Matrimonio di convenienza.

Matrimonio di carta.
Io e Vittorio abbiamo un matrimonio di convenienza.
È successo così: a Vittorio serviva il matrimonio per fare carriera lavora in una prestigiosa società guidata dallinesorabile paladino della famiglia, Edoardo Benedetti, vero e proprio patriarca di una dinastia romana. È padre di cinque figlie adulte, di conseguenza suocero di cinque generi e nonno di nove nipoti e nipotine.
Va fiero della sua tribù numerosa. Per lui la parola scapolo suona come unoffesa. Un dipendente non sposato è come aria: neppure di seconda categoria, ma proprio un reietto, a prescindere dalle qualità personali o professionali.
Quando Vittorio lo capì, si rese conto che il matrimonio ufficiale era una necessità vitale, se voleva la posizione che gli spettava per talento e ambizione.
Dopo aver soppesato pro e contro, mi propose un matrimonio finto. Non rischiava nulla: ci conosciamo dai tempi dellasilo le nostre madri erano amiche, lo sono tuttora. Tutte le elementari seduti allo stesso banco. Lui mi aiutava con la matematica, io mettevo le virgole ai suoi temi.
Insomma, mi conosce fin troppo bene, sa che sono incapace di calcoli; sa che, se ci lasciassimo, mai mi sognerei di toccare il suo appartamento, i suoi euro o qualsiasi altro bene.
E io, da parte mia, accettai con leggerezza il matrimonio di carta, perché ero in piena crisi post-rottura, dopo tre anni damore finiti male. Mi serviva disperatamente un diversivo, unuscita demergenza prima di sprofondare nella depressione. E poi, diciamocelo, volevo far ingelosire lex: sono sposata, e pure con un tipo interessante, in carriera, che gira in Alfa Romeo e ha un trilocale in centro altro che te! E fare un figurone con le amiche: sono sistemata, io!.
Insomma, le nostre esigenze si sono incastrate a perfezione. Io e Vittorio firmammo i moduli del nostro legame fasullo in municipio, in sordina, senza parenti, senza limousine bianca o colombe, senza abito nuziale o velo, senza smoking nero.
Un giorno feriale, uscendo prima dal lavoro, ci presentammo in Comune per apporre le firme sul registro. Gli anelli ce li siamo scambiati, però.
Io, addirittura, ho scelto di cambiare nome: Turcini mi suonava più originale di Grazzi.
Devo dire che il nostro patto ha superato le aspettative.
Dopo un mese appena, Vittorio è diventato direttore di dipartimento dellazienda. Meritatissimo.
Il mio status di sposata mi ha fatto lievitare agli occhi di parenti e amiche. Ho provato una soddisfazione assurda quando ho ricevuto un paio di messaggi dallex: ti auguro felicità, ma speravo ci fosse ancora una chance per noi. Ecco, caro mio: non si apprezza quel che si ha, ci si dispera quando lo si perde. Ora rosica!
Tutte le nostre scommesse su questo matrimonio sono andate a segno, e anche oltre.
A proposito: mi sono trasferita da Vittorio per un po. È stata una sua idea, per rendere tutto più credibile.
Sabato mattina.
Preparo la colazione in cucina. Frittata, ricotta dolce, caffelatte. Vittorio ama iniziare la giornata in modo sostanzioso.
Guardo fuori e vedo che sta nascendo una splendida giornata di aprile.
La primavera è la mia stagione preferita.
Oggi mille impegni. Devo passare dai miei. Pulire casa, fare il bucato, preparare qualcosa di tipicamente sabatino: magari scaloppine, minestrone, pizza fatta in casa, uninsalata caprese. Mille pensieri girano intorno alle cose da fare, come in tutte le menti delle donne di casa.
Eppure sono già tredici anni che io e Vittorio siamo sposati per finta.
La nostra figlia, Verina, questanno va in prima elementare. E il piccolo Giovanni finisce la quinta: sempre il primo della classe, proprio come suo padre. Perché il papà è intelligente e vero, altro che mio marito che dovrebbe essere solo di finzione.
