Fiordaliso
Ma insomma, Fiorenzo! In che cosa hai preso questa testa tra le nuvole? E mo, vuoi pure un cane in casa?! Ma ti pare ragioni un attimo tu?!
Maaaamma quasi piangeva Fiorenzo, stringendo con forza quel piccolo cucciolo raccolto tornando da scuola.
Era così minuscolo, quel cane, che guaiva piano piano e faceva venire un brivido dietro alle ginocchia. Una sensazione strana che faceva quasi venir voglia di rincorrere la mamma, affondare il naso nel suo grembiule che odorava di sapone di Marsiglia e di soffritto, oppure mettersi a ridere di gusto per la felicità di avere fra le braccia qualcuno di vivo, caldo, che respirava e si stringeva forte addosso a quella giacca lurida magari proprio quella per cui prima o poi avrebbe avuto una bella sgridata.
Margherita prese il cucciolo con malcelato disgusto per la collottola, portandolo via dalle braccia del figlio.
Vai subito a lavarti le mani! Chi lo sa quali malattie ci saranno su sto affare che hai portato a casa!
Mamma!
Eh?!
Lo butti via? Gli occhi di Fiorenzo fissavano la madre, disperati, come se già dovesse inventarsi qualcosa per salvare lamico appena trovato.
Ma sei fuori?! Margherita rimase così sorpresa che quasi le cadeva di mano il cucciolo. Ma il piccolo, più sveglio di Fiorenzo, aveva già capito che non gli sarebbe successo nulla di brutto. Ma come ti viene in mente di dire certe cose a tua madre?
Scusa, mamma! Fiorenzo tirò su subito, col cuore sollevato. È che
Che solo lui? Ma io sbottò Margherita, quasi offesa. Ti sembro un mostro?! Fuori piove pure! Sto chiasso che sto a perdere tempo, e tu sei tutto zuppo! Prendi e vai subito in bagno a cambiarti! Dai, forza, Fiordaliso
Mentre il figlio saltellava lungo il corridoio della vecchia casa dove abitavano con altre famiglie, Margherita pensava che chissà come lavrebbero presa gli altri inquilini.
La signora Irene, quella con la bocca rossa come la camicetta, avrebbe stretto le labbra e, con voce roca da troppe sigarette, avrebbe sentenziato:
Devi educarlo sto tuo ragazzo, Margherita! Ci fa perdere la pazienza davvero!
Il signor Elio, invece, avrebbe strizzato locchio a Fiorenzo e, con le sopracciglia aggrottate, avrebbe avvisato:
La prima pipì che trovo, caro mio, ti faccio pulire il corridoio fino al Natale!
E la spumeggiante Antonella? Quella rideva sempre, prima avrebbe coccolato il cucciolo e poi avrebbe passato la mano tra i capelli a Fiorenzo:
Sei proprio un bravo ragazzo, tu, Fiore! E chai un cuoricino che vale oro! Mi raccomando, non perderlo mai, che ce nè rimasto troppo poco in giro!
Margherita sospirò, si girò verso le porte chiuse dei vicini e con due dita fece una carezza delicata al cucciolo, finalmente tranquillo.
Ora ti tocca il bagnetto, disastro mio! Scommetto che hai pure le pulci, eh? Giustappunto quello che ci mancava!
Il cucciolo, quasi avesse intuito che lo stavano coccolando e non sgridando, cominciò a muovere le zampette e Margherita dovette prenderlo più saldamente contro sé.
Dove credevi di andare, furbetto? Manco pensare di scappare, eh! Ti dobbiamo presentare come si deve, senno davvero ci cacciano tutti!
Margherita sinfilò in bagno dove Fiorenzo si era attardato, aprì la porta e sorrise sotto i baffi.
Cresci in fretta! disse, fissando il catino dacqua calda e quel panetto di sapone che già aspettava sul bordo.
Vai in camera a prendere il tuo asciugamano vecchio. Quello giallo, te lo ricordi?
