Sei proprio una nonnina, Galina!

Su, nonna Carla, preparati per andare in campagna disse Gennaro, senza staccare gli occhi dal telefonino. È ora di tirar su le patate. È già una settimana che rimandi.

Carla stava davanti ai fornelli, mescolando lentamente la polenta. Il mattino di settembre, oltre la finestra, colava grigio sulla città. Il cucchiaio girava nel tegame in silenzio.

Genny disse piano. Ti ricordi che giorno è oggi?

Sabato. Il giorno giusto per lorto.

Sono trentanni oggi. Trentanni che ci siamo sposati.

Solo allora lui sollevò lo sguardo, fissandola come se gli avesse ricordato il pagamento di una bolletta scaduta da tempo.

E allora? Le patate non si raccolgono mica da sole. Ho lavorato tutta la settimana, ho anche bisogno di riposare ogni tanto. Tu sei a casa, non hai impegni particolari, vai tu.

Pensavo, magari, si poteva andare in un ristorante. Lo avevi detto tu, il mese scorso.

Lho detto, sì. Posò il telefono, prese la tazza di caffè. Ci andremo poi. Ora non è il momento. Le patate aspettano forse? Se gelano nella terra poi ne restiamo senza per tutto linverno. Ci hai pensato?

Carla spense il fornello, sistemò piano il tegame sul sottopentola. Lo faceva con calma, con quei gesti precisi che nascondevano, sotto, qualcosa di teso e dolorante che dentro non trovava pace.

Genny, ti chiedevo solo un giorno. Un giorno, dopo trentanni.

Proprio, sono trentanni. Si alzò, stiracchiandosi e andò verso il frigorifero. E cosa cè da festeggiare? Non siamo più ragazzini per le cene fuori. Sei vecchia ormai, Carla, che fai al ristorante?

Non capì subito quanto la colpì quella parola. Rimase sospesa nellaria della cucina, tra il frigo e i fornelli, tra lei e lui. Vecchia. Buttata lì, come uno dice va bene o daccordo. Nemmeno con cattiveria, che forse era peggio.

Va bene disse Carla.

Brava. Prendi gli attrezzi, la vanga lho affilata questa primavera, sta nel capanno. E non dimenticare le cassette: stanno in un angolo.

Andò in camera. Tirò fuori la borsa, cominciando a riempirla, automatica, chiedendosi cosa stesse mettendo dentro e il perché. Le mani obbedivano, la testa era solo su quella parola: vecchia. Non Carla, non Carla Maria, nemmeno un semplice tu. Vecchia.

Cinquantasei anni. I capelli castani tinti, che ogni mese copriva di nuovo perché i bianchi tornavano presto. Era un po ingrassata negli ultimi anni, sì, ma davvero era tutto quello che lui vedeva in lei? Niente più di orto e patate?

Chiuse la zip della borsa, prese il giaccone, attraversò il corridoio.

Parti adesso? chiese Gennaro dalla cucina, sorpreso.

Hai detto di andare.

Almeno mangia qualcosa.

Non ho fame.

Si mise le scarpe, prese le chiavi della macchina appese allattaccapanni. La piccola Panda blu era parcheggiata fuori: fedele, senza pretese, proprio come lei.

Carla, almeno lascia qui la polenta gridò lui.

Carla uscì e chiuse la porta, senza sbatterla, solo appoggiandola piano. Silenzio.

Il viaggio fino alla cascina durava poco più di unora. Prima la statale, poi una strada provinciale e infine la sterrata che ogni autunno si riempiva di buche e che la primavera rattoppava a fatica. Carla guidava guardando la strada, tenendo la radio spenta. Cera qualcosa di giusto, in quel silenzio: sembrava lunica cosa che potesse permettersi, in quel momento.

Trentanni. Si era sposata che di anni ne aveva ventisei, Gennaro tre di più, lavorava come tecnico in una fabbrica, le sembrava solido, affidabile. Quei primi dieci anni fu davvero così. Poi la fabbrica chiuse, poi Gennaro cambiò lavoro, passò a fare altro, sempre cose diverse. Intanto lei insegnava musica alle medie, sempre semplice, senza grandi ambizioni. Cresciuto un figlio, Antonio: ora viveva a Bologna, con moglie e bimba piccola. Li vedeva tre volte lanno.

