5 novembre 1943
Nel vecchio casale della campagna lombarda, trasformato ora in ospedale militare, si congelava. Loro fiammeggiante di ottobre era svanito all’improvviso, lasciando il posto a quel novembre rigido e piovoso che, la notte, sferzava con la pioggia fina le finestre sigillate con strisce di carta incrociate. Il freddo entrava ovunque, ammantava la terra di veli argentei.
Bisogna fare qualcosa, dottor Michele Gavazzi! Congeleremo i pazienti immobili, non ci sono coperte per tutti. Forse dovremmo inchiodare le finestre? disse Maria, piccola, con naso allinsù, occhi scuri e brillanti, sottile e nervosa, torturando tra le mani il fazzoletto. Guardava il medico, che però si era girato verso il muro e non le dedicava attenzione.
Inchiodatele, sì. E chi se ne occupa, secondo te? Io? Michele Gavazzi si voltò allimprovviso, avvicinandosi minaccioso a Maria. Tra i colleghi lo chiamavano Il Fantasma per la magrezza e le clavicole sporgenti sul viso pallido. Si era stufato di tutto: la nostalgia delle sale operatorie immacolate di Milano gli rodeva nella testa, il tè profumato negli ambulatori spaziosi e la professionalità. Qui, invece, tutto era arrangiato, senza materiali, con assistenti inesperti, e ora anche quella ragazza a parlargli delle finestre
Si potrebbero chiedere ai ragazzi della squadriglia, sono attaccati qui vicino Maria abbassò lo sguardo, fissando il parquet malcelato.
Ah, certo! I piloti non hanno altro da fare che venire a inchiodare le finestre per noi! Maria Conti, ma siete fuori? Chi siete voi qui, eh? Una semplice crocerossina! Andate a lavorare! Venuta a lamentarsi, brava, tanto cuore! Finite il turno, poi sparite dove vi pare, ma adesso basta! Capito? urlò il dottore. Maria si strinse nelle spalle, spaventata. Non avete altro da fare? Coprite i degenti con le mantelle, distribuiteli più vicini nelle stanze. E Maria! la richiamò già sulla porta Quello, il signor Morandi, è cosciente ora?
Non non lo so, dottor Gavazzi.
Informatevi! Voi perdete tempo mentre io qui ci rimetto la testa per quelluomo. Ci vengo a vedere io come lo assistete. Voglio le bende pulite e e fatevi una pettinata! Sembri uno spaventapasseri! gridò colpendo il tavolo. Maria raccolse in fretta attrezzi e si infilò fuori.
Ero così amareggiata. Non era giusto che il dottore mi avesse urlato addosso senza motivo. Ma sapevo come la polmonite per chi sta immobile può essere una condanna a morte, e io lavevo già vissuto con i miei.
Là, nella mia vita precedente a Milano, avevo tutto: famiglia, casa in Corso Garibaldi, sogni, studi di medicina, amici e anche Paolo, con cui beh, con cui cera stato qualcosa. E cera nonna Gina, vecchia, quasi sempre a letto. Non era nemmeno parente, ma con noi da sempre.
Non capimmo mai come nonna Gina si prese la tosse. Forse una finestra lasciata troppo aperta, o era rimasta troppo in cucina al fresco, e alla fine la doppia polmonite le fu fatale.
Troppi dottori e nessuno guarda la bambina! brontolava mio padre, scuotendo il capo di fronte alla donna sparita sotto quellenorme coperta bianca. E adesso che facciamo?
Niente. Non ci fu nemmeno il tempo.
Pensavo spesso a quei soldati che, ora, giacevano sulle brande nellex salone nobiliare dove una volta, chissà, si danzava e si festeggiava. Anche loro potevano sparire come nonna Gina, da un giorno allaltro.
I combattimenti serano spinti più a ovest, quindi qui si era relativamente al sicuro, si parlava pure di trasferire i feriti più a valle, vicino a Bergamo, ma erano solo voci. I soldati e le infermiere sussurravano notizie raccolte di bocca in bocca, di notte.
