Il Segreto di Topolino

Il segreto di Lucia

Le porte dell’autobus si chiusero cigolando, spingendo una piccola figura nel vano già affollato.

Un forte odore di sigarette appena spente, di pesce fresco comprato al mercato, di lana bagnata di pioggia, di profumo dolce e di colonia maschile colpì Lucia al naso e la fece arricciare il viso in una smorfia.

Basta, mi sono stancata! pensò con malinconia. Sempre la stessa storia. E ho perso ancora una volta del tempo che non tornerà, che peccato.

Lucia rientrava da una visita. Nella borsetta aveva le sue scarpette di vernice, quelle che indossava sempre quando sua madre la mandava alle presentazioni, i suoi incontri. Sua madre, la signora Vittoria, donna ansiosa e un po nevrotica, cercava disperatamente di trovarle un buon partito. Ma la fortuna non voleva saperne: molti uomini, certo, ma Lucia non era mai stata una bellezza e i pretendenti non erano certo un granché. E poi, bisognava scegliere bene, con lungimiranza, per tutta la vita!

Quel giorno però Lucia era andata, per lennesima volta, a trovare la zia Gina, amica della madre; aveva portato dei libri, teoricamente indispensabili, e si era trovata del tutto per caso, naturalmente a un pranzo solenne. Cerano pochi ospiti, tutti impettiti e orgogliosi, si scrutavano a vicenda come se cercassero insetti sotto la lente dingrandimento. Prendevano le tazzine con il mignolo sollevato, e discutevano di argomenti nobili senza capirci poi tanto.

Cerano piatti ricercati, ordinati dal ristorante; vino francese e una torta; le mani curate della zia Gina scorrevano incerte sui tasti di un pianoforte scordato. Qualcuno cantava, senza nemmeno prendere le note, e gli altri annuivano come se capissero. Lucia in quelle occasioni taceva sempre, ascoltava, sorrideva poco, ma la testa se ne volava lontano.

Perché ci andava? La mamma insisteva, la pregava, piangeva. E Lucia, topina da biblioteca, docile e silenziosa, metteva il suo vestito di riserva, le scarpette di ordinanza e si dirigeva dove la mamma le chiedeva. Si annoiava, soffriva, ma non voleva darle un dispiacere. Poi, finalmente libera da quel peso, correva nella sua tana, la minuscola casa nel quartiere Prati, a sognare una felicità tutta sua.

Alla fermata successiva, la folla si spinse verso luscita e Lucia rischiò di perdere la borsetta. La strinse a sé, come poteva, tra le braccia sottili: la gente continuava a passare, strusciando.

Sentì la schiena premere sul palo del corrimano, mentre le suole intrise dacqua delle altre scarpe le infangavano i nuovi stivaletti scamosciati. La fanghiglia gelata le penetrò attraverso la pelle chiara, inzuppò le calze di nylon; le vennero i brividi. Desiderò casa, la poltrona, una tisana con miele e un film qualsiasi alla TV. Scordare questa serata scialba, come un brutto sogno.

Magari arrivassi presto! pensò per la millesima volta. Ma subito la prese il dubbio: Vale la pena tornare? A casa lattendeva la chiamata della mamma, domande, rimproveri e consigli che non avrebbe mai potuto evitare.

Riuscì a sedersi, posò la borsa sulle ginocchia, alzò il bavero del cappotto, si sistemò il berretto. Sembrava una piccola topina addormentata pronta a un lungo viaggio: lineamenti sottili, mento appuntito, nasino allinsù, una riga di labbra e manine magre. Sarebbe bastato solo un codino a rifinire il suo aspetto ansioso.

Che freddo! scosse la testa e sospirò Lucia. Sempre così dinverno: tutto è pesante, buio e triste. La gente starnutisce, cade, si rompe qualcosa; ovunque fazzoletti e cappotti, che occupano posto anche in casa. E dai vetri spiffera sempre, mi prende subito lotite! No linverno è proprio terribile! concluse, guardando fuori dal finestrino.

Posò il mento sulle mani affusolate, chiuse gli occhi, assopita o almeno, così sembrava. Un colpo sulla spalla la fece sobbalzare.

Biglietto, signorina! Forza, facciamo vedere i biglietti! risuonò una voce decisa, alle sue spalle.

Lucia scattò di riflesso, rischiando di agitare perfino i baffetti come una vera topina. Frugò nelle tasche, nervosa: una spilla, uno scontrino, una caramella ma il biglietto no, non trovava nulla.