La vita era passata così, in breve: tra lezioni e orto, tra riunioni dei genitori e conserve, tra trasferte di lui e le sue serate con un libro. Non si era mai lamentata. Non era abituata a lamentarsi. Però quella mattina qualcosa si era mosso dentro, come un mobile pesante che, dopo anni, si sposta di un centimetro.

Allingresso del villaggio, la sbarra lavevano tenuta alzata dal maggio passato. Carla percorse il sentiero tra i giardini, ormai quasi tutti vuoti, stagione finita. Qua e là fumavano i camini delle saune. Odore di legna e terra umida. Autunno.

Aprite il cancello, entra in cortile, spegne la macchina.

La casa era piccola, su due piani di cui il secondo era più una soffitta. Una veranda con le assi ormai consunte. Lorto dietro, otto pertiche appena. Gennaro aveva promesso da cinque anni di rifare la veranda e il recinto. Non ne aveva trovato il tempo.

Carla spalancò le finestre. Odorava di chiuso, e di un po di mele: quelle che avevano raccolto a fine agosto. Mise su il bollitore, si sedette a guardare lorto.

Sei file di patate: la pianta già secca e gialla, da raccogliere senza indugio. Gennaro, in fondo, aveva ragione: si dovevano tirare. Ma il modo in cui aveva parlato di lei, e soprattutto la parola usata, non riguardavano davvero le patate.

Versò il tè. Si mise a scrutare oltre la siepe.

Dal giardino accanto, il vecchio del posto, Pietro, era morto lo scorso inverno; gli eredi avevano venduto. Lo aveva saputo dalla vicina, la signora Nina, famosa pettegola, ma non aveva visto i nuovi. Ora qualcuno cera: si sentiva battere ritmato, chiodi, e una voce che cantava piano.

Dopo un po, il rumore cessò. Carla finì il tè, si cambiò dabito per lorto, cercò i vecchi pantaloni e un maglione. Prese la vanga dal capanno. Guardò la prima fila di patate, con quel senso di rassegnazione che forse solo le donne dopo una certa età conoscono, quando ti trovi davanti a qualcosa di necessario e mai amato.

Piantò la vanga.

Buongiorno disse qualcuno al di là della staccionata.

Si voltò.

Il nuovo vicino, alto, sui sessanta o più, giacca grigia ordinata, capelli corti e bianchi, postura da militare.

Buongiorno rispose Carla.

Sono il suo nuovo vicino. Vittorio Alessandrini. Ho comprato la casa ad agosto, solo ora riesco a venirci.

Carla Rossi rispose. Noi qui da ventanni, io e mio marito.

Piacere. Inclinò leggermente il capo, un gesto un po daltri tempi. Sta raccogliendo patate?

Sì.

Da sola?

Esitò appena.

Oggi sì.

Lui guardò vanga, file, poi di nuovo lei.

Ho una vanga tedesca, più larga. Se vuole, posso aiutarla. Avevo già previsto un po di lavoro, e qui non cè moltissimo da fare, in tre ore si finisce.

No, davvero, grazie rispose per abitudine. Faccio da sola.

Non ne dubito disse, senza ironia. Ma in due si sta meglio che soli. Come preferisce.

Lei ci pensò un attimo.

Va bene. Grazie.

Tornò dopo poco, con la vanga larga e i guanti. Aprì il cancelletto che divideva i due lotti, mai sbarrato, ed entrò.

Comincio da questo lato, lei segue e raccoglie suggerì. Così è più rapido.

Per venti minuti lavorarono in silenzio. Vittorio scavava piano, ordinato, abituato a faticare senza sprecare energia. Carla raccoglieva i tuberi nelle cassette. Terra umida, patate pesanti e grosse.

Da tanto avete la casa qui? domandò lui.

Dal 98. Costavano poco allora, così abbiamo preso.

