Non ficcare il naso nella mia borsa!

Non frugare nella mia borsa

Mi ha chiamato Marilena ai primi di dicembre, proprio mentre io, Stefania, stavo ancora sistemando la spesa appena portata dal centro commerciale. I sacchetti erano sparsi sul parquet dellingresso, da uno sbucava langolo della scatola con gli stivali nuovi, da un altro faceva capolino una sciarpa che, in verità, non era proprio necessaria, ma si abbinava benissimo col cappotto color cammello che mi ero presa lo scorso mese.

Stefania, volevo chiederti una cosa ha attaccato mia cognata con quella sua voce sempre colpevole. A Capodanno venite voi da noi o veniamo noi da voi?

Ma certo che venite voi da noi ho risposto senza distogliere lo sguardo dagli stivali. Li provavo mentalmente con quel cappotto, con i pantaloni neri nuovi. Ma dove volete andare? Qui cè più spazio, abbiamo tutto.

Sì, lo so ha detto Marilena. È che mamma diceva che non vi vuole disturbare.

Marilè, questa discussione la facciamo ogni anno. Dille che il trentuno alle sette la aspettiamo e che la smetta di inventare scuse.

Ho chiuso e ho messo subito gli stivali sulla mensola. Bei stivali. Vera pelle, suola antiscivolo, tacco giusto. Quello che ci vuole a Milano a dicembre. Non come quelli di Marilena, che ogni anno si presenta con gli stessi presi al mercato anni fa e ancora si vanta che sono comodissimi.

Io, Stefania, non sono cattiva, me lo ripeto spesso, e in fondo è vero. Non auguro niente di male a nessuno, aiuto quando posso, a Natale i regali li faccio sempre. Solo che io vedo le cose come stanno veramente, senza abbellimenti. Per esempio, vedo che Marilena, con la sua fierezza tutta testarda, vive in un trilocale a Sesto San Giovanni con la figlia e non chiede mai una mano, salvo poi girare con quellaria da martire. O che mia suocera, la signora Nina Antonelli, ex maestra in pensione, riesce a crogiolarsi nel ruolo della poverina anche se la pensione è onesta e Andrea, mio marito, le versa ogni mese qualche soldo in più.

Andrea, appunto, arriva a casa la sera tardi. Dirige un team IT e ne ha di gente sparsa in mezzo Paese da seguire, quindi a casa siamo fortunati se ci vediamo la mattina e la sera prima di dormire. Però viviamo bene, diciamolo. Super bene. Casa nuova in zona Darsena, ventiduesimo piano, vista mozzafiato sui Navigli, tre camere, una cucina con isola, parquet vero. Nostro figlio Michele, otto anni, cresce coccolato pure troppo: costruzioni, bici, tablet, lezioni di programmazione il sabato. Ci penso io a far sì che non gli manchi niente, anzi, a volte pure troppo.

Io non lavoro. Non perché non potrei, ma perché siamo daccordo così. Andrea lo ha detto chiaro: Non serve che lavori, ci penso io. E sì, ci ho pensato anchio e ho detto ok. La casa va gestita, Michele pure, e sinceramente, con la prospettiva di non dover prendere ogni mattina la 90 in coda al semaforo, perché mai dire di no? Mi occupo della casa, vado a pilates, leggo, porto Michele alle varie attività e vedo le amiche. Una vita bella e ordinata.

Lunica cosa che mi stonava, davvero, era la famiglia di Andrea. Non sono cattivi, davvero no, solo… diversi. Con questo orgoglio che sfiora lostinazione, questo modo di non accettare mai un aiuto in modo normale. Ho offerto tante volte a Marilena vestiti quasi nuovi, belle maglie, giacche, addirittura delle scarpe messe una volta sola. Si è sempre rifiutata con quellaria di chi riceve lelemosina. Anche la suocera. Una volta le ho pure regalato una crema francese costosissima. Lho ritrovata, due settimane dopo, in bagno da lei, ancora sigillata. Si vede proprio che era troppo buona per usarla. O forse i suoi principi non glielo permettevano.

Ma la cosa che mi infastidiva di più era unaltra. La signora Nina veniva da noi un paio di volte lanno e ogni volta vedevo come guardava Michele… e come guardava Vittoria, la figlia di Marilena. Non era lo stesso sguardo. Michele sì, lo coccolava, ma era sempre un po distaccata. Con Vittoria, nove anni, capelli lunghi e due occhi occhi grandi e ingenui, era un calore tutto diverso. Stava delle ore a leggere con lei, a carezzarle i capelli. Io da fuori la guardavo e mi bruciava dentro senza capire bene il perché.

A una certa, ne ho parlato ad Andrea.