Mi scusi, adesso lo compro, io squittì lei, guardando la donna accanto, che improvvisamente scoppiò a ridere. Risata grossa, di petto, che riempì lautobus.

Ahahah! Adesso compra il biglietto! Ma dai! Siediti va, era uno scherzo! Mica lavoro allATAC!

Cadde pesantemente sul sedile di fianco a Lucia, slacciandosi il cappotto e sventolandosi con la mano.

Fa caldo qui, eh? Lucia, non mi riconosci? Ma davvero! Se ci prendo, ora come ora, pure la fortuna! Stavo attenta: sei tu o non sei tu? Ma sì, sei proprio tu! E riprese a ridere.

Forse è ubriaca? pensò Lucia, impaurita. Speriamo non mi schiacci!

Tutto ciò che era grande metteva lansia a Lucia: gente robusta, auto imponenti, palazzi altissimi, appartamenti spaziosi. Lei stava bene nella sua tana: un piccolo bilocale ai Prati, una micro-cameretta, un bagno piccino. Era già una festa essere riuscita ad andare a vivere da sola, lontano dalla mamma. Di più, non avrebbe mai osato sognare.

La maestosità delle persone la disorientava: troppo rumorose, troppa presenza, troppi gesti ampi e voci altisonanti; sembravano dipingere la vita a spazzolate larghe e chiassose. Spaventoso! Tutto ciò prometteva danni, finanche nellanima.

Anche le auto grandi le parevano troppo sgraziate, con quelle ruote giganti che avrebbero potuto schiacciarle i piedi o anche tutto il corpo.

I palazzi, li guardava dal basso, sempre pronta a tenersi da qualche parte per paura che crollassero giù. Una sensazione opprimente.

E in una casa grande quanta fatica doverla tenere in ordine! Non sarebbe bastata una vita.

Così, accanto a lei, questa donna enorme nel cappotto diventava un vero incubo. Lucia si strinse nel suo angolo.

Non mi riconosci, eh? la spinse col gomito la donna, facendole suonare tutte le ossa. Lucia! Congelata proprio?

Lucia alzò le spalle. Sì, aveva freddo e il salame mangiato dalla zia Gina le era rimasto pesante, o forse non aveva mangiato abbastanza, come sempre. Mamma diceva di non mangiare mai troppo, se no non ti sposi! aggiungeva con accento drammatico, mentre lei si privava del meglio.

Ma mamma, tu non rinunci a niente! azzardava qualche volta Lucia.

Sai da quanto sono vedova, tesoro mio. Non mimporta più! rispondeva la mamma leccandosi le dita sporche di crema pasticcera.

E così Lucia si era limitata a guardare gli altri godersi il banchetto; era lì per trovare marito! Mamma aveva giurato ci sarebbe stato addirittura Palladino!

Nello stanzone di Gina, con il tappeto vecchio, tutti attorno al tavolo, si parlava di cultura, poi si mostravano foto di viaggi, che panorama, mamma mia! Si guardavano quegli scatti, si fingevano entusiasmi. Lucia si sforzava, ma era stanca; non aveva nessuna voglia di fingere. Quei paesaggi li aveva visti anche lei, ma nessuno lo sapeva: era stato un colpo di testa con uno sconosciuto studente: un giorno stupido e felice, vino e panini unti su un prato, occhi pieni di Po torbida e azzurra.

Quella era felicità. Le foto degli altri un po meno.

Allora, ti sei raffreddata? Ma davvero? incalzò la donna, Non mi riconosci? Sono Maria, Maria Fontana. Andavamo alle elementari insieme Ricordi?

Lucia non aveva memoria di lei, ma sollevò le sopracciglia, educata: forse

Ma sei rimasta sempre così, un fusillo! E io invece guarda, tutta rotonda, come la mamma. Perché? Oh, lo leggo nei tuoi occhi, pensi alla dieta, alle malattie, eh?

Sedentarietà? Problemi di tiroide? rispose Lucia come a scuola. Decise di non respingere quella donna rumorosa: tanto, scenderà prima di me

Ma và! È la felicità che ingrassa! rise Maria a squarciagola. Quando uno è sereno, è allegro, gli angioletti fanno festa nellanima, capisci?

Lucia si immaginava, divertita, questi angioletti paffuti e rumorosi che le ballavano dentro, e sorrise.

Dai, lo vedi che ti è passata la tristezza! Ma guarda le tue scarpe, Lucia! Sono zuppissime se prendi freddo, poi sono guai! Maria incollò il naso contro il finestrino. Che fermata è questa? Non si vede niente dal vapore

Abbiamo superato Ponte Milvio! rispose uno.

