La scopa nella torta

La scopa nella torta

31 dicembre

Mi chiedo spesso cosa accompagni davvero i momenti in cui la vita si piega allimprovviso, sotto il peso di una scopa nella torta. È un pensiero da mezza notte, di quelli che solo la fine dellanno sa suggerire. O forse è il ricordo del freddo che ho sentito quella sera, quando tutto era cominciato.

Ho chiamato la mamma stamattina. “Eleonora, tesoro mio, ma sei pronta per stasera?” Ha la voce sempre dolce, anche quando il cuore è in ansia per me. Le ho detto di sì, che ho preparato tutto, che andrò con Marco dai suoi genitori vicino a Como. Da una settimana penso a cosa portare. Alla fine ieri sera, prima di chiudere la bottega di fiori, ho preso tre vasetti di marmellata di ribes nero fatta proprio da mamma, ho incartato un piccolo mazzolino di crisantemi invernali (quasi mi sono congelata le dita, ma volevo qualcosa di semplice e vero), una tovaglietta di lino ricamata a mano come si faceva un tempo. Ho impiegato giorni a decidere. Ora la cesta è sulle mie ginocchia e mentre il parabrezza dellauto si copre di neve, sento crescere quella tensione sottile che mi stringe lo stomaco.

“Ma almeno potevi chiamare prima per avvertire che portavi la marmellata,” mi dice Marco, appena si accorge che la cesta è lì, davanti ai suoi occhi. Dal tono, capisco subito che qualcosa andrà storto.

“Sono cose fatte in casa. Tua madre ama le cose semplici,” provo a spiegare. Ma sento la distanza fra noi due crescere in silenzio.

Marco spegne il motore davanti alla villa. Colonne bianche, finestre illuminate su due piani, cancello in ferro battuto che si apre appena ci vede arrivare. Il gelo mi punge la pelle non appena scendo. Indosso il mio vestito migliore, blu scuro, con uno scollo sobrio, e ho lasciato il cappotto in macchina, come mi ha suggerito Marco: “Entriamo, così ti togli subito tutto.” Poi il vialetto, la neve pulita ai bordi, e i passi attenti verso la porta.

Ad aprire cè la madre di Marco, la signora Regina Spinelli. Lho intravista solo una volta, da dietro i finestrini appannati; Marco aveva lasciato che aspettassi in macchina. Ora mi guarda, rapida, severa, in un elegante vestito bordeaux e con una spilla doro appuntata sul petto.

“Lei è Eleonora, vero?” Non domanda: afferma.

“Sì, molto lieta, signora. Buon anno in anticipo.” Sorrido e le porgo la cesta. “Ho portato un pensierino: marmellata della mamma, la tovaglietta è fatta da me, e questi fiori che ho raccolto stamattina.”

Regina prende la cesta con due dita, la posa subito sul mobiletto dingresso. “Carino,” dice. Una sola parola sufficiente a dire tutto. “Carino”, in quel tono, significa “provinciale, fuori posto, inutile”.

“Venite avanti, ma aspettate: qui ci teniamo tanto ai pavimenti. Sarebbe meglio se..”

Estrae dal cassetto del mobile dei copriscarpe azzurri, quelli usa e getta delle farmacie.

Guardo Marco, cerco il suo sguardo. Lui finge di non vedere.

Li indosso in silenzio.

Il pavimento è in marmo chiaro, lucido, freddissimo. Cammino verso il salone in abito blu, con i copriscarpe azzurri, e mi sembra di essere capitata su un altro pianeta. Lì ci saranno almeno venti persone: donne in abiti da sera, uomini in giacca e cravatta, tutti brillanti, eleganti, radiosi. Cè un enorme albero di Natale e un tavolo pieno di antipasti, vini e, al centro, una torta bianca a tre piani decorata in oro. Bellissima.

Marco afferra subito un bicchiere da un vassoio portato dal cameriere e si infila in mezzo ad una compagnia di amici, lasciandomi da sola allingresso. Resto in piedi qualche minuto, sconosciuta fra volti sconosciuti. Nessuno mi si avvicina, nessuno mi chiede il nome, nessuno mi introduce. Alla fine prendo anche io un bicchiere di succo e mi sposto vicino alla finestra. Fuori solo neve e buio, e le luci flebili degli altri villini.

“Senti chi è la ragazza che è venuta con Marco?” sento sussurrare alle mie spalle due signore gonfie di perle.

“Mai vista prima… Forse è la sua ragazza, quella coi fiori. Regina ha detto che portava una, ma non pensavo così…”

E ridacchiano, lanciando unocchiata alle mie scarpe coperte dai copriscarpe azzurri.

Marco ritorna solo dopo un quarto dora. “Tutto bene?” chiede.

“Marco, potresti almeno presentarmi a qualcuno? Mi sento un po spaesata.”

“Ma dai, Ele, qui ci conosciamo tutti. Vieni con me.”

