Il mio nonno di sole
Stavamo seduti io e nonno sulle scale del portico, guardando giù agli instancabili formichini che si agitavano sotto le assi di legno.
Ma questi qua non si fermano mai?! brontolava il nonno Pietro, spostando via il suo scarponcino consumato con la punta sbucciata, così che quei minuscoli insetti potessero passare liberi trascinando una qualche larva secca. Dovremmo farli andare via da qui, ma in fondo mi dispiace, eh Guarda che fatica fanno! Sono dei gran lavoratori! E tu dove guardi, Matteo?!
Mi diede una spintarella col gomito e io mi scossi.
Cosa cè?
Niente, dicevo che i formichini mi spiace ammazzarli. Vorrei che tutti vivessero tranquilli sospirò nonno Pietro, grattandosi la testa piena di capelli corti e grigi, come un riccio. La sua vecchia maglia senza maniche odorava di MS, fumo e un po di vecchiocome tutta la casa, davvero. Forse per le cianfrusaglie dimenticate nei bauli, o forse erano proprio le assi che emanavano quellodore acidulo, dolce. Ma a me piaceva quel profumo, mi faceva sentire spensierato, come la fine di maggio, e ritornava quel tempo in cui andava tutto bene. Solo non odorava mai né di pane né di torte, perché il nonno era rimasto solo da quando era morta la nonna, molti anni fa. A compensare, però, ci pensavano le vicinefornavano dolci e pane, e nonno brontolava tutto imbarazzato mentre li prendeva…
I miei mi spedivano in campagna da metà apriledovevo dare una mano nellorto, mettere su un po’ di forza e soprattutto togliermi dai piedi. Credo che lultimo sia stato il vero motivo: ero troppo rumoroso, sempre in movimento, vivevo, parlavo troppo, mangiavo tanto, dormivo poco e stavo quasi sempre in strada, tornando a casa imbrattato di fango e zuppo dacqua.
Mamma, appena mi vedeva rientrare nellingresso, incrociava le braccia insoddisfatta.
Di nuovo nelle pozzanghere, eh? Quante volte te lo devo dire?! Matteo, la giacca stavolta non si asciuga fino a domani! E basta con queste calze piene di terra! Ma come fai a essere sempre così maialino, eh?! Antonio! Antonio, vieni a lavarti tu i vestiti di tuo figlio! gridava verso papà.
Lui non veniva mai. Mai. Urlava solo dalla sua stanzadove non potevo entrare, pena una sculacciata.
Non lo capisci che sto lavorando?! Se sbaglio, tutto il progetto è rovinato!
Papà passava ore a disegnare su enormi fogli di carta appesi alla bacheca con le puntine. Quello che volevo, io, era proprio imitarlo: usare quella squadra, tracciare linee, fare quei segnetti minuscoli, poi tirar fuori dal nulla quei disegni complicatissimi che lui chiamava progetti.
Solo una volta lho visto lavorare da vicino, avevo cinque anni; sono sgattaiolato dentro la porta lasciata appena aperta, ho preso lo sgabellino e mi sono accomodato in silenzio a guardare.
Papà alto, secco come un mantide, muoveva la squadra, prendeva misure, studiava fogli sparsi, brontolava, cancellava e poi di nuovo misurava.
Aveva il suo studio, una stanza dove qualche volta dormiva pure, crollando su un vecchio divano in pelle scrostata; mamma gli portava lì cuscino e coperta, glieli lasciava sul divano, gli lanciava unocchiataccia e mormorava Sei stato in giro di nuovo, eh, poi sbatteva la porta andandosene. Lui dormiva lì tutta notte; io e lei nella stanza accanto. Se invece cera pace tra loro, mi facevano dormire in cucina, sul lettino pieghevole.
Mamma si disperava per il disastro dello studio, metteva ordine tra i fogli, predisponeva tutto in ordine, ma poi papà tornava, si tormentava la barba con le dita e urlava che lì nessuno doveva toccare nulla. NULLA, MAI!
Nulla mai è una frase strana Ma io, si sa, con le parole faccio ancora confusione.
Ero lì sullo sgabellino, ragazzetto tagliato a zero, coi pantaloni di velluto a costine e le bretelle incrociate dietro. Allungavo il collo a guardare: la squadra, lombra di papà, come intingeva il pennino nella boccetta di china per poi tirare una linea precisa…
Poi feci uno starnuto senza volerlo, papà scattò e rovesciò la china, iniziando a urlare che mamma doveva portare questo, cioè me, fuori di lì.
Mi venne vicino, alzò la mano, e io rimasi immobile dalla paura.