Tutti aspettavano la vittoria. Medici stanchi di lavorare senza condizioni igieniche, le infermiere che sognavano una pettinatura decente o delle calze nuove, e il profumo del glicine in fiore. E io! Dio, come desideravo risentire quel profumo, ricevere da Paolo un mazzo grosso di glicini, affondare il viso, ubriacarmi di primavera, chiudere gli occhi e sorridere felice
Maria! Maria, guarda che Morandi sarebbe ora che gli scrivessi una lettera. E anche il cambio della benda! Vai da lui? Io non ce la faccio più mi chiamò Livia. Livia era da sempre col nostro ospedale, mai una lacrima, come se lavesse dimenticata. Quando si sdraiava, era come sparire in un buco nero, senza sogni, senza dolore. Poi risaliva a galla, stringendo i denti tra la vita e la morte. Lei non aveva nessuno al mondo né a cui scrivere né che la aspettasse: la sua casa era quellospedale.
Vado subito! Solo una cosa, Livia: Fantasma ha autorizzato, possiamo chiedere ai piloti di sistemarci le finestre; ho visto che dietro al casale ci sono delle assi avanzate dissi velocemente, muovendo il naso. Magari anche la stufa da sistemare, sennò congelano!
Mandiamo te, che sei un turbine! Brava, brava infermiera, già comandi! sorrise Livia solo con le labbra. Ora vai Morandi ti aspetta!
Mi avviai nel corridoio verso la stanzetta che, una volta, doveva essere un boudoir di nobildonna, con il soffitto a stucchi e il parquet rovinato. Morandi, ufficiale, lo avevano messo a parte: era più agitato degli altri, cera da stare attenti.
Ma come! Dovevate metterlo nella stanza comune. Così si sente meno solo, e anche noi protestavano le infermiere.
Avrete tempo per fumare e chiacchierare! E occhi sempre su Morandi! era sempre la raccomandazione del capo.
Andavamo a turno da lui, in quellodore di uomo, in quellaria gelida.
Morandi, il viso coperto di bende, stava dormendo, ma si irrigidì sentendomi entrare.
La pistola è sul comò, vicino ai candelabri, gli dissi.
Si quietò.
Perché tanto silenzio qui? Voglio rapporto! Dovè Gallo? Che avete combinato brontolava. Poi, notando la benda fastidiosa, tentò di strapparla. Gliela trattenni con la mano: mano fredda e piena di lentiggini, familiare. Paolo aveva i capelli rossi e tante, tantissime lentiggini, anche sulle ciglia…
Stia calmo. Lei è nellospedale, in una stanza tutta per sé, ordinata dal dottore. E io non posso star qui a farle rapporto ogni volta, spiacente.
Feci tintinnare la scatola di metallo con le bende nuove. Lui ansimava, forse per rabbia.
Ora le rifaccio la medicazione. Basta che non si agiti. Promette?
Toccai la sua mano chiusa. Si sieda, così ecco, copriamo le gambe con la mantella, che qui si gela.
Ma perché la stanza da solo? Dovè il tenente Gallo? Era con me, mora, alto, nuovi stivali
Bruscamente tacque, colpito dal silenzio. Tolsi dolcemente le bende dal viso.
Il tenente Gallo è qui con noi, ma Non riuscivo a dirgli che Gallo era gravissimo, chissà se si sarebbe mai più risvegliato.
Ma cosa? Fa male? Morandi mi afferrò la mano.
Niente, cè una farfalla contro il vetro dissi alla svelta. Strano, a novembre, farfalle
Ha solo sbagliato stagione, si è svegliata prima. Da bambino, da mio nonno in Toscana, le farfalle passavano linverno addormentate, destate volavano pazze e ubriache. Anche noi qui uscirne presto. Come si chiama?
Maria.
E io sono Nicola. Maria, posso toccare la spalla? Senza vedere mi sento perso! Solo un attimo
Non serve, la fascia le toglieranno tra poco, quando sarà meglio. Coraggio.
