Salvare il proprio figlio

Salvare il proprio bambino

Francesca aveva portato in grembo il suo bambino con estrema cura e attenzione, proprio come le aveva raccomandato Carlo, suo marito. Due aborti spontanei avevano insegnato loro a essere cauti in tutto e, per scaramanzia, avevano persino evitato di parlare troppo della gravidanza, senza nemmeno pianificare come sarebbe stato quando il figlio o la figlia fosse nato.

Se le amiche di Francesca durante la gravidanza saltellavano felici, andavano al mare, uscivano nei bar e lavoravano fino allultimo, lei, invece, aveva deciso di restare a casa, come voleva Carlo, che insisteva perché lei si facesse mettere in malattia una dopo laltra e si riguardasse.

La gravidanza non è una malattia, Carletto! Ma dai! rideva Francesca la prima volta, accarezzandosi il pancino davanti allo specchio. Anche la seconda volta aveva riso, ma poi, quando era arrivata la tragedia, era rimasta rannicchiata senza dire parola, colpevolizzandosi.

Aveva persino giurato a sé stessa che non avrebbe mai più tentato di diventare madre: perdere un bambino, senza nemmeno averlo abbracciato, era troppo doloroso. Ma Carlo desiderava un figlio, e così Francesca aveva ceduto ancora una volta alle sue speranze.

La terza gravidanza arrivò a gennaio. Fuori la tramontana spazzava Milano, tanto che non si vedevano neppure i palazzi vicini. Francesca doveva andare al lavoro, cera una riunione importante, ma davanti a sé, sul tavolo della cucina, cera il certificato che attestava la gravidanza, pronto per essere consegnato in ufficio.

Tu oggi non esci di casa. In ufficio ci sono persone, e quindi microbi! le disse severo Carlo. Sai bene quanto siano pericolosi i virus per una donna incinta… E se succede qualcosa al bambino? Chi se ne occuperà dopo? Chiama e dì che sei malata, ti porto io il certificato.

Dai, Carlo Lasciami andare solo oggi, non voglio deludere i colleghi, mi stanno aspettando

Non dire sciocchezze, Francesca! Non ti basta quello che è successo lultima volta? Carlo era brusco, parlava ad alta voce, chinandosi vicino allorecchio di Francesca. Era nervoso e questo lo faceva sembrare anche arrabbiato. Lei, però, temeva che potesse arrivare a metterle le mani addosso Ci penseremo dopo, appena si saprà il sesso. Devi partorire una femmina, questa volta. I precedenti erano maschi, e noi non li vogliamo. Ora deve essere una femmina.

E perché i maschi non andrebbero bene? Francesca si accarezzò la pancia. Ogni bambino è un dono. Carlo, non dire così! Senti, ci sente anche lui, sai?

Basta, Francesca. Non puoi capire. Deve essere femmina, e prima lo scopriamo, meglio è.

Francesca scosse la testa.

Sta a te decidere… maschio o femmina, è uguale. E poi quei virus… Anche tu vai in ufficio, poi torni e mi baci: potresti portarmi tu qualcosa! Su, Carletto, non essere così ansioso. Prometto che starò attenta. Francesca sorrise, si voltò verso il marito. Pensa meno alle cose brutte, più alle belle. E dammi un bacio, dai! Proprio adesso!

Si alzò con cautela, lo abbracciò.

Proprio adesso non posso, devo andare. Carlo si girò di spalle. Deve nascere una femmina, punto.

Ma perché ti ostini così? sospirò Francesca. Era appena rientrata dallospedale, dove aveva passato due settimane per sicurezza. Sperava solo di ricominciare una giornata normale, sedersi con Carlo, guardare un film e bere una tazza di cioccolata calda quella che Carlo preparava apposta per la sua bambina. Così la chiamava: la mia bambina. Alle amiche, che trovavano questo infantile e troppo paterno, non dava peso. A Francesca piaceva questo soprannome: in famiglia non si era mai sentita davvero coccolata, suo padre era sempre impegnato, la chiamava Franci o rondinella, che era il suo massimo di affetto.

Sotto il tetto della loro casa, una palazzina rossa di tre piani con finestrelle rotonde, avevano sempre vissuto le rondini. Facevano un baccano terribile quando passavano piccioni o corvi, tanto che tutta casa le sentiva. Da piccola Francesca non riusciva a dormire il pomeriggio, e poi cercava di parlare con gli uccellini. Una volta, quasi cadde dal davanzale cercando di vedere meglio quelle rondinelle, se papà non fosse entrato in camera proprio in tempo.