Ma te ne sei accorto di come tua madre guarda Michele? gli ho chiesto una sera, Michele già addormentato.

Guarda? Andrea non ha staccato gli occhi dal portatile. Lo guarda come tutti.

No, non come tutti. Vittoria la guarda con altri occhi, come se le volesse più bene.

Andrea ha chiuso il pc e mi ha guardata serio.

Stefania, dai, sei seria?

Seria sì.

Vittoria se la passa peggio. Non ha il papà, Marilena fa da sola, e mamma questo lo vede. Ma non significa che vuole meno bene a Michele.

Io non voglio che mio figlio si senta amato di meno solo perché va tutto bene a casa nostra.

Non è così. Ha riaperto il pc. Te la stai facendo tu questa storia.

Ho lasciato perdere. Ma la cosa mi è rimasta sullo stomaco. Io, le cose, me le ricordo.

Dicembre andava avanti, faceva già buio alle quattro, Michele mi ripeteva la poesia per la recita, Andrea spariva al lavoro. Io addobbavo casa per le feste senza entusiasmo, tanto usavo ogni anno le stesse decorazioni. Labete vero in vaso in salotto, le luci alle finestre, palline solo bianche e oro. In cucina lagenda con il menù delle feste, una tabella programmata giorno per giorno. Tutto doveva essere perfetto, il trentuno.

Marilena mi ha richiamato verso il venti, più o meno.

Stefania, possiamo portare qualcosa? Uninsalata, magari?

Non serve, ho già ordinato tutto, ho detto io.

Dai, lasciaci portare almeno qualcosa, mi dispiace arrivare a mani vuote.

Marilena, porta solo Vittoria. Quello basta.

Un attimo di silenzio.

Va bene ha risposto piano grazie Stefania.

Il trentuno, la casa brillava. Tavola apparecchiata come si deve: tovaglia in lino, posate dargento, candele nei portacandele. Dal forno arrivava già lodore del branzino, i contorni erano pronti in frigo, antipasti in ciotole colorate. Michele, da quella mattina, correva su e giù per casa con la nuova pigiama a righe, domandando ogni due minuti quando sarebbero arrivate la nonna e la zia.

Alle sette, gli spiegavo con pazienza. Prima niente regali.

E se arrivano prima?

Michele, vengono in metro, cambiano due linee. Prima delle sette no.

Anche questo faceva parte del quadro che avevo in testa. Noi in centro, bello, ordinato. La signora Nina dallaltra parte di Milano, in una vecchia casa senza ascensore dove si sentono ancora gli odori dei gatti per le scale. Ci sono stata una volta sola, dopo il matrimonio. Di tornare, nessuno mi ha mai chiesto. Marilena invece sta poco più vicina, ma sempre fuori mano: per venire qui ci vuole più di unora.

Andrea anche quel giorno, impegnatissimo. Uscito la mattina, rientrato alle cinque, bacio sulla guancia, tutto perfetto, e poi in camera a cambiarsi. Io sempre ai fornelli, pensando che tutto perfetto non è proprio quello che vorresti sentirti dire dopo otto ore in piedi a cucinare. Ma Andrea è fatto così: non cattivo, non freddo, solo uno sempre indaffarato che a casa si mangia le parole.

Sono arrivate alle sette e un quarto, puntuali come orologi svizzeri. Vittoria avanti, in un cappottino grigio vecchio di almeno due stagioni, le guance rosse dal freddo, il berretto troppo grande. Michele lha subito trascinata verso i giochi. Marilena dietro con una borsa a quadretti, la signora Nina con il solito cappotto marrone che avrà almeno dieci anni.

Entrate pure, ho detto io, prendendo i cappotti e appendendoli. Andate a lavarvi le mani e sedetevi.

Casa tua è sempre così bella, Stefania ha detto Marilena guardandosi in giro. Mi stupisco ogni Natale.

Ci si prova, ho risposto senza entusiasmo. Non per cattiveria, ma ricevere complimenti sullo stile di casa da chi, dentro di te, pensi vada aiutato, non è che sia proprio la cosa più gratificante.

La signora Nina ha abbracciato Andrea, poi è andata subito in cameretta dai bambini. Dallingresso si sentiva il suo Michelino, fammi vedere come sei cresciuto!. Poi qualche parola sussurrata, non ho capito bene.

La cena, in famiglia, è andata bene. Andrea ha aperto una bottiglia di vino, ha versato a tutti, pure a Marilena, anche se lei non beve quasi mai. Chiacchiere leggere: la scuola di Michele, la classe di Vittoria, qualche chiacchiera sulle notizie del giorno, ma senza convinzione. La signora Nina dritta a tavola, mangiava precisa e lodava il branzino. Vittoria, educatissima, gomiti a tavola mai, cercava di non farsi notare troppo.