Nicola annuì. Vedevo il muscolo della tempia tremare mentre stringeva i denti.
Fatto. Nicola, mi hanno detto che voleva scrivere una lettera. Vuole dettarmi lei?
Lui annuì, si fermò, poi iniziò a dire parole fredde come pietra. La ragazza si chiamava Ilaria. Scriveva a Ilaria Zamboni per dirle che aveva amato un’altra in guerra e che così succede, che doveva farsene una ragione. Che lei avrebbe trovato un altro e lui
È crudele, quello che vuole scrivere dissi dun fiato, mollando la matita. Non può, non se lo merita! Come può?
Posso, e devo. Lei non sa nulla, Maria. Scriva e basta.
Ma è vero? A me veniva quasi da piangere. Perché tutto faceva così male, perché morivano, perché faceva freddo, perché lui voleva far soffrire Ilaria?
Non sopporto le lacrime femminili, basta! ordinò Nicola, ma io non riuscivo a fermarmi.
Gli uomini sono tutti così? sussurrai.
Così come?
Così crudeli. Forse è meglio aspettare a scrivere, si riprende, cambia idea, torna a casa. È solo stanco, le ferite fanno male. Mio padre, quando soffriva, diventava duro, ma poi chiedeva scusa. E io gli portavo tè coi biscotti… e le fragole del nostro orto.
Quanti anni hai, Maria? Nicola mi regalò un sorriso vero.
“Una bambina. Il papà, la mamma, le fragole. Cosa ci fa qui al fronte? La manderei lontano, a Napoli, dove dicono gli alberi darancio sono pieni…”
Diciannove. Ero appena entrata a medicina, e adesso la guerra.
Devi tornare a casa, qui è pericoloso.
Io non ho paura. Sono futura dottoressa! La aiuterò la gente. E non ho mamma né papà, la casa a Milano non cè più. E basta! E perché scrivere a Ilaria che non la ama più? La spezzerebbe, magari vive solo di questa speranza!
Mi alzai e passeggiai nervosa nella stanza.
Via, vattene! La lettera però la mandi! E non ficcare più il naso nella mia vita! gridò Nicola. Io scappai, ma poco dopo rientrai, sbattendo la porta, gli rimisi la coperta e la mantella, mi chinai e gli dissi in faccia:
Allora si scriva lei la lettera. Io aggiusto i corpi, lei aggiusti il cuore.
Nicola rimase spiazzato, muto. Da lì in poi, ascoltai solo il rumore dei miei passi allontanarsi.
Gli angioletti di stucco sul soffitto sembravano guardarlo, sorridendogli beffardi. Fuori gracchiavano cornacchie e sfrecciavano le camionette della Croce Rossa
Maria, sei ombrosa oggi. Sei stata da Morandi? chiese Livia stendendo le bende sul filo, il vento giocava con le strisce giallastre. Vieni a darmi una mano.
Ma che vada al diavolo, Morandi! mi incupii. Lettera, lettera Non la spedisco io una simile cattiveria!
Perché? Tu non dovresti impicciarti, ti detta la lettera, le scrivi. Fine.
Non posso! Era promessa a Ilaria, e la lascia così È cattivo, è vile. La facesse venire qui, almeno!
Livia ascoltava, poi si voltò e accese una sigaretta. Fumava tanto, troppo. Crudele? Da che mondo è mondo Lamore adesso non conta. Tu sei ancora piccola, Maria. Io, se non ci credi più, non soffri quando perdi qualcuno. Così è meno doloroso. Devi solo abituarti, non aspettare più niente.
Basta! urlai, scuotendole le mani come facevo con mamma. Non è giusto accettare il male! Bisogna credere nel bene e nellamore! Così almeno sarà possibile.
Livia non rispose altro: mi diede uno schiaffo e scomparve. Restai sola. Poi la rincorsi, scoppiando a piangere e ripetendomi che bisognava crederci, bisogna.
Alle mie spalle, qualcuno mi posò il cappotto sulle spalle. Era Eugenia Trofimoni, nostra chirurga.
Che succede, Mariuccia?
