“Stavo preparando le crespelle nella mia cucina, quando improvvisamente è entrato uno sconosciuto,” racconta ora a tutti la signora Evelina Vittorini.

– Stavo preparando le crêpes in casa, quando nella mia cucina è entrato uno sconosciuto, ora racconta a tutti Eugenia Vittoria.
Allepoca, la cosa non le fece affatto ridere. Immaginate: siete soli in casa. Non deve esserci nessun altro in giro. E allimprovvisoeccolo che appare davanti a voi! Proprio così successe.
Si era separata dal marito, Giovanni, ormai cinque anni fa. Lei ha quasi sessantanni. Una nuova relazione? Non ci pensava nemmeno. I figli vivono lontano.
Viveva serena. Ottimi rapporti coi vicini. Perciò, nonostante i tempi incerti, aveva labitudine ogni tanto di non chiudere la porta dingresso a chiave. Può sempre capitare che la vicina Caterina passi di corsa. Qui però non era previsto. Ma Eugenia era appena scesa a buttare la spazzatura. Mentre si lavava le mani e dava da mangiare al gatto Mimì, si è dimenticata di chiudere. Tanto, non aveva paura di nessuno. Era pieno giorno. Un palazzo abitato, mica un bosco di notte.
Aveva deciso di fare le crêpes. Proprio mentre ne sistemava unaltra sul piatto, ecco che vede uno sconosciuto. Nella sua cucina, come se fosse apparso dal nulla!
In quel momento mi è passata davanti tutta la vita, dallasilo alle scuole mi creda, è successo davvero. Ho pensato: Ecco, la mia ora è arrivata. Non cè quasi niente da rubare, ma la tv nuova lho appena comprata, il computer pure, e ho appena preso la pensione. I soldi sono nella borsetta in corridoio. Ho pensato che li aveva già presi e ora veniva a vedere cosaltro cera. Ho sussurrato: Prenda tutto, ma la prego, non mi faccia nulla, ho dei nipoti, vorrei godermeli ancora. Non dirò niente a nessuno!. E invece luomo inizia a scusarsi, a spiegarsi. Io, stordita, a malapena lo sentivo. Mi suggerisce di spegnere il fornello. Ho eseguito senza pensarci. Mi sono seduta. Si è seduto anche lui, di fronte. E ha cominciato a raccontare. Che stava camminando per strada, per i fatti suoi. Un gruppetto lha seguito, volevano dei soldi. Ha deciso di scappare. Proprio in quel momento qualcuno usciva dal portone del mio condominio. Lui è entrato di corsa. Quelli dietro, pure loro sono riusciti a infilarsi. Non aveva tempo di chiedere aiuto. Ha provato qualche porta, alla mia è bastato girare la maniglia, era aperta. Mi ha chiesto di guardare alla finestra. Ho guardato ed erano proprio là: un gruppetto di tipi poco raccomandabili. Sono rimasti qualche minuto, poi se ne sono andati, racconta Eugenia Vittoria.
Luomo si è presentato: Antonio Alessandro. Quando la paura è passata, lha osservato meglio. Grosso, un po impacciato, con gli occhi buoni. Se ci metteva un mantello rosso, sembrava Babbo Natale.
Mi perdoni, mi offrirebbe una crêpe? Non le mangio da una vita. Da quando mia moglie non cè più, ha chiesto Antonio.
Si era già tolto le scarpe. Restava seduto con la giacca.
Ma davvero lhai sfamato? Sei proprio coraggiosa! Io avrei perso la testa! Lavrei subito mandato via! si è meravigliata più tardi Caterina, la vicina.
E invece Eugenia ha deciso diversamente. Gli ha solo chiesto di lavarsi le mani. Antonio è andato subito in bagno. Hanno bevuto tè a lungo. Ha raccontato di sé. Rimasto vedovo, senza figli. Vive solo.
Poi è arrivato il momento dei saluti. Si è scusato ancora ed è uscito.
Eugenia si sentiva la protagonista di tutte le fiction italiane. Le sembrava di scoppiare. Dopo aver raccontato tutto a tutti, dopo mille telefonate, ha sentito il vuoto. Forse avrebbe dovuto continuare quella conoscenza? Invitarlo ancora, magari per una torta? Le sue con i funghi e le crostate erano famose.
Ma ormai? Il treno era passato. Il giorno dopo ha comunque deciso di impastare una torta. E proprio mentre la sfornava bussano. Un colpo timido. Ha pensato fosse la vicina. Ha guardato dallo spioncino. E ha cominciato ad agitarsi. Si è sistemata al volo i capelli, ha tolto la vecchia vestaglia e infilato la tuta bella, pantaloni compresi. Un tocco di profumo di cui quasi si era dimenticata. Apre la porta.
Antonio era lì. Con un mazzo di fiori in mano.
Ecco sono passato solo per chiedere scusa di nuovo, vi ho fatto spaventare. Tenga questi, poi vado, ha detto timidamente.
E dove vai? Ho preparato la torta, ti invito a mangiarne una fetta! ha risposto sorridendo Eugenia.
Salivo le scale e già sentivo il profumopareva una pasticceria! Ho pensato: Qualcuno con una moglie così è davvero fortunato! ha sospirato Antonio.
Non sono sposata. Entra, prego! ha risposto Eugenia.
Da allora vivono insieme. Ormai lui è il primo aiutante nel suo orticello. I figli lhanno accettato, i nipoti lo chiamano nonno Toni. E lui gioca con loro come fossero suoi.
Ha vissuto solo a lungo, ora rifiorisce in una nuova famiglia. Così Antonio, da sconosciuto, è diventato di casa.
Le amiche di Eugenia la invidiano.
Ma guarda te, a questa età trovare un uomo perbene! E in un modo così insolito è proprio vero che lamore ti entra in casa! esclamano.
Eugenia annuisce. Ma da allora la porta dingresso la chiude sempre a doppia mandata.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

