La mia piccola Raia
Nel nostro appartamento condiviso non regnava proprio larmonia più totale, ma neanche si litigava più di tanto.
Eravamo gente perbene, non si toccava nulla degli altri, si puliva il corridoio a turno, nessuno faceva rumore dopo le dieci di sera, le feste venivano celebrate nelle proprie stanze, ma sempre con qualche visita ai vicini per un brindisi.
Io e mamma abitavamo nellultima stanzetta, proprio accanto alla porta dingresso. Probabilmente, in tempi passati, quello sgabuzzino serviva da cameretta per la domestica. Si racconta che in quellappartamento, prima di noi, vivesse una famiglia di un famoso zoologo dellUniversità, poi emigrato inspiegabilmente verso Milano, così da lasciare la casa a disposizione di altri bisognosi di vivere in città. Da quel professore ci erano rimasti solo dei vecchi uccelli impagliati civette e corvi che sapevano di naftalina. Stavano sulle mensole in alto a fissarci con quegli occhi strani, fatti non si sa di cosa, tutti spelacchiati, con la pelliccia rovinata dal nostro gatto Filippo, che li considerava i suoi nemici e li vendicava ogni volta che poteva.
Se il nostro vicino, Nicola Vitale, da ubriaco pestava la coda a Filippo, non se la prendeva con Nicola, ma con quella civetta dagli occhi gialli. Se la signora Anna, moglie di Pietro Giovanni, portinaio alle terme di Bagni di San Giovanni, non condivideva con Filippo la spesa, scacciandolo dalle borse della cucina, la povera vittima diventava il corvo o magari la colomba, anchessa vecchio ricordo del professore.
Perché nessuno abbia mai buttato quegli uccelli impagliati via, non saprei dirlo. Ma mamma diceva sempre che Filippo avrebbe altrimenti dilaniato le nostre cose.
Che sfoghi pure su quei trofei sospirava, scrollando le spalle.
Mia madre era una donna allegra, ironica, sempre a cantare, anche quando era stanca, e non si perdeva mai danimo. Così mi voleva insegnare a vivere.
A quindici anni persi mia madre. Non ne parlava con nessuno, ma un giorno si spense lentamente, diventò pallida, non arrivava più neanche in cucina senza stancarsi. La signora Anna le cucinava il brodo, ma lei non riusciva a mangiare, e per educazione mi chiedeva di finirlo io. Lo zio Pietro le portava mazzi di tulipani e margherite, li lasciava accanto al letto, e con voce grossa e allegra parlava del tempo, si lamentava che col caldo, le sue patate sarebbero di nuovo sdraiate, e lei annuiva, con le spalle raccolte e uno sguardo come di scusa
Si è liberata dalla sofferenza commentavano le persone, portando la bara lungo il viale del cimitero. Ha smesso di soffrire. Ora vola come una colomba bianca su di noi. Guarda! Guarda, Sandro! È tua mamma, la sua bella anima!
Qualcuno mi prese il mento, mi fece alzare il viso al cielo. Ed effettivamente, sopra di noi volteggiava una colomba bianca.
Non esiste nessun Dio. Non esiste nessuna anima. Lasciatemi! Basta! urlai, mi divincolai, grosso e goffo, con rabbia. Tutto era ingiusto! Tutto! E anche il fatto che dovessi ora vivere con qualche zia sconosciuta, chiamata alla chetichella dal paese, proprio nei giorni in cui mia madre si stava spegnendo. Mi pareva si chiamasse Raissa Maria. Avrebbe dormito sul letto di mamma, usato la sua coperta, toccato le sue cose
Non potevo immaginare, né sopportare, neanche per un momento, che sarebbe stato davvero così. E se Dio non cè, perché portano le icone, perché?! Mamma non le amava affatto, e in chiesa non ci andava mai! Basta, smettetela!..
Tremavo, con il viso bagnato di lacrime, anche se mi dicevo che era solo pioggia, stringendo i pugni e digrignando i denti.
Serve mettere una candela per la sua anima mormorò qualcuno dietro di me. Almeno è riuscita Addio, almeno. Abbiamo vissuto con dei litigi, ma la accompagnerò con la pace. Riposa serena, Nina, cresceremo bene il tuo Sandro, ne sarai orgogliosa.
Passò accanto a me una donna con un cappotto di lana grigia e foulard, con le sue gambe robuste che schizzavano l’acqua delle pozzanghere dappertutto. Ormai sui collant aveva lasciato scie marroncine, e le sue scarpe parevano fradicie, ma lei non ci badò, venne accanto alla fossa, si fece il segno della croce, si chinò e lanciò una manciata di terra.
