Giornale di Padre Lorenzo
La messa del mattino procedeva come al solito, nella consueta calma dei giorni feriali. Le stesse preghiere, le stesse facce note: quasi tutte donne anziane, una decina o poco più. Ormai, dopo ventitré anni di servizio nella chiesetta di Santa Lucia qui a Perugia, avevo perso la speranza che un giorno feriale il tempio si riempisse danime.
Ero quasi giunto alla fine della liturgia, quando udii un leggerissimo cigolio alla porta dingresso.
Alzai lo sguardo e rimasi di colpo immobile.
Nel corridoio centrale camminava tranquilla, come se fosse sempre stata di casa, una gatta.
Grigia, morbida, una macchia bianca al petto. La coda alzata con fierezza. Camminava sicura, come sapesse esattamente dove stava andando.
Le fedeli sussurrarono tra loro qualcuna si fece il segno della croce, unaltra portò la mano alla bocca, incredula. Ma la gatta passò indifferente tra le icone e le candele, e si sistemò proprio davanti allaltare maggiore.
Si accucciò in un soffice gomitolo, il musino sulle zampe, e rimase così. Solo gli occhi gialli erano ben aperti fissi, intensi, mai uno sbattere di ciglia.
Dentro di me qualcosa tremò.
Lavevo riconosciuta.
Dio mio, come aveva fatto ad arrivare qui?
Le mani iniziarono a scaldarsi. Chiusi gli occhi per pochi istanti, cercando di ritrovare la concentrazione, ma subito riapparve davanti a me limmagine di Rosa Mariani.
Una donna anziana, piccola, con occhi gentili e stanchi. Viveva sola in un vecchio bilocale in una palazzina verso la periferia. Veniva in chiesa ogni domenica pian piano, appoggiandosi al bastone, ma non mancava mai.
Ed era sempre pronta a nutrire i gatti del cortile.
Anche loro sono creature del Signore, padre, mi disse una volta, quando la visitai per portarle la Comunione. Come potremmo ignorarli?
E Lucia era la sua preferita. Una gatta grigia, a pelo lungo, che aveva trovato cucciola e allevato come una figlia. Lucia le era devota non la lasciava mai, neanche un secondo.
Lultima volta che andai a trovarla saranno state tre settimane fa Lucia era appostata sul davanzale, lo sguardo sempre su Rosa. Pareva davvero che capisse tutto.
Padre, sussurrò Rosa in quelloccasione, se dovesse succedermi qualcosa, non abbandonate Lucia. È molto intelligente.
Annuii soltanto, stringendole con dolcezza la mano.
E ora Lucia era lì, davanti allaltare.
E io compresi ogni cosa. Un gelo mi avvolse.
Continuai la liturgia come in una nebbia.
Mentre terminavo le ultime preghiere, le parole uscivano da sole. La mente, però, urlava soltanto una cosa: devo andare. Subito.
Le signore lasciavano la chiesa a passi lenti, con le loro candele, sussurrando tra loro. Più volte si girarono a guardare la gatta, che rimaneva immobile dovera.
Padre, ma questa iniziò una di loro. Ma alzai la mano:
Dopo. Parliamo dopo.
Togliei la pianeta, indossai la veste normale le dita così tremanti che faticavo persino a chiudere i bottoni.
Signore, fa che mi sbagli.
Ma sapevo. Lo sentivo in ogni fibra: non potevo sbagliarmi.
Lucia alzò il muso quando mi avvicinai. Mi fissò a lungo negli occhi, poi miagolò piano.
Una volta sola.
Come a chiedere: hai capito? Allora andiamo.
Andiamo, sussurrai, porgendole la mano.
Lucia si stiracchiò delicatamente e prese la via delluscita. Io la seguii.
Fuori era nuvoloso. Il vento faceva volare le foglie sul selciato e agitava i rami spogli. Casa di Rosa Mariani non era lontana un quarto dora a piedi al massimo.
A passo svelto mi avviai, Lucia sempre al mio fianco, la coda alta e morbida a guidarmi.
Basta arrivare in tempo, pensavo. Ma già sapevo: quando una gatta entra in chiesa e si stende davanti allaltare, non serve illudersi. È già successo.
Sulla strada ricordavo Rosa come sedeva in poltrona presso la finestra, stretta nella sciarpa, il sorriso ad accogliermi. Come tremava la sua mano nellincrociarsi al dono dellEucaristia.
