Il destinatario non è raggiungibile

12 maggio

Non so nemmeno da dove iniziare. Questa mattina, mentre sorseggiavo il mio caffè guardando dalla finestra, mi tornavano in mente i pensieri confusi di ieri sera.

– Giulia, per caso hai visto il caricabatterie del mio cellulare? Marco è piombato in salotto con lo sguardo ansioso. Devo proprio andare in stazione e non riesco a trovarlo.

Certo che non lo trovi, ho pensato tra me, se lasci sempre tutto in giro, invece di rimettere le cose a posto!

– No, non l’ho visto… gli ho risposto.

Ho mentito senza battere ciglio. Sapevo benissimo dovera, il suo caricabatterie. Ma non glielho detto. Per una volta, volevo che Marco imparasse la lezione.

In realtà, ultimamente sono stanca di tutto. Sono stanca di vedergli lasciare le tazze sporche sul davanzale, gli occhiali in bagno o le ciabatte sotto il letto, che poi non trova mai. Ha solo trentanni, eppure sembra ne abbia settanta o forse di più, visto che mio nonno, a settantanni, sapeva sempre dove aveva messo le sue cose.

In passato ci ridevo su, ora mi infastidisce sempre di più. Non sopporto più neanche il fatto che Marco abbia messo il lavoro davanti a tutto soprattutto davanti a me. Parte presto, torna tardi, ceniamo sempre separati, lui sbocconcella qualcosa davanti al computer, io ormai dopo le sette non tocco più cibo. I dialoghi tra noi sono rari e, se ci sono, riguardano solo il suo lavoro.

– Giulia, il capo vuole ampliare lazienda e aprire delle nuove filiali a Napoli, Firenze, Torino e Bologna. Io dovrò seguire tutto, è una responsabilità enorme, ma anche lo stipendio sarà finalmente adeguato! Così, magari tra qualche mese potremo finalmente comprare unauto. Sono stufo di girare in autobus per tutta Milano e in trasferta sarebbe molto più comodo, no?

Lui si fermava sempre a vedere che effetto mi facevano le sue parole.

– E poi mettiamo da parte per una casa nuova. Ah, vedrai Giulia, ce la faremo! Saremo felici, promesso.

Parla solo di soldi pensavo io con una smorfia. Macchina, casa Certo, sono cose belle. Ma davvero non si accorge che la nostra famiglia si sta sgretolando? Nei due anni passati eravamo inseparabili. Vivevamo uno per laltro, ci bastava uno sguardo o una carezza. Per questo lho sposato. Perché ero sicura che con lui sarei stata felice.

E invece, dopo tre anni e mezzo, siamo arrivati a un vicolo cieco. Sapevo che tutte le coppie affrontano una crisi, ma non immaginavo così presto, né così forte.

Non sono rimasta a guardare. Gli ho chiesto più volte di andare insieme da una psicologa familiare, la dottoressa Elena DAmbrosio. Ho fissato tre appuntamenti; non è mai riuscito a venire, troppo impegnato. Alla terza volta ho capito che era inutile non serve parlare, non serve chiedere più attenzione: il lavoro viene sempre prima.

Avevo persino proposto di avviare unattività insieme magari un piccolo bar, o un negozio di fiori. Avremmo passato più tempo insieme. Ma a lui non interessava. Non posso deludere il capo, diceva sempre, E poi, rischiare tutto per un locale? Almeno ora stiamo bene, Giulia! Non ci manca nulla, capisci?

Annuiscevo, rispondevo che capivo. Anchio lavoravo, guadagnavo meno di lui, ovvio, ma non mi lagnavo: la casa labbiamo ristrutturata, gli elettrodomestici nuovi, dal frigorifero alla lavastoviglie al robot aspirapolvere. Ma la felicità dovè? Non ricordo lultima volta che abbiamo guardato un film insieme, passeggiato per il parco, fatto shopping mano nella mano. E il tempo che passiamo insieme mi manca da morire.