E il prete dovè? Non lavete chiamato? Cosa? Ha già pregato? Va bene. Io sono Raissa Maria. Ci conosciamo, dora in poi Sì Sì, sono la zia… Che dolore, quasi non ci credo Sì diceva con voce profonda, guardando di sfuggita tutti i partecipanti al funerale, e poi fissando proprio me.
Me ne stavo in disparte, zuppo, con gli occhi rossi e i pugni stretti.
Tu sei Alessandro? Proprio come tuo nonno, hai il sangue forte, niente ti scalfisce Accetta le condoglianze, nipote. La tua mamma si è liberata. Che la terra le sia leggera. Dai, non piangere più! Basta, è superfluo! E mi strinse con forza al suo petto, sorprendentemente sodo, e mi diede qualche pacca. Dora in poi vivi con me. Ah, Nina sospirò Raia Maria. Alzai lo sguardo su di lei. Zia Raia non piangeva. Mi guardava tranquilla e sicura, poi fece cenno con la mano. Su, andiamo, Sandro. Dubito che abbiate preparato qualcosa per il rinfresco. Tua madre ha lasciato qualche soldo?
Ne ebbi ribrezzo. Era appena arrivata e già contava i soldi di mamma. Bella zia, davvero!
Non vengo da voi. Tornerò quando mi pare, risposi secco.
Fa come vuoi. A presto, Sandro, accettò lei senza scomporsi. Io un po di roba lho portata, bisogna cucinare
Si allontanò spedita verso i cancelli del cimitero. Io invece restai a fissare le file storte delle tombe. Ora anche mamma era là, come poteva essere
A lungo vagai per la città, fradicio e infreddolito, e alla fine tornai a casa.
Filippo si strofinò sulle mie gambe, miagolò comprensivo, poi sentendo gocciolare addosso a lui la mia pozzanghera gelida, balzò via.
Sandro? Sei tutto bagnato? Vieni in cucina, abbiamo preparato il tavolo, siediti, ricordiamo tua madre. Niccolò Vitale, organizza una sedia al ragazzo, per favore. E tu, Anna, taglia ancora un po di salame, non essere timida! Un po di stuzzichini ci vogliono ai funerali! impartiva istruzioni Raia.
Era già in un vecchio vestito nero e un leggero foulard di garza trattenuto da mollette di ferro tra i capelli.
Abbassai lo sguardo e sulle sue gambe vidi le pantofole di mamma. Le avevamo comprate al mercato da una signora venuta dal Sud, che vendeva roba portata da laggiù. A mamma erano piaciute tanto, ma si vergognava di spendere, così la venditrice le lasciò a metà prezzo.
Toglieteli! ringhiai. Subito! Sono di mamma!
Raia guardò i suoi piedi, mosse le dita, poi si sfilò le pantofole, andando in cucina completamente scalza.
Sandro È una tua parente, anche se non la conoscevi bene Vale la pena arrabbiarsi così per delle sciocchezze? tentò zia Anna, porgendole delle ciabatte.
Non sono sciocchezze. Sono di mamma, sussurrai e mi rifugiai nella nostra camera. Nostra, non sua, di Raia.
Ma dentro già tutto era diverso. Altra tovaglia sul tavolo, centrini sulle mensole, letto spostato e rifatto. Adesso cera un copriletto vistoso con una tigre gigante.
Sul comodino non cerano più il profumo di mamma, il suo quadernetto e il libricino di Leopardi, ma una pila di lenzuola, vestiti di pizzo orrendi, calze arrotolate.
Mi voltai, mi tolsi la camicia bagnata, incollata addosso, sfilai i pantaloni, pescai vestiti a caso nellarmadio e andai in bagno. Restai a lungo a lasciare scorrere lacqua, guardando come scendeva nello scarico arrugginito. Sulla mensola non cera più lo spazzolino di mamma, ora invece compariva una saponetta alla fragola, nuova, incartata. Ormai Raia aveva stanziato a lungo da noi
Quando tornai in cucina il tavolo era silenzioso, zia Anna sospirava, lo zio Pietro mi porse una sedia. Niccolò Vitale sistemò il bicchierino poggiato lì col pane nero sopra.
Siediti, Sandro. Ricordiamo la tua mamma, disse Raia Maria, mettendomi davanti un bicchierino.
Ma no, non deve! È ancora un ragazzo bisbigliò Anna, ma la mia zia si limitò a una risata.
