Tiglio Bianco

Tiglio bianco

Eccoci qua, papà, siamo arrivati. Scendi pure, io parcheggio e tu aspettami qui, daccordo? disse Cecilia mentre fermava la macchina non lontano dallambulatorio. Uscì dallauto, aiutando il padre a venire fuori con calma.

Si muoveva piano, sospirando e borbottando continuamente: «Eh sì Tempi duri». Finalmente mise i piedi sullasfalto e si spostò di lato.

Va bene, torno subito. Non andare via! ordinò Cecilia, rientrando al volante e cercando di infilarsi nello spazio libero tra una cinquecento rossa e una BMW grigia. Guarda che bella gente che abbiamo qui in ambulatorio! Tutti pazienti con la P maiuscola! brontolava. Però a parcheggiare non sono capaci, sempre storti!

Cecilia aveva imparato a guidare grazie al padre. Quanti nervi le aveva fatto consumare, e quante lacrime! Ma Giovanni Ricci era sinceramente convinto di fare il bene della figlia.

«Dai, accelera! Cerca di spingere!» gridava seduto accanto, pigiando il piede sul pavimento come se potesse aiutare. Poi, quando la figlia, tutta impettita, schiacciava davvero lacceleratore e faceva volare la vecchia Panda, lui subito urlava: «Ma dove corri?! Fermati, frena!»

Gli ordini cambiavano così in fretta che Cecilia si sentiva persa, le mani sudate, la testa leggera e un ronzio assurdo tra le orecchie, come stare in una cornetta telefonica.

E smettila con quel clacson, Ceci! Sembriamo un corteo nuziale! sbottava Giovanni, anche se nessuno li scambiava davvero per nulla del genere, se non le mucche parcheggiate nel campo lì accanto, vicino a qualche casale.

Gli animali la osservavano indifferenti, sbattevano le palpebre e poi tornavano a masticare erba senza preoccuparsi.

Ma imparò. Alla fine tutti i patimenti di Cecilia si trasformarono in abilità vera, e passò al primo colpo lesame di teoria della Motorizzazione. Sapeva il percorso per la città a memoria, conosceva i segnali e i divieti.

Signora Cecilia Giovanni, si fermi qui! le chiese il poliziotto elegante in divisa, di mezza età, con baffi e occhi furbi che brillavano.

Qui? domandò Cecilia.

Sì sì! Proprio qui, annuì convinto il poliziotto.

Se deve scendere lei ok, ma qui non si può parcheggiare, lo sa, vero? Cecilia lanciò unocchiata al suo esaminatore.

Lasciamo perdere, si va avanti. Quanta testa hai! sbuffò il baffuto. Chi ti ha insegnato a guidare?

Mio padre, rispose con fierezza, sistemando meglio il sedile.

Lo immaginavo. I padri sono così! rise luomo. Anche lui aveva appena iniziato a insegnare al figlio, ma dei risultati nemmeno lombra: fanali rotti, paraurti spariti

Col tempo, Cecilia capì che o ami guidare o non fa per te, punto e basta. Nessun compromesso.

Il papà le insegnò a non avere paura del volante, a prendere decisioni in un attimo, a “leggere” gli altri conducenti ancora prima che segnalassero una manovra. Senza queste cose, altro che guidare!

Fece perfino la tassista per un paio di mesi: portava mamme con bambini, signore anziane e donne che, per solidarietà, non volevano salire con autisti uomini. Si guadagnava bene finché una volta una “gentildonna”, dal seno prosperoso, le puntò un taser e pretese tutti i suoi euro

Per paura, Cecilia avrebbe potuto sterzare e finire contro un palo, ma nel suo orecchio risuonava solo: «Dove corri?! Dove corri?!», il piede schiacciò il freno, lauto si bloccò di colpo e la donna sbatté il naso contro il sedile. Rottura del setto e solo uno spavento per Cecilia. Grazie papà!