Scusa papà, scusa! sussurravo tutto tremante, con i pugnetti sotto il mento.
Ho la testa rotonda come il nonno. A lui assomiglio in tante cose, sei un birbante uguale sputato, dice mamma.
Giulia! Portalo via, non ce la faccio più! Guarda qua, per colpa sua ho rovinato gli schizzi di Sergio. Sai che rischiamo adesso? Lo sai?!
Papà lo gridava a mamma, ma sembrava parlasse direttamente nelle mie orecchie. E io piangevo, tremando dalla voglia di scappare in bagno.
Matteo! In cucina, via! e mamma già mi trascinava via. Che arrivi in fretta aprile! Così ti metto sul treno
Anchio aspettavo aprile, aspettavo che la neve sciogliesse, che il portinaio Achille tirasse fuori gli stivali di gomma lucidi e mi sollevasse per giocare a misurare le pozzanghere. Era il nostro gioco: stabilire quali erano le più profonde. Achille fingeva di camminare verso le più alte, poi mi sollevava per aria e ridevamo.
Io e lo zio Achille ci fidavamo tanto uno dellaltro. Lui mi faceva togliere la pagliuzza dallocchio con le mie piccole dita, e io ci provavo lentissimo, temendo di far male, ma lui si fidava. E iodi lui! Se diceva che su quel ramo cera un uccellino, io lo cercavo davvero. Papà ogni tanto pure, indicava qualcosa e appena mi giravo diceva che mi aveva preso in giro…
Con Achille passavamo tutto marzo e metà aprile, a guardar le stalattiti sciogliere dai tetti, gli uccellini fare il bagno nelle pozzanghere, il sole che cancellava il grigio della neve. Poi mi preparavo alla partenza.
A metà aprile mamma tirava fuori la valigia grande e marrone da sotto il letto e metteva dentro tutto: magliette, camicie, contando a bassa voce per non dimenticare nulla, e mi diceva di non intralciarla.
Io comunque giravo su e giù nel corridoio, sbirciando la valigia e scalpitando.
Alla fine mi era concesso scegliere qualche gioco e metterlo in un sacchetto di stoffa ruvida, tipo quelli dei soldati.
Ecco, Matteo, tieni. Ma solo lo stretto necessario, non trascinarmi dietro mille cose per i treni! severa.
Annuii. Mi decidevo per qualche macchinina e il galletto di legno. Quello era speciale, me lo aveva fatto nonno Pietro, e scommetto che anche lui aveva voglia di tornare in campagna, a sentire muggiti e starnazzi e il profumo del fieno…
In campagna mi ci portava sempre mamma. Papà lavorava, anche di domenica.
Ci alzavamo presto, colazione al volo, lui mi scompigliava la testa rasata e salutava.
Dai Matteo, fa il bravo, non prendere freddo! sorrideva a mamma, e loro si scambiavano uno sguardo che nascondeva una battuta che non dicevano a me.
Annuii, sicuro. Non avrei mai preso freddo. Dinverno nonno accendeva il camino, e la mattina andavamo insieme in radura, ci sedevamo sul nostro ceppo, strizzando gli occhi al sole come gatti felici. Vicino a nonno il freddo non esisteva. Se di notte avevo paura, correvo nel suo letto e ascoltavo il suo respiro che mi calmava…
Sul treno, la calca era incredibile. Ceste, borse, valigie, chitarre e studenti allegri, uomini con le canne da pesca, signore con i secchi; tutto tremava al movimento, qualcuno faceva rumore con la posata metallicadi solito un soldato appena in libera uscita. Vicino al paese di nonno cera un poligono e spesso i militari venivano dalle signore del posto per chiedere latte fresco…
Stai dritto! Sembra che ti trascini dietro come un sacco! mamma, irritata. Io mi raddrizzavo subito. Qualcuno le aveva pestato il piede e ora si reggeva male.
Mamma odiava i treni affollati, laria pesante, lodore di tabacco, ma sopportava: lattendevano mesi senza di me.
Signora, faccia sedere il bimbo! suggeriva una signora robusta, battendosi le ginocchia. Poverino, sfinito così in mezzo a tanta gente!
Io guardavo mamma da sotto in su e lei scuoteva la testa.
Deve abituarsi. Fa luomo! ed ero fiero di resistere. Ero un uomo
Nonno ci accoglieva alla stazione, ci salutava agitando la mano e zoppicando un po. Io correvo verso di lui, spalancando le braccia: erano abbracci poderosi, pareva che la balena incontrasse un pesciolino. Nonno mi stringeva forte, si girava tutto contento e mi baciava sulle guance. Solo allora lo vedevo piangere ogni volta.