Ragazzo? Ha appena seppellito sua madre. Da oggi è adulto. Bevi, Sandrino. E mangia un po di salame, che serve a scaldarsi. Nina, riposa serena!
Raia Maria prese il bicchierino e lo buttò giù. Tutti la seguirono, indietreggiando un po il capo. Chiusi gli occhi. Non avevo mai bevuto grappa
Saaaandro! Sandro, ti sei addormentato? mi scosse la zia Raia per la spalla. Normale, hai bevuto troppo Ma per la mamma si può. Dora in poi basta. Va a dormire.
Alzai la testa, guardai attorno. Gli uomini erano già andati via. Le donne sparecchiavano, lavavano i piatti.
Dove avete messo le cose di mamma? urlai, colpendo il tavolo con il pugno. Perché avete toccato?! Non avete il diritto! Non siete nessuno, è uno spazio di mamma, rimarrà suo. Andate via!
Mi alzai, stringendo i denti per il malessere. Mi lanciai su Raia Maria, pronto a colpire, ma lei inaspettatamente mi bloccò e trascinò di peso in corridoio.
Mai, Sandro, mai e poi mai, davanti agli altri, mettere in piazza i litigi! sibilò allorecchio. I panni sporchi si lavano in casa. Le cose di Nina le ho lasciate in ordine sulla tua scrivania, lo sapevo che ci avresti tenuto. Ora vai a dormire, domani parliamo di diritti e doveri.
Mi spinse in stanza e chiuse la porta. Quella fu la prima notte che ascoltai il russare di zia Raia
Prima russava sonoramente, poi gemeva, poi si lamentava: aaah-bababa-aaah
Mi rigirai, poi andai in cucina e mi appoggiai al muro azzurro, freddo. Di tanto in tanto i vicini uscivano e sbattevano le porte. Alle cinque Niccolò Vitale si alzò, zia Anna gli fece luovo, il bollitore sferragliava sui fornelli.
Sandro, ma tu non hai dormito? si affacciò Raia in cucina, stringendosi addosso una vestaglia blu scurissima, lisa sotto le ascelle. Filippo le girava attorno alle gambe.
Mi disgustavano un po le sue cose, tutte usate. Mamma si vergognava a mettersi addosso roba rattoppata, la sistemava, cuciva pizzi, oppure trascinava me al mercato per comprare qualcosa di nuovo.
Non hai dormito, dicevo? si chinò su di me Raia. E mi stupii: non sapeva né di bagordi né di vecchio. Profumava di dentifricio alla menta e di sapone, molto gradevole.
Non volevo, mormorai.
Va bene. Ora ti sfamo. Prendi delle uova contadine, delle conserve. Dai da mangiare a un ometto! A che ora inizi scuola? Metteva le mani sui fianchi, e osservava la cucina. Ma non va, questo!
Zia Anna si bloccò col tegame, Niccolò Vitale si restrinse, anche Filippo si fermò, mancò poco che non saltasse sul davanzale.
Che succede, Raia Maria? chiese sottovoce Anna.
Cè troppo silenzio! Non va bene! spiegò Raia.
Ma ieri abbiamo perso una persona
Ma quando mai Nina amava il silenzio? No, su! Nina lo temeva il silenzio. Non ve lha mai detto? Una volta nostro nonno Achille, cieco ormai, lha chiusa per sbaglio in cantina. Apriva, prendeva quel che gli serviva, e lei si era infilata; non l’ha vista. Quando son tornata io, niente Nina. Poi si sentì grattare. Le chiesi perché non avesse urlato, e lei disse che il silenzio la strangolava, che pareva di stare sotto terra.
Sandro! Ma non è vero che tenete sempre accesa la radio o che lei canticchiava? Dillo! si rivolse a me.
Alzai le spalle. Ho sempre pensato che la radio fosse normale sottofondo, parte della vita in comune, a volte mi dava pure fastidio.
Poi ricordai quella volta che studiavo e mamma cantava e cuciva seduta accanto. La sgridai, presi il libro scappando da Pietro Giovanni. Lui mi lasciava sempre entrare, capiva che volevo nascondermi ogni tanto
E allora, ecco. Sandro conferma! Dovè la radio qui? Ah, eccola. Così Nina si sentirà meglio. Lanima è qui che passa quarantacinque giorni tra noi. Nina, non te la prendere, io ci sono, ora sono qui con te E Raia si mise a piangere. Il giorno prima si era trattenuta, tutti stupiti che non ci fosse una lacrima, ed ora invece si sfogava
Zia Anna provò a consolarla, ma Raia scappò in camera. Io rimasi impalato. Dovevo seguirla o piuttosto lasciarla sola perché si vergognava delle sue lacrime?