Ceci, dai, oggi vado io da solo! chiese Giovanni Ricci con uno sguardo nei suoi occhi. Aspettami, però. Promesso?

Cecilia serrò le labbra.
No papà, nessun compromesso! Mamma ha detto di consegnarti al medico di persona, e così sarà.

Ma dai, Ceci! protestò Giovanni, rimboccandosi le maniche della solita camicia a quadri. È umiliante, non vi fidate di me!

Lei lo osservò armeggiare con le maniche, poi gliele sistemò lei stessa, lisciando le pieghe e il colletto.

Quella camicia, o una uguale il papà gliela mise sulle spalle quando da bambina, tremava in riva al lago dopo essere quasi annegata. Aveva un crampo, e nonostante sapesse cosa fare, il dolore la fece andare in panico e iniziò a sprofondare. Vide perfino le alghe ondeggiare nellacqua e un branco di pesci impauriti. Poi le forti braccia di papà la tirarono su, si sedette a piangere sulla riva e lui le pose la camicia sulle spalle

Come in unaltra vita

Cecilia si rabbuiò, poi annuì.
Va bene. Vai pure. Terzo piano, stanza centotré. Ecco i tuoi documenti, li metto in tasca. Io vado a prendere un caffè.

Il papà sorrise, si illuminò. Ora non gli lasciano fare più nulla da solo, gli tolgono ogni attrezzo. In campagna la moglie, Lucia, porta altri a lavorare, mentre lui, il padrone di casa, viene portato dentro. Eppure Giovanni saprebbe fare tutto solo che ormai non si ricorda neanche dovè il cane, figuriamoci gli attrezzi.

E quegli sguardi, gli interrogatori: «Dove vai?», «Che vuoi fare?». E se deve andare dal medico, lo assillano in due: moglie e figlia, impietose.

Ci vado io! Non ho mica bisogno di voi! brontola Giovanni, rinvia, poi quando proprio non ne può più, Lucia lo trascina via per mano. Umiliante! È un uomo, che dignità mantiene così?

Lucia entra perfino con lui nello studio medico, parla sempre lei, non lo fa nemmeno rispondere. E racconta cose che non sono vere, oppure ha notato sintomi inesistenti

Non ha niente, e dei dottori ne farebbe volentieri a meno!

Ma oggi Cecilia lo accontenta, lo lascia andare da solo, grazie.

Cecilia seguì con lo sguardo la figura curva del padre finché sparì nella porta, verificò di aver chiuso la macchina e si diresse al bar vicino. Voleva un caffè e un po di tregua. Non aveva mai fumato, ma le piaceva osservare le donne eleganti, con unghie rosse che tenevano la sigaretta con dita affusolate e la portavano alla bocca, inspirando profondamente e soffiando fuori il fumo con labbra scarlatte e tese.

«Che classe!», sospirava Cecilia.

«Sciocco e fa male! troncava sua madre. Se ti vedo fumare te la faccio passare!»

Non aveva mai provato, ma oggi le sarebbe piaciuto. Dicono che il fumo calma i nervi. Magari! Era tutta stropicciata dentro, e si chiedeva come sarebbe andata per papà, come avrebbero vissuto dopo: Lucia, lei e Giovanni

Non se la sentì di entrare davvero nel bar. Se per caso il padre fosse uscito prima o pensava di essere solo, magari sarebbe tornato a casa. La mamma aveva detto di tenerlo sempre docchio! Dunque, occhi aperti

Giovanni Ricci sgattaiolò dentro allingresso semiaperto, salutò la guardia anziana seduta al banco e si infilò i calzari, domandandosi dove andare. Subito adocchiò una finestra verso il cortile, e ci si mise vicino, ma senza farsi notare.

Stava adocchiando la figlia. Eccola Sta comprando il caffè, tutto regolare, può sedersi dieci minuti.

Giovanni si sedette sulla panca, prese un bicchiere di plastica, versò acqua e bevve. Che sollievo!

Poi si rinfrancò e tornò a guardare fuori. Cecilia non si vedeva.

