonno. Tutti parenti, cugini, vicini, la tavola imbandita. La torta era al centro, su un vassoio bello. La nonna la portava con orgoglio, tutti applaudivano. La torta era venuta male: bruciata sotto, storta, crepata. Lei non era brava a fare dolci e lo sapevamo tutti; ma non contava, perché ci teneva.
Io ho spostato la sedia vicino al tavolo, sono salita e ho detto forte:
Sembra una suola di scarpa!
Silenzio. La nonna guardò la torta. Poi me. Poi il dolce. E rise. Aveva questo dono, ridere di sé. Ma mia madre Lei, con la faccia paonazza, non sapeva dove guardare.
A sera, seduta sul mio letto, mamma mi aveva chiesto:
Hai capito che ci è rimasta male?
Ma la torta era proprio come una suola!
Francesca
Dai, mamma. Tutti lo vedevano. Lho solo detto.
Non tutto ciò che si vede si deve dire a voce alta.
E allora che serve vedere?
Mamma sospirò ed uscì. Io, nel buio, non capivo. Non allora, non dopo. Se la verità si vede, perché nasconderla?
Matteo aveva riso sentendo la storia. Disse che era proprio da me. Lo pensavamo entrambi: è solo carattere, ci si abitua e si vive.
Non pensavo potesse usarla contro di me.
No. Non la usava contro. Sono cose diverse.
O forse no?
***
Ho richiuso i fogli e li ho messi in borsa. Preso la mia tazza. La lavanda era ormai davvero troppo dolce e fredda. Ma ho bevuto lo stesso.
Il bar era silenzioso. Pochi clienti: una donna col portatile, una coppia nel loro mondo, la cameriera dava una cambiatina ai tavoli. La vita continuava, piatta.
La sedia vuota davanti parlava da sola.
Ho ripassato il litigio, le parole pesanti. Debole, dicevo del suo personaggio. Stanco di raccogliere cocci, aveva detto lui. E poi: Sei salita sulla sedia. Anche quando ti porto il mio cuore.
Lui mi ha portato il suo racconto.
Io ho detto che era una sciocchezza.
Ho passato una mano sulla fronte. Mi capita di sentire male quando penso troppo in fretta a troppe cose.
Il racconto non era gran cosa. Davvero. Troppo schematico, personaggi vaghi, finale scontato. Ma questo non giustifica aver detto che era una sciocchezza. Erano due discorsi diversi: la qualità del racconto e il modo in cui glielho detto.
O no? Se una cosa non funziona, bisogna dirlo? Mentire è peggio. Non so fare diversamente.
Però. Quel piccolo però.
Lui me laveva chiesto. Lo sapeva come sono fatta.
Lo sapeva. Era pronto.
O pensava di esserlo, ma non lo era davvero?
Ho preso il telefono. Scorrendo i contatti ho trovato il suo nome. Lho guardato e basta. Che gli scrivo? Che mi dispiace? Non è vero. Che era meglio di quanto detto? Non vero. Che ho capito qualcosa? Non completamente.
Ho rimesso via il telefono.
***
Matteo Greco scriveva narrativa da quando aveva ventanni. I primi racconti erano scadenti, lo sapeva. Poi miglioravano. Era uscito su una rivista di provincia, poi su unaltra. Nessuna notorietà, niente premi. Solo andare avanti, perché non poteva farne a meno.
Io sapevo come lavorava. Lo vedevo nello studio, quando passavo. Nessuna posa, niente scene. Seduto, scriveva, guardava fuori, cancellava e ricominciava.
Lo rispettavo. Anche se i testi mi sembravano lenti. Rispetto per la serietà, per limpegno.
Dopo ci ha messo tre mesi a scriverlo. Sapevo che lavorava a qualcosa, ma non chiedevo mai non per indifferenza, solo non voglio disturbare il lavoro altrui. Quando era pronto, me lha dato.
E io ho dato il mio parere.
***
Mi è tornato in mente un dialogo di tempo prima, sei mesi forse. Eravamo al parco, autunno mite. Raccontava di un amico delle superiori, che non vedeva da anni. Si sono ritrovati, tutto bene. Poi lamico ha lasciato cadere una frase pungente, tipo che Matteo non era mai cresciuto troppo. Matteo ne parlava pacato, ma vedevo che lo aveva punto.