Quello che tu usavi quando ero piccolo?
Proprio lui! Svelto! Che la signora Irene sta per tornare dal lavoro
Ci becchiamo, mamma?
Chi lo sa Spero di no! Ma comunque con lei ci parli tu, chiaro?
Fiorenzo restò in silenzio, un po pensieroso.
Un po mi fa paura.
Capisco. Ma anche lei ha il diritto di sapere, vive qui anche lei. Non hai chiesto permesso prima di portare dentro il cane, vero? E allora ora tocca a te trovargli le parole giuste per convincerla. Se hai avuto il coraggio di portarlo in casa, ora ci metti la faccia. È una tua responsabilità.
Il cucciolo, intanto, pareva sciogliersi nellacqua calda, mordicchiando pianissimo le dita di Margherita, che lo insaponava delicatamente. Il pelo, tutto impasticciato di polvere e fango, diventava pian piano chiaro, e si scopriva che il bastardino era quasi bianco. Solo che, in quei giorni randagi passati a cercare la mamma sparita chissà dove, si era inzaccherato a tal punto che quasi non sembrava più lui.
Basta così! Margherita avvolse il cucciolo nellasciugamano e lo consegnò a suo figlio. Dai, portalo in camera ad asciugarsi! Io scaldo un po di latte per il tuo lupo! Avrà anche fame, poverino.
Fiorenzo scappò via. Margherita svuotò la bacinella, si sedette sul bordo della vasca e si ritrovò a piangere.
Forse era il modo in cui il figlio laveva guardata prima di uscire. Forse era il calore di quel piccolo corpo agitato fra le sue braccia. O, chissà, era quella pena che solo le madri sanno provare per ogni essere vivente. Margherita ricordava bene il giorno in cui era arrivata a quella casa la prima volta. Giovane, senza sapere ancora nulla del mondo, con un bambino in braccio, era venuta a cercare aiuto dalla zia Maria, lunica che aveva risposto al suo grido.
E questa da dove arriva?! la signora Irene già allora era il comandante della casa condivisa nel cuore di Milano. Tu chi sei? E quel fagotto? Proprio i neonati ci mancavano! Maria, è roba tua?!
Eh certo, mia!
Zia Maria era una parente alla lontana, non proprio di sangue. Ma la mamma di Margherita, ogni estate, la portava con sé a trovarla, ripetendole:
E sola, poverina. Solo noi le stiamo ancora vicino. Peccato che gli altri parenti non capiscano il bene che ci si può fare E va beh, che la stanza sia piccola, e che ti dovrai arrangiare; però il posto è buono, la città è grande. Un giorno ti ci manderò a studiare, e zia Maria ti terrà d’occhio.
Chiaramente, la mamma diceva solo una parte delle cose. Ma allora Margherita non lo sapeva. La toccava lidea di quella stanzetta che dava sui Navigli, piena di rumori e vita, e gli abbracci di zia Maria, sempre felice di avere ospiti. Le piacevano le gite fuori porta, le ore nei musei, il tempo a camminare nei parchi con la zia che rispondeva a tutte le sue domande. Intanto la mamma, sempre di corsa nei negozi, rispondeva ogni volta piccata agli inviti della zia.
Poi qualcosa cambiò. La mamma smise di portarla. Forse litigarono, forse solo la voglia finì. Da allora si sentirono solo via lettera Margherita adorava scrivere di sera a quella zia lontana, anche se la madre continuava a ripeterle di smettere con quelle sciocchezze.
A cosa avrebbe dovuto invece pensare, Margherita lo scoprì a sedici anni.
Sei grande ormai. È ora di mettere la testa a posto!
In città?! A studiare? Margherita batté le mani dalla gioia, sognandosi già a casa della zia.
Ma fu subito gelata:
No! Quello lasciamolo stare Vai a lavorare in campagna, poi forse tecnigrafo. Insomma, sta con i piedi per terra. E pensa piuttosto a trovare marito. Qui di ragazzi ce ne sono, uno ti piacerà.