Quel che più mi fa male è che questa distanza tra noi si trasforma in fastidio mi trovo ad arrabbiarmi per qualunque cosa faccia: la tazza lasciata nel lavandino, il calzino sperduto, le ciabatte introvabili. Sembrano sciocchezze, ma sommate sono un macigno.

Più passano i giorni e meno riesco a sopportarlo. A volte penso persino di chiedere il divorzio. Non voglio più vivere così, troppo doloroso.

Ieri, per esempio, Marco era in preda allo stress più totale. Cercava il caricabatterie che aveva lasciato il giorno prima sullingresso. Davo di matto e, per punirlo, gli ho detto di non averlo visto.

– Strano, balbettava cercando ovunque giuro che ieri lo avevo portato a casa dallufficio!

– Io non sarei così sicura e memoria ce lhai buona.

– Ma dai, Giulia, non esagerare! Ho solo tanto lavoro da gestire.

– Ah sì? E non ti sei accorto che hai una moglie? Ci sei solo tu e il lavoro adesso

Alla fine abbiamo litigato di brutto, tanto che la signora Cecilia, la nostra vicina, ha bussato al muro per farci abbassare la voce.

Marco è andato in stazione senza caricabatterie e amareggiato. Gli ho detto, più o meno apertamente, che se fosse partito, meglio non tornare. Ha sbattuto la porta e io mi sono lasciata andare schiena contro la porta, ho pianto. Non sono riuscita a tenermi insieme, anche se mi ero ripromessa di farlo.

Mi sentivo abbandonata. Lui trova sempre una scusa per non cambiare nulla. È convinto di essere un grande lavoratore, ma non si accorge della mia solitudine.

Nemmeno al pensiero di eventuali figli possiamo dedicarci: non ha mai tempo, la notte dormiamo schiena contro schiena.

Mi sono detta che era il momento di mettere un punto, non una virgola, non un punto e virgola: proprio un punto fermo.

Mi sono seduta al computer e ho cercato tutto sulla separazione, i documenti necessari, i passaggi burocratici. Quando Marco torna dalla trasferta, glielo dico, pensavo, scrivendo sulla barra di ricerca. Meglio che si separi, ognuno per la sua strada lui libero di inseguire la carriera, io libera da ogni attesa inutile.

Ho passato parte della serata a leggere storie di separazioni sui forum, a vedere video romantici, finché non mi sono addormentata con il laptop sulle ginocchia.

***

Mi sono svegliata presto, umore pessimo, anzi peggio. Ho acceso la radio per spezzare quel silenzio che mi pesava addosso. Mentre ascoltavo Non si rinuncia mai a chi si ama di Ornella Vanoni, sorseggiavo il caffè fissando il cortile.

Pensavo a Marco, al nostro matrimonio, al divorzio imminente. Non ero per niente certa della mia scelta. Lo amo ancora, nonostante tutto. E lui? Mi ama? Forse dovrei provarci ancora. Magari ho mollato troppo presto. Forse avrei dovuto combattere di più per la nostra felicità.

Mi è venuta voglia di chiamarlo. Ho preso il telefono e ho composto il suo numero. Segreteria: Il numero chiamato non è raggiungibile.

Strano ho pensato. Ho riprovato, ancora e ancora. Sempre la stessa voce fredda: impossibile contattare lutente.

Poi è partita ledizione del mattino del TG regionale. Inizialmente volevo spegnere, ma la presenza del nome del paese mi ha inchiodata: Un grave incidente si è verificato ieri sera a trenta chilometri da Milano. Un autobus diretto a Brescia è uscito fuori strada a causa della pioggia battente e purtroppo non ci sono superstiti. Esprimiamo il nostro cordoglio alle famiglie coinvolte.

Che tragedia pensavo tra me. Nessun sopravvissuto

Poi ho riascoltato il nome Brescia. Allimprovviso il cuore mi è saltato in gola.