Ricorda ancora la faccia spaventata di suo padre in quel momento mai più lo aveva visto così pallido e tremante.

Stai ferma, Francesca, le sussurrò papà. Ferma, sennò spaventi le rondini. È un gioco.

Glielo ripeté sottovoce, e Francesca annuì e sorrise. Solo dopo, tra le sue braccia, udì un singhiozzo. Poi lui la rimproverò, ma non arrivò mai a picchiarla.

La piccola Francesca si spaventò davvero, tremava: non capiva perché papà fosse così arrabbiato. Lui urlò anche alla nonna che doveva sorvegliare Francesca.

Non ho fatto attenzione, scusami, Gianni! mormorava nonna Rita, stringendo il grembiule tra le mani.

Da quel giorno non la lasciarono più sola con lei e suo padre mise delle inferiate alle finestre. Le chiamava per sicurezza.

Perché, papà?! Così non vedo più le rondini! Francesca piangeva, tirando le sbarre.

Le vedrai lo stesso. Ma le grate non si tolgono. Ho deciso, murmurò papà Gianni, riponendo i suoi attrezzi nello sgabuzzino. Il giorno dopo la portò sul tetto a vedere i nidi, poi una domenica la portò nel parco a vedere i buchi delle rondini nel tufo. Ma avvicinarsi alla finestra glielo proibì per sempre.

Da bambino, suo padre aveva un amico chiamato Niccolò. Andavano a pescare insieme allAdda, una volta si persero nei boschi e finirono in un poligono militare: un soldato li rimproverò ma poi li guidò sulla strada giusta. Insieme anche facevano le vaccinazioni entrambi tremavano come foglie.

Poi però Niccolò si era trasferito con i genitori in uno dei nuovi palazzi alti, allottavo piano. Niccolò si vantava dellascensore, della vista Ma accadde il peggio: cadde dalla finestra.

Da allora, Gianni non volle più finestre aperte né andare in palazzi alti. Vide Francesca sul davanzale e si sentì di nuovo quel bambino che aveva perso lamico.

Gianni amava teneramente sua figlia, la vedeva come limmagine stessa della moglie, Nina, morta quando Francesca era appena nata. Francesca assomigliava a Nina: gli occhi, la testa inclinata quando pensava, la faccia stessa, la fiducia infantile.

Quando Francesca presentò Carlo al padre, lui rimase spaesato, forse spaventato: temeva che Carlo non avrebbe protetto Francesca proprio come faceva lui.

Ma Carlo si dimostrò affidabile: curava lalimentazione, proibiva a Francesca di lavorare troppo, le toglieva i libri se pensava lavorasse troppo.

Rovinano la vista! Dammi qua. Metti il segnalibro e basta discussioni! diceva, prendendo il libro dal tavolo.

Francesca si ribellava, poi però accondiscendeva. Sentirsi debole le piaceva, era come un gioco tra loro.

Papà! Mi protegge come se fossi fatta di cristallo! scherzava con Gianni. Quando siamo andati in Sicilia, non voleva lasciarmi sola nemmeno in acqua, eppure so nuotare benissimo! Si arrabbiava, batteva i piedi. Io lo prendevo in giro: nuotavo apposta verso le boe. Mi vuole bene davvero tanto.

Va bene così, Francesca. Sei la mia unica figlia, è giusto che ti proteggano. Prima io, ora lui. Ascoltalo, sempre, hai capito? le carezzava la testa, come da bambina. Fuori, intanto, le rondini continuavano a gridare, ma dietro le sbarre e le tende non si vedevano più.

Francesca era cresciuta così, dietro le grate, come un uccellino in gabbia. Le avevano ripetuto che solo così era sicuro e lei ci aveva creduto.

Quando Carlo scoprì della terza gravidanza, quello fortunato secondo lui, chiuse la gabbia ancora di più. Dei primi due figli, non si dispiaceva: Feto di sesso maschile, diceva la cartella clinica, e questo lo faceva sentire sollevato, come se la perdita non avesse senso. Francesca, invece, non capiva, ma sentiva che se glielo spiegasse Carlo lei lavrebbe preso per pazzo. Doveva essere una femmina, punto.

