La Casetta di Campagna Italiana

Cascina

Che succede, piove? Ludovica si tirò la coperta fin sopra la testa. Che schifo, che freddo! Mi alzo più tardi, quando tutto si sistema fuori. Come? Nevica? Una bufera? Uffa! Non mi alzo proprio! Chi ha acceso la neve di nuovo, eh?! Non avete proprio vergogna! Avevo comprato delle scarpe nuove, le avevo già preparate, oggi dovevo uscire Ora niente, resteranno in corridoio e tutti potranno inciampare su di loro! Metterle via? Ma no, ragazzi, gli orsi in letargo non mettono via niente. Ed io, ora, sono proprio in letargo, in una tana profonda, così profonda che non riuscirete a trovarmi! No, non sento la sveglia! No, ho detto, non sentooo niente! Perché sto urlando? Urlo perché non sento nulla, ma voi non mi credete. Basta tirare la coperta, è pericoloso! Perché?

Ma non sapete che non si sveglia un orso, altrimenti diventa cattivo? Non lo sapete? Beh, lo scoprirete adesso! Anche se no, io proprio non mi alzo. Fino all’estate Il piumino è ancora in lavanderia e le scarpe nuove in attesa. Non sono pronta per il vostro inverno. Qui è sempre inverno, poi di colpo estate; non avete imparato la geografia, eh! Le persone perbene hanno pensato quattro stagioni: dovrebbero venire una dopo laltra, senza saltarne nessuna. Vale anche per linverno! No, non so cosa significhi Marzo mettiti due paia di pantaloni!, nonna! Io i pantaloni non li metto. No, quelli non sono i miei leggings sulla sedia. E perché lo dici ad alta voce, che sono cose personali! Io mica urlo che tu canti le stornelli sotto la doccia! Basta! Ridammi i leggings e vai pure dove dovevi andare. Io sono un orso, ho la tana, la zampa e il sonno, sano e profondo. Basta scampanii! Anche se devi andare a lavoro, nessuno ti obbliga a far rumore così. Dio mio! Spegnete la radio, che sto dormendo! Come? Non è la radio? Il capo? Ma quello è il tuo capo, che chiama sul mio telefono? Non è il tuo? Di chi allora? Mio? Dottor Riccardo cè scritto? Oh Pronto Prontoooo Ludovica si rizzò a sedere così di scatto che le girò la testa. Sono rauca? No, direttore Riccardo, sto benone, proprio

Ma insomma, perché urlate tutti con me oggi?! Non con me? Ah, siete in coda? Io dove sono? Ludovica si guardò intorno. Sono in tana cioè anchio in coda! Certo! Macchine ovunque! Eh sì, la capisco, dottor Riccardo! Sembrano infinite, come se le strade fossero di gomma! In che via sono? Mmm e voi? Siete in viale Italia? Sì?! Stretti nella corsia di sinistra? E io anchio lì! Sul viale! Che auto? Rossa ovviamente, lo sapete che ho una Fiesta rossa, me lha regalata papà, sì. Mi vuole bene? Secondo voi? Boh, papà è severissimo. Parlo strano perché sono bloccata, schiacciata anchio, a malapena mi muovo! Ludovica scansò la coda della sua gatta Mina dalla faccia. La Fiesta è piccolina! Cosha che sembra che sia su una poltrona di fagioli?! Ma non è vero! Le dico, sono in coda! Plastico? Lo sto portando, sì. La cascina? Non la vuole più? Allora una villetta. Solo una sciocchezza. No, non parlo del plastico, direttore Riccardo, ma della strada. Comprano la patente e poi sfrecciano dappertutto, già! La villetta è qui con me, accanto, cioè seduta, cioè Aspetti un attimo, la richiamo Mina, Mina ma cosa vuoi da me?

Non senti che sto parlando col mio capo?! Se lui mi licenzia, guarda che per il tuo cibo non cè più un euro, capisci? Perciò lasciami parlare. Lui pensa che io sia in macchina. Ahah! Mina, micetta mia! Ma dove volete che vada con sta bufera Dopo Tutto dopo Qualcuno dia da mangiare alla gatta! Io? sentì la voce della nonna dal corridoio, Ludovica sbuffò. Devo fare tutto io? Bellaffare! Gli orsi non nutrono gatti! Basta, io dormo. Linverno è finito? No? Benissimo. Ah, che sonno mi avete interrotto Eppure stavo sognando qualcosa un sogno proprio Oh cielo! Direttore Riccardo? Perché siete nel mio letto?! Ludovica finalmente si svegliò, si accigliò, infilando il cellulare sotto lorecchio. Tenere in mano il telefono era pesante, aveva male alle braccia.