Nonno, che hai? chiedevo spaventato, asciugandogli le lacrime calde.
Mi mancavi, Matteo, eccome se ti aspettavo rispondeva.
Basta papà, ogni volta la stessa scena. Muoviamoci ché lautobus parte! interrompeva mamma.
Sullautobus nonno mi teneva sulle ginocchia, mi accarezzava, mi stringeva, e mamma si mordeva le labbra, come se volesse esserci anche lei, ma fosse troppo orgogliosa
Ogni anno nonno temeva che non sarei tornato. Chissà se i miei avrebbero deciso che era meglio tenermi in città, o peggio, se lui non ci fosse più stato, lasciando casa, giardino, la recinzione e le rose, ma senza più lui…
Nonno trafficava a lungo col lucchetto, strizzando gli occhi per trovare la toppa.
Dai Matteo, i tuoi occhi sono giovani! Aiuta il nonno! e mi dava le chiavi in mano.
Orgoglioso, aprivo la casa tutto solo, come un vero padrone.
Ma mamma si spazientiva. Voleva solo tornare a casa: Papà è solo in città! motivava.
Io non so, ma lei non si fidava di papà, era gelosa, temeva che senza di lei lui andasse di nuovo in giro
Nonno riempiva dacqua il bicchiere per mamma che la scolava subito, e io seguivo con lo sguardo la sua gola che mandava giù quellacqua fresca e buona.
Peccato ripartisse quasi subito. Avrei voluto portarla a passeggiare nei boschi, mostrarle il mio mughetto segreto, raccogliere fragole quando maturavano, andare al fiume a pescare, o solo seduti a veder scorrere lacqua.
Nonno mi aveva insegnato a ascoltare il fiumei fruscii, i tintinnii dove lacqua era bassa e piena di sassolini, i riflessi che il sole faceva rimbalzare
Ma mamma se ne andava presto, con due cenni della mano, spariva dietro la curva. E non vedeva la pioggia di sole che cadeva sul fiume…
Le formiche erano ormai salite sulla scarpa del nonno, così ci spostammo.
Ma perché vuoi cacciarle via, nonno? domandai alla fine.
Rovinano il legno. E poi finiamo per schiacciarle Vanno dove vogliono, minuscoli, e magari li calpestiamo. rise bonario.
Nonno, ma mamma e papà mi vogliono bene? gli chiesi allimprovviso.
Era da un pezzo che non ci venivano a trovare, e a me mancavano.
A te? Ma certo che ti vogliono bene! Nonno mi guardò di sbieco e si rattristò.
E perché non vengono?
Saranno presi dal lavoro Si sa come va.
Nonno si voltò. Forse non voleva farmi vedere che, in realtà, mentiva.
Nonno, gli dissi steso al sole, tutto pigro e assonnato raccontami della guerra.
Ma cosa cè da raccontare borbottava, poco convinto, ma per me cominciava sempre.
Amavo ascoltare la sua voce, vibrava nel petto, raccontandomi con emozione quello che aveva passato.
Lo sai Matteo, ero carrista allinizio! Sì! Avevo casco, tuta, un bel gruppo di ragazzi coraggiosi… Sono caduti tutti, Matteo, tutti. Domani andiamo da loro, va bene?
Annuii. Poco distante dal paese cera una lapide con una stella. Sulla placca di metallo una lunga lista di nomi. Troppi, per esser veri, eppure era tutto vero.
Ogni anno portavamo i fiori, ci fermavamo sulla panchina, e nonno si puliva gli occhi col suo enorme fazzoletto a quadri.
Sapevo che piangeva. Io mi stringevo a lui, labbracciavo e davo un bacino sulla sua guancia. Ultimamente non gli cresceva quasi più la barba Era ruvida e secca.
Ciao ragazzi ci risiamo, anche questanno cè di nuovo estate. Guarda che nipote, Matteo, un bravo ragazzo, il figlio di Giulia. E che sole caldo oggi, proprio oro! raccontava ai soldati nella tomba.
Racconta della libellula! Della libellula che abbiamo preso insieme! saltavo io su, e sentivo che anche per me quel posto non era solo una lapide, era come un ceppo con seduti gli amici di nonno. Mi pareva quasi di vederli! Quello biondo con gli occhi stretti era Loris, sempre con la fisarmonica, scherzava. Accanto a lui il serio, con le sopracciglia scure e le mani enormi, era Silvano. Uomo taciturno, coraggioso fino alla sfida col destino.
Silvano fu lui a tirarci fuori. Ma poi nonno si puliva di nuovo il naso.