Ah, e unaltra cosa! gridò Carlo dallingresso. Non voglio più vedere vicino a te quellamica tua, Lia. Fuma, si sente il profumo a chilometri: non va bene per nostra figlia!

Carlo, esageri E magari sarà maschio, io lo desidero. E lui

Francesca trasalì: Carlo colpì il muro con un pugno e, avvicinandosi a lei, sussurrò minaccioso:

Porti in grembo mia figlia, quindi fa come dico. Francesca, sono stanco! Non riesci a portare a termine una gravidanza! Tutte ci riescono, solo tu no. Pensi che sia facile per me? Fai quello che dico e basta. Quanti soldi dobbiamo ancora spendere per curarti?!

Uscì, lasciando Francesca stordita. Era colpa sua, in tutto e in niente. Perché Carlo urlava contro di lei? I medici avevano detto che era solo una sfortuna Doveva chiamare Lia

Lia, ciao sospirò al telefono.

Ma che tono, Fra! Cosè successo? Lia, come sempre di corsa, sembrava quasi contenta. Francesca la chiamava al lavoro.

È successo, Lia Sono incinta, sospirò Francesca.

Ma Congratulazioni! rispose Lia forzatamente allegra, sapendo che per Francesca la gravidanza non era mai semplice. Ma dai, niente musi lunghi! Vieni fuori stasera, una passeggiata! Dopo ti porto a casa mia, ti metto sotto il plaid e ti leggo le favole, eh, Fra?

Carlo mi ha proibito di vederti. Dice che fumi e non va bene per il bambino Meglio che ci sentiamo solo al telefono. È molto nervoso Ah, e se sarà maschio, dice che non lo vuole. Ha urlato e

E tu cosa gli hai risposto? chiese dolcemente Lia. Carlo non le piaceva proprio: aveva quellaria inquietante negli occhi. Decidere chi frequentare e quale figlio avere, tocca a te, non a lui.

Non ho detto niente.

Dallaltro capo Lia rimase in silenzio, poi sbuffò:

Forse hai ragione: non sono adatta a fare lamica, secondo lui. E tu lhai lasciato fare. Come vuoi. Non vengo più, va bene, non voglio rovinare la vostra felicità. E guarda che Carlo tuo secondo me un giorno ti chiuderà davvero in casa. E un consiglio: se vai in consultorio, stai lontana dalla dottoressa Brambilla, è un drago. Vai invece dalla Moretti, una santa donna. Basta: ora mi accendo una sigaretta e mi occupo delle cose brutte. Scrivimi, se vuoi: colla posta non si attaccano i virus.

Lia! Non fare così, dai! Sai benissimo cosa abbiamo passato Francesca disse ancora qualcosa, ma sentì solo il tu-tu della linea chiusa.

Lia, col ricevitore in mano, cercava di non piangere. Lavevano fatta passare per colpevole. Eppure era stata lei, nei momenti difficili, a consolare Francesca, a farla tornare a vivere dopo i due aborti.

Carlo proibì anche di andare nei consultori statali: troppa disorganizzazione, disse. Così Francesca iniziò a frequentare una nuova clinica privata, moderna, dove lui la portava ogni settimana, parlando di nascosto coi medici finché a Francesca venivano fatte strane terapie alternative. Se si opponeva, Carlo lo ricordava: La medicina tradizionale non ci ha aiutato.

Vuoi rovinare tutto di nuovo?! le sibilava.

Francesca cedeva.

La dottoressa prescriveva esami su esami, Carlo pagava tutto. Francesca obbediva.

Devo avere tutto sotto controllo! diceva Carlo. Deve essere una bambina, e sana. Francesca! Cosa stai mangiando? Da dove viene quella mela? Solo quelle verdi, lhai capito?

Lei annuiva. Poi la notte, di nascosto, si concedeva qualche golosità dal suo piccolo tesoro nascosto.

Poi arrivarono i ricoveri. Un giorno Carlo trovò che Francesca era troppo pallida, un altro la sentiva tossire, o diagnosticava sintomi strani. Allora la spediva subito in clinica, sempre la stessa, con le sue terapie alternative e con strani olii e pietre sacre.