Non è il letto, è la coda? Ah Non ho riagganciato Ma non gridate, direttore Riccardo! Va bene! Mi sto già alzando! Ecco, sono su e corro! Mamma! Presto, caffè e cornetto! Vabbè, senza cornetto! E senza caffè! Nonna, abbi un po di pietà! Cosa? Fannullona? Io sarei una fannullona? Ho costruito quella cascina in legno, una vera villetta! Vero direttore Riccardo, è una villetta! Nonna, un pezzo di pane anche piccolo Sì Buono! Dovè il mio cappotto? Nonna, il cappottino mio?! Ma chi ha messo qui queste scarpe di camoscio? Queste italianissime scarpe, pagate una fortuna? Io Sì Sono proprio quelle Cosa, dottor Riccardo? Non devo più sbrigarmi? Non più E la cascina? Non serve più? Ma io ho lavorato tutta la notte, direttore! Tutta la notte! Mi avete detto che era urgente, ho mandato via il nonno dal garage e ho segato e incollato tutto Cosa? Devo ringraziare il nonno? Dovè ora? Nonno! Nonno, vieni che il direttore vuole parlarti! Come? Scusate direttore Riccardo, il nonno è uscito. Nonna, dovè andato? A prendere il cornetto? Scherzo? È uscito nella bufera, non so altro. Beh, allora parto, direttore Riccardo! P-a-r-t-o!

Ludovica uscì di corsa dal portone, in tailleur blu scuro e cappotto nero. Metteva i piedi un po a caso, perché davanti a sé teneva il plastico di una graziosissima villetta. Allinterno sembrava accesa una lucina, e alla finestra cera appiccicata una figurina di una gatta. Non era prevista nel progetto, ma Ludovica ci teneva tanto: con la gatta alla finestra era tutto più accogliente!

Stava per scivolare, quasi a cadere, ma la nonna le sorresse da dietro. In un fazzoletto grigio, gilet di pelliccia sopra l’abito da casa e pantofole, accanto alla villetta Ludovica sembrava quasi una turista nordica.

Dai, lascia a me! ordinò severa la nonna. Guarda che finisci per romperlo, tutto quel lavoro per nulla! Conosco il tipo! Oh, Ludovica! Cosa ne sarà di te?! Allora, dovè la tua carrozza? Ringrazia il nonno che stamani ti ha spazzato la neve! brontolava Maria Assunta, camminando veloce lungo il marciapiede e guardandosi attorno. Dovè la tua bestia rossa? Che idea strana ebbe tuo padre di regalarti proprio una Fiesta! Non ci si può fidare di te per niente! Solo col legno ci sai fare. Il garage, solo trucioli e segatura, e dove li trovi tutti quei pezzi di compensato?! Ti hanno portata a Milano, ti hanno dato unistruzione, ti hanno trovato lavoro e tu ti abbracci sempre sega e trapano! Non ti prende nessuno, Ludovica!

Non mi vogliono, nonna. Ecco la macchina! Dove stai portando la villetta? Mettiamola nel bagagliaio Beh, nonna, dammi un bacio e parto.

Ludovica porse la guancia, si immobilizzò.

Ma dove vuoi andare?! Vengo con te. E non discutere! Lo so che lo romperesti, dopo notti in garage buttata così! Questa villetta la tengo sulle ginocchia. Un asilo nido, davvero! Maria Assunta stampò un bacio sulla guancia della nipote e si sedette in macchina.

Così, senza una giacca ma col gilet e le pantofole? rise mesta la nipote.

Non riusciva mai a liberarsi dalla protezione degli anziani, mai! Avrebbe voluto scappare lontanissimo, ma la nonna aveva detto di non inventare storie, che sarebbe venuta dietro. E così Ludovica vive con la famiglia, e tutti la considerano ancora una bambina sprovveduta. Anche il direttore Riccardo, probabilmente. Però Ludovica aveva davvero le mani doro! Col legno aveva un rapporto speciale, lo sentiva come la sua stessa pelle, tagliava, sagomava, martellava, fresava Alla nonna, per il compleanno, aveva costruito una scatola, col nonno a darle una mano, ma i decori li aveva fatti lei! Alla mamma una collana in noce, al papà un poggiatazza, e adesso la cascina anzi, la villetta. Sì, la villetta! Come avevano richiesto i Noseda. Gli serviva da mettere in salotto, tipo museo, raccontava la signora Noseda, Argentina Assuntina.

Noi, Riccardino, siamo un nome in certi ambienti e vogliamo sorprendere, capisci? diceva lei, carezzando la mano del capolaboratorio con le dita affusolate. Attorno al villino, cespugli, alberelli, panchine, macchinine Insomma, un paesaggio. Capito?

Riccardino annuiva.

Ma i tempi, direttore Noi abbiamo bisogno già domani! sbottava allimprovviso il signor Noseda, alzandosi e gesticolando convulsamente.

Calmati, Leoncino, non devi agitarti. Riccardino realizzerà tutto, è un vero mago! Argentina ammiccava verso Riccardo come se tra loro vi fosse un segreto o avessero brindato assieme. Ci contiamo! Paghiamo bene, molto bene!