Nonno aveva un gran dolore nel petto, e io gli passavo la mano, sentivo il cuore battere caldo e agitato.
Il mio preferito, però, era Federico. Di lui nonno parlava ore, riprendeva la storia da capo, rideva battendosi le ginocchia.
Federico era un cacciatore di donne, diceva nonno.
Tutte quelle che incontrava gli rubavano il cuore, una dopo laltra. Era sempre pronto a una battuta, a invitarle a ballare, a sussurrar parole al tramonto. Salutava sempre con gesti teatrali.
Le ragazze lo capivano, che mentiva; non si può amare tutte. Ma gli perdonavano tutto.
Perché? protestavo. Mica è giusto mentire!
Perché in guerra, Matteo, ogni giorno può essere lultimo. E se oggi qualcuno ti vuole bene, è già una vita intera. Domani chissà Oggi è festa.
Nonno aveva il terrore di quel domani che non arriva. Di notte lho sentito piangere, lo sentivo lagnarsi che ci vedeva sempre meno, e che le gambe gli tradivano.
Come faccio con Matteo? Chi se ne occupa, quando io non ci sarò più? Nessuno lo vuole, coi genitori vivi, solo io! Io gli devo fare da maestro e da padre!
E faceva davvero: mi obbligava a imparare poesie, a scrivergli sotto dettatura, e a farmi i conti.
Io pestavo i piedi, mi gonfiavo tutto offeso, mi arrabbiavo e stropicciavo i fogli, ma poi tornavo sempre da lui, a testa bassa e col broncio.
Allora, ti sei sfogato, monellaccio? rideva il mio sole, il mio caro nonno. Facciamo ancora un po di esercizi, poi ce ne andiamo al fiume a nuotare, daccordo?
Sì sospiravo.
Gli amici del nonno mi guardavano dalla vecchia foto appesa alla parete e mi sentivo più leggero.
Sognavo che anchio da grande sarei diventato carrista, col casco e la foto davanti al carro armato, da spedire alla mammacosì sarebbe stata orgogliosa. E dovevo imparare a suonare la fisarmonica, regalare fiori alle ragazze, ballare allegro. Immaginavo nonno che applaudiva e ballava anche lui, il mio sole grigio e buono…
La nostra vita, serena e piena del profumo di tegole calde, dellerba secca e di ribes che spaccava per il caldo, immersa nel latte fresco e nella panna spessa giallo-bianca, con le patate fumanti e i cetrioli croccanti delorto di nonno, improvvisamente si incrinò quando davanti al cancello si fermò una macchina. Quella di papà.
Nonno, guarda! Sono arrivati. Lo sapevo! gridai, scendendo di corsa le scale, saltando fuori in cortile a spalancare il cancello. Mamma! Mamma, guarda come sono cresciuto!
Rimasi fermo sulle punte, perché mamma non mi guardava, fissava il terreno. Papà, con la sigaretta accesa, toglieva dal bagagliaio le sue cose.
Giulia? Siete in ferie? sentii alle spalle. Mi girai. Anche il nonno era improvvisamente serio.
Sto da voi, papà… Finché Antonio sistema… Insomma sì, sono qui per lestate. Matteo, vieni qui! e solo allora si girò, e vidi che stava piangendo.
Mi sentii male, come il nonno quando sta male al monumento dei suoi amici.
Capivo: papà aveva ferito la mamma, forse era stata colpa sua. Non lo sapevo, ma avrei voluto che piuttosto picchiasse me.
Ehi tu! Che vuoi fare?! urlai, stringendo i pugni, e mi avventai su papà. Hai fatto del male alla mamma? Come ti permetti…
Lasciami stare! Vai via! lui spinse via me, figurina magra e arrabbiata, e subito il nonno accorse e lo spinse a sua volta.
Nonno era tutto rossoquel rosso sembrava quasi viola sui capelli bianchi. Avevo paura, e tutto il mondo si ridusse a un punto nero: era la schiena del nonno. Non sentivo più nemmeno i profumi di campagna familiare. Chiusi gli occhi
Sentivo che mi portavano via, ascoltavo la voce del nonno che mi sussurrava di resistere, e sentii di nuovo profumo di tabacco e di fieno. Qualcosa di fresco mi bagnò la testa, bruciava e singhiozzavo piano.
Papà! Dai! Nonno, non piangere! mormorava mamma.
Nonno non riusciva a smettere, le sue lacrime bruciavano la mia testa ferita.
