L’alba di Stepanuzzo

– Buongiorno, sole mio! Giulia uscì sul balcone del suo nuovo appartamento, si stiracchiò ben bene e batté le mani, accogliendo lalba.

Il cielo sopra lArno si rischiarava promettendo una giornata limpida e portando con sé quella speranza leggera che il giorno sarebbe stato migliore di quello appena passato. Solo questa speranza teneva Giulia lontana dal baratro della tristezza e le permetteva di andare avanti, passo dopo passo, rivendicando giorno per giorno il diritto di vivere.

Per trovare la casa giusta, Giulia aveva sfiancato lagente immobiliare, stufandolo con mille richieste.

Ma che cosa non va in questo appartamento? borbottava sconsolato il poveretto. Soffitti alti, vicini tranquilli, ristrutturazione recente…

Ma le finestre danno a nord. Io ho bisogno di luce, mi piace il sole.

In quellaltro, quello visitato prima, le finestre erano a sud!

Primo piano! ricordava secca Giulia. Io avevo chiesto sopra il sesto.

Ah, già! Ma scusi, ma lo sa che trovare tutto quello che vuole è quasi impossibile?!

Non esistono cose impossibili. Bastano volontà e tanta pazienza. E alla fine tutto va al suo posto! sorrideva maliziosa Giulia.

Se fu la sua tenacia o solo la voglia dellagente di togliersela finalmente di torno, fatto sta che alla fine la casa per Giulia la trovò.

Ho la soluzione per lei! sospirò al telefono proprio quel giorno che Giulia, dopo aver chiuso un contratto particolarmente remunerativo, decise di coccolarsi con due cannoli alla pasticceria sotto casa.

Sicuro?

Soffitti, esposizione, cucina, vicini tutto come voleva lei. Ma il bello non è solo questo.

E cosè il bello?

Venga, venga a vedere con i suoi occhi!

E Giulia andò. Uscì sul balcone di quello che sarebbe stato il suo appartamento e rimase senza fiato.

La vista era così mozzafiato che la questione della scelta non si pose più.

La palazzina era su una piccola collina fuori Firenze e, dal balcone di Giulia, si vedevano fiume, città, e persino le campagne oltre lArno. Le venne quasi voglia di spalancare le braccia e gridare di gioia, come quando da piccola correva giù per la discesa del paese, ridendo e sentendosi al sicuro, sicura che, in fondo alla corsa, la mamma lavrebbe presa al volo.

Ma ad acciuffare Giulia, ormai, non cera più nessuno. La madre era mancata lanno prima, dopo una lunga malattia. Quasi dieci anni a combattere con le conseguenze di un ictus maledetto.

Eppure, quegli anni per Giulia non erano stati un incubo, come dicevano alcuni amici e quasi tutti i parenti. Sua mamma era lì, accanto a lei. Aveva bisogno di cure, certo, e Giulia gliele aveva garantite: aveva assunto una badante per aiutarla e aveva lasciato lufficio per lavorare da casa. Vederla spegnersi poco a poco, con sempre meno voglia di aprire gli occhi ogni mattina, era stato doloroso. Ma erano insieme. Quei momenti, Giulia li custodiva come il tesoro più prezioso.

Quando aiutava sua madre a lavarsi la mattina, ricordava la donna forte e bellissima che, in quella sola estate insieme al mare, faceva ridere tutti tuffandosi in acqua come una sirena.

Dai, che ti porto a fare una nuotata! I dottori dicono che ti fa bene laria di mare!

E infatti la buttava tra le onde, mentre le mamme dagli ombrelloni gridavano preoccupate che la bambina ormai sembrava blu.

Ma signora, così la fate gelare!

Ma va! rispondeva allegra sua madre Un po di mare non ha mai ucciso nessuno.

E Giulia nemmeno si ammalò, anzi, quellanno fu benissimo.

