Ninnananna

Ninna nanna

Matteo, forza! Cammina più veloce! E ancora una volta non ti leghi le scarpe… Giulia tirava il figlio per la mano, attraversando velocemente il cortile condominiale, ma il bambino si ostinava, si accovacciava ogni tanto.

Mamma, torniamo a casa! Casa, mamma! strillava lui.

Perché?! Su, coraggio, sei grande ormai. E non azzardarti a bagnarti i pantaloni! Non ci provare! Giulia guardò severa il figlio, che subito abbassò lo sguardo.

Sulle piccole braghe di velluto marrone era spuntata una chiazza, anche i calzini ormai zuppi.

Ecco che casino… E come faccio adesso a portarti con me? Non potevi proprio resistere un attimo di più, Matteo? Giulia lo trascinò verso il portone. Una mano afferrava la piccola manina sudata di Matteo, nellaltra la grande sporta da palestra, dove barattoli e vasetti tintinnavano rumorosamente. Forza, cambiati subito, mi hai sentito? Altrimenti il brodo si raffredda e siamo in ritardo da nonna

Matteo, un bimbo rasato quasi a zero, soffiava il naso con la manica della camicia a quadri. Si vergognava tantissimo e gli pareva che tutti lo stessero fissando: quei ragazzi vicino al cancello ridevano di lui, e perfino la vecchietta seduta sulla panchina lo guardava scuotendo la testa, quasi a rimproverarlo. Matteo aveva sbagliato, era cattivo, malissimo e la mamma ora era arrabbiata

In ascensore salirono con un uomo dallodore pungente di sudore e colonia. Così profumava anche papà, pensa Matteo

Ma la mamma papà lo aveva mandato via, ormai da quasi sei mesi. Vai dalle tue libellule, gli aveva detto. Papà aveva pestato per casa, raccogliendo le sue cose buttate sul pavimento, afferrato la valigia, guardato il figlio con uno sguardo esausto, e alzato le spalle.

E così, Matteo… Addio.

Aveva chiuso la porta con forza. Quella sera, la mamma pianse fino a tardi e la nonna la consolava, la abbracciava, le carezzava i capelli. Poi, quando anche Matteo si era messo a piangere, la nonna Assunta non resse più, urlò contro la figlia dicendo che aveva rovinato tutto con le sue mani, cacciato il marito e lasciato il bambino senza padre.

Matteo allora si nascose sotto il letto, aveva paura. La mamma urlò ancora, che la nonna non si immischiasse tra lei e Daniele, che era tutta colpa sua Poi di nuovo pianti, e il bambino si aggrappò alle gambe della mamma, temendo che anche lei, un giorno, avrebbe tirato un sospiro, detto E così… e sarebbe andata via. Pauroso, da morire.

Giulia non se nera andata, aveva cresciuto il figlio fra una convivenza forzata in cucina con Assunta, la madre. Portava Matteo allasilo, e la sera si appostava alla finestra fissando il cortile…

Nonna Assunta spariva quasi sempre, forse lavorava davvero tanto o forse preferiva non essere sotto gli occhi della figlia. Matteo sapeva che la nonna aveva sempre da fare: lavoro, riunioni, incontri, spingeva, batteva pugni sul tavolo, si industriava in mille cambiamenti. Al nipote e alla figlia spesso rimanevano solo le briciole del suo tempo, tornava che già Matteo dormiva. Sedeva in cucina nel buio, sorseggiava un tè dolcissimo e guardava anche lei fuori dalla finestra. Ma cosa vedevano, lì fuori, la mamma e la nonna? Matteo non laveva mai capito

Quando, durante la notte, andava in bagno, la nonna lo chiamava a sé, lo faceva sedere sulle sue ginocchia, lo abbracciava e lo cullava in silenzio. Nei film le mamme cantano la ninna nanna, a Matteo nessuno laveva mai cantata.

Perché nonna? Cantamela tu, dai! supplicava lui.

Non la so, Matteo mio. Non ho mai saputo cantar canzoni per la nanna. Così, addormentati. E poi svegli la mamma. Dormi, che ti cullassi va già bene, si scusava la nonna Assunta con unalzata di spalle.

Matteo sospirava, le passava le piccole braccia intorno al collo, le stampava un bacino maldestro sulla guancia e si faceva spazio tra le sue gambe robuste, amandola con tutto se stesso. Amava anche la mamma, anche se lei lo sgridava sempre, lo allontanava, gli ripeteva che era ormai grande e che doveva fare da solo.