Mi prende per mano e mi trascina verso due uomini di mezza età, serissimi. “Lei è Eleonora,” dice. Punto. Come se dovesse bastare.

I signori mi salutano educatamente e riprendono la conversazione. Torno subito vicino alla finestra.

Arriva anche il papà di Marco, Giovanni Spinelli. È imponente, occhi severi, strette di mano decise tra gli ospiti.

“Buonasera signor Spinelli. Sono Eleonora.” Ho la voce leggermente tremante.

“Ah, sì. Quella dei fiori?”

“Sì, ho una piccola bottega in centro, a Milano. ‘Campo Fiorito’ si chiama.”

“Capisco.”

Nulla più. Passa ad altro.

E torno alla finestra. Quando da ragazzina qualcuno mi faceva un torto, la mamma diceva sempre: “Non dar retta a chi non sa quanto vali.” Ma era facile quando si trattava dei compagni di scuola. Qui è tutto un altro mondo.

A tavola siamo in ventiquattro. Trovo il mio nome scritto su un cartoncino bianco, mi siedo tra Marco e una signora anziana che, per tutta la cena, parla con lospite dalla parte opposta come se io non esistessi. Cucina raffinata, piatti curati e porzioni minuscole; mangio poco perché nello stomaco si è stretto tutto.

A capotavola cè sempre Regina, lo sguardo giudicante-annoaito su di me. Nel bel mezzo della cena, Marco mi si avvicina e sussurra: “Mamma preferirebbe che non parlassi della bottega. Sai, qui la gente… insomma, fa altre cose. Dice che si imbarazza dover spiegare. Capisci?”

“Sì, Marco, capisco benissimo.”

Il senso di non appartenenza mi schiaccia: qui non importa chi sono. Sono solo unospite temporanea, il passatempo di Marco, la comparsa della festa.

A fine cena, Regina chiede attenzione: “Abbiamo la nostra tradizione. Ogni anno, con i nostri amici, ci scambiamo regali simbolici, per ridere insieme.”

Latmosfera si fa frizzante, cè chi ride ancor prima che i regali inizino a girare. “Eleonora,” mi chiama Regina, con quel tono morbido e asciutto insieme.

Mi alzo, con addosso il vestito blu e i copriscarpe blu: sembra che cammini sottacqua. “Abbiamo pensato di farti un pensierino. Simbolico, naturalmente.” La sua assistente mi porge una scopa, quelle di legno con la testa azzurra e il bigliettino attaccato.

Leggo: “In casa nostra tutto deve brillare. Speriamo trovi presto dove potrai essere utile.”

Ride la sala, qualcuno soffoca una risatina, qualcun altro si scambia sguardi compiaciuti. Marco sorride tristezza, imbarazzo, non lo so. Sento qualcosa dentro di me che si spezza, in silenzio.

Guardo la scopa, poi la torta, bianca e dorata, gigantesca, e faccio tre passi verso il tavolo. Afferro la scopa e la affondo nel piano superiore della torta. Un tonfo sordo. La torta si piega, ma regge.

Mi tolgo lanello di fidanzamento quello semplice, che ho indossato in silenzio per mesi e lo appoggio vicino alla torta, davanti a tutti. Guardo Marco dritto negli occhi: “Buon anno.” Esco.

Mi tolgo i copriscarpe nel corridoio, li butto per terra. Prendo la borsa, la porta si apre morbida, il gelo mi schiaffeggia il viso. Il cappotto è in macchina, le chiavi se le è tenute Marco. Scesa dal portico, cammino veloce verso il cancello, la strada già spazzata dalla neve.

“Eleonora!” Marco mi chiama da lontano. Non mi fermo.

Attraverso il vialetto, continuo a camminare. So bene che ci sono più di un chilometro fino alla statale; lo avevo notato allandata, annotando mentalmente la distanza. È una di quelle cose che faccio sempre, da quando sono bambina.

Il gelo mi entra nelle ossa, ma muovermi mi aiuta. Cammino sempre più veloce, anche se gambe e mani hanno già smesso di sentire calore. Mi ritrovo a pensare: Perché ci sei andata? Perché hai creduto di poter piacere a persone come quelle? Forse per amore. O forse perché speravi davvero che bastasse essere gentile per essere accolta.

Alla fine della strada il buio è più profondo. Senza lampioni, il sentiero brilla solo della luce riflessa dalla neve.

Le gambe non mi reggono più, mi fermo. Unauto arriva, i fari puntati su di me, abbaglianti. Il finestrino si apre.

“Eleonora? Tutto bene?” È una voce duomo, profonda, famigliare.

“Signor Vittorio?” sussurro.

Non ricordo niente dopo.

Mi sveglio in una casa calda, tra coperte soffici. Sento una presenza affettuosa. Lui è lì, seduto: Vittorio Ferrari, il padrino che mi vede da quando sono nata, amico del papà morto troppo presto. Non mi chiede niente, fa solo comparire sul comodino una tazza di the caldo.