Ma i sogni, a volte, diventano strani e rovesciano la realtà.

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Matrimonio di convenienza.
L’allievo alla fermata L’autobus continuava a non arrivare e il vento dal fiume sferzava il viso, insinuandosi sotto il bavero. Pietro Serafini si spostò da un piede all’altro, tastò l’abbonamento nel taschino e tornò a scrutare la strada. Secondo l’orario, il bus sarebbe già dovuto passare, ma sul display lampeggiava solo l’orario e una pubblicità scorrevole. Intorno, la gente si stringeva nelle sciarpe, qualcuno borbottava, altri fissavano silenziosi i telefoni. Stava leggermente defilato rispetto alla pensilina per non sentire alle sue spalle la voce alta di chi discuteva di prezzi e politica. Le dita sotto i guanti dolevano, la schiena tirava. Al mattino aveva accompagnato il nipotino all’asilo, poi era passato dal medico per una ricetta, adesso andava verso il supermercato dove ogni tanto aiutava in magazzino. Non per soldi, piuttosto per non marcire in casa. La pensione bastava, ma erano i giorni vuoti a pesare più della mancanza di euro. Un tempo, arrivava allo stabilimento alle sette del mattino e usciva che ormai era buio. Caposquadra della meccanica, responsabile delle macchine e delle persone, doveva garantire il piano di produzione. Allora sembrava che senza di lui si sarebbe fermato tutto il reparto. Adesso lo stabilimento non c’era più: sui capannoni stavano costruendo un centro commerciale con un’insegna luminosa. Nessuno lo consultava, non riceveva chiamate, inviti a riunioni. L’ultima volta che lo avevano invitato a un anniversario della fabbrica era stato dieci anni prima, poi sia le feste sia la fabbrica erano sparite. Pietro Serafini si sorprese a ripercorrere di nuovo, come in un corridoio circolare, tutti quei “prima”. Si riscosse, provando a distrarsi leggendo i volantini incollati al vetro della fermata: corsi di inglese, riparazione di lavatrici, offerte per facchini. Forse anche il suo nome potrebbe stare tra quelli, se avesse avuto il coraggio di offrire lezioni private di tornitura. Ma ormai, con tutto computerizzato… Dalla pensilina uscì qualcuno, richiuse forte la porta e si mise accanto a lui, sospirando rumorosamente. Arrivò una folata di aria gelida e un vago odore di farmacia. — Scusi, il trentadue è già passato? — chiese una voce maschile, un po’ roca. Pietro girò la testa. Di fronte aveva un uomo alto sui trentacinque, giubbotto scuro, berretto tirato sulla fronte. Le guance screpolate, un’ombra sotto gli occhi, una borsa a tracolla nera. Sorrise con una smorfia, mostrando il tipico spazio tra i denti davanti. — Non l’ho visto, — rispose Pietro. — Sono qui da venti minuti, ancora niente. — Capito… — l’uomo sospirò, guardando la strada. — Come sempre. Sembrava intenzionato a tornare sotto la pensilina, ma rimase lì. Pietro stava ormai per voltarsi, quando notò sulla sua borsa una piccola spilla metallica a forma di utensile da tornio. Medaglie così le davano in fabbrica per proposte innovative. Gli tornò in mente una sensazione familiare, e un nome gli sfiorò la coscienza. — Mi scusi, — iniziò l’uomo, aguzzando lo sguardo. — Non lavorava per caso in fabbrica, nel reparto meccanica? Pietro Serafini si raddrizzò leggermente. — Sì, ci lavoravo. Un tempo ormai, — rispose, scrutando meglio il volto del suo interlocutore, gli occhi chiari, attenti. — E tu, come fai a saperlo? L’uomo rise di colpo. — Ho fatto pratica con lei, — disse. — All’ITIS, ‘98, gruppo M3. All’epoca… — si fermò, — ero un ragazzino, sempre col cappello. Mi chiamavo Sascha. Il