Solo crescendo Giulia capì quanto avesse amato quella forza, capace di essere dolce o severa, proprio come il mare. Sua madre sapeva quando abbracciarla e quando invece girarsi dallaltra parte, silenziosa, perché certi gesti non possono essere accettati nemmeno da chi ci vuole bene più di ogni altra cosa. E Giulia, questa lezione, non lha mai dimenticata: non doveva rendere conto a nessuno, se non alla propria coscienza.

Giulia, piccola, pensaci bene! Mamma tua forse ormai non si rialzerà più e tu sei giovane, hai la carriera, una vita davanti Non vuoi lasciarla per qualche settimana in una clinica? Sarebbe meglio anche per te quasi le imploravano le zie, preoccupate, suggerendole la casa di cura. Riflettici!

Giulia non discuteva. Accompagnava le zie alla porta, prometteva che ci avrebbe pensato, poi tagliava i ponti finché non si fossero convinte che la mamma doveva restare a casa e basta. Aveva dovuto farsi in quattro tra lavori extra e notti insonni, ma non si è mai pentita.

In quei mesi dormiva a tratti. Si svegliava allalba e andava a prepararsi un caffè forte. Usciva sul piccolo balcone con la tazzina, sorseggiando lentamente e preparando se stessa ad affrontare il nuovo giorno.

Dal balcone della vecchia casa si vedevano solo cortile e i garage dei vicini. Nella testa il sogno che, un giorno, la mamma sarebbe risorta e allora avrebbero cambiato casa insieme, scegliendo un posto luminoso e grande, dove essere felici ancora.

Non è successo.

Il trasloco Giulia lo fece da sola, ma sapeva di non avere scelta. Restare dovera, in una casa troppo piena di ricordi, era insopportabile.

Durante il trasloco, rimettendo a posto le scatole e le vecchie foto, Giulia tra una lacrima e una risata non se la prese con il destino per averle tolto la persona più cara. Era inutile. Meglio ringraziare per quello che aveva avuto: una madre meravigliosa e una casa calda e piena di amore, qualunque cosa accadesse fuori.

Il nuovo appartamento la accolse con stanze vuote, odore di pittura fresca e polvere sui davanzali. Aprì le finestre e cominciò a pulire, canticchiando sotto voce, ricordando quando la madre rideva delle sue stonature.

Giulia! I tuoi orsi, poveretti, avranno le orecchie a brandelli!

Ma mamma!

Che importa! Canta pure, limportante è cantare col cuore!

E lei rideva, senza vergogna per la voce.

La routine la seguì anche nella nuova casa: non cera motivo per svegliarsi così presto, eppure Giulia si svegliava allalba per vedere sorgere il sole dal balcone.

Per una settimana lo fece da sola. La città riprendeva vita proprio mentre lei stava finendo il caffè. Ma una mattina, mentre si beava dei primi raggi, sentì alle sue spalle:

Buongiorno, signorina!

Per poco non le cadde la tazza. Si voltò distinto, poi scoppiò a ridere:

Buongiorno anche a voi!

Il vicino del balcone accanto era un tipo distinto, barba bianca, capelli candidi e uno sguardo vissuto. Ad accompagnarlo, un fedele compagno: un elegante gatto grigio che si dondolava sul parapetto come se fosse nato equilibrista.

Ottimo caffè commentò il vicino, socchiudendo gli occhi verso il sole, mentre accarezzava il gatto.

Ne vuole una tazza? Giulia sparì in cucina e tornò con unaltra tazza fumante.

Il vicino accettò volentieri. Bevettero in silenzio, guardando il sole salire sullArno, ognuno immerso nei suoi pensieri.

Grazie! disse restituendo la tazza. Da allora nacque una piccola tradizione.

Giulia ormai non beveva più il caffè in solitudine.

Il vicino si chiamava Matteo Stefani. Era un vecchio scapolo, grande medico, appassionato di moto e innamorato follemente di due cose al mondo: il suo gatto e la vita.