Dai, siediti, Sandro. Mangia. Zia Raia si riprenderà. mi rassicurò Anna.
E così abbiamo ricominciato a vivere. Raia Maria russava la notte, io mi svegliavo spesso e lei al mattino si scusava, prometteva di non disturbare più.
Ma io quasi ne ero felice di non dormire. Se avevano ragione, e lanima esiste, forse la mamma era lì, accanto. Magari la vedevo, anche solo un istante? Mi mancava troppo; mi sembrava di non averle mai detto quanto la amassi davvero. Anzi, non glielo dicevo mai, per timidezza. Solo a volte le prendevo la mano e la baciavo. E lei diventava impacciata, e io pure
Zia Raia, perché voi e mamma avevate litigato? le chiesi una volta tornando da scuola. Lavevano convocata per il mio disastroso rendimento.
Me ne stavo dietro la porta, ad ascoltare. La segretaria del preside, Elena Ivana, era già andata via, quindi niente ostacoli.
Parlava lui, il preside Stefano Vittorio. Che capisce, certo, la situazione ma io? Ero rimasto indietro, sempre a guardare fuori dalla finestra. Quaderni vuoti.
Raia Maria ascoltava in silenzio, solo qualche sospiro. Proprio come quando avevo lavato male il pavimento del corridoio: sospiro, mi toglieva lo straccio e faceva lei. Grande comera, dalle mani forti, puliva in silenzio, e io lì fermo col timore che prima o poi me le desse. E invece voleva solo un po dacqua.
Alla fine lei parlò:
Ha ragione, preside. Sandro è proprio un pessimo scolaro, sempre con la testa tra le nuvole! Vabbè che ha appena perso la madre, ma ora ha sedici anni, mica un pulcino Una volta, in paese, ci morivano i pulcini e non si stava tanto a piangere Ma lo sa che per un figlio la madre è tutto? Le femmine sono più attaccate al padre, i maschi adorano la mamma. Nina era una persona meravigliosa, di cuore immenso non ne ho più incontrate così. E ora il Signore lha voluta con sé
Il Signore non esiste, Maria Raia, non mi racconti favole! tagliò corto il preside.
Il Signore forse no, le parole però contano, rispose ironica la mia zia. Se a lei manca, vive come un pezzo di legno. Sandro e sua madre invece ne avevano. E ora a lui manca il calore, soffre. Non gliela sostituirò io, siamo diverse. Però prometto che dora in poi i suoi quaderni saranno a posto. Questo è importante.
Poi si alzò, rimise la sedia a posto, mi afferrò per un braccio e via fuori.
Le chiesi allora: cosa era successo tra lei e mamma?
Ah, Nina era tutta libri e cultura, io invece dura di cuore, sempre a fare tutto in casa, lei invece nascosta a leggere. Non ce la feci più, le dissi di tutto: che pesava su di me, che non faceva nulla E così se ne andò. Poi incontrò tuo padre, sei nato tu, ma non si sposò mai E io la giudicai ancora. Mi venne il nervoso, pensavo ci facesse fare brutta figura; poi invece mi accorsi che lei era tanto più felice di me. Aveva unanima grande Mi dava fastidio, perché era migliore. E ora niente si può più rimediare. Niente
Mi strinse più forte la mano, e io, chissà perché, la abbracciai. Sapeva di sapone alla fragola e lana bagnata. Scendeva la neve, era tutto solenne e bellissimo. Da lontano ci guardava una donna. Cercavo di vedere chi fosse, ma le lacrime mi impedivano di metterla a fuoco. Poi la figura sparì.
Lhai vista, vero Sandro? Lhai vista? mi bisbigliò Raia. È venuta a salutarci. La nostra Nina
Così piangemmo, senza farci problemi, dimenticando i miei brutti voti. Piangemmo lungo tutta la strada. Poi tornammo a casa, ci bevemmo un tè con marmellata di fragole e ascoltammo una commedia radiofonica. La cucina era pulita e luminosa, davanti a me cera Raia Maria, una vera matrona col fazzoletto sulle spalle, che beveva il tè dal piattino. Quella sera accettai finalmente quella mia zia. Era il mio sangue
Anche Filippo era con noi. Da quando era arrivata Raia, era cambiato: niente più guerra agli uccelli impagliati Raia li aveva buttati via ora passeggiava come un principe, oppure si sdraiava nel sole dentro la nostra camera
Verso Capodanno, Raia decise di sistemare larmadio. Appeso, tutto coperto da una vecchia federa, cera il cappotto buono di mamma. Non lo indossava mai, lo teneva come un tesoro.