Continuava ad andare avanti e indietro, guardando lorologio, si piegava per spiare la strada sulla fioriera, e si spostava a sinistra e a destra come uno scoiattolo in gabbia. Solo che era molto più lento.

Quasi buttando giù una palma in vaso, si raddrizzò di scatto perché qualcuno gli sussurrò allorecchio:

Se nè andata?

Luomo si girò.

Accanto a lui cera un tipo, nemmeno più tanto giovane, avrà avuto quarantacinque anni. Ma agli occhi di Giovanni, quasi un ragazzo. Indossava una maglietta buffa con personaggi dei cartoni, jeans, uno zaino. Scarpe da ginnastica ai piedi, con lacci di due colori.

«Ma come si fa a vestirsi così?», pensò Giovanni, forse anche a voce alta, perché il giovane rispose:

Ah, questi? Mio fratello è un burlone, mi ha cambiato i lacci mentre ero in ritardo. Carino, no? Cammino tutto il giorno così e la gente ride.

Sorrise, porgendogli la mano.

Michele.

Giovanni, la strinse.

Vi nascondete? Michele accennò alla finestra.

Eh sì.

Ben fatto. Le donne non ci lasciano mai in pace! Sempre a controllare, a ficcare il naso ovunque!

Giovanni capì subito che Michele era uno dei nostri, di quelli che capiscono, non tradiscono.

E quanto pensa di restare qui nascosto? chiese Michele.

Io? Non so, rispose Giovanni allargando le spalle spaesato. Quanto serve?

Nemmeno io. Facciamo così, Michele abbassò la voce in modo complice, Lei vada pure ai suoi appuntamenti, tanto ha già le sovrascarpe! Io resto qui di vedetta. Se vedo qualcuno in arrivo la avverto!

Andare? No, grazie! Ne ho abbastanza di dottori, domande stupide, scartoffie. Non ci vado! batté il piede Giovanni.

Michele fece spallucce.
Allora come si fa? Se non va dalla dottoressa, deluderà la persona che lha accompagnata qui. Chissà che problemi avrà… È unassistente sociale? Una di quelle che ti stanno sempre addosso? aggiunse Michele con faccia complice e occhi divertiti. Giovanni fissò di nuovo i lacci, stupito.

No! È mia figlia! La mia Cecilia! Che assistente sociale, su Sono venuto con lei, ora lei beve il caffè, io

Insomma, deve andarci. Lo sa anche lei! Se la delude ci rimarrà male. Vada, dai! gli fece cenno verso le scale Michele. Io sto qui.

Ne è sicuro? chiese ancora Giovanni.

Sicurissimo. Da piccolo facevo sempre la guardia davanti alla porta della classe. E poi so anche fischiare. Vuole sentire?

Michele già allargava le labbra, ma Giovanni lo fermò prendendogli il braccio:

No, la prego! Solo stia qui e avvisi se arriva mia figlia. Torno subito!

Inteso! Terzo piano, stanza centocinque! gridò Michele.

Giovanni si fermò, si passò la mano fra i capelli:
Ma no, la stanza era la centotré! Qui ho il foglietto, lo ha scritto mia moglie Lucia! Si mise a rovistare nelle tasche, tirò fuori la lista della spesa, poi un fazzoletto e infine una letterina piegata con indicazioni.

Giusto, ha ragione. Corra, corra, che può arrivare da un momento allaltro! sussurrò Michele, facendogli segno di sbrigarsi

Cecilia si sedette su una panchina sotto un tiglio. Laria era satura di profumo: i fiori appena sbocciati, dolci e caldi, la riportavano ai ricordi dinfanzia e le fecero sorridere.