Bel posto. Ho visto altri terreni, ma questo mi è piaciuto di più. La pace, il bosco, un fiume vicino.

È di Milano?

Sì. Gli ultimi anni. Ora sono qui vicino a mia sorella, sta a Castellone, quarantina di chilometri.

Carla conosceva Castellone. Un paese con mercato e una chiesa bellissima.

È stato nellesercito? chiese, senza sapere lei stessa da dove fosse spuntata la domanda. Qualcosa in lui lo diceva da solo.

Per trentadue anni, sì. Colonnello in riserva, da tre anni in pensione.

Come si trova con questa vita tranquilla?

Lui girò la terra.

Ci sto prendendo gusto. Allinizio era dura. Poi meno. Ora mi diverto a lavorare con le mani. Sto rimettendo a posto la casa. Questinverno vedo come si sta qui.

Linverno? Qui quasi nessuno resta

Meglio così. Ho bisogno di silenzio.

Lavorarono ancora. Carla si accorse che da un po aveva smesso di pensare a Gennaro e a quella parola. Solo lavoro e, ogni tanto, qualche frase. Lui rispondeva con calma, con attenzione, senza fretta di riempire i vuoti.

A mezzogiorno metà dellorto era fatto.

Facciamo una pausa propose Carla. Metto su il tè.

Volentieri.

Tagliò fette di pane, prese dal frigorifero un pezzo di formaggio e la marmellata fatta in luglio di fragole. Sul tavolo della veranda, apparecchiò.

Vittorio si lavò le mani, poi salì, sedendosi sulla vecchia sedia con naturalezza.

Prego fece Carla.

Marmellata fatta in casa?

Sì, questanno le fragole sono venute benissimo.

Spalmò il pane, assaggiò.

Buonissima. Mia madre la faceva così. Non la mangiavo da ventanni almeno.

Carla prese il tè e pensò che era strano stare lì con un quasi sconosciuto sulla propria veranda, nel giorno dellanniversario di matrimonio, a parlare di marmellata. Strano, ma non spiacevole. Anzi.

Ha famiglia? chiese. Subito si sentì avventata.

Avevo. Divorziato da dodici anni. Una figlia a Firenze, due nipoti.

Lei non viene mai qui?

Ha la sua famiglia. Ed è giusto così. Sorseggiò il tè. Voi?

Un figlio, Antonio. Sta a Bologna, la bimba ha tre anni: Sofia. Ci vediamo proprio poco.

Succede. Volano via, i figli.

Rimasero in silenzio, Carla guardava il melo nellangolo dellorto, ancora con due mele appese, tardive.

Facciamo così, signora Carla propose Vittorio, sorridendo gentile. Da militare sono abituato agli accordi chiari: io do una mano nellorto e dove serve una mano forte, lei mi offre il tè con la marmellata e ogni tanto una chiacchierata. Tutto da buoni vicini. Le sta bene?

Carla rise. Leggera, subito.

Strano come patto.

Ma sincero disse lui serio, ma con gli occhi allegri.

Daccordo.

Si strinsero la mano. Era una stretta sicura.

Dopo pranzo finirono il lavoro. Vittorio aggiustò anche il palo del cancelletto, trovò gli attrezzi come se fosse sempre vissuto lì.

Alle quattro tutto era a posto: le casse di patate riposte, il palo fisso, lorto sistemato.

Ecco fatto disse Vittorio, togliendo i guanti. Ordine ristabilito.

Grazie davvero. Da sola ci avrei messo tutta la giornata.

Un piacere. Pausa. Domani, se le va, gradirei un consiglio: sul mio portico le assi sono tutte storte. Io mica me ne intendo.

Neanchio sono esperta confessò Carla.

A due teste magari ci si riesce.

Riprese la sua strada. Carla accese la luce. Stava già facendo sera. Doveva avvisare Gennaro che aveva finito. Chiamò.

E allora? rispose lui invece di salutarla.

Sono arrivata. Raccolto tutto.

Brave. Messe in capanno le cassette?

Sì.