Ponte Milvio? Bene! Alla prossima scendiamo, vieni a casa mia, ti asciugo subito le scarpe! Non fare la timida. O hai fretta?

Le rivolse uno sguardo quasi di sfida.

Lucia non aveva nessuna fretta. Non aveva minimamente voglia di tornarsene a casa, dove lattendeva un interrogatorio in stile poliziesco da parte della madre. E raccontare cosa aveva mangiato, cosa aveva bevuto, se qualcuno si era mostrato gentile

E hai mangiato? avrebbe già chiesto mamma.

Un pochino E il bicchiere di vino, non lo avrebbe detto mai!

Una volta sola, Lucia si era sentita davvero un po brilla, fra vino e baci destate. Ma la mamma non doveva saperlo.

Allora vieni, non tirare fuori scuse! Senti, oggi sono sposa! annunciò Maria su tutto il pullman. Pareva voler contagiare con la sua gioia perfino quelli infreddoliti e musoni.

I passeggeri si voltarono, incuriositi, a squadrare Maria, che neppure se ne curò.

Come sposa? chiese Lucia mentre veniva trascinata per mano fuori dallautobus. Ma davvero si può essere sposa così?

Saltarono giù sul marciapiede, schizzando fango e pioggia sulle scarpe di Lucia.

Perché no? rispose Maria, fermandosi. Siamo andate in Comune stamattina presto, firmato tutto, poi subito al lavoro. Lui in metropolitana, io in mensa universitaria. Stasera si festeggia in casa. Alla buona!

Ma non è una vera festa così Non riusciva a capirlo: nessun abito bianco, nessuna confettata. Così, senza nulla.

Ma dai, non siamo mica ragazzine! Sai che cè? Non è la prima volta che mi sposo. Con Federico abbiamo scelto la semplicità. E ora, vedi? agitò la busta della spesa. Ci saranno amici, si mangia e si brinda senza pose inutili. Che ti racconto a fare, mi conosci da piccola! concluse Maria, puntando il fianco in un mucchio di neve fangosa.

Certo bisbigliò Lucia, la mano già fredda persa nella stretta dellaltra.

E tu? Sei sposata? Come va la vita? chiese la sposa, facendole infilare la mano in tasca per scaldarla. Chi ti aspetta a casa?

Lucia scosse la testa. Nessuno. Solo la mamma, ma non aveva voglia di portarla a una festa imputata di stranezze.

Non sono mai stata sposata. Perché non ho mai trovato chi mi facesse sentire felice! rispose allimprovviso Lucia, con tono insolito.

O meglio, luna volta persa pensò tra sé.

Uauh! Maria riprese fiato. La felicità! Tieni la busta, fammi sistemare le calze che scendono!

Lucia si stupì che una donna potesse aggiustarsi i pantaloni da sotto al portone. Maria, intanto, sfilava la pelliccia, si rassetava, poi sventolava il colletto.

Caldo insopportabile! La felicità, dici tu, uno te la deve portare? Lucia, devi cercarla tu la tua fortuna! Basta volerlo!

No. Bisogna aspettare quello giusto. E poi

Dai! rise Maria. Così, aspetti la perfezione e muori zitella. Federico sarà mica Lassie, ma io lo amo. Prima di lui cera Stefano, buono anche quello, solo diverso. Che cerchi, uno senza difetti?

Lucia arrancava dietro a Maria, pensierosa.

Forse uno senza difetti non esiste. O è vuoto pensò. Come Palladino, che pure era il preferito dalla mamma, ma non sentivo niente.

Che dicevi? Vuoto? Il mio, Federico, è un vero burlone, e quando mi stringe Maria si fermò, guardò Lucia negli occhi. A proposito, tu ti sei mai fatta stringere per davvero? Senza offesa, sorridi come una che manca daffetto

Lucia si guardò addosso, imbarazzata, sospirò. Ma sì, che laveva abbracciata qualcuno! Là, quellestate al Po… anche di più, un grande segreto. La mamma nemmeno lo immagina.

Non è importante. tagliò corto.

Appunto! Dai, ci siamo. Guarda il terzo piano: lampada rosa, geranio alla finestra, vedi? Federico è già a casa, ci aspetta.

Maria indicò un balcone con le tende a pois, una lucetta gialla, una pianta. Allimprovviso Lucia fu presa dal panico. Non voleva mostrare sé stessa sconosciuta a gente sconosciuta, senza regalo, senza preavviso. Eppure, senza accorgersene, si ritrovò a salire le scale, a tastare con piacere la ringhiera calda e liscia, passo dopo passo dietro a Maria, lamica che in realtà non ricordava per niente. Andava a una festa, a tavola con gente mai vista, però già parte di una felicità condivisa. Strano, non le era mai successo.