Sa, padre, disse allora, non ho paura. Davvero. Sono stata fortunata. Ho avuto un marito che amavo, una figlia cresciuta bene. Ho anche dei nipoti, anche se lontani, e li vedo poco. Ma il Signore non mi ha abbandonata. Mai.
E non la abbandonerà, risposi.
Sospirò silenziosa:
Lo so. Ma la solitudine pesa comunque. Lucia mi fa compagnia, certo. Ma in casa, che silenzio.
Allora non diedi troppo peso alle sue parole. Le sorrisi, la consigliai, la tranquillizzai. Non intuivo che forse era un addio.
Ed eccomi davanti al suo portone grigio, con la vernice scrostata, il citofono fuori uso da anni. Terzo piano, senza ascensore come sempre.
Salivo stringendomi al corrimano. Il cuore batteva allimpazzata di fretta o dansia, non saprei.
Lucia correva avanti. Si fermò davanti alla porta la solita, con la vernice spelata e il numero 12 appena leggibile.
E si sedette.
Bussai.
Una, due, tre volte.
Nessuna risposta.
Suonai il vecchio campanello, che strideva come sempre in tutta la casa.
Niente.
Rosa! chiamai. Rosa Mariani! Sono padre Lorenzo!
Silenzio.
Poggiai lorecchio alla porta. Magari non sente bene, ormai letà
Troppa quiete dentro.
Mi accovacciai e guardai Lucia. Lei fissava lo stipite, senza battere ciglio.
Le mani tremavano mentre cercavo il cellulare. Composi il numero del maresciallo Pezzella, che già conoscevo da quando un anno fa aiutò con un senzatetto entrato in chiesa.
Pronto? Maresciallo Pezzella? Sono padre Lorenzo. Sì, dalla chiesa di Santa Lucia. Ho bisogno daiuto qui una anziana non risponde né apre. Credo bisognerà forzare la porta.
Rispose con calma:
Lindirizzo?
Via Garibaldi 16, terzo piano, interno 12.
Arrivo subito.
Chiusi il telefono e mi lasciai cadere a terra accanto alla parete.
Lucia mi si avvicinò, sfregandosi leggera sulla tonaca. Miagolò piano, triste.
La carezzai sul morbido pelo grigio.
Sei stata brava, sussurrai. Hai fatto il tuo dovere. Sei venuta da me.
Si adagiò al mio fianco.
E restammo lì, insieme.
Pensavo a quanto raramente fossi passato da Rosa. A come non mi fossi accorto che forse stava peggio di quanto mostrava. Forse si aspettava più presenza.
Perdonami, Rosa Mariani. Perdonami.
Il maresciallo arrivò dopo quindici minuti.
Era un uomo corpulento e stanco. Quando mi vide seduto sul pavimento, rimase sorpreso:
Padre Lorenzo? Che succede?
Rosa Mariani non apre. Temo che la voce mi si spezzò.
Lui annuì, come se già sapesse.
Vada pure dietro.
Bussò sulla porta con autorità.
Signora Rosa Mariani! È la polizia! Apra!
Silenzio.
Pezzella estrasse una leva corta dalla borsa. La infilò nella fessura tra porta e telaio, e con una spallata decisa spinse.
Scricchiolio, legno che cedeva. Ancora uno sforzo, il ferro fece leva. La serratura cedette.
La porta si spalancò.
Ci avvolse una zaffata di aria ferma. Odore di farmaci e un silenzio così denso da farsi rumore.
Chiusi gli occhi, mi feci il segno della croce e seguii il maresciallo allinterno.
Il corridoio mi era famigliare. Sul gancio il cappotto marrone di Rosa, le maniche logore. Le sue ciabatte erano al loro posto, precise.
Tutto percorso, a destra il soggiorno.
Pezzella aprì la porta e si bloccò.
Mi accostai alle sue spalle.
Il cuore mi cadde nel vuoto.
Rosa era seduta nella sua poltrona presso la finestra. Avvolta nella sciarpa, le mani intrecciate sul petto. La testa un po riversa allindietro.
Pareva dormisse.
Ma il volto era di cera. Immobile.
Gesù sussurrai appena.
Il maresciallo si avvicinò, le sfiorò il polso, scosse la testa:
E già passata da un po. Tre giorni, forse di più.
Tre giorni.
Caddi in ginocchio sulluscio.
Tre giorni era stata così, da sola. In una casa vuota. Nessuno era venuto. Nessuno aveva sentito la mancanza.
La figlia in unaltra città. I nipoti lontani. Vicini? Chi oggi nota i propri vicini.
Solo Lucia.
Solo lei rimase fedele, seduta accanto alla padrona. Non se nera andata, neppure con la finestra socchiusa.