Il direttore Riccardo non amava le avventure, odiava la fretta e le donne troppo appariscenti, però i soldi Beh, di quelli aveva sempre bisogno. Latelier arrancava, chi aveva bisogno di casette in miniatura, alberelli e panchine? Quindi Riccardo doveva cavarsela ogni volta

Si fa. Avete una foto? domandò lui. Di parlare di progetti o disegni tecnici con Argentina era tempo perso. I maghi improvvisano, no?

Una foto? Ma certo! Questa. Trovata su internet, mi piaceva. Diremo che costruiamo così anche nella terra natale di Leo. Leo, dove sei nato? chiese rivolta al marito. Lui sobbalzò.

A Sondrio, lo sai! sbottò lui.

Allora diremo la mia: sono nata a Pavia, in una cascina Mia mamma mi portava lì quando era ancora incinta, ridacchiò lArgentina, trovando la cosa piccante, e così Insomma, sono figlia della natura! sospirò languida. Allora, siamo daccordo, Riccardino? Il villino serve domani.

Se ne andò, aspettò che Leo le aprisse la porta.

E appena i Noseda se ne furono andati, Riccardo mise insieme una riunione straordinaria. Nessuno voleva prendersi quellimpegno: in fin dei conti solo quattro pareti, il tetto, le grondaie e i lampioni Ma la tempistica terrorizzava tutti. In atelier lavoravano veri artisti, artigiani di razza: gente che non si fa mettere in gabbia da scadenze, hanno bisogno di meditare, di lasciarsi ispirare. Cè chi trovava lispirazione nei bar, chi in compagnia femminile, chi semplicemente fissando il soffitto col caffè

Ma Ludovica prese e lo fece. In una notte sola, come nelle favole. Piacque anche alla nonna.

Ai Noseda il dettaglio degli arredi interni poco interessava; se avessero lasciato a Ludovica una settimana in più, avrebbe fatto anche tavolino, seggiole, cucina col pensile, stanzetta Beh, almeno la gatta alla finestra cera!

Ludovica! Non correre, ti dico! sussurrava la nonna. Si sarebbe fatta il segno della croce, ma aveva tutte e due le mani occupate con la cascina.

Tranquilla, nonna! Sono sempre attenta! Svolta! Allora, chi non ama la guida sportiva?! fece Ludovica con voce grossa. Guarda, ha pure smesso di nevicare! Sicuro è per merito tuo!

Maria Assunta sospirò, chiuse gli occhi e viaggiò così, senza guardare…

Arrivarono davanti allufficio alle dieci. I Noseda sarebbero arrivati dopo unora.

Dai, Ludovica, aiutami! sussurrava Maria sollevandosi con la cascina dalla Fiesta. Tieni langolo! Ti prego! Ludovica!

Riuscirono a trascinare alla porta la creazione di Ludovica roba da bambini, davvero!, la portarono dentro.

Il custode guardò incuriosito Maria Assunta, le fece passare il metal detector.

Ragazzo! Ma dove vuoi che nasconda il metallo, nelle pantofole? Dammi una mano, piuttosto! ribatté Maria Assunta.

Non brontolare, nonna, lui fa solo il suo lavoro! sorrise Ludovica e chiamò lascensore…

Al terzo piano entrò prima Ludovica, poi la cascina, quindi la nonna col gilet e le pantofole.

Carminati! Siete arrivate? Finalmente! Credevo foste ancora in letargo! Alla fine degnate il vostro capo della presenza? scherzò Riccardo. Ce lavete fatta per miracolo

E voi, giovanotto, non scaldatevi tanto! replicò Maria Assunta a labbra strette. Guai a toccare Ludovica! Sta ragazzina ha lavorato tutta la notte nel garage gelato, dormito alle cinque, senza mangiare e subito qui! E voi chi siete, poi?

Nonna! arrossì Ludovica. È il mio capo

Santo cielo! I direttori stanno in giacca e cravatta, questo in jeans… la nonna scosse la testa disapprovando.

Basta chiacchiere. I Noseda sono in arrivo, hanno già chiamato! Portiamo il modello nella sala riunioni! Vi aiuto io. Così Così

Piazzarono la cascina sul tavolo ovale. Ludovica trafficava, portò una ciabatta elettrica, collegò i fili. La casetta si illuminò di unarancio caldo, perfino i lampioncini e labbaino in soffitta.

Ludovica si chinò incantata sulla sua opera, la nonna accanto faceva lo stesso. Anche Riccardo guardava.

La gatta ci sta proprio! sospirò di soddisfazione Maria Assunta. Che calore!

I Noseda non avevano chiesto la gatta, scosse la testa Riccardo, poi sorprese sé stesso a dire:

Peccato, però

Ora guardava più la faccia di Ludovica, giovanissima, colorita e piena di fossette, che la casetta. Ma come aveva fatto a non accorgersene prima?

Ehm, ehm! tossì qualcuno alle loro spalle.