Una volta ne avevano uno in campagna. Si raccoglievano i fiori e li si metteva in infusione. «Fior di tiglio» era per quella bambina una cosa misteriosa, morbida, un gusto quasi zuccherino e impalpabile, fatto di piccoli pelucchi

Arrivava il papà in treno dal lavoro, la trovava sulla banchina, insieme compravano le ciambelle e andavano a casa. Dopo cena bevevano insieme quel tè particolare, seduti nella veranda, a guardare le falene girare intorno alla lampada e a mangiare le ciambelle. Era la felicità pura

Poi il tiglio lo tagliarono, per costruire la casa nuova, e la veranda sparì. Un gran peccato

È entrato, udì la voce di un uomo mentre un signore di mezzetà, scarpe da ginnastica con lacci diversi, le si sedeva accanto.

Cecilia fece finta di non vedere le scarpe, ma diede comunque unocchiata di sghembo e si scostò appena.

Chi è entrato? domandò.

Suo padre. Lho visto salire le scale, spiegò Michele.

E lei che centra? Cecilia si rabbuiò.

Nessun legame, semplicemente, lho già accolto altre volte. Di solito venite insieme, oggi no

Oggi non posso. Anzi, non ce la faccio più. È umiliante per lui, capisce? rispose Cecilia, toccandosi il petto. Io lho sempre visto forte, indipendente, il mio protettore Adesso non lo riconosco più, mi imbarazza. E so che anche per lui è spiacevole. Deve andare solo dal dottore, almeno una volta. Tanto poi lo scopriamo, mamma ha il cellulare del medico, le cartelle oggi non sono più segrete. O magari non ci va affatto; sarebbe un piccolo segreto, suo. Non voglio ricordarlo come un padre-bambino! Voi medici potete fare qualcosa, no? Con tutte le medicine, le terapie Cecilia si alzò, voltando le spalle. I lacci colorati di Michele, troppo allegri per una giornata così, la irritavano.

Cerchiamo di aiutare. Anche voi fate la vostra parte: date le pillole, vi ricordate, perdonate, lasciate che sia sé stesso. Lo proteggete come lui faceva con lei. Si nasce bambini, e nientaltro da fare: qualche volta si torna tali. Non so perché: forse la vecchiaia ci schiaccia. Ma oggi è con lei, e ce la fa. Sarà più dura in futuro, purtroppo. Come si chiama, lei? Michele si alzò, colse un fiore di tiglio, lo annusò.

Cecilia. Ma non centra nulla! Non capisce?! Io come dovrei viverla questa cosa? Devo ricordarmi mio padre così? Perché strappa il tiglio? Smetta!

Ecco, ho smesso, Michele alzò le mani. Come vivere Come centinaia prima di lei: vivere per lui. Lui le ha dato tutto, e non devessere stato facile. Chi non è fortunato a invecchiare nel suo beato rincitrullimento Suo padre resiste, lotta per restare sé stesso. Poi lei può scegliere cosa tenerne in memoria: il passato, il presente, o tutto insieme. Questa è la vita: non si cancella nulla, trattiene tutto. Io

Ma cosa ne sa lei?! Bella retorica, sa parlare bene. Ma lasci perdere coi discorsi sullumanità, non mi serve. La mia è unaltra storia! Cecilia serrò le mani.

So come va, più di quanto creda. Mia madre ebbe unencefalite, avevo quindici anni, e a venticinque era ancora lucida; poi, in un solo anno, se nè andata. Un anno, capisce? Ieri ancora mi chiamava per nome, il giorno dopo, niente. Parlava e poi più nulla: svanita la memoria. Questo è davvero terribile. Io non riuscivo ad accettare, mio fratello era ancora più piccolo. Ma lei ha tempo. Può trovare la pace. È doloroso, ma poi sembra quasi più leggero. Scusi, vado: ho promesso di fare la guardia per lei. Di questa tristezza non rimane più nulla dei lontani anni, il mio tiglio bianco è sfiorito, e con esso le mattine di usignoli. È una poesia di Ungaretti. Adesso vado

Michele fece un cenno e tornò dentro lambulatorio. Cecilia sorrise.

Giovanni Ricci era di nuovo di guardia alla finestra.