Ma Matteo non voleva, avrebbe sempre voluto la mamma

Ora Giulia andava a trovare la madre in ospedale, portava un brodo di pollo appena fatto e delle polpette. Anche Matteo doveva portarselo dietro: lasilo chiuso per lestate, la vicina che ogni tanto aiutava era partita per la campagna, non si poteva lasciare il bimbo a casa da solo!..

Hanno detto che serve qualche controllo, aveva detto Assunta alla figlia, quasi scusandosi, un mese prima. La pressione va su e giù, lelettrocardiogramma non è bello

Ma va! Senti loro! Guarda, prendi tutte queste medicine, così passa tutto, mamma! Alla tua età tutti hanno qualcosa che non va. È che vogliono solo statistiche! aveva scacciato Giulia lansia con un gesto della mano.

Figuriamoci, lospedale! Assunta così forte e indipendente, la donna che portava avanti interi gruppi di lavoro Ma adesso in ospedale… assurdo!

Sì… forse hai ragione esitò Assunta. Basta finirci dentro e non ti lasciano più andare. Dai, rimando, ho mille cose da fare, nessuno può fare senza di me!

Aveva tirato avanti, finché giramenti di testa e vene gonfie sulle gambe erano diventati insopportabili. Matteo, di nascosto, guardava quelle gambe, come fossero qualcosa di proibito, schifato e incuriosito, avrebbe voluto toccarle, ma non osava mai.

E poi arrivò lennesima estate: Assunta era stata in campagna, aveva sistemato le piante e il piccolo orto, rimesso ordine, e tornata a casa, il malessere la prese di sorpresa.

Un sabato mattina arrivò lambulanza. Linfermiera le fece una ramanzina: Ma chi ve lo fa fare con la salute ridotta così?! A cosa servono queste campagne se ci rimettete la pelle? E Giulia non resse: Abbiate pazienza! Siete qui per aiutare, non certo per giudicare! Allora la madre, con un filo di voce: Giulia, basta. Hanno ragione, sono io che ho sbagliato tutto Scusatela, lavora troppo, mia Giulia, è stanca.

Già e questo bambino, il padre non cè? Voglio dire, una famiglia normale non lavete mai avuta… Vi credete tanto forti, e poi eccovi qui. Ma non fate le offese, su! Avanti, accompagnate la signora, che nessuno qui vi porterà in braccio, eh! Nessun vicino disposto ad aiutare?

Assunta, aiutata dalla figlia, si infilò nellambulanza, stringendo in mano la borsa con i documenti. Giulia la salutò rapidamente, quasi fredda. O forse era solo la stanchezza.

Sulla barella lacciaio era freddo, ma il freddo a volte aiuta a sentirsi ancora vivi

Quella notte, Giulia e Matteo si addormentarono insieme sulla poltrona, rigirandosi irrequieti e accaldati, ma incapaci di allontanarsi; anche solo la vicinanza, rendeva tutto meno doloroso

La mattina seguente, Giulia non smise un attimo di telefonare allospedale, litigò con la segretaria assonnata, gridò che avrebbe fatto un reclamo. Poi, lasciò Matteo col fiato sospeso della promessa di non muoversi e corse al lavoro per poi tornare e preparare tutto quello che avevano consigliato, e la sera era già in ospedale, nella stanza che odorava di chiuso e umido. Giulia spalancò la finestra senza chiedere il permesso: aveva imparato a risolvere le cose da sola, sempre. Così Daniele laveva lasciata per andare da chi lo sapeva ascoltare; non tutte le donne riescono. Lei, come sua madre, di carattere duro: decideva sempre da sola, la vita laveva cresciuta così. Mai Chiara laveva aiutata, mai aveva avuto tempo.

Assunta giaceva sotto una coperta sottile, nel letto più vicino alla finestra, assopita.

Mamma! Allora, quando ti dimettono? Ho fatto i salti mortali per venire qui Che dicono i medici? esclamò Giulia, con una finta energia dietro cui si celava la paura davanti allaspetto smunto, alle mani magrissime, persino i capelli sembravano più bianchi.

Spostò una tazza dal comodino Scusi signora, ma è il mio comodino! E poi, bisogna salutare quando si entra! protestò la donna nel letto vicino. Chiuda la finestra che cè la corrente!