Entra Argentina, seguita dal marito che porta la pelliccia.

Disturbo? chiese la Noseda.

Ma no! si animò Riccardo. Ecco, Ludovica Carminati ha realizzato tutto, in tempi record e con gran cura come da richiesta.

Si scostò per fare spazio ad Argentina. Lei spiegò in un sorriso, si chinò, incrociò lo sguardo della nonna.

Ma la donna delle pulizie cosa fa qui? domandò la cliente. Perché guarda la mia casetta?

Cera qualcosa di infantile nellosservazione, a cui però la cliente non diede peso.

Non è una donna delle pulizie. È la nostra ehm consulente! improvvisò Riccardo.

Fa lo stesso. Che esca. Sa di canfora! fece una smorfia Argentina. Leo, dì a quella signora di uscire!

Leonardo lasciò cadere la pelliccia sulla sedia, sospirò.

Riccardo si rabbuiò, poi sorrise, cercando di stemperare.

Che ne dite, festeggiamo la fine del progetto con uno spumante? Mi informo subito e si atteggiò a cerimoniere. Non voleva proprio litigare.

Aspetto che la svanita in gilet esca! insisté Argentina stizzita.

La nonna picchiò il piede. Suonò attutito.

Ludovica arrossì; non di vergogna, ma di rabbia, perché diventava color porpora solo in quei momenti. Voleva intervenire, difendere la nonna, ma Argentina le andò contro:

Chi ha fatto questa casetta? Ragazza, non hai sentito? Vogliamo lo spumante, smettila di perdere tempo: porta via la nonna, e vai a prendere da bere, cara!

Era evidentemente alticcia, barcollava già.

Scusate, ma la creatrice del vostro villino è proprio Ludovica Carminati. Ha fatto tutto questa notte, come una Cenerentola! spiegò Riccardo. E su bellezza sospirò con un doppio senso.

La cliente lo fissò, girò le labbra, fece una smorfia: la bellezza le dava fastidio. Ma si può parlare di bellezza davanti a una come Argentina, famosa e formosa? Che sfrontatezza! Inaccettabile, imperdonabile!

Dun tratto, Argentina si spazientì della casetta, la trovò fastidiosa. E, indicando Ludovica, sbottò:

Questa raganella? Non fate ridere! Pensavo che da voi, Riccardino, ci fossero veri artisti… Che bruttezza! Direttore Riccardo, come avete potuto affidare il nostro ordine a questa ranocchia?! sussurrò allorecchio di Riccardo, ma abbastanza forte che tutti, soprattutto Ludovica, sentissero. Argentina alitò caldo sulla guancia delluomo e di nuovo sospirò; troppa passione, tutta questa primavera

E chi ve lha detto che non si può? la nonna mise avanti la pantofola, si piantò davanti. Non è mica roba per i santi, queste casette! I santi hanno di meglio da fare. Non vi piace? Non la prendete! Ludovica ha lavorato e sonnecchiato nel garage tutta la notte, e voi? Andate a storcere il naso altrove! Ludovica, prendi la casetta e andiamoce-ne!

Parlava talmente seria e si muoveva così decisa che Riccardo ebbe come limpressione che perfino la pelliccia le si arruffasse, pronta a scattare sulla maleducata!

Ma cosa dite! Mia moglie è solo un po Leonardo tentò di giustificare, ma fu zittito da unocchiata.

Proprio così avete capito. Insomma, non mi piace! Né questa casa, né la gatta, né le lucine! Non pagherò. E voi, direttore Riccardo, vi pentirete di avermi trattata così.

In che senso, scusi? Ho rispettato il progetto, anzi, la villetta è migliore delloriginale. E comunque, signora Argentina, vi farebbe bene imparare leducazione. I miei collaboratori e… ehm… ospiti guardò la nonna non si offendono impunemente. Se non le va bene, la porta è lì.

Riccardo fece cenno verso luscita, Argentina sussultò, si strinse la borsetta tra le mani.

Leo! Leonardo, andiamo! E pensare che mi avevano consigliato questo incapace! Non capisce niente di bellezza Fatemelo passare! Spinse via la nonna ed uscì. Il suo languore restò lì.

Leonardo, sospirando di nuovo, raccolse la pelliccia, la seguì di corsa. Sulla soglia si fermò, poi piano, imbarazzato, disse:

Scusatela, ha degli ormoni strani…

E venne strattonato fuori

Degli ormoni, pensa te! si animò Maria Assunta, tirando la casetta dal tavolo. Ludovica, che fai lì impalata?! Portiamola a casa, almeno io la potrò ammirare. Anche se, certo, potevi farla un po più piccola

Lasci stare! tolse Riccardo la mano della nonna dalla casetta. Se la signorina Ludovica (Ormai la chiama per nome e cognome!) decide che il modello va portato da voi, mi occupo della macchina. Intanto però propongo di festeggiare questi questi

Si bloccò. Successo del progetto? Giornata buona? Niente

Progressi, ecco! suggerì la nonna. Ora promuovete Ludovica e le date un laboratorio, promesso? Vi prego, direttore Riccardo! Tutto il garage è pieno di segatura e trucioli, se prende fuoco? Io ogni volta ho il batticuore. Sarebbe meglio a lavorare da voi, sotto controllo! E il ritardo di oggi? Per la stanchezza: Ludovica tutta la notte a lavorare, poveraccia

Nonna! la interruppe Ludovica. Smettila! Ora basta!