OK. Magari domenica passo con Sergio, vediamo.

Va bene.

Ho da fare.

Chiuse la chiamata. Carla rimase seduta col telefono in mano. Poi lo pose sul tavolo, uscì sulla veranda a vedere il sole tramontare dietro i tetti.

Dormire sola in campagna non le metteva ansia. Era un posto calmo, ormai lo conosceva a memoria. In ventanni le era capitato spesso di restare sola lì, più di recente sempre di più. Cucinava qualcosa, leggeva, si coricava presto. Non doveva mai essere pronta per nessuno. Una libertà lieve, appena sussurrata, ma sentita.

Il mattino dopo si svegliò allalba, la rugiada ancora ovunque. Prese il caffè, preparò la colazione. Poi si ricordò che Vittorio aveva chiesto aiuto per le assi. Ci pensò. Poi andò di là.

Presto alzata, vedo disse lui, e si capiva che era sveglio già da prima.

Abitudine. Osservò il portico: il legno alzato, una tavola staccata per il lungo. Serve solo qualche chiodo da falegname. Ne ha?

Troveremo.

Lavorarono insieme. Carla reggeva, Vittorio inchiodava. Entrando nella sua casa, non poté fare a meno di guardarsi attorno: ordine, libri sugli scaffali, una vecchia cartina da topografo sul tavolo.

Fa trekking?

Ho labitudine di segnare mappe: cammino nella zona, aggiorno percorsi e punti interessanti.

Cosa ha trovato?

Di tutto. Ieri ho visto un vecchio mulino a cinque chilometri da qui: quasi intatto. Vuole venire a vederlo una volta?

Volentieri rispose, sorprendendosi della propria prontezza.

A tè lui chiese:

Cosa fa in città?

Insegno musica alle medie.

Suona anche?

Una volta sì. Abbiamo ancora una tastiera elettronica, studiavo fino a quarantacinque anni, poi ho smesso. Non avevo tempo, o forse credevo di non averlo.

Come sarebbe, credeva?

Lei rifletté.

Credo che il tempo cera, ma mi sono convinta di no. Che non era più permesso.

Lui la fissò attento.

Strano modo di vedere.

Pare?

Per me suonare nella propria casa non è privilegio da chiedere, ma diritto rispose. Ma ognuno pensa come crede.

Carla tacque, ma sentì dentro uno spostamento, come quando dopo tanto una scatola si apre da sola.

Rimase altri tre giorni alla cascina. Gennaro non venne, scrisse che Sergio non poteva. Nessuna spiegazione.

In quei giorni mise ordine ovunque: buttò vecchi vasi rotti, oggetti inutili che Gennaro aveva tenuto per ventanni perché servono, mai serviti. Ogni mattina Vittorio appariva tra lorto e la siepe, a volte aiutava, a volte solo chiacchierava. Poi tè, a turno nella casa di uno o dellaltro. Parlavano di libri, figli, comera il paese trentanni prima e comera ora. Lui raccontava della carriera militare senza enfasi, solo come un pezzo del cammino. Lei delle scuole, dei suoi ragazzi, dei cambiamenti negli anni.

Scoprì che lui ascoltava davvero. Guardava negli occhi, non interrompeva. Non sapeva da quanto nessuno la ascoltava così.

Il terzo giorno, rovistando nel capanno, trovò un piccolo specchio, nascosto da anni perché Gennaro lo trovava inutile lì. Lo rimise al posto. Si guardò. Capelli arruffati, il viso senza trucco, il vecchio maglione. Dalla borsa prese un rossetto, mai usato in campagna, e si colorò le labbra. Solo perché le andava.

Quella sera, Vittorio disse:

Sta bene oggi.

È solo un po di rossetto.

Non solo replicò lui.

Non rispose. Versò altro tè.

Al momento di partire, lui la accompagnò.

Tornerà presto?

Tra due settimane, forse prima.

Io sarò qui. Vorrei fermarmi a lungo.

Fece di sì col capo, salì in auto. Si voltò.

Grazie di questi giorni.

Sono stato bene anche io. Attenta alla strada.