Giulia! Che state combinando!? sussurrava tra i denti mentre tossiva. Ma perché volete togliere a questo bambino una vera famiglia, una casa?! Tuo figlio senza padre né madre! Come un orfano! E io sto diventando cieco! Tra poco non ci vedo più! E poi che fate, lo lasciate in mano a chi?! Lo scaricate come un cagnolino?! Nonno ansimava, io lo guardai meglio. Mi avevano steso su un letto duro aspettando il medico. Lui non arrivava.
Papà! Basta così, lo spaventi! diceva mamma. E io avevo pietà per lei, sembrava così persa
Bisogna, Giulia, bisogna dirlo! Se non ce la fate, lasciatevi e basta. Io non sono eterno! E Matteo ha bisogno di qualcuno che gli voglia bene sempre, sai come si stringe a me? Come un cucciolo separato dalla mamma. Se si sveglia di notte corre nel mio letto, mi abbraccia il collo, trema tutto. Ho paura di schiacciarlo, è così piccolo E quando non ci sarò più, chi resta con lui? Tuo marito? Mai visto gente senza cuore così! E pensa che io sono passato dalla guerra Ma senza cuore, non si vive! Se non vedi più la luce dentro, cosa rimane? Non lo so… fate come volete, ma Matteo non ve lo tolgo.
Arrivò infine il dottore; mi tastava la testa e farmi qualche domanda. Io intanto guardavo solo il nonno, i suoi occhi azzurro pallido pieni di lacrime.
Eh, qui ci vuole qualche punto decretò il medico, portandomi via lungo il corridoio. Aspettate fuori.
Mamma e nonno restarono dietro la porta.
Avevo male. Molto. Ma improvvisamente mi sembrò di sentire il suono di fisarmonica di Loris; Silvano mi prese per mano, Federico faceva il cascamorto con una infermiera. Lei non lo vedeva, lui le soffiò nellorecchio, io sorridevo tra le lacrime. Lei sobbalzò.
Devessere una spifferata, mormorò.
Ma io lo sapevo che era Federico. Mi fece locchiolino, e il segno delle corna come a scherzare.
E tu di cosa ridi, ragazzo? chiese il chirurgo.
Non risposi. Silvano mi fece ciao con la bustina, poi svanì
Non so quando papà se ne andò. Mamma restò con noi. Seduta fuori casa, guardava davanti a sé senza parlare.
Con nonno si andava a pescare, a fare il bagno, a raccogliere fragole selvatiche, a riempire le ceste di mele aspre e ribes. Ogni tanto mi sedevo vicino a mamma a guardare anche io davanti a me.
Mamma, restiamo sempre insieme noi, vero? mi feci coraggio a chiedere.
Lei annuì.
E papà?
Lui se ne va via per un po. Gli viene più comodo così.
Ci rimasi male? Forse ero solo confuso. Siamo una famiglia… Sì, probabilmente davo fastidio a papà, e magari mamma lo aveva fatto arrabbiare, ma come farà senza di noi?
Gli manchiamo? domandai a voce bassa.
Mamma strinse le spalle.
Credo di sì, amore. Non lo so.
Fu la prima volta che mi chiamò così teneramente. Anche il nonno udì, ci scambiammo uno sguardo e ci sorridemmo.
A settembre tornammo in città. Papà non venne neanche allora. Sentivo che tra mamma e papà si era creata una crepa; si erano perduti, come le formiche che guardavamo io e nonno sulle scale: corsero lontano e non ritrovarono più la strada di casa…
Due anni dopo nonno morì e con mamma tornammo per il funerale. Lo seppellirono con i suoi amici della foto. Era sopravvissuto a tuttiLoris, Silvano e Federico, ora anche lui riposava con loro, il mio nonno sole, convinto che tutto debba sempre finire bene
Davanti alla stele cera papà. Mamma si rifugiò sulla sua spalla e pianse.
E piansi anchio, e Loris, Silvano, Federico stavano accanto, con la bustina in mano e la testa china. Avevano aspettato il loro comandante, anche se erano passati tanti anni. Era cambiato, più grigio, ma sempre giusto e buono. Aveva un solo compito: aiutarci a vivere. E ci è riuscito, il mio nonno di sole. Mi ha insegnato ad amare, a essere gentile e attento. Lui, non papà. In papà non ci fu mai vero calore, non sapeva stare con noi…
Nonno ha aiutato anche mamma a ritrovare se stessa, a scaldarsi ancora al suo affetto. E pensare che un tempo lei voleva bastare da sola.
Non cè più da molto, ma io lo sento vicino lo stesso. E non può che essere così. È eterno come il sole sopra la mia testa, lui, il mio caro, unico nonno…
Con papà ci vediamo poco. Non è mai davvero tornato. O forse mamma non ha voluto…