Non ci riesco, Ludovica! Davanti al pesce doro bisogna chiedere in grande, chissà che venga esaudito!

Il pesce doro sorrise.

Che dite, andiamo al caffè? Ho una fame da lupi, e voi? propose.

Maria Assunta non aveva fame, ma Ludovica la spedì subito a mangiare. Non si sa mai, la ragazza senza colazione né pranzo!

E lei, signor Riccardo? domandò la nonna.

Io resto a guardare la casetta, non si sa mai! fece la nonna.

La villetta la acquistò qualche giorno dopo una ditta edile per farne un modello pubblicitario. Il proprietario ne fu entusiasta, invitò Ludovica a lavorare per lui, ma lei rifiutò. Troppo da fare: la primavera, i progetti, il nuovo atelier e e Riccardo. Semplicemente Riccardo, senza direttore. Non chiamerai mica il fidanzato per titolo?

**

Morale: A volte, chi ti sottovaluta non sa vedere la vera bellezza che porti nel mondo. Ma chi ama con il cuore, riconosce il tuo valore, e con coraggio, costruisce il proprio futuro, un pezzetto alla volta.

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La Casetta di Campagna Italiana
Un regalo da uno sconosciuto Il messaggio nella chat aziendale spuntò tra fogli Excel e mail urgenti come una decorazione natalizia in mezzo ai faldoni: «Colleghi, parte Secret Santa! Scambio anonimo di regali in ufficio. Budget massimo: 20 euro. Link al modulo in basso». Arturo rilesse il testo e controllò automaticamente l’orologio nell’angolo dello schermo. Mancavano dieci giorni lavorativi a fine anno, due settimane al risultato trimestrale, tre giorni alla rata del mutuo. Da mesi misurava tutto in scadenze. Le reazioni in chat fioccavano già: gif di renne, commenti sarcastici, domande sul budget. La responsabile HR, Katia, aggiunse subito: «Non è obbligatorio partecipare, ma è molto consigliato. Creiamo la magia del Natale!». Arturo finì il caffè ormai freddo e cliccò sul link. Il modulo chiedeva nome, settore, consenso ai dati. In fondo lampeggiava “Partecipa”. Esitò un attimo, immaginando una nuova tazzina inutile sul suo già affollato tavolo. Poi pensò al suo nome senza regalo nella lista. Premette. — Anche tu ti sei buttato nella lotteria? — chiese Sandro dell’ufficio accanto, sporgendosi dalla sua scrivania. — Spero mi capiti qualcuno ironico. Ho già in mente il regalo: un libro su come gestire il tempo al capo! — È anonimo, però… — ricordò Arturo. — Proprio per questo è più divertente. Immagina la sua faccia quando scopre il dono… — Sandro fece una smorfia comica e ridacchiò. Arturo, educato, sorrise e tornò al report. Dopo un po’, i numeri si confondevano. Da qualche parte organizzavano set regalo per i partner, tra chi proponeva cioccolatini costosi e chi voleva risparmiare. Al bar la mattina si discuteva della tredicesima: ci sarà? La taglieranno? “In natura” sottoforma di pacchi regalo? Tutto scorreva come un sottofondo natalizio: l’albero finto della reception, le palline plasticose, i biglietti neutri “Stimati partner, auguri…”. Arturo aveva due obiettivi per quell’anno: raggiungere il bonus a fine trimestre, e non perdere la pazienza con il figlio per i voti. Entrambi sembravano difficili uguale. La sera ricevette una mail: “Il tuo Secret Santa”. La aprì in metro, pressato da giacconi e zaini. «Ciao Arturo! Il tuo destinatario: Arturo De Rosa, settore analisi». Rilesse. E ancora. Il convoglio sobbalzò, qualcuno gli sfiorò la spalla. In chat fioccavano screenshot: «È un bug?» «Anche io ho estratto me stesso!» «Nuovo livello di auto-analisi». Katia rispose: «Sì, è saltato tutto. Non facciamo in tempo a cambiare, l’IT dice che è tutto legato agli ID. Prendiamolo come un esperimento. I regali si portano comunque, si finge tutto. L’importante è tenere viva la magia». «Che magia, se so già sono io?» scrisse uno. «Immagina che sia uno sconosciuto che ti capisce davvero», rispose Katia col’emoji dell’albero. Arturo chiuse la chat e infilò il cellulare in tasca. In metro, qualcuno parlava a voce alta di budget di fine anno. Si guardò nel vetro scuro: quarantuno anni. I capelli reggono ma alle tempie già qualche filo grigio. Il viso stanco, non vecchio. Giacca da centro commerciale, orologio in finanziamento, smartphone come quello del