Giulia la scrutò: pelle secca come carta, un viso scavato come un teschio e le labbra viola come quelle della madre. Nellacqua della tazza, intravide con orrore una dentiera.

Mamma, ma allora come va? Quando esci? Stai benissimo, davvero! Giulia si voltò, sistemando tutto sullaltro comodino. Non so più dove lasciare Matteo: lasilo chiuso per lavori, proprio ora! E a chi serve, questo lavoro?! Dipingere i muri, che trovata! Il brodo si è raffreddato un po, ma mangialo lo stesso, ti aiuterà Dai, quando torni a casa? Hai presto le ferie e porti Matteo in campagna, là starai bene

Giulietta Non ti ho neanche sentita arrivare… Il brodo mettilo lì, grazie, tesoro. Giulia Cè una cosa sospirò Assunta, torcendo langolo della coperta. Ho bisogno di unoperazione. Appena mi riprendo, fissano il giorno. Dovevo farla prima, con il cuore… lo sai…

Giulia, che fino a quel momento aveva allineato le mele una ad una, ora si bloccò, si irrigidì, si girò verso la madre nascondendo le mani nelle tasche del camice, che nessuno vedesse il tremolio.

Che vuoi dire, operazione? Ancora a queste storie! Mamma, ti dicono solo bugie! sussurrò inclinando il viso vicino a quello della madre, aiutandola a raccogliere i capelli in uno chignon. Cercano solo su chi provare, ti capisc raccattano statistiche! E

Taci, Giulia! Non è così, non è così! ribatté la madre con forza. Mi hanno spiegato tutto, la cardiogramma lhai vista anche tu… dovevo farlo prima…

Prima?! Che cosa?! Ma perché mi stringi così?! Giulia cercò di staccare le mani della madre dalla propria. Devi alzarti? Dai, su. E ti ricordi come hanno detto la stessa cosa a papà, che senza loperazione non sarebbe vissuto, e invece sarebbe vissuto lo stesso, e tu lasciasti che decidessero per lui! E a me che rimaneva?

Aveva scostato le mani della madre, voltandosi, mentre un groppo strozzava la gola. Anni erano passati, ma a Giulia non perdonava a sua madre quellassenza, laver preferito arrangiarsi, e il marito lasciato solo, senza nemmeno poterlo accompagnare nellultimo viaggio, troppo presa da un convegno.

Quanti anni aveva allora? Apertasi la finestra dei ricordi, Giulia rivide tutto: quasi sedicenne, sempre pronta a urlare che non si sarebbe mai sposata, che avrebbe lavorato e vissuto libera

Papà non vide mai la figlia crescere: una telefonata al mattino, dovete risolvere tutto ormai, ma cosa risolvere? se papà non cera più?

E il lavoro… La madre era venuta il giorno stesso, aveva pianto, aveva cercato di abbracciare la figlia: E colpa tua, non lhai salvato, volevi solo fare presto, ti sei raccomandata dal primario per sbrigarti! Ti sei sbrigata davvero. Ti odio!, piangeva Giulia, seduta sul pavimento.

Era passato tanto tempo, uneternità forse. Lodio era svanito, il dolore era lentamente scivolato via, restava solo il rimpianto. Ora però la paura tornava più forte, paura per la mamma.

Giulietta, capisco che hai tanta fretta, Matteo, il lavoro ma io cercherò di farmi forza, sarò veloce, non ti peserò Però adesso mi aiuti ad andare fino al lavandino? Devo lavarmi Assunta si sforzò di sedersi, infilare il camice, la nausea lassaliva. Chiedere aiuto la metteva in grande imbarazzo, lei che aveva sempre fatto tutto da sé, era stata come un cavallo da tiro. E ora doveva imparare a essere debole Aiutami

Giulia posò sulle spalle della madre il leggero camice di cotone, sentì il peso della mamma piegarsi su di lei, seguirono passi lenti, come una tartaruga, fino al lavandino.

Dentro Giulia, la paura ribolliva, si trasformava in stizza.

Ecco, siamo arrivate! Dai, lavati! Giulia spostò il braccio della madre sotto la corta doccetta, sorreggendola mentre lei si lavava il viso e il collo. Attenta che lacqua va ovunque, mamma!

Assunta vacillò, si piegò in due, stava per vomitare.

Subito, asciugate! Guardate che caos! sbraitò la signora del letto accanto. Tutto il giorno a lavarla, nemmeno le infermiere la vogliono! Pulite, su!