Ma perché vi rattristate così tanto?! domandò la caposala, accompagnando Francesca nella camera singola, con le griglie alle finestre. Qui cè unottima cucina, cè anche il televisore! Una volta mica si partoriva così. Noi fasciavamo i figli con stracci, altro che lenzuola di seta! Qui avete tutto!…

Ma a Francesca quella stanza sembrava una prigione. Le belle immagini di spiagge, boschi e campi incollate e incorniciate dopo pochi giorni le parvero finte e insopportabili, tanto che le tolse dalla parete e le ammonticchiò sul davanzale. La caposala si irritò, ma Francesca rispose:

Non si può decidere da sole qui dentro?

Ma dai! Qui vivete come regine! Cibo buono, camere belle Troppa fortuna, ragazza! A proposito, tuo marito è venuto qui, lho visto.

Carlo? Perché non è entrato?

Gli abbiamo chiesto, ma non ha voluto. Ti ha lasciato dei moduli, per lanalisi del DNA, per capire il sesso e se ci sono problemi. Una roba complicata questa volta, ma Te lo porta domani la Moretti. Ma io non ho detto nulla, eh.

La caposala fece finta di sistemare le immagini.

Perché lesame del DNA? Cè qualcosa che non va? sussurrò Francesca, presa da unimprovvisa ansia, avrebbe voluto essere dal papà, nella stanza col sole e le rondini.

Lui pensa di sì. O forse è solo ansioso. Gli uomini vivono la gravidanza diversamente da noi: noi abbiamo la pancia, loro devono inventarsi i problemi. Comunque, tu cerca una vera dottoressa, lascia stare queste terapie.

Non posso leggere nulla, Carlo lo vieta. Non posso nemmeno telefonare. Potresti chiamare mio padre e Lia, per favore? supplicò Francesca, mani giunte. La caposala prese carta e penna, Francesca scrisse in fretta i numeri. Poi la donna si allontanò.

Due giorni piovve forte laria sapeva di foglie giovani, asfalto bagnato e un profumo dolce, forse di meli in fiore. Francesca si mise alla finestra, aggrappata alle grate.

Sembra proprio una principessa imprigionata, pensò sorridendo amaramente.

Ehi! Tu, la carcerata! urlò una voce dal basso.

Francesca si sporse, vide nel cortile una figura.

Lia?! LIA! Tirami fuori di qui, ti prego!

Si mise a piangere. Ormai piangeva spesso: colpa degli ormoni, dicevano i medici.

Forza, Franci! gridò Lia. Prendi le tue cose e vieni. Ti porto a casa. Tuo padre è fuori di sé dalla preoccupazione!

Dal fondo alla stanza, Francesca iniziò a mettere qualcosa nella sacca. Di corsa si vestì, prese il minimo indispensabile e andò risoluta alla postazione delle infermiere.

Dove vai, Signora Bianchi? A letto! Ora ti viene il travaglio! la bloccò una ragazza.

Vado a casa e basta. Non trattenermi! Francesca la allontanò con decisione.

Ma tuo marito ha detto che devi restare! Finirai per partorire un bambino con problemi

Si morse le labbra, Francesca si fermò.

Cosa vuol dire?

Niente…, cioè, il dottore voleva sapere il sesso del bambino e Be, qui da noi, se non va, si può anche scegliere, capisci…

Rimase zitta. Francesca si sentì gelare, Lia la strinse per le spalle.

Da una stanza accorse la caposala.

Che fate qui impalate? Aspettate che lo chiamino? Via, svelta! Francesca, ora tocca a te decidere, non sei più una bambina: diventerai madre, comportati da madre, capito? Fuori di qui!

Lia la prese sottobraccio e corsero fuori.

Nulla di grave! ridacchiò Lia, accendendo la vecchia Punto Tuo padre sta a casa mia, preoccupatissimo. La Moretti ti sta aspettando.

In quella clinica mi sentivo in prigione, Lia! Dicono che nascerà storto… E ora cosa succederà?

Vedremo, Fra! Ti ricordi quando hanno rapinato la cassa al centro? Si risolve sempre tutto! E dove trova i soldi tuo marito per quella clinica da ricconi? Tutto dopo. Ora a casa e dormi.

Gianni era nella cucina di Lia, magro e consumato.

Fra Come hai fatto Io ti voglio bene! le disse, carezzandole il volto. Francesca iniziò subito a piangere, come una bambina, rifugiandosi tra le braccia del padre.

Tutti in cucina ora! ordinò Lia. Basta drammi, pensa al tuo bambino! Su, svelta!

Gianni prese sua figlia e la coccolò.