Avevo detto:
Ha fatto bene a offendersi. Era fuori luogo.
Lui tacque.
Forse non si rendeva conto di come suonava. Non per cattiveria.
Non conta se intenzionale. Detto è detto.
Sì, ma arrabbiarsi con chi non se ne rende neanche conto
È onestà, dissi. Se fa male, fa male. Il resto è dettaglio.
Non aveva insistito. Concordò e si andò oltre.
Ora ripensavo. Detto è detto. Già. Lho detto io stessa. Non importa se voleva o no.
Io volevo ferirlo?
No. Ho detto la verità.
Ma lui aveva lavorato tre mesi e glielho chiamato una sciocchezza.
Nessuno mi aveva chiesto di essere tenera. Solo onesta.
Ho stretto le tempie. La cameriera è venuta a chiedere se desideravo altro.
No, grazie. Il conto, per favore.
Ha già pagato il signore, ha detto.
Sì, ricordo.
***
Alluniversità di Bologna avevo un professore di critica letteraria. Un anziano coi baffoni, pochi fronzoli ma domande spiazzanti. Diceva: prima di scrivere una recensione, chiedetevi che voleva lautore. Non che è venuto fuori, ma cosa voleva. Capire quellintenzione è metà del lavoro.
Annuivo come tutti. Poi però facevo diversamente: guardavo il risultato, lo sezionavo. Che senso tentare dindovinare?
Cosa voleva Matteo da Dopo?
Lo sapevo dalla prima riga. Solo che non volevo saperlo.
Voleva che capissi. Ha portato una storia di dueuno che ferisce senza vedere, uno che una volta se ne va. Lha messa nelle mie mani e ha chiesto sincerità.
Era una trappola? No. Era speranza.
Speranza che dicessi: ho capito. O: un po ci vedo me stessa. O anche solo: dobbiamo parlare.
E io ho detto debole.
Sono rimasta ferma. Afuera il giardinetto sempre più scuro, benché fossero solo le sei. Ottobre ruba la luce presto. Una lampada rifletteva il mio profilo nel vetro, netto, con la sedia vuota di fronte.
Ho tirato fuori lo specchietto. Mi sono guardata: mascara intatto, occhi asciutti. Lho richiuso.
***
Matteo non sapeva litigare. Era scomodo. Quando qualcuno urla, urli e passi oltre. Con lui no. Parlava piano, e se ne andava.
Aveva i suoi silenzi, giorni senza parlare. Non perché offeso, diceva, solo la testa piena. Accettavo. A volte mi scocciava perché mi piace parlare, ma passava.
Qualche volta mi portava il caffè a letto, senza annunci. Appoggiava la tazzina e via. Io ringraziavo assonnata.
Leggeva ad alta voce. A me piaceva, pure se non lo confessavo. Una sera, mentre stavo sul divano, prese un libro e lesse di viaggi in Asia. Lì pensai: ecco, questo è bello.
Qualche altra volta è successo, poi basta. Non ho mai chiesto perché.
***
Nel racconto Dopo cera una scena che avevo saltato leggendo veloce. Adesso, ricordando, capivo che lì cera il senso.
Il protagonista, pochi giorni prima di andarsene, è a letto e ascolta lei dormire. Pensa: è una brava persona. Strano, pensa, è intelligente, sincera, non vuole farmi del male. Ma non sa, o non vuole, pensare alleffetto delle sue parole. E sa che non può arrabbiarsi. Solo stanchezza.
Matteo laveva scritto bene. Senza astio.
Io avevo deriso.
Allora ho capito: il motivo per cui i suoi racconti non mi piacevano non era la lentezza. Era perché erano fatti di sentimenti. Di quello che sta dentro. Io ero abituata a lavorare con la superficie, coi testi da sistemare. Con linterno del personaggio non sapevo che fare. Non posso correggerlo. È così comè.
Una scoperta spiacevole. Avrei voluto respingerla, come sempre. Ma stavolta non riuscivo.
***
Qualche anno fa, davanti a una tisana, mia madre Anna Maria mi disse:
Sai, mi hai sempre messo un po a disagio.