Dio, no! Marco! Non può essere

Con le mani tremanti ho richiamato ancora il suo numero, almeno dieci volte. Solo la stessa risposta: Il numero chiamato non è raggiungibile.

Non potevo credere che Marco fosse andato per sempre. Non ero pronta a perderlo. Mi ritornavano in testa le parole della canzone: Non si rinuncia mai a chi si ama perché la vita non finisce domani.

Ti prego, Dio, fa che Marco torni a casa sano e salvo, sussurravo tra le lacrime, anche se sapevo che i miracoli non avvengono. Era più facile pensare che sarebbe rientrato, che tutto si sarebbe sistemato. Avrei accettato di sopportare tutto, la noncuranza, le sue trascuratezze, la sua dedizione al lavoro, purché fosse vivo.

E stavo per chiamare la mia amica Francesca, avevo bisogno di raccontarle tutto, quando allimprovviso ho sentito la serratura girare nella porta. Sono corsa in corridoio e, incredula, ho visto Marco sulluscio. Nelle mani, stringeva un piccolo gattino.

– Giulia, ciao. Ti ho portato un regalo. Ti spiace se Chicco vive con noi?

– Marco ma come? Non eri?

– Oh, è una lunga storia ha sorriso stanco. Immagina: cinque minuti prima che partisse lautobus, ho visto questo piccoletto tremare di freddo davanti alla stazione. I vigilanti volevano allontanarlo, la gente era infastidita, e un signore addirittura lo ha quasi calciato.

Marco mi ha spiegato che il micio, spaventato, è corso sulla strada e, temendo che venisse investito, si è precipitato a prenderlo. Quando è tornato, lautobus per Brescia era già partito. Così ha chiamato il capo, che si è infuriato, e proprio durante quella chiamata il cellulare si è scaricato.

Il suo responsabile si è convinto che lui avesse riattaccato di proposito, e ha minacciato di licenziarlo. Marco, smarrito, ha lasciato la valigia al deposito bagagli ed è rimasto a camminare per la città tutta la notte a pensare. Il gattino gli si è rannicchiato sotto la giacca e gli faceva compagnia, così che nemmeno sentiva il freddo.

Al mattino, presa la decisione di tornare a casa, era entrato con il cuore pieno di pensieri nuovi. Raccontava tutto questo mentre io non sapevo se abbracciare lui o il gattino.

Poi gli ho raccontato cosa era successo al pullman che aveva perso.

– Quindi è stato Chicco a salvarmi la vita?

– Sì, ho sorriso tra le lacrime tu hai salvato lui, lui ha salvato te. È un miracolo, Marco. Il più grande miracolo della nostra vita.

Quella sera, seduti a tavola, Marco mi raccontava di come aveva rincorso Chicco per strada, e io ridevo. Mi erano mancati così tanto quei momenti. Davvero il destino ci ha regalato una seconda occasione?

Quella stessa sera il capo ha richiamato Marco. Sentito dal telegiornale dellincidente, non lo ha licenziato più, anzi gli ha offerto lauto aziendale con lautista. Ma il giorno dopo Marco ha consegnato le dimissioni. Ora ha altre priorità: prima viene la sua famiglia.

Dopo qualche tempo, abbiamo davvero aperto una piccola caffetteria insieme, in un quartiere tranquillo di Milano. Non guadagniamo molto, ma possiamo stare insieme tutto il giorno. E Chicco è diventato la mascotte del locale.

La gente viene spesso non solo per il caffè, ma per coccolare Chicco. Alcuni, dopo averlo conosciuto, hanno adottato animali a loro volta o dal gattile, o raccogliendoli dalla strada.

Questa storia? Parla di tante cose

Dellamore, ovvio, della famiglia, delle scelte difficili, della bontà e di quanto sia importante essere umani. E soprattutto, insegna che i miracoli esistono. Sì, capitano davvero.

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