Perché non sei andata dalla maga? In qualche paesino, con le erbe! si lamentò la dottoressa Moretti, energica e ruvida. In clinica privata, il marito che decide! Ma che sei una ragazzina? Basta! le pose una mano sulla pancia. Su, alzati. Passeggia tanto e sorridi. Via queste sciocchezze dalla testa! È tutto a posto! Il problema è tuo marito: devi risolverlo. Ti tornerà a prendere, lo sai. Lia mi ha raccontato tutto: roba da pazzi.

Ma come risolvo?

In Arno, lo butti! O divorzi, almeno! Che vuoi, tornare sotto la sua ala? Fatti rispettare.

Francesca scosse la testa. Non voleva andare nella giungla o in Tibet. Voleva solo dormire e mangiare banane. Ce ne saranno, in Tibet? Chiederà a Lia, lei sa tutto.

Carlo si impuntò, non voleva divorziare, minacciava di portarle via il figlio. Allora Lia gli fece credere che il bambino sarebbe nato malato, un maschio con gravi difetti, e che era meglio liberarsene subito. Disse che Francesca non avrebbe chiesto il mantenimento se lui firmava il divorzio.

Carlo, con gli occhi fuori dalle orbite, firmò tutto con mani tremanti. Un maschio malato, mai!

Mamma! Come è possibile?! gridava poi in cucina alla madre, la signora Maria Grazia, Francesca si è rivelata difettosa! Avevo trovato i medici migliori, controllavo tutto secondo i calendari… Voglio una figlia femmina, la crescerò come dico io, le insegnerò il rispetto, come avete fatto voi con me. Sì, magari soffrirà, ma crescerà buona, proprio come me. Vero, mamma?

Maria Grazia, alle lacrime, annuiva solo. Ai pazzi non si risponde: si scappa via.

Lei sapeva che il figlio aveva qualcosa che non andava, soprattutto da quando, a nove anni, restò coinvolto in un incendio in casa: aveva avuto delle visioni di dèi dellantica Grecia e, da allora, non fu più lo stesso. A scuola pensavano si fosse solo maturato allimprovviso; solo lei capì che il suo vero bambino si era perso in quellincendio.

Non preoccuparti, Carlo. Ti troverò una nuova moglie, avrai la bambina che vuoi. Vieni, mangia…

Lui sospirava, ma si lasciava guidare come un bambino.

…Francesca diede alla luce un bambino forte e sano.

Un piccolo gigante! Gioì Gianni, vedendola alluscita dallospedale. Guarda come è buffo… dammi qua, lo porto io. Lia, dai i fiori alle dottoresse! E che guanciotte! Sembra mio nonno! Brava, Francesca, rondinella mia! Vedrai che andrà tutto bene!

Francesca e il padre piansero insieme. Cera paura nellaria, ma ora cera soprattutto amore e futuro.

Come farò a crescerlo da sola? sussurrò Francesca, temendo il peggio.

Ma non sei sola! Hai papà, hai le amiche

Allora non cè niente da temere. Non piangere, sennò ti va via il latte!

Francesca sorrise: aveva papà, Lia, la dottoressa, e le rondini fuori dalla finestra. Chiamò il figlio Niccolò, come il bisnonno.

Uscendo dallospedale, Francesca ebbe la sensazione di vedere Carlo oltre la recinzione: aveva la faccia bianca, come avesse visto un fantasma. Lui si dileguò tra le foglie, inciampando, e non si fece più sentire. Francesca ne fu quasi felice

Crescendo, imparò a essere indipendente e forte. Niccolò crebbe sereno, amato per due, senza che Francesca lo viziasse troppo (Lia non glielo permetteva). La paura le restò, però, e non si sposò più.

***

Ehi! Signore! Sta male? Ragazzi, qui cè uno sdraiato sotto la neve! gridò Niccolò, abbassandosi verso lo sconosciuto.

Lascia perdere, Nic, sarà ubriaco o un senza-tetto. Lascia stare! urlarono gli amici.

No, voi andate, io chiamo lambulanza. Fa un freddo cane, poveraccio…

Il ragazzo corse alla cabina telefonica e chiamò i soccorsi.

Hai trovato il suo documento? chiese linfermiere.

No…

Intanto, Carlo Volpi aprì gli occhi, respinse chi voleva aiutarlo.

Non agitarti! Vedi, questo ragazzo ti ha salvato! lo rimproverò linfermiere. Dai, vieni in ambulanza: qui si muore congelati!