Sono rimasta stupita:
A disagio? In che senso?
Non proprio. Come se temessi che, da un momento allaltro, mi fai notare ogni mio passo falso.
Ma mamma, ti sembra che spesso ti critichi?
Non spesso. Ma quando lo fai, colpisci.
Ho riso. Mia madre pure, e la conversazione è finita lì. Ma ora pesava in modo diverso.
Mia madre. La persona che mi aveva cresciuta ventanni. Fatta le notti sopra i compiti, cucinato la minestra, pianto di nascosto dopo la partenza di papà. E lei dice: a volte ero a disagio con te.
E io avevo riso.
Non lo farei oggi.
***
Il telefono vibrò. La mia amica Silvia chiedeva se fossi libera domenica. Ho risposto: ricordamelo sabato. Poi telefono via.
Il bar stava riempiendosi. Venerdì sera, gente che si scalda. Era più rumoroso. Io non mi muovevo.
Ragionavo. Se non fossi io, ma una mia amica al mio posto a raccontarmi questa storia, che le avrei detto?
Lui mi mostra un racconto, io dico la verità, lui si offende e se ne va. Io di riflesso avrei detto: hai fatto bene a essere sincera, sapendo come sei.
Ma se la stessa amica prosegue: lui ci ha messo lanima, lavorava da mesi, e io ho detto che era una sciocchezza. Cosa penserei allora?
Ancora giusto? O avrei scosso la testa?
È una domanda, e so bene la risposta, che non fa piacere.
Non perché in sé avessi tortomagari la storia era davvero debolema perché ho scelto la parola più dura. Sciocchezza. Non: credo che ti manchi ancora qualcosa. Non: non è il mio genere, io non sono la migliore lettrice. Non: parliamone, cosa volevi dire?
Ho salito sulla sedia.
***
Quando Matteo è uscito dalla caffetteria, non pensava a niente di preciso. Camminava. I piedi lo portavano verso la metro. Laria di ottobre era fredda, odore di umido e scarico. Autunno.
Non cera rabbia. Il difficile, se qualcuno glielo avesse chiesto, era spiegare questo: di solito si pensa che si va via per rabbia. Invece lui no. Una stanchezza silenziosa, come quella descritta nella storia. Dopo, non conta più chi ha torto.
Mi conosceva da un anno e mezzo, sapeva che tagliavo. Laveva visto mille volte. Prima piccoli tagli che cicatrizzano. Poi via via più profondi. Poi il racconto, non per accusare, ma per mostrare. Che altro modo conosceva?
E io ho detto debole.
Non si era sorpreso. Come se dentro avesse saputo che sarebbe andata così, ma sperava. Ecco, questo era il vero finale: che hai sperato e avevi ragione in peggio. Strano sentirsi giusti, ma aver preferito sbagliarsi.
È sceso in metro. Carrozza semi vuota, si è seduto. Solo riflesso nel finestrino nero.
Aveva solo malinconia. Non per me, non per sé. Solo vedere come a volte due brave persone non trovano modo di capire cosa laltro dice. Uno parla con parole, laltro con racconti, e pensano di parlare della stessa cosa.
Guardava il suo riflesso. Stanco, pensava. Solo stanco.
***
Ho ripreso in mano il racconto.
Ho letto il finale.
Il protagonista esce. Si ferma, guarda in su. Mezza pagina solo sullaspetto del cielo. Prima pensavo fosse superfluo. Ora leggevo piano.
Matteo scriveva che nel cielo non cè risposta, ma spazio. Si può respirare, dopo tanto sentirsi chiusi. Esci e il cielo è largo, non è buono né cattivo, semplicemente altro.
Ho capito cosa intendeva.
In ritardo, come sempre le cose che non si vogliono vedere.
***
Sono cresciuta con lidea che la sincerità sia fondamentale. Che chi dice solo cose piacevoli sia un vile o un bugiardo. Che io regalo agli altri un favore, dicendo la verità. Che il mondo migliorerebbe se tutti facessero lo stesso.
Forse il mondo sì. Ma la gente in questo mondo è fatta come Matteo. E come mamma. E come la nonna, che sapeva ridere ma poi restava a trafficare in cucina, facendo rumore di stoviglie per non far sentire che cera rimasta.