nome scattò a posto come un pezzo di puzzle. Pietro Serafini ricollegò il giovane uomo davanti a sé al magro ragazzino di allora, la giacca un po’ lisa, le orecchie sporgenti e quello stesso sorriso unico. Stava alla macchina, stringeva l’utensile con l’angolo sbagliato e insisteva a fare di testa sua. — Sascha… Climati? — chiese cauto. — Sì, — l’uomo sorrise largo. — Pensavo non si ricordasse di me. — Invece sì, — rispose Pietro. — Allora hai rotto tre utensili di fila. Ti ho urlato dietro come un matto. Sascha rise, buttando indietro la testa. — È vero. Mi ha detto che non sarei mai diventato un tornitore decente se continuavo solo a pensare alla pausa sigaretta. Pietro sentì il calore salire al viso. Chissà quante ne aveva dette, ai ragazzi, nervoso per il piano, per i controlli. Le parole uscivano da sole, senza immaginare restassero davvero. Ora, lì fermo al vento, si vergognava di ogni tono troppo duro. — Eh, — borbottò, — chissà che altro dicevo. Sascha scosse la testa. — E invece, sa, me le ricordo ancora quelle parole. Dopo di allora, la prima volta mi sono fermato da solo dopo il turno per capire perché rompevo sempre gli utensili. Lei stava già andando via, ricorda? Sono rimasto lì da solo, finché lei è tornato. L’immagine gli apparve nitidissima. Rumore del reparto, le luci gialle, l’odore di olio emulsionato, il pavimento bagnato di trucioli. In spogliatoio già sbattevano gli armadietti, ma lui, Pietro, era tornato per la cartella dimenticata. E aveva trovato Sascha ancora lì, a stringere le labbra mentre aggiustava i parametri. — Eh, sì che sono tornato, — disse Pietro. — Ti feci vedere come regolare l’avanzamento. Tutto qui. Sascha lo guardò come a dire: non era affatto “tutto qui”. — Non si è limitato a mostrarmi, — aggiunse. — È rimasto con me un’ora, fino a quando hanno spento le luci. Si ricorda il capo turno che mormorava perché eravamo ancora lì? E lei: “Fallo finire, altrimenti torna qui coi pezzi scadenti”. — Sascha sorrise. — È stata la prima volta che sentivo che a qualcuno importava davvero se ce l’avrei fatta o no. Pietro strinse le spalle, sentendo qualcosa sciogliersi dentro. — Era solo il mio lavoro, — disse. — Se sbagliavi i pezzi, toccava a me rispondere. — Forse, — ammise Sascha. — Però avrebbe potuto semplicemente rimproverarmi ed escludermi. Come facevano gli altri. Volse lo sguardo oltre la strada. — Per via di quella sera non mollai la scuola, — disse quasi tra sé. — In che senso? — chiese Pietro. — Stavo per lasciarla, l’ITIS, — spiegò Sascha. — Avevo deciso di andare a fare il facchino. La scuola non andava, in casa liti, soldi pochi. Ma dopo quella sera pensai che magari non ero proprio senza speranza. Arrivai al diploma, poi in fabbrica. Lei era già passato a un altro reparto, ci siamo visti poco. Il vento si fece ancora più forte, sollevando cartacce. Pietro cercava di sovrapporre le due immagini: il ragazzino alla macchina e l’uomo lì accanto, dalla voce chiara e sicura. — Sei rimasto in fabbrica fino alla fine? — domandò. — Fino alla chiusura, — confermò. — Ora sono in una piccola azienda, facciamo pezzi per strumenti medici. Sono il responsabile di reparto. Sorrise un po’ impacciato a quella parola “responsabile”. — I ragazzi sono giovani, — continuò. — Computer, disegni digitali. Però io spiego a mano, come faceva lei. All’inizio ridono, poi vedono che si fa prima. In lontananza arrivò un autobus, che però non era il loro. La gente sospirò in coro e tornò ai telefoni. Pietro avvertì uno strano calore dentro la malinconia. — Quindi non hai studiato invano, — disse. — No, per