Giulia guardava la pozzanghera, la madre, poi si voltò con disgusto.

Scusami, Giulia

Assunta, bianca come il latte, sudata, barcollò e si stese sul letto, stringendosi la testa tra le mani.

Domani chiedo che ti spostino! E se sei contagiosa?! Guarda che colore, sembra morta! urlava la vicina, puntando un dito ossuto su Assunta. Le mettono vicino a noi senza controllare niente, chissà che schifezze portano! Infermiera! Chiamate il medico! Portate via questa… E indicava la madre di Giulia.

Giulia, scarlatta, con le labbra tremanti, spalancò la porta, raccolse la scopa, il secchio con lacqua puzzolente di candeggina, e ripulì ogni traccia di quella scena umiliante. Che Matteo almeno aspettasse, che non scappasse chissà dove!

Intanto la vecchia si agitava, batteva i pugni sul letto, tossiva, urlava nuovamente. Assunta, in lacrime, sfinita, si ripiegava sulla coperta.

Adesso basta! Giulia, lasciando secchio e scopa, affrontò la vecchia: si chinò su di lei, le spunse le spalle con i pugni. La vecchia restò zitta, il grido soffocato.

Non ti permettere di urlare contro mia madre! Capito? O qui le ossa te le conto una a una! E non osare nemmeno guardarla! Sei qui sola? Nessuno ti cambia le lenzuola? Sarà che hai cacciato via tutti, eh? Pensi che il mondo giri tutto intorno a te? Lascia il letto agli altri se non va bene! Qui in ospedale siamo tutti uguali!

Giulia respirava affannosamente, voleva solo andarsene. Lodore, forte, quasi di morte, la costringeva a deglutire. Limmagine di quella bocca vuota e nera, era la morte stessa.

Che guardi? la vecchia ghignò. Hai ragione però. Non ho nessuno, davvero. I ragazzi mhanno costretto a cedere la casa, ora litigano per i soldi, il marito scappò quando ero incinta di Riccardo, mai avute amiche. Mi compatisci? Fai pure! Ho i miei milioni! Ho risparmiato, mai dato nulla a nessuno. Appena esco, spendo tutto per me: ai figli niente, niente a nessuno! E tu vattene, vivi per te stessa, tua madre è solo un peso, lasciala. E lei, accennò a Assunta la portano via. Esistono posti per queste come lei! Scappa finché puoi!

La bocca sdentata si mosse ancora, poi la risata, verde, acida, fece accapponare la pelle a Giulia.

Eppure Giulia era sola da quando mancava il padre. Per un po cera stato Daniele, ma era stata lei a scacciarlo: incapace di accettare altri sentimenti, di cedere spazio nelle sue decisioni; persino durante il parto, Daniele non fu mai nominato, tutto era io, solo io. E Matteo era solo suo, non figlio, ma proprietà.

E la mamma? Quella donna esausta e spenta, dai capelli grigi e le unghie rosicchiate (da quando?), quasi invisibile persino sotto le coperte? Eil tempo di andare, i medici sapranno cosa fare, e poi Matteo sarà già stufo ad aspettare.

Giulia guardò lorologio era tardi.

Mamma, chiamo il dottore? sussurrò, accarezzandola. Dice lui cosa serve.

Non serve passa tutto Presto torno a casa e sarà tutto come prima mormorò Assunta. Niente interventi, Giulia, non voglio appesantirvi, te e Matteo! Vai dal tuo bambino Grazie che sei venuta. Ma non venire più, non serve. Hai tante cose da fare. Va pure.

La mamma non laveva mai coccolata tanto, mai seduta al suo letto, mai giocato davvero con lei. E ora si congedava secca, come a mandarla via.

Giulia tornò dopo aver svuotato il secchio, sera persa dieci minuti. Poi rientrò.

Allora ascolta, mamma: tu non appesantisci nessuno, pensa solo a guarire, non avere fretta. Ci pensiamo noi, fidati! Verrò ogni giorno. E poi, quando uscirai, faremo le vacanze tutti insieme, capiremo dove andare. Così staremo bene, tutti. Non temere, il dottore è bravo davvero, lo dicono tutti, quindi non preoccuparti. Mamma mamma, io ti voglio bene, capisci? Non sei un peso! E checché ne dicano qui, non lo sei affatto!

Assunta sorrise, afferrò la mano della figlia, la baciò.