direttore. Un regalo a se stessi, come da uno sconosciuto, pensò. Cosa potrebbe regalarmi questa persona? Non aveva risposta. Il giorno dopo, al bar, si discusse solo di quello. — Dovrebbero annullare tutto, — sbuffò Paolo, il legale, spegnendo la sigaretta. — Manca lo spirito. Il Babbo Natale segreto deve davvero essere segreto. — A me piace, — ribatté Anna del marketing. — Finalmente posso regalarmi qualcosa di decente. Basta sciarpe coi cervi. — Ma te le compri già da sola, — osservò qualcuno. — Non proprio. Ci sono cose che non mi concedo mai, — Anna sorrise. — E questa è la parte interessante. Arturo ascoltava in silenzio. In testa giravano le solite idee: cuffie, powerbank, nuovo mouse. Tutte cose che avrebbe potuto comprare senza giochi, tornando a casa dal lavoro. Ma tutto sembrava più un accessorio che un regalo. — Tu cosa ti regali? — chiese Sandro in ascensore. — Non so, — ammise Arturo. — Io mi prenderei la PlayStation. Ma il budget non basta, — Sandro rise. — Prenderò birra artigianale e scriverò “da Santa”. E io? — pensava Arturo rientrando in ufficio. — Cosa vorrei se qualcuno mi vedesse davvero? Non il collega, né il pagatore del mutuo, né il padre “che non passa abbastanza tempo col figlio”. Ma… chi? Un uomo? Non trovava la parola. La sera entrò in un centro commerciale. Tutto illuminato, musica, offerte “regalo perfetto”, “set per lui”, “per uomini di successo”. In ogni poster un uomo in cappotto costoso e sguardo sicuro. Nessuno aveva occhiaie e debiti. Entrò nel negozio di elettronica. Sullo stand le cuffie “best seller”. Un commesso spiegava a un ragazzo le differenze tra modelli. Ecco, cuffie. Pratico. Musica, podcast. “Mi prendo cura di me”, rifletteva Arturo. Prese la scatola, la girò. Il prezzo rientrava nel budget. Ma è un acquisto come tutti gli altri. Che senso ha? Compro sempre ciò che “deve avere” uno come me: telefono, orologio, scarpe decenti, giacca non da saldo. È davvero un regalo? Rimise la scatola e uscì. Il libreria faceva più caldo. All’ingresso pile di libri motivazionali: “Diventa la versione migliore di te”, “Fai tutto e meglio”, “Felicità pianificata”. Arturo ne prese uno, lo sfogliò, trovò le solite frasi su “zona di comfort” e “efficienza” e si sentì più stanco. Nel fondo c’era lo scaffale dei romanzi. Passò il dito tra i libri, riconoscendo qualche autore. Da studente divorava romanzi in una notte e alle lezioni ci arrivava con occhi rossi. Poi lavoro, mutuo, bambino, e la lettura era diventata “da fare”. Forse un libro? Ma quale? E poi, chi vorrebbe regalarmi un romanzo sapendo che non trovo mai il tempo di leggere? Uscì a mani vuote. In testa, solo pubblicità e musica di sottofondo. A casa, la moglie chiese: — Sei cupo? — No, tutto bene, — rispose togliendosi le scarpe. — Gioco in ufficio. Regali. — Ancora candele e tazze? — ironizzò lei. — Stavolta ognuno si regala da solo. La piattaforma si è incasinata. — Beh, è fantastico, — mise la pasta sul tavolo. — Prenditi qualcosa che non ti concedi mai. — Tipo? — Non so. Lo sai tu meglio. Tacque. Il figlio sfogliava il libro di scuola, fingeva di studiare. — Di solito vuoi qualcosa di specifico: telefono, orologio, zaino. Sei uno che ama queste cose. — Però le compro quando servono, — disse. — Non per sfizio. — Allora magari non un oggetto, — suggerì lei. — Un buono. Un massaggio. Una giornata libera. Qualcosa… — Per la giornata libera serve il capo che non scriva di domenica, — la interruppe. Lei sorrise. — Allora chiedi a Babbo Natale un capo così. — Non bastano venti euro, — scherzò. Quella notte faticò a dormire. In testa i negozi, gli slogan dei poster, le altrui speranze: “carriera”, “successo”, “prosperità”. Importanti, ma come decorazioni che togli a gennaio. Cosa vorrei davvero, senza giudizi? Né colleghi, né moglie, né figlio, né genitori, né banche? Ancora nessuna risposta. A una settimana dal party l’ufficio era frenetico. Prime buste regalo spuntavano sulle scrivanie. Qualcuno le nascondeva nei cassetti, qualcuno in bella mostra. In chat discussione su dress-code, menu, giochi. Katia scrisse che ci sarebbe un presentatore, dj e “il momento Secret Santa”. Arturo ancora senza