E solo dopo, quando ha capito, è venuta in chiesa.
La conosceva bene? mi chiese Pezzella, estraendo il telefono.
Sì, ingoiai a fatica. Era una delle mie fedeli. Una donna buona.
Ci sono parenti da avvertire? Dove trovo i documenti?
O nellarmadio o nella scrivania, la voce mi tremava. Maresciallo, posso chiamare io la figlia? Ho il numero, me lo lasciò anni fa.
Annuii:
Daccordo. Nel frattempo chiamo l’ambulanza.
Mi avvicinai ancora, fissando il volto di Rosa sereno, quasi luminoso.
Non aveva sofferto. Il Signore laveva chiamata dolcemente, forse nel sonno.
Perdonami, sussurrai. Perdonami se non sono venuto prima. Se non ho saputo vederti.
La mano mi partì da sola le sfiorai appena i capelli bianchi.
La benedissi, e iniziai la preghiera per i defunti piano, quasi un sussurro. Le parole si scioglievano come lacrime.
Nella porta, immobile, Lucia fissava la padrona.
Ed in quellattimo compresi con chiarezza: questa gatta aveva amato Rosa più dei suoi parenti.
Più della figlia che chiamava una volta al mese.
Più dei nipoti che venivano a Natale.
Lucia le era rimasta accanto fino allultimo respiro.
E anche dopo non laveva lasciata anzi, era venuta in chiesa, a chiedere aiuto.
Mi inginocchiai e la sollevai con delicatezza.
Lucia non oppose resistenza. Si accoccolò al mio petto, miagolando a bassa voce.
Basta, sussurrai. Basta, piccola. Mi prenderò cura di lei. Te lo giuro. Verrà sepolta da cristiana. Ora tu rimarrai con me. Va bene?
E piansi.
Le lacrime scivolavano sul suo pelo morbido, e io la carezzavo, pensando che la vera dedizione non si dice con le parole, ma con i fatti.
Dopo tre giorni, seppellimmo Rosa.
Sua figlia venne da Livorno smunta, gli occhi arrossati, in nero. I nipoti non li aveva portati troppo lontano, troppo impegnati con la scuola, mi spiegò.
Erano presenti una ventina di anziane della parrocchia, quelle che la conoscevano da sempre. Intonarono Riposa in pace con voci tremanti.
Celebravo lesequie. Recitavo le preghiere, fissavo la bara il volto pacifico di Rosa, chiuso nel fazzoletto bianco.
Perdonami, figlia del Signore, per le mie assenze, per la mia freddezza.
Accanto alla bara, sul pavimento gelido della chiesa, Lucia era rannicchiata.
Era venuta da sola, quella mattina, appena avevano portato il feretro.
Si era messa lì, e non laveva più lasciata.
La figlia cercò di scacciarla, sventolando un fazzoletto:
Su, via! Non è il tuo posto!
Ma la fermai:
Lascila. Lascila salutare.
Restò in silenzio.
Anche al cimitero portai con me Lucia. Non si lasciava mai.
Dopo, la figlia mi si avvicinò:
Grazie di tutto. Di averla trovata. Di averci avvisati.
Non ringrazi me, risposi a bassa voce. Ma Lucia. È lei che mi ha guidato.
Guardò la gatta a lungo, indecisa.
Portala via, disse infine. Io non posso prenderla. Ho lallergia.
Ci avevo già pensato, le assicurai.
Annuii, e se ne andò, senza voltarsi verso la tomba.
Rimasi lì.
A guardare il tumulo di terra umida, la croce provvisoria.
Rosa Mariani. Silenziosa. Sola.
Quante sono dentro case e appartamenti? Invecchiano, se ne vanno nessuno si accorge. Nessuno si preoccupa.
Tranne i gatti. E Dio.
Carezzai Lucia:
Torniamo a casa?
Miagolò appena, un suono piccolo, tenero.
Da allora, in chiesa, sul davanzale vicino allaltare, cè sempre una gatta grigia addormentata.
I fedeli le portano bocconcini, la accarezzano, le sussurrano:
Che creatura speciale. Unanima santa.
Io sorrido piano.
E la sera, prima di dormire, mi siedo in poltrona con Lucia sulle ginocchia, lo sguardo fisso sulla luce della lampada davanti alla Madonna.
Lei socchiude gli occhi, felice, e fa le fusa.
Negli occhi gialli di Lucia si riflette la luce tremolante della lampada.
Un bagliore lieve. Eterno.