Giulia, cè una cosa che non ho mai capito. A volte guardi una persona e pensi che non ce la farà, invece combatte e vince. Altre volte tutto sembra perfetto, ma lascia andare e tu, per quanto ti sforzi, non puoi fare niente.

Deve essere dura

Molto. Anche quando sai di aver fatto tutto il possibile, ti rimane lamaro in bocca.

Lo capisco

E Giulia non mentiva: conosceva quella sensazione, dopo aver visto sua madre andarsene, nonostante tutti gli sforzi. Ricordava la zia che le aveva detto:

Lascia andare… lei vuole solo semplificarti la vita. Mica lo capisci, eh? Ti vuole più bene di se stessa!

Quella frase le aveva spezzato il cuore, e per la prima volta nella vita si era arrabbiata anche con sua madre.

Non osare! Non lasciarmi sola! Sei tutto ciò che ho! Sì, sono egoista, ma ti prego, mamma, resta…

E forse la madre laveva sentita. Ma purtroppo la realtà è stata più forte: a volte la volontà non basta. E le parole di Stefani risvegliarono in Giulia la consapevolezza di quanto sia fragile la felicità.

Non faccia quella faccia, Giulia! Ha tutta la vita davanti e chissà quante cose belle arriveranno! sorrideva Matteo, mentre accarezzava il gatto che si strusciava sulle sue gambe.

Anche lei!

Io? Chissà! Arriva lestate: io vado dagli amici al mare Lo sa, Giulia, io adoro il mare ma non so nuotare! Da bambino non ho mai imparato e poi, tra una cosa e laltra, non ho avuto occasione. Mi butto dove tocco e tutti ridono di me. Ma mi basta per sentirmi libero. Là ci sono le persone che amo, sopra di me il cielo. E sembra che basti questo.

Posso chiederle perché vive solo?

Immagino sia normale chiederselo. Ho avuto una famiglia e il volto di Stefani cambiò, diventando serio.

Ho avuto una moglie, Giulia. La amavo più di qualsiasi cosa. Siamo cresciuti insieme, i nostri genitori erano vicini, eravamo inseparabili. Sembrava naturale sposarsi, era scritto. Lo era finché finché se nè andata.

Perché?

Ha incontrato qualcuno che ha amato davvero, almeno così diceva.

E non la amava veramente anche lei?

Certo, ma in modo diverso. Per anni ci capivamo senza parlare, sembrava persino che pensassimo le stesse cose. E infatti non le ho fatto storie: lho lasciata andare appena me lo chiese.

È stato forte.

No, Giulia. Quella era la mia debolezza. Avrei dovuto lottare, dire qualcosa, fare qualcosa, trattenerla. E invece niente.

Ma poi, non siete tornati insieme?

Come fai a saperlo? chiese lui stupito.

Non so lho intuita così.

Hai ragione. Dopo qualche anno si sono lasciati, ma io non lho più cercata. Aveva fatto la sua scelta

Giulia non aggiunse nulla. In certe storie, orgoglio, amore, e rimpianti si intrecciano così stretti che non ci sono nodi da sciogliere. Solo nelle favole tutto è semplice.

Col tempo, il caffè del mattino divenne qualcosa di più. Giulia sentiva che accanto a lei cera di nuovo una persona a cui importava davvero di come stava.

Con Stefani era facile parlare. Non bisognava stare attenti sugli argomenti, tutto era naturale.

Chiamami pure Stefani, come fanno tutti. Solo allospedale mi chiamano dottore. Qui a casa basta Matteo. E il gatto? Se non ci sono, mi segue! Ha addirittura il casco per andare in moto. Un amico me lha regalato!

Ma non ha paura?

Ma no! La mia moto va che è una meraviglia. Spericolati ma prudenti, che cè da rischiare? Questestate ti porto con me! Devi provare la sensazione del vento in faccia, la libertà sulla pelle!