niente, — rispose serio Sascha. — Volevo trovarla da tempo. Con i ragazzi la ricordavamo, ho cercato anche il suo nome su internet, ma si trova solo qualche vecchia circolare. — Figurati, io e internet… — rise Pietro. — Il mio telefono ha ancora i tasti. Mia nipote ride. — Anche mio padre è così, — annuì Sascha. — Brontola ma non lo cambierebbe. Rimasero in silenzio. Il vento calò un attimo, qualcuno dietro starnutì. Pietro si accorse che il rancore dell’ultimo periodo sembrava arretrare. Oltre i turni, le consegne e le autorità, c’erano ragazzi per cui aveva fatto la differenza. — Lei ora dove sta? — chiese Sascha. — Lavora ancora? — Sono in pensione, — rispose Pietro. — Ogni tanto do una mano in magazzino, in un negozio di materiali edili. Faccio più carta che fatica: almeno la schiena ringrazia. — Meglio così, — annuì Sascha. Tacque, poi improvvisamente propose: — Se ha tempo… Le va un caffè? C’è un bar buono dietro l’angolo. Arriverò tardi a un appuntamento, ma mi perdoneranno. Pietro guardò l’orologio: mancava ancora un’ora e mezza al turno. Gli sarebbe bastato. — Ho tempo, — rispose. — Andiamo. L’autobus arrivò poco dopo. Salirono, stringendosi tra i passeggeri. Sascha passò la tessera, poi si voltò: — Pago io. — Non serve, — si schermì Pietro, ma Sascha aveva già avvicinato la sua carta. — Consideri che sono interessi, — sussurrò. Dentro era caldo, odorava di gomme e profumo. Pietro si teneva al corrimano e guardava fuori: le strade, i palazzi, gli stessi percorsi dove i suoi apprendisti andavano in officina, rumorosi con tubi porta progetti sotto braccio. Ora per lo più erano altri volti. Il bar era piccolo, con grandi finestre sull’incrocio. Dentro caldo, musica leggera. Si sedettero vicino alla vetrata, tolsero i giubbotti. Sascha ordinò due americani e dei dolci. — Mangio dolci quando sono nervoso, — spiegò. — Oggi sono… emozionato. — Non c’è da agitarsi, — brontolò Pietro, ma anche lui sentiva una certa tensione. Incontrare un allievo dopo oltre vent’anni era come aprire un vecchio registro e scoprire che qualcuno ha aggiunto a matita nuove pagine. — Mi racconti, — disse Sascha quando la cameriera si allontanò. — Come è arrivato in fabbrica? Da ragazzo non ho mai sentito tutta la storia. Pietro fece spallucce. — Come tanti. Dopo la leva, lavoravo, poi promosso, e avanti fino alla pensione. Niente di speciale. — Non ci credo, — scosse la testa Sascha. — Sembrava sempre che sapesse tutto. — Sembrava, — sorrise Pietro. — Anche io agli inizi ne combinavo. Ma allora si badava di più alle conseguenze. Un errore, pezzi scartati, piano saltato. Superiori sopra, operai sotto. E toccava fingere di avere tutto sotto controllo. Assaggiò il caffè. L’amaro bruciava gradevolmente. Il dolce era troppo zuccherato ma ne prese comunque un morso: dentro c’era una marmellata che sapeva d’infanzia. — Si ricorda dei suoi ragazzi? — chiese poi. — Di quelli che dopo arrivarono in officina? — Qualcuno sì, — assentì Sascha. — Con Nicola siamo ancora amici, ora lavora in turni a Bergamo. Eugenio è emigrato in Germania, fa l’operatore CNC. Mezza classe è sparsa per il mondo. Ma chi è rimasto, la ricorda. Pietro alzò le sopracciglia, stupito. — Come mai? — Quando ci portava in officina non ci faceva solo vedere i pezzi. Ricorda come ci mandò tutti dal vecchio fresatore con le mani che tremavano? — Andrea Petroni? Già. Aveva l’occhio come un calibro. Sentiva dal rumore se un cuscinetto stava morendo. — Appunto. Quando ci disse: “Imparate ora, il resto lo trovate sui libri”. Poi mi sono ricordato spesso di quello. Quando hanno lasciato