Racconto tra le lacrime la serata, l’umiliazione della scopa, la sensazione di essere trasparente. Lui ascolta, poi esce senza spiegazioni. Rientra unora dopo.

“Tutto sistemato,” dice. Poi spiega: conosce bene il padre di Marco, sono soci in affari. Gli ha detto semplicemente che ha trovato la futura nuora del figlio assiderata nella notte di Capodanno, da sola, senza cappotto. Ha aggiunto che la figlia del suo migliore amico morto per lui vale molto, e che chi tratta così una persona a lui cara non è affidabile. Fine della questione.

“Il signor Spinelli non lavorerà più con me. Non è colpa tua, Eleonora, è una scelta mia e basta.”

Mi commuovo, ma so che dice la verità. Vittorio non fa mai le cose solo per affetto: fa quello che ritiene giusto.

Mi propone un appartamento a Milano, ormai vuoto da due anni, e un locale commerciale da usare per la bottega dei fiori che sognavo. Assicura che non è carità: è solo togliere qualche sasso dalla strada, nulla più.

Accetto una piccola cifra simbolica d’affitto, per poter sentire che è davvero mio, non un regalo.

Inizio i lavori a febbraio. Ridipingo le pareti, scelgo larredo. Ed è bellissimo. Catia, la mia nuova vicina di casa una pittrice mi aiuta con i quadri e le insegne, Odetta, una studentessa, mi aiuta in negozio. Apriamo a marzo, il sole filtra tra le vetrine, e la gente entra per curiosità e rimane per il profumo di fiori freschi. Il negozio Campo Fiorito prende vita; finalmente sento che sto costruendo qualcosa che è davvero mio.

Poi cè Andrea. È arrivato a primavera, portando in riparazione un vecchio orologio dal restauratore della porta accanto. Ha chiesto un piccolo mazzo di fiori per la sorella e mi ha sorriso con timidezza, chiedendomi: “Cosè che va bene per chi adora il giallo e odia le cose troppo vistose?”

“Fresie gialle e rami di verde,” gli ho risposto. È tornato dopo una settimana, poi dopo unaltra. Piccoli passi. Un giorno ha portato della minestra fatta da lui: “So che spesso lavori tanto che dimentichi di mangiare.”

Ci siamo conosciuti lentamente, senza grandi gesti, solo con gentilezza e attenzione. Andrea non ha mai chiesto del passato; ha soltanto ascoltato.

Lestate passa intensa: matrimoni, eventi, ordinazioni continue. Lavoro stanca, ma felice. In luglio arriva anche la mamma a vedere la nuova casa, la bottega, conoscere Andrea. Portava con sé maglioncini fatti a mano, marmellata e un po di soggezione verso il cambiamento. “Ma, Eleonora, sei felice?” mi chiede tornando a casa. “Non lo so, ma mi sento giusta al mio posto,” le rispondo. “Allora sei felice,” conclude.

Novembre porta una giornalista locale che vuole raccontare la mia storia. Un po titubante, accetto. Larticolo esce, mi porta clienti nuovi: la conferma che lavorare con passione, anche in silenzio, viene sempre, prima o poi, riconosciuto.

A fine novembre Marco mi chiama. Vuole vedermi. Accetto di incontrarlo in negozio. È cambiato, più magro, stanco. Chiede scusa, davvero, per quella notte. Io perdono. “Non ti odio. Mi spiace solo di aver voluto credere così a lungo che ci fosse possibilità,” gli dico mentre fuori piove. Ci salutiamo senza amarezza.

A dicembre la bottega è un tripudio di colori, ordini, risate con Odetta e Catia. Sono stanca, ma sento di avere un pezzo di mondo tutto mio. La notte, tornando a casa, respiro laria fredda e penso al percorso compiuto in questo anno.

Andrea mi porta la cena anche il 31 dicembre. Mangiamo a casa mia, ridendo dei piccoli incidenti capitati in bottega, parlando di tutto e di niente. “Per Capodanno pensi di presentarmi a tua mamma?” gli chiedo. Lui ride: “Già lo vuole dalla scopa nella torta”

“Le hai raccontato?!” protesto, ma lui mi rassicura: “Ha detto che già per questo le sei simpatica.”

Saliamo in macchina. Arriviamo in una casa modesta in Brianza. La mamma di Andrea, Natalia, piccola e sorridente, ci abbraccia sotto la porta, mani impastate di farina e cuore caldo.

Scoppiano i fuochi dartificio. Sul terrazzo, col gelo sulle guance e il cuore in pace, so che ogni minuto di quella sera di un anno fa era servito per arrivare qui. In mezzo a tutto il freddo, a tutte le domande, mi è servita proprio una scopa infilzata nella torta per ritrovare il mio posto nel mondo. E sento, con ogni fibra, che qui potrò restare.

“Entrate, che si gela!” grida Natalia dalla cucina.

“No, non geliamo!” Le rispondo.

E, per la prima volta da tanto, sono davvero sicura che abbia ragione.

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