Giulia si voltò verso la vecchia, che pareva ora quasi commossa o forse, solo a Giulia sembrò

Quando Giulia e Matteo rientrarono a casa, davanti allandrone stava Daniele: appena scorse Matteo, si alzò e andò incontro a loro. Il piccolo gli corse incontro ed esplose in un abbraccio.

Giulia, mi hanno detto che con Assunta non va tanto bene Dimmi se serve qualcosa, sono qui, disse Daniele, fissando il pavimento.

Giulia serrò le labbra: «Non ho bisogno di nessuno, faccio tutto io!» voleva dire. Ma Matteo le tirò lieve il maglione e Giulia guardò il figlio e sospirò.

Non ce la farà mai, e basta mentire! E poi, che male fa a Matteo stare con il padre?

E le tue libellule? chiese stizzita Giulia.

Ma dai, sempre con questa storia! Giulia, io vorrei stare con voi. Se non vuoi che entri, almeno lasciami venire a prendermi Matteo, portarlo da mia zia in campagna che ho le ferie. E poi

Giulia non lo lasciò finire.

Io vorrei solo una famiglia normale. Ma non so come si fa, lo capisci? Mamma non lha mai saputo, e ora è così fragile, pensa solo di essere un peso. Daniele, io ho paura per lei, tantissima paura

Daniele capiva tutto. E amava ancora Giulia.

Quando Matteo finalmente si addormentò, Daniele e Giulia restarono in silenzio in cucina a lungo. Parlare faceva paura, si sarebbe finito a litigare, Giulia doveva sempre avere lultima parola

… Mamma, siediti che ti lavo io. Non si discute, se ti gira la testa facciamo un disastro. Aspetta, che ti sistemo il colletto, via i capelli dalla fronte Così, ora mangia qualcosa. Non stai mangiando niente e il dottore mi sgrida! Ho portato dei ravioli fatti in casa, li ha fatti anche Matteo, guarda come sono grandi sono i suoi.

Assunta sorrise, seguendo con dispetto la figlia che sistemava il piatto. Insolito, imbarazzante, ma così bello essere accuditi

Grazie, Giulia. Hai mangiato anche tu?

Non ce nè tempo, passo da casa al lavoro e poi subito qui. Stasera mangio.

E Matteo? Con chi sta?

Giulia esitò, poi rispose:

Mamma, Daniele è tornato. Così staremo meglio, vero? Come si fa di solito? Che ne pensi? Oggi è con Matteo allo zoo e gli insegna a fare i nodi alle scarpe. Daniele sta in ferie, gli va bene tenere Matteo, poi, se a te dà fastidio, se ne andrà.

Se ne va? Ma come si fa, Giulia?! Una famiglia non si fa a tempo. Non commettere i miei errori… Io non ho mai saputo tenere accanto a me le persone, ho dato tutto per scontato. Adesso mi pento. Siete una famiglia, state insieme

Marito e moglie, stessa barca! Il mio, invece, mi pestava la schiena, altroché sibilò la vecchia vicina, ormai Giulia conosceva il suo nome: Rina Maria. Era stata portata in ospedale dal ricovero, presto lavrebbero riportata là. Nessuno la veniva mai a trovare, mai una cena calda, mai vestiti puliti.

Eh, signora Rina, sempre di buon umore, eh? rise Giulia. Visto che cè forza, le ho portato qualche vestitino, se vuole cambiarsi.

Prese una busta con qualche camicia da notte, calze, magliette, fazzoletti.

Rina rifiutò con sdegno.

Tienili! Non ne ho bisogno delle tue carità!

Però, Rina, il tuo nome lho trovato su una vecchia locandina teatrale! Hai recitato in compagnia, vero? E ho anche trovato una vecchia registrazione… Eri spiritosissima!

Rina si rabbuiò.

In teatro si serve, non si lavora. Sì, ero una gran buffona… ma poi, ti volti e dietro non hai nessuno. E anche io volevo che i figli crescessero in fretta Rina tace. Vabbé, grazie per il regalo. Però non portarmi più niente, hai capito?!

Giulia accarezzò rapido la mano rugosa.

Ma certo, non porterò più. Vuoi dei ravioli? le strizzò locchio.

Eh basta, lasciami stare! Rina si rivoltò e si coperse la testa col lenzuolo.