Dopo pochi chilometri, Carla accese la radio. Passava un vecchio pezzo anni 70, cominciò a canticchiarlo a bassa voce. Non cantava da dieci anni forse.

In città la routine. Scuola, spesa, cucina. Gennaro rientrava la sera, mangiava, guardava la TV, qualche volta usciva senza spiegare. Lei non chiedeva dove. Fino a quel punto era normale: non chiedere, non spiegare. Si chiamava matrimonio.

Ma qualcosa in lei stava cambiando, piano, come una luce dautunno. Dal ripostiglio riprese la tastiera, spolverò, accese. Funzionava ancora, la vecchia Cremona, presa nel 93. Appoggiò le mani sui tasti, fece qualche scala, poi linizio di un Notturno di Chopin, quello che una volta aveva studiato a lungo.

Gennaro passò nella stanza.

Ma suoni adesso?

Sì.

Perché? È tardi, ci sono i vicini.

Con tre pareti in mezzo nemmeno sentono.

Mah. Se ne andò.

Lei proseguì a suonare per mezzora ancora. Poi rimise via, perché lo voleva, non perché lui se ne fosse andato.

Il sabato dopo si svegliò presto, si acconciò i capelli, mise un vestito blu scuro mai indossato, comprato due anni prima. Si presentò in cucina.

Gennaro la guardò, confuso.

Dove vai così?

Da nessuna parte. Mi piace così.

Lui scrollò le spalle, rimise la testa nel telefono. Carla preparò il caffè, bevve con la finestra aperta. Il cortile era sempre quello, ma il caffè sembrava più buono.

La sua amica Teresa, compagna dai tempi delluniversità, le scrisse:

Carla, ti sei ringiovanita? Su Facebook hai una foto nuova. Sembri unaltra! Cosè successo di bello?

Carla riguardò la foto pubblicata il giorno prima. Era seduta sulla verandina della cascina, col vestito blu e la tazza in mano. Foto di Vittorio: Guarda come cade la luce, aveva detto lui. Carla non pensava sarebbe stata così bene.

Tutto bene rispose a Teresa finalmente ho dormito bene.

Teresa rispose con una faccina che rideva.

Due settimane dopo Carla tornò in campagna, da sola questa volta, senza che nessuno glielo avesse chiesto. Fece la borsa venerdì sera, sabato mattina partì. Portò con sé la tastiera, piccola, facile da caricare.

Vittorio era lì. Vide la Panda, si avvicinò alla rete:

Buongiorno.

Buongiorno a lei. Non è partito?

Le avevo detto che restavo. Cosha nel bagagliaio?

La tastiera. Ho voglia di suonare.

Lui accennò un sorriso pieno.

Ottima idea! Facciamo spazio sulla veranda?

Sistemarono lo strumento dove cera più luce. Carla lo accese, mise uno sgabello. Provò qualche nota.

Non sentivo una tastiera dal vivo da anni disse lui. Posso ascoltare?

Non sempre sarà perfetta. Ho mani arrugginite.

Non serve la perfezione. Serve vivere.

Lei annuì. Iniziò a suonare. Prima esitante, poi più sicura. Le mani ricordavano, i muscoli sapevano ancora. Il Notturno venne un po storto, ma suo.

Vittorio sedeva in silenzio sulla panca, ascoltava, non interrompeva.

Poi il tè di nuovo. Lui portò una tavoletta di cioccolato, fondente, buono.

Sa una cosa? disse Carla spezzandone una parte. Ho smesso di suonare perché mi sembrava solo rumore in più. Sai quando vivi con chi, della musica, non vuole sentirne? Finisci per crederci anche tu.

Ma non è rumore, è necessario.

Ha ragione. Davvero necessario.

Dopo una pausa, lui raccontò:

Quando sono andato in pensione, mia moglie mi disse: Ora sei sempre a casa. Lo diceva con terrore. Ho capito che i miei trentadue anni via erano la norma per lei, non la distanza. Abbiamo vissuto ancora un anno, poi siamo rimasti amici, ma ognuno per conto suo. Lei è rimasta a Milano, io mi sono spostato.