Carlo fissava Niccolò con occhi stralunati, la mente fra sogni e realtà. Avrebbe voluto solo tornare dalla mamma, ascoltare ancora i miti greci nella cucina di casa, sentire il profumo della marmellata…

Si lasciò andare arrendevole sulla lettiga, convinto di salire finalmente tra gli dei.

Vai tranquillo, ragazzo. Bravo, hai salvato un uomo! Linfermiere gli strinse la mano e lambulanza partì.

… Mamma, oggi ho trovato un signore nella neve, ho chiamato i medici, lo hanno portato via, raccontò Niccolò a Francesca.

Hai fatto bene! Sono orgogliosa di te! gli sorrise Francesca. Forse era un alcolista, o uno con dei problemi. A volte è difficile vivere in questo mondo, se non si è forti

Di recente Maria Grazia, ormai anziana, aveva telefonato a Francesca dicendole che Carlo era sparito… In fondo, pensò Francesca, era sparito da tempo: nessuno aveva voluto salvarlo, forse perché in casa ogni cosa si aggiusta. Solo che, questa volta, era lui a non essersi voluto salvare.

Ci sono catene che ci mettiamo addosso, lasciando ad altri la decisione su chi essere, cosa amare e quale vita vivere. La libertà comincia quando impariamo a sciogliere quelle catene, scegliendo, finalmente, per noi stessi e per chi davvero abbiamo a cuore.

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Salvare il proprio figlio
Ti avevo consigliato di fermarti dopo il terzo figlio. Ti ho persino comprato delle pillole speciali, sperando che ti facessero riflettere su quello che stavi facendo. Ma sembra che i miei sforzi siano stati inutili. – Quanti figli hai ancora intenzione di fare? ha chiesto la mia suocera con sarcasmo. – Cerchiamo di evitare il sarcasmo. Sei così arrabbiata perché Pietro ti ha parlato della mia gravidanza? ha risposto Monica con calma. – Ovviamente sì! Ti avevo detto di fermarti dopo il terzo figlio. Ti ho persino comprato delle pillole apposta, sperando che ti facessero ragionare. Ma sembra che sia stato tutto inutile, si è lamentata la suocera. – Conosciamo la tua opinione, ma non vogliamo andare contro natura, ha replicato Monica. – Vi state prendendo gioco di me? Allora non potrete più contare sul mio aiuto! ha urlato Maria. Monica stava per rispondere qualcosa, quando all’improvviso è squillato il telefono. Maria non ha mai sostenuto i suoi figli. Non portava mai in visita i nipoti, non giocava con loro, né regalava dolci o regali se non per il compleanno. Monica e Pietro erano completamente indipendenti dal punto di vista economico. Quando Monica era rimasta incinta del terzo figlio, la suocera aveva insistito per l’aborto, ma la coppia aveva rifiutato e alla fine Maria si era affezionata alla nipotina. Poi Monica era rimasta di nuovo incinta! La donna cercava di non mostrare la sua tensione con la suocera davanti al marito, purché lei e i figli stessero bene. Pietro aveva un lavoro ben retribuito e Monica lavorava part-time da casa. Quando la sua piccola attività ha iniziato a crescere, ha persino assunto un’assistente per aiutarla con i bambini. Tutto andava per il meglio, se non fosse stato per l’atteggiamento di Maria. Fin dal primo momento, non aveva mai gradito la nuora e sperava addirittura che il figlio divorziasse da Monica. Le speranze di Maria si sono rivelate vane. Poi sono arrivati i figli, uno dopo l’altro. Secondo Monica, la suocera si opponeva alla nascita del quarto nipote perché temeva che tutte le finanze di Pietro sarebbero state dedicate alla famiglia e non più a lei. Maria era abituata a vivere nel comfort: il figlio le pagava le visite dal dentista, il centro benessere, persino le ristrutturazioni in casa. Sentiva di perdere tutto. Niente più aiuto economico. Maria era furiosa all’idea di dover rinunciare a qualche privilegio. Monica cercava di ignorare la costante negatività della suocera, ma era chiaro che questo comportamento influiva sul suo benessere emotivo. Tuttavia, è improbabile che Maria possa realmente influenzare la decisione del figlio e della nuora: avranno il quarto figlio! Come gestire una madre che si intromette così tanto nelle scelte e nella vita dei propri figli?