Ma mamma, io non voglio sposarmi!
E chi ti ha chiesto nulla? Che vuoi stare da sola tutta la vita? Come zia Maria? Ma dai! Non farmi arrabbiare
Pensare al matrimonio, Margherita proprio non ci riusciva. Sognava la città, voleva studiare, passeggiare per corso Buenos Aires del matrimonio, niente.
Invece, il destino scelse per lei.
La mamma, manco a dirlo, le trovò un fidanzato con una rapidità fulminea. In men che non si dica, Margherita si trovò tra auguri di amici, parenti e confetti.
Margherita non aveva voglia di farsi prendere in giro dal paese, e pure Michele, che conosceva da sempre, un po le piaceva. Le famiglie trovarono un accordo in fretta, e via: sposata e poi anche madre.
Ma la vita di coppia fu subito tosta.
Il marito, giovane e con la testa ai divertimenti, con la moglie incinta a casa non ci voleva proprio stare. Lamore tra loro era durato poco e presto tutto il paese chiacchierava delle scappatelle di Michele e della stupidità di Margherita, che non sapeva nulla di niente.
Laltra donna, la migliore amica di Margherita, portava la testa alta, senza vergogna; così la gente disse che sarebbe stata sicuramente colpa di Margherita se il marito cercava altro. Aveva trascurato il marito, eccetera eccetera. Ben le stava.
Parlavano alle sue spalle fino al giorno in cui qualcuno la mise davanti alla verità.
Margherita, appena saputolo, corse dalla mamma:
E che vuoi da me? Te lo sei scelto tu, ora te lo tieni!
Ma mamma, lui mi ha tradito!
Eh va be, son tutti così gli uomini. Non lo sapevi? Pure tuo padre, pace allanima sua, era uno a cui piaceva far festa fuori. È la vita, accettalo.
E lamore?
Lamore? la madre rise in faccia a Margherita. Lamore passa. Limportante è che hai una casa, un figlio. Tutto il resto si sopporta.
Margherita, basita, capì solo allora che la sua vita aveva preso una strada che non aveva mai desiderato. E che solo lei poteva scegliere come vivere: subire oppure insegnare a suo figlio che non si tradiscono mai le persone a cui vuoi bene, e che ogni scelta va portata avanti fino in fondo.
Vai, Margherita! Torna a casa tua! Io ho la mia vita, tu la tua. Se vuoi lavorare chiedi aiuto a tua suocera. Io ho altro da pensare magari trovo pure io un nuovo compagno.
Margherita sospettava che la mamma avesse qualcuno, ma non voleva saperne di più. Era chiaro, comunque, che a casa sua non sarebbe più tornata mai.
Cerano tanti parenti in giro, ma nessuno le offrì una mano. Non sapeva che la mamma aveva fatto in modo che nessuno la prendesse in casa dicendo questa vuole togliere il padre al bambino solo per una cavolata sua.
Ma a Margherita non importava più nulla. Quando la mandarono via, tornò lo stesso a casa. Mise a letto suo figlio, provò a distrarsi con il bucato, ma Michele rientrò presto, già informato dalla suocera.
Ah, quindi vuoi farmi fare brutta figura in paese?! urlò per la prima volta da quando si erano sposati.
La picchiò bene, senza lasciare troppi segni, e senza far piangere il piccolo.
Quando Margherita trovò il coraggio di alzarsi e impugnare un ferro da cucina abbandonato, Michele se ne andò, sbattendo la porta.
Non tornò più.
Vive con lamante! commentavano già le vicine, senza che lei chiedesse nulla.
Capì che i parenti non lavrebbero aiutata, allora telegrafò alla zia Maria, lasciò il recapito della zia ai suoceri e se ne andò, chiudendo con la sua vecchia vita.
Maria fu felicissima, ma scoppiò a piangere quando capì come erano andate le cose.