Pentito?

Di cosa?

Che è finita così.

Lui rifletté.

Mi dispiace non aver capito prima. Ma su ciò che ho fatto bene, non mi pento.

Carla fissava la tazza.

È difficile capire quando la pazienza finisce e quando diventa solo abitudine disse. Quando non sopporti più, e semplicemente non ci fai caso.

Bel dilemma rispose lui. Magari la risposta nessuno ce lha.

Giù in campagna lautunno durava lento e dolce. Carla veniva ogni due fine settimana, talvolta si fermava una settimana intera: la scuola andava bene, i ragazzi erano buoni, il lavoro le pesava meno.

Ogni volta portava qualcosa: una volta portò dei vecchi dischi, ritrovati in una scatola. Vittorio aggiustò il grammofono abbandonato in casa da anni. Ascoltarono vecchie canzoni, fuori pioveva.

Mia madre ascoltava queste disse lui.

Anche la mia. Sento ancora lodore delle copertine rispose Carla, occhi chiusi per un attimo.

Una bella memoria.

Anche troppe. A volte pesa.

Perché?

Ricordi comera bello, e fa male vedere come sia ora. È una consapevolezza scomoda.

Vittorio cambiò disco.

Ma è onesta disse lui.

Stettero zitti ad ascoltare la musica, mentre fuori il mondo si bagnava.

A fine ottobre Gennaro cambiò. Carla subito non se ne accorse: rincasava più tardi, parlava poco, la vedeva mentre metteva via in fretta il telefono. Una volta lo sentì dire piano: Domani non posso, cè mia moglie.

Non fece scenate, non pianse. Rifletté, con una calma nuova, una lucidità mai provata.

Aveva cinquantasei anni, insegnava musica e sapeva cucinare la marmellata, suonare Chopin e parlare come pochi. Non era una vecchia. Era Carla Rossi. E solo ora cominciava davvero a capirlo.

Non raccontò a Vittorio delle cose di Gennaro. Non era questione di segreti: era solo suo, e non voleva metterlo in mezzo. Ma un giorno, lui chiese:

Signora Carla, tutto bene?

Perché chiede?

Oggi è distante.

A casa non va tanto bene, capita.

Succede, sì disse lui, e non aggiunse altro. Quel silenzio le fu più caro di mille frasi.

A novembre lui la portò al mulino. Camminarono nel bosco, aria tagliente e pura, il mulino sul torrente, coperto di rami. Vecchio, ma quasi intero.

Bello disse Carla.

Settecentesco, penso. Ho guardato le vecchie mappe.

Stettero a lungo in silenzio. Poi lei disse piano, più a se stessa: A cinquantacinque anni ricominciare una vita come si fa?

Io non la chiamo ricominciare. Solo continuare. È solo diverso.

Differenza?

Ricominciare sembra che prima si sia sbagliato. Prima era un pezzo, ora questo. Entrambi veri.

Ha paura?

Della solitudine, forse. Ma alla fine sono sola anche ora. Sorrise amara. Strano temere ciò che già vivi.

Cè stare soli quando cè solo te nello spazio. Ma sei più solo se cè un altro lì vicino e non ti vede più. Quello è peggio.

Tornarono sui loro passi. Laria fresca, la campagna nuda davanti. Carla sentiva che la vita dopo i cinquantacinque anni, che aveva pensato simile a una lunga attesa, era invece tuttaltro: viva, sconosciuta, imperfetta e vera.

Non sapeva che avrebbe detto Gennaro al ritorno. Né cosa avrebbe risposto lei stessa. Non sapeva che nome dare a ciò che era appena iniziato.

Al suo fianco camminava un uomo che la vedeva come una donna, non come una governante. Che ascoltava. Che non aveva mai detto che lei fosse di troppo, o troppo vecchia, o che il suo posto fosse solo tra le patate. Chissà se era un nuovo cammino, una tregua, o qualcosa di altro, senza nome.

Oltre il campo cominciava il bosco. E loro continuarono a camminare insieme.

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