three × one =

“Stavo preparando le crespelle nella mia cucina, quando improvvisamente è entrato uno sconosciuto,” racconta ora a tutti la signora Evelina Vittorini.
Ho taciuto a lungo, non perché non avessi niente da dire, ma perché credevo che, se avessi stretto i denti e ingoiato tutto, avrei mantenuto la pace in famiglia. Mia nuora non mi ha mai sopportata dal primo giorno: prima era una “battuta”, poi una consuetudine, infine è diventato il nostro quotidiano. Quando si sono sposati, ho fatto tutto ciò che una madre italiana fa: gli ho dato la stanza migliore, ho aiutato con i mobili, ho costruito per loro una casa. Mi dicevo: “Sono giovani, si adatteranno. Io resto in disparte e in silenzio.” Ma lei non voleva solo che restassi ai margini… voleva che sparissi del tutto. Ogni mio tentativo di aiutare veniva accolto con disprezzo: “Non toccare, non sei capace”, “Lascia, faccio io come si deve”, “Ma ancora non hai imparato?”. Le sue parole, dette a bassa voce, mi pungevano come spine, a volte davanti a mio figlio, agli ospiti, ai vicini, come se si vantasse di umiliarmi. Io annuivo, tacevo… Sorridevo quando avrei voluto piangere. La cosa che mi faceva più male? Vedere mio figlio che non diceva nulla. Faceva finta di non sentire, o si rifugiava nel telefono; mi diceva: “Mamma, non pensarci, lei è fatta così… non ci pensare”. Ma come si fa a non pensarci, quando nella propria casa ci si sente estranei? C’erano giorni in cui non vedevo l’ora che uscissero, per restare sola e respirare. Lei cominciò a trattarmi come una domestica da relegare in un angolo, con domande pungenti: “Perché hai lasciato la tazza qui?”, “Perché non hai buttato questo?”, “Perché parli così tanto?”. E io… ormai parlavo quasi per niente. Una volta ho preparato una semplice zuppa, di quelle che noi mamme facciamo quando vogliamo bene. Lei è entrata, ha annusato la pentola e ha riso: “E questa sarebbe la tua famosa cucina di paese? Grazie davvero…”. Poi ha aggiunto qualcosa che mi rimbomba ancora nelle orecchie: “Onestamente, se tu non ci fossi, sarebbe tutto più facile”. Mio figlio era a tavola. Ha sentito. Ho visto la sua mascella irrigidirsi, ma è rimasto in silenzio. Allora mi sono girata per nascondere le lacrime, dicendomi: “Non piangere, non darle soddisfazione”. Ma lei ha continuato, più forte: “Sei solo un peso! Per tutti! Per me, per lui!”. Non so perché… quella volta qualcosa si è rotto. Forse non in me, ma in lui. Mio figlio si è alzato. Piano. Senza sbattere nulla, senza urlare. Ha semplicemente detto: “Basta”. Lei si è bloccata. “Cosa vuoi dire con ‘basta’?”, ha riso finta ingenua. “Sto solo dicendo la verità”. Mio figlio si è avvicinato e per la prima volta l’ho sentito parlare così: “La verità è che tu stai umiliando mia madre. Nella casa che lei mantiene. Con le sue mani che mi hanno cresciuto”. Lei ha provato a ribattere, ma lui non le ha dato modo. “Io sono rimasto in silenzio troppo a lungo. Pensavo fosse da uomo, pensavo di proteggere la tranquillità. Ma no, stavo solo permettendo una cattiveria. Ora basta”. Lei è diventata pallida. “Stai scegliendo lei invece di me?!”. E lui ha pronunciato la frase più forte che abbia mai sentito: “Io scelgo il rispetto. Se tu non sai cosa vuol dire, non sei nel posto giusto”. È sceso il silenzio. Denso. Come se l’aria si fosse fermata. Lei è andata nella loro stanza, ha sbattuto la porta e ha continuato a borbottare, ma ormai non aveva più importanza. Mio figlio si è girato verso di me, gli occhi lucidi: “Mamma… perdonami per averti lasciata sola”. Non ho saputo rispondere subito, mi sono solo seduta, tremando. Lui si è inginocchiato come da bambino e mi ha preso le mani: “Non meriti questo. Nessuno ha il diritto di umiliarti. Nemmeno la persona che amo”. Ho pianto. Ma questa volta non di dolore, di sollievo. Perché finalmente qualcuno mi ha vista. Non come un “fastidio”. Non come una “vecchia”. Ma come madre. Come persona. Sì, ho taciuto tanto… ma un giorno mio figlio ha parlato anche per me. Ho capito una cosa importante: a volte il silenzio non protegge la pace, ma solo la crudeltà degli altri. E secondo voi, una madre deve sopportare l’umiliazione pur di “avere pace”, o il silenzio rende solo il dolore più profondo?