Cosa le ha detto? Io ci sono andato, allora perché è uscita da lei?! chiese confuso a Michele.

Ho coperto le sue spalle. Poteva avere dei ripensamenti, seguirla Lho distratta, le ho recitato delle poesie.

Poesie? Capisco grazie. Vado. Mi aspetta, si preoccupa. Ma perché si agitano tanto per me? Non sono mica un vecchio rimbambito! Quando lo capiranno mai, questi?!…

Stringeva la mano di Michele, poi si allontanò verso la figlia.

Dai, torniamo a casa, disse deciso.

Sì. Papà, cosa vorresti adesso? chiese Cecilia aiutandolo a risalire in macchina.

Io? Andare a far baldoria o alle terme. Ma tanto non mi fate andare: mia moglie non vuole che mi diverta, e poi alle terme nemmeno sono pronto. Che resta? Eh Ceci?

Cosa?

Andiamo da zia Paolina, a bere il tè di tiglio. Ragazze, ma che profumo ha questo tiglio! È incredibile, un miracolo davvero! Giovanni Ricci si era acceso, con un sorriso: oggi era una giornata radiosa, come non succedeva da tanto.

Papà! chiamò Cecilia. Papà, ti voglio bene. Andiamo da zia Paolina a bere il tè?

Cosa? Ma no! Ceci, ho fame, torniamo da Lucia a pranzo, basta con queste invenzioni, il tè di giorno non si fa, sbuffò. E poi, ma lo hai visto quello con i lacci diversi? Un orrore!

Continuò a borbottare, poi si calmò e guardò fuori. I finestrini restituivano limmagine di una città nuova, piena di tigli in fiore e di lillà. Pareva quella della sua infanzia, ma forse non lo era. Dove lo portava Cecilia? Ah già a casa. Lucia lo aspettava. Non vedeva lora di tornare, la sua tiglio bianca non aveva ancora finito di fiorire.

E Cecilia tornava piano. Si stava preparando. Difficile, ma era rimasto ancora un po di tempo, speriamo il più possibile…