La mamma non laveva mai lasciata frequentare nessuno che lei non avesse prima controllato, mai a una festa senza lista degli invitati; se trovava un nome ignoto, annullava la serata.

Imparerai cose sbagliate là fuori! brontolava la mamma, occhi al cielo. Ti rovinerai! O peggio, ti toccheranno tutti.

A volte Lucia lo sognava: grandi orsi pelosi che la afferravano con le zampe artigliate. Si svegliava, scossa.

Ma quello che era successo al Po, la dolcezza dun abbraccio vero, quella mamma non la sapeva; e non avrebbe capito, perché dolce e vivo, non pauroso.

Maria premette il campanello.

La porta si aprì quasi subito, e apparve un uomo grande, tondo come Maria, calvo e sorridente.

Mariuccia! Finalmente! Non vedevo lora! Le stampò mille baci sul viso, mentre Lucia restava a guardare. Poi lui, continuando ad abbracciare la moglie, notò Lucia.

Buonasera! Scusi, non lavevo vista la accolse gentile.

Oh, Fede, questa è unamica delle elementari! La porto su, guarda le scarpe! Gelate! Deve scaldarsi, e mangiare un boccone! Si chiama Lucia! esclamò Maria, tutta affannata.

Federico le tolse i sacchi dalla mano con destrezza, disse che era contentissimo di averli come ospiti, e consigliò a Lucia di togliersi subito gli stivaletti. Li avrebbe puliti e asciugati lui.

Lucia lo guardò sbalordita. Si può accogliere qualcuno in casa così, senza conoscerla, senza formalità? E prendersi cura delle sue scarpe bagnate? A casa sua una cosa simile sarebbe stata considerata da matti.

Eppure restò.

Si sedette su una panchetta bassa, come fatta per una topina, si sfilò i calzini umidi, nascose timida i piedi sotto la seduta.

Togliti anche le calze, Lucia! Prendo dei calzettoni di lana, pizzicano, ma così non prenderai freddo. Vai in camera a cambiarli; qui siamo di casa, rilassati!

Maria sparì in cucina. Dal frigorifero arrivò il rumore delle bottiglie, il profumo delle verdure appena tagliate, risate di Federico, un tintinnio di champagne. Per un attimo tutto fu silenzio. Lucia, in punta di piedi, sbirciò in cucina e vide sagome confuse abbracciate, felici.

Arrossì, si tirò indietro. Ma che ci faceva lì? Era entrata in casa di sconosciuti!

Eppure la mamma stasera non poteva comandare la sua vita. In quel momento Lucia decise che non lo avrebbe permesso più.

Maria tagliava verdure per linsalata, Federico puliva e asciugava meticoloso gli stivaletti sopra il vapore della pentola per non rovinarli. Per degli sconosciuti!

Lucia aiutava come poteva, impacciata.

Dai, Lucia, mica bisogna essere chef! Taglia i cetrioli così. E tu che fai nella vita? chiese Maria, offrendo la cucchiaiata di insalata a Federico. Ehi, Fede, assaggia, ho messo troppo sale?

Lui aprì la bocca, assaporò.

Buonissima! E anche amara rise, baciando la moglie sulla guancia. Maria sorrise.

Io? Allamministrazione del Museo Leopardi, ci ha mandato la mamma

Stancante? Sempre carta, carta, carta annuì Federico.

Lucia strinse le spallucce. Sì, stancante, e pesante.

Perché non vieni a lavorare con noi, Lucia! In cucina! Facciamo torte di pesce, ti va? Dai, vieni con me!

Maria la abbracciò forte, la spinse sulla morbida pancia. Lucia tremò, ma la sensazione era di casa vera, di caldo.

Scoppiò a piangere.

Ma dai, topina, non fare così! Ecco, mangia! Linsalata è tutta per te, e Federico ha pulito le aringhe come si deve!

Gli lanciò unocchiata piena damore. Lui la contraccambiò, portando via le scarpe ad asciugare.

Lucia mangiava a piccoli bocconi, gustando quel sapore di casa autentica, senza dover aspettare che qualcuno dichiarasse iniziata la cena. Riuscì persino a lasciarsi scappare un altro singhiozzo.