Mi prenoto!

Giulia aspettava quel viaggio come da bambina aspettava il giro sulle giostre con la mamma. Non era spesso che uscivano, ma quando potevano era festa grande.

Mamma, ma che urli a fare? gridava Giulia, tappandosi le orecchie mentre sua madre la stringeva forte sulle montagne russe.

Tieniti! la mamma rideva per lo spavento, e Giulia rideva di più.

Dai, mamma, calmati! È solo fisica, non succede niente! Se ti fa così paura, perché sali con me?

Per tenerti docchio! borbottava la madre, ma era chiaro che si divertiva come una bambina.

Arrivò lestate. Giulia era piena di lavoro, passava le notti davanti al computer, spesso scordava persino il caffè, ricordandoselo solo con le prime luci del mattino. Allora, il caffè lo preparava Stefani.

Fu così che Giulia capì che cera qualcosa che non andava quando, un mattino allalba, uscì sul balcone e non vide né Stefani né il gatto.

Ohé, vicini! Cè nessuno? chiamò.

Silenzio.

Sporgendosi vide che la porta finestra era chiusa.

Ma che strano

Dopo un istante era già dietro la sua porta, col cuore in gola e le chiavi di riserva in mano quelle che si erano scambiati mesi prima, per ogni evenienza.

Non si sa mai, Giulia. Tieni, così se dovesse venire giù lacqua tu puoi entrare a controllare. E io le tue, uguale! Sai come sono i traslochi, tra lavoro e commissioni non son mai a casa.

Stefani era steso per terra, in corridoio. Il gatto, impazzito dangoscia, le correva tra i piedi. Giulia si accovacciò subito.

Il colpo era stato riconoscibile: un ictus.

Rimproverò se stessa mille volte, come quando era successo alla mamma Se solo fossi stata lì. Ora il destino le offriva unaltra occasione.

Chiamò lambulanza. Il medico, assonnato e incredulo di vedere una ragazza che teneva a stento il gatto, le chiese:

Ma come ha saputo cosa fare?

Mia madre… e bastò questo.

Stefani si riprese in ospedale. Quando riaprì gli occhi, accanto a lui cerano Giulia e una donna che non avrebbe mai pensato di rivedere.

Vera boccheggiò, e chi era presente la capì subito.

Giulia si fece da parte, lasciandoli soli. Sapeva che, questa volta, tutto sarebbe andato bene. Non sempre lamore fa miracoli, ma sentiva che questo era uno dei casi fortunati.

Per tutta lestate, Giulia bevve il caffè con Vera, mentre Stefani, ancora fragile, si riprendeva abbracciando il suo gatto, fedele come sempre. Vera aveva persino messo ciotole di cibo e acqua vicino al letto.

Siete di nuovo insieme, Vera?

Sì, Giulia. E grazie a te! Se non mi avessi chiamato, se non fossi arrivata per tempo chissà come sarebbe andata. Grazie davvero

Figurati! Stefani è una bella persona.

Lo so

Ci sarebbero voluti quasi quattro anni prima che Giulia tirasse fuori la moto dal garage di Stefani e facesse cenno di partire:

Allora, andiamo?

Il gatto borbottava un po per essere stato sfrattato dal suo posto, ma alla fine si lasciò mettere il piccolo casco, mentre Giulia salutava Vera con la mano:

Torniamo presto!

Vera sorrise ridendo fra le lacrime, ricordando le notti intere a vegliare accanto al marito e quella prima tazzina di caffè accettata dalle mani di Giulia una mattina dalba, e un nuovo giorno che avrebbero ormai vissuto insieme, sicuri di non lasciarsi mai più.

Vera tirò su la copertina sulla carrozzina del piccolo e sussurrò:

Allora? Papà è al lavoro, mamma accompagna il nonno in ospedale, e noi due? Passeggiamo, amore mio? Forza! Andiamo a vedere comè il mondo.

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