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

sixteen + 3 =

Tiglio Bianco
Ma chi ti vuole mai? Senza denti, senza figli, senza pedigree… Clara «Ma chi ti vuole mai?» – gridò Paolo, poi sputò e se ne andò. Lei si nascose dietro la finestra e osservò l’uomo con cui aveva vissuto quindici anni, convinta fossero anime gemelle. Ma lui, andando via, le chiarì che era solo questione di comodità. L’esperienza dei servizi fotografici di famiglia Clara ha un appartamento, cucina benissimo, è una padrona di casa perfetta: era pronta a tutto per lui. Clara pensa di aprire la finestra e urlargli di non lasciarla. Era persino disposta all’umiliazione pur di accettare: che restasse con lei anche se passava giorni lontano, con quell’altra… Meglio questo che essere, a quarantacinque anni, sola e abbandonata. E apre la finestra. Ma poi, per caso, lo sguardo cade sul ritratto del padre, in divisa militare, fiero davanti all’obiettivo. E Clara all’improvviso ci ripensa. Si vergogna. Vergogna per la sua debolezza. Guarda ancora una volta quel suo uomo elegante, che sale nella bella macchina con le sue cose. Va in cucina, passando davanti allo specchio antico della nonna, che riflette una donna stanca, corpulenta, dai capelli grigi e occhi spenti. Clara sa di non essere bella. E ora anche la salute scricchiola. I denti si sgretolano, i soldi per rifarli mancano – perché a Paolo serviva una macchina nuova, e all’ufficio si dev’essere impeccabili, vestiti di marca. «Ma che sciocchezza! Paolo è vestito da attore, e tu con un maglione slabbrato, una gonna antiquata, due camicie scalcagnate, scarpe consumate e stivali da tempo di guerra. Il menu che ti chiede è da ristorante: bistecca, cotolette, crêpes farciti, arrosti… Basta correre dietro a un uomo così, amica!», diceva la collega Lucia a Clara. Lei ascoltava, ma faceva di testa sua. Poi Paolo se ne è andato. Da una giovane ventisettenne con quattro figli. «È giovane», sospirava Clara. Ma l’amica, indagando tra social e vicini, scopre che la donna non ha mai lavorato, i figli sono di uomini diversi, la madre è immorale… Altro che gioventù! Della famiglia non c’è traccia. «Coraggio, Clara, tieni duro!» E Clara resiste. L’appartamento che ha ereditato dai genitori è grande, centrale. Il padre, intuendo qualcosa, lo ha intestato così che Paolo non avrà mai alcun diritto sui metri quadri di Clara. Lei decide di affittare una stanza per arrotondare. In quartiere stanno costruendo nuovi edifici. Arriva un ingegnere, gentile, barbuto, elegante, di nome Giuseppe. La guarda intensamente e poi dice: «Le pago in anticipo! Vada a rifarsi i denti. Così bella, che sofferenza!». Clara arrossisce. Non si sente bella. Ma è vero, vorrebbe sistemare i denti. E lui le dà più soldi. Dice che potrà rendere quando vorrà. Poi arriva suo fratello, uno stilista chiamato Carlo: giacca canarino, pantaloni viola, pettinatura stravagante. Decide di occuparsi di Clara e, tra una fetta di torta e l’altra, la convince a cambiare look. E sapete? Ci riesce. Capelli luminosi, trucco che rivela i suoi tratti delicati, denti sistemati. Va al lavoro a piedi. I chili spariscono. Comincia anche a correre al parco la mattina. Clara è diventata una donna dolce, con fossette e un sorriso tenero: come una farfalla leggera che si libera dalla crisalide. Un bel giorno, suona il campanello. Uno degli affittuari la chiama: «Clara, c’è qualcuno per te!» Sulla soglia c’è l’ex marito, Paolo, irriconoscibile: invecchiato, pallido, stanco, con le borse in mano. «Che vuoi?» chiede Clara. Ricorda bene come lui si fosse rifiutato di parlarle al telefono, bloccandola ovunque. Ma ora eccolo lì. «Che cambiata sei!» si sorprende Paolo. Ma Clara è immune ai complimenti. Ricorda le notti insonni, il dolore, il panico e le lacrime. E lui comincia: «Clara, quello che ho sofferto con quella… Prendeva solo i miei soldi, i figli sembravano normali, ma poi… Maleducati, urlano sempre, lei non li stimola, sta sempre al telefono, non cucina, solo ravioli surgelati, una volta ha preparato il ramen istantaneo, immagina! Le camicie lavate tutte insieme, scolorite. Non ho comprato niente per me, tutto per loro. Sembravo impazzito. Clara… Voglio tornare. Dai, ricominciamo? Ti prego». Ma nelle orecchie di lei risuonano le sue parole feroci: «Ma chi ti vuole mai? Senza denti, senza figli, senza pedigree… Clara». Lo guarda ancora. E in quel momento, entra Giuseppe: «Clara, hai bisogno di una mano? Lei, signore, da chi viene?» Paolo si inalbera: «Ma lei chi sarebbe?» «Il mio compagno, Giuseppe. Non tornare più qui!», e Clara chiude la porta in faccia a Paolo, che resta a bocca aperta. Si scusa con l’inquilino, che sospira: «Ormai sarà il momento di spiegarti tutto. Ti amo, Clara! Come ha fatto a lasciarti così? Sposami! Sul serio». Giuseppe era vedovo. Clara accetta, e dopo due mesi sono sposati. Lui la riempie di rose, comprano una casetta in campagna. Clara non vede che, talvolta, l’ex marito sbircia rabbioso da dietro l’angolo e si insulta per aver scambiato una brava donna con una nullità. Risultato: è rimasto solo. Ma Clara e Giuseppe passeggiano felici e innamorati per mano, e lei aspetta un bambino. Mettete un like e lasciate i vostri pensieri nei commenti!