Ho litigato con Livia ma anche lei sbaglia! Ha detto che non si deve sperare, e che la lettera a Morandi dovevo mandarla. Che lui scrive per spezzare il cuore alla sua Ilaria
Eugenia mi ascoltava, distratta, sbriciolando un rametto, poi mi abbracciò forte, accarezzando le mie trecce da ragazzina.
Fai bene a crederci, Maria. Livia ha perso il fidanzato tra le sue braccia. Così è più facile per lei non sperare.
Ma senza speranza io voglio vivere per loro, perché guariscano e tornino a casa. Qualcuno ci deve aspettare! E se anche Morandi, chissà, vorrà tornare, Ilaria non saprà di non essere più voluta. Anche Livia deve credere. Dica che ho ragione?
Hai ragione, piccola. E Morandi mente. Quando lo portarono, delirava, chiamava Ilaria senza sosta. Ora teme di mostrarsi con il volto segnato, teme il giudizio. Gli uomini sono così, hanno orgoglio e paura della pietà.
Intanto fuori arrancavano le ambulanze. Maria! Vieni presto con noi! urlarono. Eugenia mi lasciò il cappotto sulle spalle.
Livia si era nascosta in dispensa, occhi chiusi sulla schiena, braccia incrociate. Da giorni ormai le sigarette la disgustavano. Non sapeva se chiedere di andare in prima linea, almeno finiva presto.
Livia? Sei qui? Ti ho portato il tè e una ciambella.
Non ne posso più di queste erbe!
Ma ho messo lo zucchero! Perdonami, Livia! mi sedetti a terra, abbracciandola. Sono stata stupida, ti ho ferita. Vorrei solo che tutti siano felici
Non ricominciare, Maria. Sei una sognatrice. Io no. Forse chiederò il trasferimento in prima linea, almeno là tutto è chiaro. Prometto che ti scriverò Tu rispondimi, sì? Prometti!
E io, dentro, urlavo in silenzio: che era sempre più difficile credere nel futuro.
Piangi? Povera! Livia mi accarezzò i capelli, le trecce infantili. Si era tagliata i capelli subito dopo il funerale del suo ragazzo. Nessuno laveva più vista con i capelli biondi e lunghi.
Non ti lascio andare, capito? Sei matta? Il primario non ti farà partire! Vado io piuttosto! strinsi il suo braccio forte.
Niente stupidaggini! Io parto, ti scrivo. E tu rispondimi! Scrivimi cose belle. Sciocca che sei, Maria! Dovè il mio tè?
Partì due giorni dopo, allalba, abbracciandomi di sfuggita e scomparendo sul cassone di un camion Fiat.
Eugenia Trofimoni la seguì con lo sguardo triste. Michele Gavazzi, arrabbiato, scalciava un secchio arrugginito in cortile.
Ha fatto bene ad andare. Quando succede una disgrazia, bisogna lasciare quel luogo, solo così si sopravvive disse Eugenia.
Nicola Morandi restava nella sua stanza, cupo e silenzioso. Risponeva a monosillabi, cacciava chi voleva consolarlo. Ancora non gli toglievano le bende.
La portano a Bergamo appena possibile, dissi allacciando bene le finestre, fuori nevicava. Stringa i denti ancora un po.
E io sto bene qui. Chi siete? Maria? La mia lettera lha spedita?
Certo.
Ha scritto tutto, la verità? O ha avuto paura ed è sparita via la lettera?
Mi lasci, mi fa male. Le ho portato la zuppa.
Non la mangerò, prenda per lei.
No che non posso. Vuole che poi mi sgridano? Mangia! Le piaceva pattinare? gli infilai decisa un cucchiaio in bocca.
Lui deglutì per riflesso, poi ci pensò.
Sì, pattinavo. Ma che domanda è, idiota!
Io mai. Anche se il cortile aveva la pista, mamma non mi lasciava, aveva paura cadessi.
Sua madre era una fifona! Io pattinavo, altroché.
Da solo?