Giulia non se la prese. Da poco aveva capito: accettare aiuto, lasciarsi curare, è difficilissimo. Anche per Rina, soprattutto ora che è così debole

Ottobre quellanno esplose in luce dorata, aceri sciabolati di rosso sulle colline, querce brune, e i funghi niente: lestate troppo secca, dicono.

Assunta sedeva in veranda, davanti alla casa di campagna, e guardava Matteo che giocava nella sabbiera.

Giulia la raggiunse, labbracciò, appoggiò il viso al suo.

È così strano non dover correre da nessuna parte mormorò Assunta. Forse è la vecchiaia, Giulia?

Giulia rise.

No, mamma, è solo un altro tipo di vita, o una nuova pagina. Tanto prima o poi ricomincerai a correre, tu non puoi farne a meno!

Chissà… Forse sto imparando. Quando parte Daniele? Vorrei preparargli una torta da portare Assunta si alzò a fatica, appoggiandosi alla ringhiera.

Cè tempo, la pasta deve ancora lievitare. Mamma, dove vai? Sempre in movimento? la rimproverò dolcemente.

Ma no. Porto il cappello a Matteo, fa freschino oggi… Non posso stare sempre seduta rispondeva allontanandosi, e Matteo, intravedendola, si scrollò le mani e le corse incontro ridendo.

Giulia sorrise. Vorrebbe fermare il tempo, gustare fino in fondo quel giorno, quella luce nelle foglie, quel sole tiepido, ascoltare il tremolio delle foglie sullalbero, e soprattutto la voce di nonna Assunta che la sera, finalmente, canta la ninna nanna al nipotino

Nonna! Ma ora la sai, la canzone della nanna? Lhai imparata in ospedale, sì? sussurrò Matteo, felice, ascoltando per la prima volta la ninna nanna dalla sua nonna.

Forse sì rispose lei con dolcezza. Sono brava?

Sei bravissima, nonna, cantala ancora! Matteo si strinse vicinissimo al braccio di nonna Assunta, chiuse gli occhi. Percepì distinto che adesso tutto sarebbe andato bene.

No, le persone non sono ragni, pensò Giulia: semplicemente non possono restare sole, non è la loro natura. E anche Rina lo sa! Ora scrive delle lettere a Giulia e Assunta, vere lettere, di carta, orgogliose e piene di rimproveri, ma anche di scuse alla fine. La sua grande anima, così piena di esperienze e sofferenze, non ci sta in un corpo piccolo come il suo, vuole unirsi ad altre, perché insieme si vive meglio, insieme si ha il calore di una ragione per esistere. E i pensieri i pensieri e le preoccupazioni non devono portare via il tempo dei legami più cari, devono lasciare uno spazio per abbracciarsi forte, ogni tantoQuella sera scendeva il buio, intriso daria di terra e di pane che lievitava in cucina. Una luce tiepida filtrava dalle finestre; dentro, la voce di Assunta tremava sulle note di una vecchia filastrocca, balbettava qualche parola dimenticata, ma Matteo la ascoltava come si ascolta una musica perduta e ritrovata. Gli occhi del bimbo sfuggivano al sonno, spalancati di gioia, mentre Daniele e Giulia si stringevano in silenzio dietro la porta, tenendosi per mano quasi senza accorgersenecome una volta.

Assunta guardò la figlia e il genero, un velo di lacrime a bagnarle la vista, ma finalmente si sentiva in pace: aveva lasciato andare la paura di deludere, di pesare sugli altri. Ora la sua famiglia era lì, tutta insieme, e forse per la prima volta capiva che il coraggio non era non aver mai chiesto aiuto, ma accettare una carezza, un raviolo impastato male, un abbraccio inaspettato, il sorriso birichino di una vicina che le spediva lettere storte.

Giulia si chinò sul figlio, gli rimboccò la coperta e gli sussurrò un Buonanotte, cucciolo, sentendosi leggera e gratapersino per la fatica, persino per le rughe nuove attorno agli occhi della madre. Daniele le posò una mano sulla spalla, piano, e in quellattimo Giulia comprese che nessuno è davvero capace di essere forte da solo, e che lamore cammina più lento della paura, ma alla fine arriva dove serve.

Fuori, il vento di ottobre muoveva i rami, e in casa si spargevano le ultime note di una ninna nanna incerta, stonata, ma piena damore. E in quel canto si addormentarono, finalmente, tutti insieme.

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Ninnananna
Tra verità e sogno