regalo. — Che aspetti? — chiese Sandro. — Poi rimangono solo avanzi. — Ci sto pensando, — replicò Arturo. — Su, prenditi qualcosa di utile. Io mi sono regalato un kit per griglia. Sempre voluto, mai trovato tempo. Così me lo prendo. A pranzo al bar del piano terra, tra code, chiacchiere su figli, traffico e “Regala alle feste” sugli schermi. Seduto, controllò il cellulare. Aprì un sito. “Regalo per uomo quarantenne”. Gli apparve: orologi, portafogli, gadget, alcolici, barcode per barbiere. Sempre e solo come dovrei apparire, pensò. Mai come mi sento. Chiuse la finestra. Aprì la casella personale. Offer, sconti, “inizia l’anno con una nuova versione di te”. Tra le mail, una da un portale di corsi online: “Nuovo corso di fotografia. Iscriviti entro domenica”. Fotografia. Ricordò la vecchia reflex comprata dieci anni prima, quando ancora non aveva figlio e il mutuo era solo una prospettiva. Allora, nei weekend, scattava per la città: strade, vetrine, gente. Poi la macchina foto finì in armadio: prima niente tempo, poi energie, poi sembrava una sciocchezza. Ma dai, banale, ribatté la voce interiore. Quarantenne che riscopre vecchia passione. Se si mette a fare l’artista, fa ridere. Allontanò il vassoio. Dentro sentiva disagio: come quando ci si scopre vulnerabili. Non voglio cambiare vita. Solo… Non concluse. Il telefono vibrò. Il capo: «Cifre del trimestre, per stasera». Arturo sospirò e tornò in ufficio. La sera cercò la vecchia macchina fotografica in corridoio. Pesante, fredda. L’accese, batteria morta. Nel cassetto una carica. La moglie lo guardò stupita: — Fotograferai di nuovo? — Volevo vedere se funziona, — rispose. Appena la batteria si ricaricò, uscì sul balcone e fece qualche foto al cortile. Nulla di che: auto, finestre, neve, lampioni. Ma guardando nel mirino il rumore mentale si affievoliva. Non spariva, ma si calmava. Si rese conto di respirare più lento. Forse è questo il regalo? — pensò. — Non l’oggetto, ma il permesso di dedicarmi a questa cosa. Un’ora a settimana. Senza sentirmi sciocco. La cosa lo intimidiva quasi, subito la voce critica tentava di ridurre tutto a cliché. Ma un pensiero più delicato diceva: E perché no? Spendi per oggetti che dimenticherai. Qui, invece, forse qualcosa che ti piace davvero. Tornò al computer e riaprì la mail sul corso di foto. Moduli su composizione, luce, paesaggi urbani. Lezioni serali, due volte a settimana, online. Prezzo ok col budget. Un regalo da uno sconosciuto – pensò. – Uno che ricorda ciò che mi piaceva e non lo considera stupido. Cliccò “Compra”. Restava la “confezione”: alla festa, il dono deve essere fisico. Non basta dire “Mi sono iscritto”. Serve qualcosa da mettere in una scatola. Comprò una semplice agenda blu, senza disegni, e una busta. Stampò la conferma del corso, la mise in busta. Sulla prima pagina dell’agenda scrisse: “Per le fotografie che farai ancora”. Grafia incerta ma leggibile. Poi studiò una nota da affiancare: voleva che suonasse come parole di chi sa davvero come vive, non di un poster motivazionale. Dopo vari tentativi, ecco il testo: «Ad Arturo. Un promemoria: non sei solo report e call. Regalati un po’ di tempo per guardare il mondo diversamente. Spero ne farai buon uso. Il tuo Babbo Natale». Rilesse. Una stretta al petto. Non enfasi, ma bisogno. “Babbo Natale” era più premuroso di come lui si trattava di solito. Ripose tutto: conferma corso nella busta, busta nell’agenda, agenda incartata in carta marrone e chiusa con nastro rosso. Il regalo era umile. Ma senza marchi, né slogan. La festa era nella sala del piano terra: tovaglie bianche, luci, dj con hit pop. Colleghi arrivavano: abiti eleganti, camicie da lavoro, senza badge. I regali su un tavolo a parte, con nomi. Arturo appoggiò il suo, osservò gli altri: sacche con logo, scatole colorate, strane forme incartate. — Pronto a rivelarti a te stesso? — gli strizzò l’occhio Katia. — Finché si può, — rispose. A metà serata il presentatore annunciò: “Ora il momento speciale”. Musica abbassata, luci soffuse. Tutti ormai rilassati. — Amici, questo Secret Santa è davvero… segreto. Ognuno mago di se stesso. Ma, per gioco, facciamo finta di nulla. Risatine in