Ancora con questa storia? No, con gli amici, e poi si fermò rendendosi conto che cera qualcuno con noi.
Continui, racconti! lo incitai. Aspetti, piano…
Morandi si agitò, sentendo qualcuno vicino.
Chi cè!? Parli, Maria! Subito! iniziò a strapparsi le bende, imprecando.
Nicola, fermo non faccia così.
Si irrigidì: aveva afferrato una mano.
Una donna lo accarezzava alle spalle, sussurrava qualcosa mentre piangeva.
Ilaria Sei qui?! Perché hai rischiato? Io ti avevo scritto Avevo paura che tu mi avresti solo compatito, e sarebbe stato peggio. Volevo perderti per non sentire pietà Nicola le correva le dita sul polso.
Basta, Nicola. Mangia, lasciami sedere accanto.
Lui annuì. La crocerossina aveva mentito: la lettera l’aveva spedita davvero, ma aveva scritto la verità, così Ilaria era arrivata fin lì
Camminavo nel corridoio trafelata.
Che cè, Maria, un po di felicità in questa stanza, eh? rise Eugenia Trofimoni.
È arrivata! Ha letto la mia lettera, quella vera! E ora ama davvero Nicola, nonostante tutto, mi creda! mi fermai a metà del corridoio, aprii le braccia e girai su me stessa, occhi chiusi. Eugenia rideva, chiamandomi ballerina e baciandomi la fronte.
Tu, come ti chiami, sorella? sussurrò Paolo, il volto tra la terra e il fango.
Mi chiamo Livia. Sta zitto ora, lascia che ti trascini.
Ho una ragazza, sai? Amica da sempre, studia da medico anche lei. Maria si chiama. Pensa, si perde tra i miei abbracci ma ha un cuore grande! Le portavo glicini in primavera Dici che mi aspetta ancora?
Paolo taceva, guardando il cielo terso e gelido.
Non ti smoscere, hai capito? Aiutami, dai! Andiamo avanti, resisti, che la tua Maria ti aspetta. Fa la crocerossina, crede sempre in qualcosa di buono, mi prendeva in giro
Livia sorrise, pensò alle trecce infantili di Maria, poi si abbracciò alla terra per ripararsi dai colpi.
Maria, però era con te? Che bello! Mi sono preoccupato. Ma tu non credi nel bene? Si può non crederci? balbettò Paolo.
Ormai non lo so più. Ma forse dovrò. Dovresti scriverle, almeno!
Le ho scritto a casa, a Milano. Nessuna risposta.
Una come lei non si lascia sfuggire. Ha fatto venire i piloti a mettere assi alle finestre dellospedale, si è litigata col tenente Non la comandi mica facilmente, quella!
Livia bendò la testa a Paolo, sorridendogli. Ti dirò dove scrivere, ma non devi morire, capito? O perderò di nuovo la fede nel bene.
Paolo taceva, però sorrideva. Sapeva che Maria era viva, scriverle sarebbe stato un inizio. Un giorno, la primavera sarebbe tornata, e unape sarebbe volata sul mazzo di glicini di Maria. Lei non le dava mai fastidio, e lui le avrebbe dato ascolto.
Livia si voltò e, mordendosi le labbra, si mise a piangere. Non era dolore: era qualcosa di diverso, qualcosa che sfidava la morte e il freddo, una speranza che nasceva di nuovo in lei, in Maria, in Michele Gavazzi, in Eugenia Trofimoni, nel testardo Morandi e in tutti gli altri vivi nonostante il buio della guerra
Ci sono parole semplici con una forza immensa
Più forte di ogni fucile, di ogni dolore.
Signore, proteggi i nostri soldati,
I dottori, le infermiere, i fratelli e le sorelle.
(Benedizione italiana per i nostri protettori)
Buona festa del 4 Novembre, Festa dellUnità Nazionale e delle Forze Armate!
Questo giorno è molto di più che un semplice augurio agli uomini: è il giorno del valore, del coraggio e della nobiltà che vivono nel cuore dei nostri difensori. Che il nostro amore li protegga sempre.