A sei anni non ci pensavo, a nonna in cucina. La torta era brutta, e basta.
Forse la nonna aveva sessantanni allora. Aveva impastato dal mattino, si era lavata e messa il vestito buono. Portava il dolce in scena. E io su una sedia, ho detto quella cosa.
E la nonna ha riso. Ma poi in cucina restava a lungo.
***
Al bancone qualcuno rideva forte. La cameriera rideva anche lei. La vita va avanti, calda e indifferente.
Ho guardato la sedia vuota.
Ha scostato la mia mano, così piano. È quello che non mi dava tregua. Non la parola, non la discussione. Quel gesto delicato ma fermo. Ha spostato la mia mano dal suo polso. Non respinto. Semplicemente tolto, come qualcosa di fragile.
È lì che ho capito che non era un litigio.
I litigi non mi fanno paura. Sono movimento, passione, si superano. Ma quello che ha fatto lui era diverso. Silenzioso. Concluso.
Cercavo di non pensarci. Mi dicevo: tornerà. Passata la rabbia, vedrà che era solo una reazione. Che non va drammatizzato. Che gli adulti non si lasciano per una discussione.
Appena prima gli avevo detto proprio questo. Gli adulti non si lasciano per una discussione.
Ma non era una sola discussione.
Era un anno e mezzo di discussioni. Un anno e mezzo dei miei verbi netti, delle mie verità. E lui raccoglieva, taceva, spariva in silenzi. Poi ha scritto il racconto. Io lho letto. E ho detto: una sciocchezza.
E lui se nè andato.
Sì, una discussione. Ma anche un anno e mezzo.
***
Un giorno, già lavoravo, mia mamma mi disse una cosa. Parlavamo di un conoscente che aveva litigato con la moglie. Io, nel mio stile, risposi: colpa sua. Mamma stette zitta e poi:
Penso a volte che non sai stare accanto.
In che senso?
Così, non fisicamente. Nel senso di far sentire a qualcuno che ci sei, non sopra di lui.
Mamma.
Non discuto. Penso a voce alta.
Mi offesi. Risposi brusco, non ricordo come. Non insistette.
Non sai stare accanto.
Io ci sono, dicevo sempre. Quando serve. Dico la verità che gli altri lasciano in sospeso. Non è essere accanto questo?
Forse no. Forse è altro.
Non lo sapevo. Era la pura verità.
***
Il telefono ha vibrato ancora. Silvia con una foto sui social del tempo. Ho sorriso, poi basta.
Ho scritto a Matteo. Solo: Sei arrivato?
Tre puntini. Poi niente. Poi ancora. Alla fine:
Sì.
Solo quello. Ho fissato la scritta.
Poi ho inviato:
Sto pensando al racconto.
Tre puntini. Spariscono. Non tornano.
Ho rimesso via il telefono.
***
La rivista era sempre là, su quella pagina con le betulle. Sotto la foto cera la didascalia: La natura non saluta, cambia solo stato.
Banale. Da editor non lavrei lasciata passare.
Ma non ci pensavo.
***
Molti anni fa, da adolescente, mamma mi mostrò una vecchia foto. Matrimonio, lei in bianco, papà accanto, felice e sconosciuto. Lì dietro, la nonna che sorride.
No, senza torta. Solo ride. Ma io lho sempre collegata a quella torta, come se fosse rimasta per sempre quella della figuraccia.
La nonna è morta al liceo, in terza superiore. Non parlammo mai di quella storia. Forse non serviva. Forse lei aveva dimenticato. O perdonato.
O forse no. Chi lo sa.
***
Sono rimasta al tavolo ancora unora. O più.
La cameriera mi ha chiesto se volevo qualcosa.
Un tè caldo, ho detto. Normale.
Nera o verde?
Fa lo stesso.
Mi ha portato del tè nero al limone. Ho avvolto la tazza nelle mani. Fuori era ormai notte, e nel vetro riflessa la caffetteria. Mi guardavo: schiena dritta, labbra strette, la tazza. La sedia vuota. Due tazze, la sua e la mia, fianco a fianco.
Pensavo a cosa dire. Perché lo avrei chiamato o scritto, lo sapevo. Non so lasciare le cose in sospeso. Va contro di me.