sala. — Ora uno alla volta: si prende il regalo col proprio nome e si apre qui. Ricordate: conta ciò che scoprirete su voi stessi. Ancora un motivatore, pensò Arturo, stanco. Quando toccò a lui, si accorse che era emozionato. Prese il pacchetto “Arturo De Rosa” e tornò al tavolo. — Dai, vediamo! — suggerì Sandro. — Speriamo non siano calzini! Arturo sciolse il nastro: agenda e busta. Sulla busta, il suo nome. Le mani tremavano leggermente. — Non è una griglia, almeno, — Sandro osservò. Arturo aprì, sistemò il foglio. C’era chi gridava: “Mi hanno regalato un buono SPA”, chi mostrava un gioco da tavolo. La contabile Svetlana nascondeva gli occhi dietro un libro di yoga, Katia rideva sulla tazza “Migliore Collega”. Arturo lesse la nota. E ancora. Le parole, scritte da sé, ora sembravano davvero di un altro. Non sei solo report e call. Qualcosa dentro si smosse. Un lieve imbarazzo, come se lo avessero colto di sorpresa. E insieme sollievo: chiunque fosse, non giudicava. — Cos’hai ricevuto? — insisteva Sandro. — Un corso di fotografia. E un’agenda. — Bel pensiero, — fischiò Sandro. — Qualcuno si è impegnato. Sarà uno creativo, chissà. Ma non si deve cercare, vero? — No, — disse Arturo. — Bene, — Sandro già pensava alla sua griglia. — Così la prossima festa farai tu le foto. Tornerà utile. Arturo chiuse l’agenda. Lo speaker scherzava, la gente ballava. Tutto rumoroso intorno, ma dentro c’era calma. Sul cellulare della moglie, attendeva il messaggio: “Com’è andata?”. Arturo scisse: “Normale. Regali buffi. Mi sono preso un corso” — e poi cancellò, sostituendo con: “Spiego dopo”. A casa rientrò quasi a mezzanotte. Il palazzo silenzioso, solo una porta che sbatte. La cucina illuminata, odore di mandarini. La moglie leggeva, il figlio già a letto. — Che regalo hai avuto? Appoggiò agenda e busta. — Tutto qui? — Dentro c’è altro, — aprì la busta. Leggendo il foglietto, lei gli chiese piano: — L’hai scritto tu? — Sì, e ho pagato il corso. Di fotografia. Lei annuì, senza ridere, né ironizzare. — Un bel regalo, — disse. — Ti piaceva. — Era tanto tempo fa. — E allora? “Tanto tempo fa” non vuol dire “finito”. Lui scrollò le spalle, ma dentro qualcosa si era mosso: come un mobile riscoperto. — Vedremo, — disse. Il primo gennaio si svegliò senza sveglia. Fuori, mattina grigia, auto nel cortile, un po’ di neve residua. La testa pesante, non dolorante. Moglie e figlio dai suoceri, lui li avrebbe raggiunti dopo. Silenzio in casa. Caffè, seduto al tavolo. Agenda aperta, sulla prima pagina: “Per le foto che farai ancora”. Accese il portatile, cercò la mail del corso. Primo modulo introduttivo disponibile. Audio tranquillo, niente “efficienza”, solo attenzione a luci e ombre. Per una volta non controllò le mail di lavoro. Telefono in camera, nemmeno voglia di prenderlo. Finito l’intro, prese la reflex e uscì. Il freddo era pungente, non gelido. Gente col cane, altri buttavano le immondizie delle feste. Sul parco giochi, una sola stella filante. Alzò la macchina e guardò nel mirino: rami, fili, balconi. Nulla di speciale. Ma scattando, sentì di fare qualcosa di minimo ma importante. Non per report, non per KPI, non per slide. Solo per sé. Scattò ancora, tornò a casa, trasferì le foto. Quasi tutte insignificanti. Ma una, dove nel vetro dell’auto si rifletteva il palazzo accanto, lo colpì. La ingrandì. Nel riflesso, la sua sagoma, macchina in mano. Un regalo da uno sconosciuto, pensò. Che sono io. Ed è giusto così. Chiuse il programma, finì il caffè. Le email, le urgenze, il lavoro lo aspettavano. Ma aveva anche il suo corso, e quell’ora da dedicare solo a sé. Aprì l’agenda, scrisse la data. Poi: “Cortile, mattina, riflesso sul vetro”. Una riga modesta. Ma era davvero sua. E dopo molto tempo, pensò al futuro non solo in rate e report. Nello spazio piccolo che si era aperto, poteva finalmente guardare avanti e scegliere cosa volere. Era poco. Ma basta per respirare. Si versò altro caffè e aprì il programma del corso. Alla fine, uno spazio per appunti. Scrisse: “Non cancellare per lavoro”. Sorrise: la vita avrebbe trovato il modo di cambiare tutto. Ma ora almeno aveva diritto di provarci. E anche questo era un regalo.