Che peccato, Margherita mia! Però si va avanti. Hai tuo figlio, cè da crescere. Per fortuna sono in pensione ormai, vi do una mano.
Zia, per i primi giorni
Niente storie! Siete di casa! Ti faccio la residenza e portiamo Fiorenzo allasilo. Poi troverai lavoro, ma prima devi riprenderti un po.
Margherita però ci mise del suo. Cercò da sola lavoro e, finché zia Maria la aiutava con il piccolo, lei puliva scale in due condomini. Non erano grandi soldi, ma bastavano. Si riprese un po, si comprò qualche vestito nuovo (zi Maria cuciva benissimo), e finalmente sorrise di nuovo. Dopo un anno, appena riconquistata un po di sicurezza, andò pure a studiare e poi trovò un posto come impiegata. Simpatica e capace, fece carriera veloce; tutti la chiamavano signora Margherita, e Fiorenzo era fiero della mamma.
Con i vicini fu un po più difficile.
Tre erano gli inquilini di zia Maria.
Irene geologa, una forza della natura; sempre da sola, diceva che figli e famiglia erano roba da altri, non sono mica a posto io stessa, figuriamoci educare qualcuno.
Elio vecchio scapolone, ex operaio di fabbrica, convinto che lamore fosse cosa da pochi. Lunica fidanzata della sua vita gli aveva svuotato il conto e pure rubato gli orecchini doro di sua madre. Li recuperò, ma lamore finì del tutto. Da allora niente donne, solo aiuto e consigli alle vicine di casa.
Antonella, la terza, pittrice di mestiere, aveva le idee chiare su quello che voleva dalla vita: figlio, un bravuomo e soprattutto pace. Ma la pace era un sogno! Sempre nei pasticci con uomini sbagliati, sempre pronta però a riprovarci, con grinta e una risata pronta.
Quando Margherita arrivò con il figlio, Irene si oppose con tutto il fiato:
Ospiti ok, ma mica ci resta per sempre, questa! Io voglio pace, non poppanti che piangono di notte.
Come sempre, fu Elio a calmar gli animi.
Irene, su, mica siamo bestie! Lasciamo una madre con un neonato fuori casa? Dai, non scherziamo!
Elio, non menare il can per laia! È estate, mica le buttiamo fuori!
Ma arriverà linverno! Ci serve un po di cuore. Guarda questo tempista, che guance! Irene, scommettiamo che tra un anno lo chiamerai Fiordaliso?
Mai e poi mai! replicò Irene secca, guardando però il piccolo che la fissava sorridendo. Se lo avrebbe chiamato Fiordaliso, lo scoprì da sé: ben prima dellanno, si ritrovò a viziare il bambino con dolciumi, facendo finta di non esserne responsabile.
Fiorenzo cresceva tranquillo. Andava allasilo, passeggiava con la mamma e zia Maria nei Giardini Pubblici, senza mai disturbare i coinquilini. Non faceva capricci, non urlava la notte, non distruggeva nulla. Quel corridoio lunghissimo pieno di roba tutto era meno che noioso: era il suo personale castello dei tesori, la sua isola che non cè.
A volte navigava in lavatoi di plastica (quelli di Irene), comandando ciurme di marinai immaginari e ordinando rum! (Aveva sentito la parola da una storia di pirati e ormai la ripeteva sempre).
Altre volte si infilava nellarmadio di Elio, tra cappotti e pellicce di naftalina, e faceva finta che quella roba fosse un orso contro cui combattere.
E da Antonella, sotto al comodino cerano mille scatolette di vernice e pennelli. Una volta provò a colorare la porta della stanza con tutti i barattoli: risultato allegro e psichedelico. La mamma lo sgridò, Antonella invece rise forte, poi però si ripitturò tutto di blu, lasciando a Fiorenzo il compito di disegnarci delle nuvolette.
Bello! Dovresti andare a scuola darte, Fiordaliso! Chissà che domani non diventi un artista.