gli ultimi vecchi in reparto, ho cercato di farli incontrare ai ragazzi. Per non perdere qualcosa che conta. Sorrise. — Finisco spesso col parlare come lei, — ammise. — Soprattutto quando sgrido. — Non imitarlo troppo il mio tono, — si schermì Pietro. — Ero… brusco. Ancora mi stupisco che mi abbiate sopportato. — Si sentiva che aveva a cuore chi era con lei, — replicò Sascha. — Non urlava solo. Dopo spiegava. Ancora ricordo come mi correggeva la mano sull’avanzamento. Mio padre allora era in ospedale, io avevo la testa altrove. Lei senza chiedere nulla si fermò: “Stai calmo. Non correre. Il pezzo non scappa”. Mi è tornato utile spesso dopo. Pietro guardò fuori. Oltre il vetro, la gente correva, auto ferme al semaforo. Cercò di ricordare quel giorno ma la memoria taceva: uno dei tanti passati a sistemare mani, traiettorie, affilature. — Non sapevo che tuo padre fosse malato, — disse piano. — Non l’ho detto a nessuno, — scattò Sascha. — Mi vergognavo. Era senza lavoro, poi la salute peggiorò. Ma non conta. Lei fu il primo adulto a non compatirmi o giudicarmi. Si comportò da persona. E quello conta. Sascha tacque, tutto concentrato sul dolce. Pietro sentì un nodo in gola. Pensò a quando anche lui, da ragazzo, cercava almeno un anziano che non urlasse o lo liquidasse con una pacca. A quando un vecchio attrezzista gli aveva detto: “Non temere la macchina, ma la tua pigrizia”. Sembrava una battuta semplice, ma era rimasta impressa per tutta la vita. — Quindi non avevo torto a essere severo con voi, — provò a scherzare. — Per nulla, — ripeté serio Sascha. — Ho dodici persone sotto ora. Tre sono appena usciti dal tecnico. Se li lasci andare, vanno a fare i rider. È più facile. Ma se ci credi un po’, li sostieni, fra qualche anno stanno ad insegnare agli altri. Mi chiedo spesso da dove mi venga questa idea. Poi mi ricordo di lei. Sorrise, e negli occhi si accese qualcosa di caloroso. — Avrebbe potuto bocciarmi, — aggiunse. — Ricorda quando saltai una settimana per lavorare al mercato? Il preside voleva buttar giù i documenti. Lei insistette: “Glielo concediamo un secondo giro. Se sbaglia ancora, lo mando via io”. La memoria gli riportò la scena: lo studio del preside, il tavolo segnato, odore di fumo. Seduto, Sascha con lo sguardo basso, il preside rosso che sbraitava. E lui, Pietro, che a sorpresa diceva: “Proviamo a dargli ancora una possibilità. Se scivola di nuovo, ci penso io”. — Ricordo… Ti eri arrabbiato con me. — Eccome! — rise Sascha. — Pensavo fosse solo cattiveria. Poi ho capito che se non fosse intervenuto io avrei mollato. E chissà dove sarei ora. Finì il caffè, mise giù la tazzina e guardò Pietro dritto negli occhi. — Era tempo che volevo dirglielo, — confessò. — Grazie. Non perché mi ha salvato, quello l’ho fatto da solo. Ma per aver fatto il suo dovere fino in fondo. È tanto, più di quanto sembra. Le parole rimasero in sospeso, semplici. Pietro sentì dentro scattare qualcosa, come il bullone ben oliato di una vecchia macchina. Vedeva all’improvviso tutta la sua vita non come turni e relazioni, ma come una catena di persone che erano passate da lui. Qualcuno se n’era andato, qualcuno era rimasto. Forse alcuni lo ricordavano con astio, ma davanti aveva una persona grata. — Allora, — disse per non intenerirsi troppo. — Quanto le devo per il caffè? — Niente, — rifiutò Sascha. — Sono io che devo a lei. E non solo un caffè. Rimasero ancora un po’, fra ricordi e aneddoti. Parlarono delle vecchie macchine, delle prime chiusure, di come i giovani evitano responsabilità. Pietro si sorprese a dare ancora consigli. Quando