Sandro, un cappotto va gelato! commentò, tirandolo fuori a fatica.
Perché?
Così il pelo rimane sano, la tarma non lo rovina. Lo lasciamo tutta notte sul balcone, per fortuna qui ce labbiamo. Guarda che cappotto, Sandro. Vieni a vedere!
Raia se lo mise sulle spalle e faceva gli occhi da civetta. Niccolò Vitale, passando, si fermò alla porta ammaliato.
Siete splendida, Maria Raia! Proprio splendida
Arrossì, uscì di corsa, e noi a ridere come bambini.
Così il cappotto restò tutta notte fuori. Al mattino era sparito. Pensammo fosse volato via col vento, ma nulla.
Secondo piano, Sandro! Comè possibile?! Lhanno rubato! Hanno rubato il cappotto di Nina! si disperava la zia. Perfino la colazione aveva bruciato.
Su, non vi fate ammalare per il cuore! corse Niccolò con delle gocce calmanti, ma Raia non voleva saperne.
Colpa mia! Non lho protetto, ho perso leredità di Sandro! si martellava.
Superammo anche quella, si fece persino labitudine allidea. A volte però Raia mandava ancora maledizioni ai ladri, sventolando i pugni, meno però che allinizio.
Allinizio di febbraio andammo insieme al mercato. Serviva della buona carne per il bollito. Raia mi portava in giro da una bancarella allaltra, odorava, guardava, scuoteva la testa, mi ritrascinava indietro, poi allimprovviso mi afferrò per la manica.
Che cè, zia? Hai scelto? Che fatica stare qui a girare, sbuffai. Ma lei non rispose, fece solo cenno con il mento davanti.
Lì, in fila per la mortadella, una donna dalla faccia vissuta, voce roca, e una pelliccia la nostra pelliccia!
Raia mi piantò la borsa in mano, si gonfiò come una vela e si avventò.
Quella donnetta avrà avuto un sesto senso, si guardò intorno, vide la furia di Raia avvicinarsi, e si mise a correre.
Le sarebbe andata meglio a nascondersi tra la folla, invece noi, come due cavalli lanciati, la inseguimmo. Tenni stretta la borsa, la infilai in tasca.
La donna in pelliccia inciampava, si stancava, si girava nervosa.
Ridammi la pelliccia, lurida! Ridammi che ti conviene! urlava Raia allungando i passi e agitando le braccia. Fermati, beccaccia! Sandrino! Girale attorno! Ma che corri, cagnolino senza coda!
Era una strada lunga, nessuna via di fuga tra i recinti. La inseguiamo finché Raia esaurì nomi di animali; allora iniziò a ringhiare. La ladra presto si arrese, lanciò la pelliccia per terra e, stringendo la borsa, scivolò tra le assi di una recinzione, sparendo.
Noi, tutti rossi, senza fiato, ma felici, trascinammo la pelliccia a casa. Raia raggiante la stringeva o la portava, fiera come per un trofeo. Io le reggevo le maniche.
Poi ci fermammo e scoppiammo a ridere. Ridevamo come i bambini quando tutto ciò che fa paura è rimasto alle spalle, e la vita torna leggera.
Fu allora che davvero riconobbi zia Raia, la mia Raia, come poi lavrei chiamata. Raccontava di mamma, della loro infanzia, di come la mamma recitasse nel teatrino scolastico e lei cuciva i costumi con vecchi abiti suoi.
Solo dopo ho capito che quei suoi racconti, il nostro ridere, il profumo della stanza di mamma era tutto mamma. Sì, credo proprio che esista qualcosa di più grande, che non si vede ma resta: anima, memoria, chiamatela come volete, è la stessa cosa. Mia madre, la mia Nina, è ancora qui. È in Raia, nei miei sogni, perfino nella pelliccia ed è una battuta, questa.
La pelliccia, comunque, labbiamo poi venduta. Con gli euro del ricavato mi hanno comprato un bel completo per la licenza. Mi sembrava di stare davvero male vestito, Raia però piangeva commossa e diceva che sembravo uno sposo. Mia cara, mia cara E adesso piangi ancora più spesso? Non devi! Va tutto bene, davvero; va tutto, tutto alla grande.