Era sfinita. Una donna stanca, sola, senza difese, guidata ancora dalla madre anziana; una donna che non voleva più essere solo la figlia modello mandata di appuntamento in appuntamento. Non voleva sposare Palladino, e neanche andare più da Gina, né rendicontare una vita che non era sua.

Non ce la faccio più davvero mormorò. I calzettoni di lana pungevano, sì, ma erano vivi, allegri, come una vera umanità. La mamma non glieli aveva mai lasciati mettere: Non sono per noi, bambina mia. Tu devi portare i guanti di pelle! Ma Lucia sognava le moffole fatte a mano, con le scritte e i fiocchetti rossi, calde come lo scialle della nonna.

Maria la accarezzò, si sedette accanto, poggiò la testa riccioluta sulla spalla della topina e iniziò a raccontare: la morte dei genitori, lostello, il primo amore che scelse unaltra, la voglia di buttarsi nel Tevere e poi la voglia di vivere perché i genitori le avevano dato tutto.

Lucia la abbracciò imbarazzata, annuì.

La mia mamma non molla mai è come se fosse sempre dietro la parete, anche se viviamo finalmente separate. Stasera tornerò tardi e dovrò raccontarle tutto, come sempre Non ne posso più.

Non rispondere al telefono! Semplice. replicò Maria con una scrollata di spalle. Se viene sotto casa, lasciala bussare. Non si muore.

Eh già Maria alzò la testa e si mise a cantare, piena di rimpianto: Non cucirmi, mamma, il vestito rosso Non sprecare la tua fatica su di me

Le pentole sobbollivano, il campanello suonò, qualcun altro arrivava. Lucia e Maria, abbracciate, si misero a cantare, perdersi, cullate una dallaltra.

Finalmente tutti si sedettero a tavola. Federico e Maria si scambiavano baci, i brindisi fioccavano tuttattorno, mentre Lucia, attorcigliando il bordo della tovaglia, si sentiva quasi trasparente. Il suo volto erano solo occhi: occhi spalancati, malinconici, con ciglia nere. Gli ospiti erano tutti semplici, accoglienti, quasi nessuno aveva avuto il tempo di cambiarsi. Eppure, si stava bene. Lucia si sentiva di nuovo nel mondo vero.

Fece un assaggino di spumante, lo poggiò subito; guardava fisso luomo seduto di fronte che la guardava: come un giorno di tanti anni prima, in estate, distesi sul Po, tra lerba profumata di trifoglio. Lui le sorrise, lei arrischiò un accenno di sorriso, quasi pentita (mamma non sempre lo permetteva). Ma stavolta sì. Fra queste mura rivestite di giornali perché non cerano i soldi per lintonaco, Lucia si lasciò andare; proprio come un tempo laveva vista quel ragazzo, Gregorio, allora studente di lettere.

Era seduto proprio lì. Il caso O il destino? Un dolce stordimento noto: champagne o amore?

Gregorio le fece locchiolino, e pronunciò solo per lei: Topina mia Non era cambiato affatto.

Lucia chiuse gli occhi e, tutta rossa, si alzò di scatto in piedi: Evviva gli sposi! gridò, sollevando il calice. Si vergognò subito, arrossì ancora di più, ma sentiva il cuore batterle forte forte.

Federico abbracciò la sua Mariuccia, e Lucia si trovò di fianco Gregorio, e non ebbe alcuna sorpresa.

Poi ballarono. Lucia era ancora con i calzettoni di lana, dimentica delle scarpette, mentre Gregorio scherzava e le faceva locchiolino, come sempre.

E poco importa se Maria ricordava male tutto, se a scuola con Lucia non cera mai andata, se venivano da due mondi differenti. Chi se ne importa? Il passato era grigio; il presente di Maria era difficile, il passato di Lucia era una lunga malinconia. Oggi erano amiche. Gregorio era amico di Federico. E i caldi stivaletti quasi pronti da indossare, ad aspettarla nella veranda. E quella sera era la svolta che la vita di una donna, anche piccola come una topina, può meritarsi, anche solo per sentirsi finalmente se stessa e non più la figlia di qualcuno.

Nella piccola casa a Prati il telefono squillava senza sosta, squarciando la sera in una serie di trilli insistenti. Ma la topina Lucia, oggi, non avrebbe risposto. Lei aveva altro da fare. Non era a casa. E dove fosse adesso beh, quello era il suo segreto.

Oggi, nella semplicità di una cucina affollata, ho capito che la felicità non va cercata nei consigli degli altri o dentro sogni impolverati: si trova dove cè calore, dove puoi essere piccolo, ridere e piangere senza paura, insieme a chi ti fa sentire finalmente a casa.

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