Margherita ci pensò sul serio. Lo portò davvero a scuola darte. Non lo presero perché era troppo piccolo, ma uno degli insegnanti, dopo aver sfogliato i suoi disegni, propose: Lo seguo io.
Suo figlio ha talento. Dategli tempo e si vedrà cosa diventa! Lo prendo io sotto la mia ala!
Per Fiorenzo, quelle lezioni erano un regalo. La nonna lo portava in tram in via Brera, lo aspettava in silenzio fino alla fine, ammirando i bambini che dipingevano i loro mondi.
Poco dopo la casa assomigliava a una galleria darte: Antonella selezionava i disegni, Elio faceva cornici e tagliava vetri, Irene si aggirava con uno scialle sulle spalle e commentava ad alta voce:
Un giorno ci farai parlare di te, Fiordaliso! Senti la zia Irene, eh! Metti giù sti capolavori!
Fiore rideva, annuiva e avrebbe dipinto pure di notte.
Forse per questo aveva meno paura della mamma su cosa avrebbero detto i vicini, quando tornò a casa con un cucciolo fradicio nelle braghe.
Nemmeno stavolta, i vicini delusero.
Ma guarda qua! Che hai trovato, Fiordaliso? Irene prese il cucciolo ormai rintronato di latte e tepore e gli stampò un bacio sul naso. Mi serviva una signora col cagnolino! Finalmente! Margherita, da oggi tocca a me il turno serale, si va a spasso insieme! Magari alla fine trovo lamore anche io
Irene!
Io sto con lei! Che ho mai detto, scusate Margherita, guarda tuo figlio piuttosto!
Ecco!
Nessun ecco! Abbiamo un bambino buono, qui! E mi pare una cosa bellissima! Non so che ne pensano Elio e Antonella, ma il mio voto lhai avuto, Fiordaliso! Dai un nome a sto piccoletto. Margherita, ci vuole un bel guinzaglio, che dobbiamo fare bella figura!
Noi?
Ma certo! Io e questo furfante! Irene lo ridiede al piccolo, e se ne andò lasciando spazio a Elio, appena tornato dal lavoro.
Lui nemmeno parlò: strizzò locchio a Fiorenzo, gli diede una carezza e chiese il tè. Il giorno dopo arrivò con un collare troppo grande (ma bello come pochi) e un guinzaglio da mostrare in strada.
Antonella manco notò il cane; stava finalmente vivendo una nuova storia damore e aveva occhi solo per le sue scarpe nuove.
Quando infine zia Maria tornò dal suo soggiorno al lago, vide il nuovo amico anche lei e minacciò affettuosamente Fiorenzo col dito:
Ora ci pensi tu, tesoro! Non devi deludermi!
Passeranno gli anni e in una luminosa stanza, appeso dietro la scrivania di Fiorenzo diventato ormai un rinomato pittore , ci sarà un quadro con un cane bianco e tanti volti. E, ogni volta che i suoi allievi, incuriositi, gli chiederanno chi fossero quelli, Fiorenzo risponderà sempre così:
Erano le persone che mi hanno insegnato davvero cosa vuol dire amare. Senza di loro non sarei niente.
E cosa le hanno insegnato, maestro?
Tre cose: amare chi ti sta vicino, rispondere sempre delle proprie scelte
E la terza?
Mai usare lolio quando puoi cavartela con lacquerello. Ecco. Ora basta domande! Al lavoro, ragazzi! Il mondo aspetta i vostri capolavori.
E se non ce la faremo?
Allora tanto vale non provarci nemmeno. Solo chi tenta, sbaglia, riprova e non molla mai può riuscire. Gli altri non vinceranno nulla! Fiorenzo sorriderà, indicando le finestre aperte sui Navigli e su Milano, la città della sua infanzia. Anzi, il sole vi sta già sfuggendo! Io, se fossi voi, mi sbrigherei E ricordate: credo in voi come hanno creduto in me! Potrete farcela, ne sono sicuro!