Cosa dire? Che ho capito? Sarebbe falso, non del tutto vero. Che non doveva andarsene? Non vero, probabilmente doveva. Che il racconto è bello? Una bugia. Che è meglio di quanto ho detto? Forse vero.
O solo: avevi ragione sulla sedia. Stop.
Ma dopo? Dopo cambia qualcosa?
Ha spostato la mia mano così piano.
***
Mi è tornato in mente linizio del racconto. Non si partiva dalladdio. Si partiva da lui che pela le patate. Quel pezzo inutile, pensavo. Pelava, lei rientrava dal lavoro, sentiva odore di cipolla e diceva: non è troppo?
Lui non rispondeva. Continuava a pelare.
In quel silenzio cera già tutto. Matteo sapeva nascondere le cose importanti nel niente: nellodore di cipolla, nel silenzio del protagonista. Io non riuscivo a vedere. Sono abituata a chiamare tutto per nome. Se conta, si dice. Se fa male, si dice. Non si nasconde nellodore di cipolla.
Ma lui nascondeva. E io non leggevo. Per un anno e mezzo.
***
Ho finito il tè.
Ho lasciato una banconota in più sul tavolo, anche se il conto era pagato. Mi sono alzata. Ho indossato il cappotto. Ho preso la borsa, con dentro il suo racconto.
Uscita fuori.
Ottobre mi ha accolto come promesso: freddo, umido, senza indulgenza. Il vento veniva dal Naviglio, portando odore dacqua e foglie marcite. Gli aceri nel giardinetto ormai spogli. Una foglia, lultima o quasi, ancora appesa.
Sono rimasta sulla soglia a guardarla.
Ho tirato fuori il telefono e scritto a Matteo:
Ho letto della cipolla.
Tre puntini. Spariti. Lunga attesa. Poi:
Lo so.
Ho stretto il telefono nella mano, nonostante le dita fredde.
Ho scritto:
Era su di noi?
Pausa. Lunga.
Sì.
Ho chiuso gli occhi. Li ho riaperti. La foglia resisteva al vento, ancora per poco.
Ho scritto:
È un bel racconto.
Tre puntini. Lungo. Poi:
Franci.
Aspettavo altro. Niente. Solo il mio nome.
Ho rimesso via il telefono. Ho tirato su il bavero. Andata verso la metro.
La foglia si è staccata, portata dal vento, per un attimo dietro di me, poi sparita.
***
In metropolitana ho ripensato al racconto. Non a Matteo, al racconto. A una cosa che mi ero persa la prima volta. Quando il protagonista se ne va, non cè rabbia. Solo andarsene. Nessun trionfo o liberazione, solo stanchezza e cielo.
Se avessi scritto io, avrei messo qualcosa di netto. Rabbia, o sollievo, o risoluzione. Qualcosa di tangibile.
Lui invece ci aveva messo il vuoto. Onesto.
Forse è così. Forse non cè mai niente di netto in queste cose. Nessun giusto o sbagliato veramente. Solo due che non trovano le parole. E uno si stanca prima.
Guardavo il mio riflesso: schiena dritta, labbra strette. Sempre uguale.
Non so se lo sentirò domani. Se lui chiamerà. Se si può tornare da dove siamo arrivati. Alcune cose sì. Altre no. Come distinguerle, non lo so.
So solo questo. Se mai un giorno tornerà con qualcosa da farmi leggere, smetterò di essere veloce. Prima leggo la cipolla. Poi il cielo. E prima di parlare, penserò a cosa voleva dire chi scrive.
Non solo a cosa è venuto fuori.
Cosa voleva dire.
Forse, a trentuno anni, si può ancora imparare.
O forse è tardi per questo. Proprio con questa persona.
Il treno si è fermato. Era la mia fermata.
Sono uscita nellaria fredda del sottosuolo. Verso le scale. Su, a lungo, fissando un punto.
Poi fuori.
Ottobre. Scuro, freddo, nessuna promessa.
Ho sollevato il volto al cielo.
Il cielo era immenso.
E stando lì, da sola sotto quel cielo, ho pensato: bastava chiedere prima cosa voleva dirmi, invece di dire subito se era bello o brutto.