uscirono, aveva cominciato a nevicare fine. La strada lucida, la gente affrettava il passo. La ferramenta era a dieci minuti, ma Pietro non aveva fretta. — L’accompagno, — propose Sascha. — Tanto vado da quella parte. Parlava del figlio, del plastico, dell’odio per la matematica. Pietro pensava al nipotino e ai suoi cartoni. — Portalo da me, se ti va, — disse d’istinto. — Gli mostro come si affila un utensile. In cucina, con la vecchia mola. Se gli piace. Sascha sorrise. — Volentieri. Mi dia l’indirizzo. Davanti all’ingresso del negozio si fermarono. L’insegna grande, le porte scorrevoli, i carrelli. Qui Pietro si era sempre sentito un po’ spaesato, come in un mondo nuovo, lucido ma effimero. — Eccomi a lavoro, — disse. — Tu vai dall’altra parte, immagino. — Sì, — annuì Sascha. — Ma… Le posso telefonare qualche volta? Se non le dispiace. Per parlare, o per chiedere qualcosa. — Chiama pure, — rispose Pietro. — Meglio non la sera, mia nipote mette i cartoni e c’è casino. Si scambiarono il numero. Sascha lo salvò come “Pietro Serafini officina” e glielo mostrò. — Giusto, — annuì Pietro. Si strinsero la mano. La stretta di Sascha era calda, forte. Pietro si sentì per un attimo non più un anziano davanti a un negozio, ma un caporeparto che lascia il ragazzo a un turno da solo. — Grazie ancora, — disse Sascha. — Per tutto. — Vai, — fece Pietro con la mano. — Non far tardi al tuo incontro. Sascha si avviò incurvato contro il vento. Dopo pochi passi si voltò e salutò. Pietro ricambiò. Rimase a guardarlo finché non sparì sull’angolo. Dentro era calmo; nessun rancore, nessun peso. Solo un tepore costante, come quando sai d’aver fatto bene il tuo lavoro, il pezzo perfetto, e puoi spegnere la macchina. Entrò, salutò la ragazza alla cassa, passò tra gli scaffali. Sui banchi scintillavano avvitatori, trapani, livelle. In un angolo, alcuni vecchi pialletti manuali, impolverati. Si fermò a guardarli, come si fa con vecchi amici. In spogliatoio si cambiò, prese la vecchia cartella. Dentro, una foto stinta: il reparto, i ragazzi giovani in tuta, lui al centro ancora con i capelli folti. Di solito non la tirava fuori, ma oggi le dita avevano cercato la carta da sole. Sulla foto alcune facce si distinguevano: uno era andato a Milano, uno sempre in ritardo. Tra tutti, ritrovò il Sascha ragazzino, col cappello e quello stesso sorriso. La scrutò. — Ti sei fatto trovare, allora, — sussurrò. La foto tremò nelle sue mani, non per debolezza, ma perché nel petto ora era più chiaro. La ripose accanto al vecchio blocco note con formule e nomi di operai. Chiuse l’armadietto, si appoggiò. Ora nella testa non giravano più rimpianti: solo volti, voci, risate. E la consapevolezza semplice che il suo lavoro non era andato perduto: viveva nelle mani e nelle parole di altri, anche se ora i torni sono computerizzati. Si drizzò, si sistemò la giacca e andò verso la sala, dove lo attendevano documenti e scatoloni. Passando tra gli attrezzi prese in mano un piccolo set di lime. Le girò, vide il prezzo. — Le prende? — chiese il commesso. — Più tardi, — rispose Pietro. — Ci penso ancora un attimo. Ma già sapeva cosa avrebbe fatto: la sera, col nipote, avrebbe tirato fuori la mola dal balcone, dato una pulita, controllato il filo. Gli avrebbe mostrato come il metallo cede, se la mano è ferma. Non per farne un tornitore. Solo per passare il testimone: quello che aveva ricevuto e che aveva trasmesso ai suoi ragazzi. A questo pensiero sentì caldo, più che col tè; sorrise a se stesso e riprese il cammino, con il passo stranamente più leggero di quella mattina.