Brava Vittoria, ha detto Andrea. Che educazione.

Facciamo il possibile, ha sorriso Marilena. Ho notato che aveva ripreso il mio modo di dire, ma stavolta ho taciuto.

Dopo cena Michele reclamava i regali. Ogni anno, la stessa scena: ci si siede tutti sotto lalbero, i pacchetti si aprono uno alla volta, non a casaccio. Andrea prende le sue scatole, io le mie. La signora Nina dalla borsa a quadretti tira fuori due pacchi e li dispone con cura.

Prima Michele, dice la signora. Lui è il padrone di casa.

Michele ha strappato il pacco della nonna. Sotto cera un super set da costruzioni, di quelli grossi che sogni di trovarti sotto lalbero e che io, tutte le volte che passavo in negozio, rimandavo perché ne ha già una valanga. Ha guardato la nonna serio.

Grazie! ha detto tutto compito, come un adulto.

Prego, Michelino, ha risposto lei. Cinquecento pezzi, ti ci diverti a lungo.

Di istinto ho fatto il conto mentalmente. Un regalo di tutto rispetto, non proprio economico. La signora Nina sapeva che prendeva.

Poi è toccato a Vittoria. Ha scartato con lentezza un pacchetto morbido. Dentro cera un piumino, color verde petrolio, col cappuccio pieno di pelo caldo. E subito dopo, nel sacchettino accanto, un paio di stivaletti. Stivaletti in vera pelle, dello stesso identico colore. Io, la pelle vera, la so distinguere.

Vittoria teneva il piumino tra le mani, incantata. Poi ha fissato la nonna.

Nonna, è… è per me?

Per te, per te, le ha accarezzato i capelli. Provalo.

Vittoria si è infilata il piumino sopra al vestito. Taglia perfetta. Ho sentito Marilena mormorare qualcosa, ma non ho capito le parole: aveva gli occhi lucidi.

È bellissimo, ha quasi sussurrato Vittoria.

Sì, vero, ha confermato la nonna.

Io sotto lalbero sorridevo, davanti a tutti. Da fuori si vedeva una signora sorridente, ma dentro sentivo qualcosa stringersi nello stomaco. Il piumino era veramente bello. Ma davvero bello. E pure gli stivaletti. Sapevo quanto potessero costare.

Signora Nina, regali stupendi, ho detto, e lo pensavo davvero.

Sono contenta che vi siano piaciuti, ha risposto senza distogliere lo sguardo da Vittoria, che il piumino non voleva più toglierselo.

Poi sono arrivati altri regali, quelli nostri, poi i bambini sono corsi in cameretta, Andrea ha proposto un tè, Marilena si è messa ad aiutarmi in cucina. La signora Nina è rimasta in salotto, seduta sul divano, stanca dal viaggio.

Io avevo le mani che si muovevano da sole. Tagliavo torta, riempivo ciotoline di caramelle, quasi in automatico. Ma il pensiero non andava via. Il set di costruzioni per Michele era sì molto bello, ma il piumino e quegli stivali erano tutta unaltra fascia di prezzo. Se la suocera aveva comprato entrambi, aveva sicuramente speso per Vittoria almeno tre volte tanto.

Marilena affettava il limone accanto a me.

Grazie di tutto, Stefania. Un pranzo spettacolare.

Figurati, ho risposto, senza nemmeno pensare. Ma non ce lho fatta a tenere tutto dentro. Marilena, ma tu hai idea di quanto sia costato quel piumino alla mamma?

Marilena si è fermata, coltello in mano.

No. Non le ho chiesto. Ha fatto tutto da sola.

Ma nemmeno orientativamente? Un piumino di quella qualità, stivali in pelle… Non sono spiccioli.

Stefi. Ha appoggiato il coltello. Ma a che ti serve saperlo?

Curiosità. Michele ha avuto il set, ma a Vittoria è andato molto di più, tra piumino e stivali. Non ti sembra… un po sproporzionato?

Mi ha fissato tre secondi, poi ha preso il limone e se nè andata in salotto. Non ha aggiunto altro.

Sono rimasta sola in cucina. Il bollitore fischiava. Da fuori risate di bambini, la voce calma di Andrea. La borsa a quadretti era abbandonata in ingresso, quasi vuota.

Non so nemmeno io perché poi mi sono avvicinata alla borsa. Forse perché dovevo vedere coi miei occhi, le cifre, mi giravano nella testa senza volerlo. Ho preso il bollitore, lho posato, poi sono passata in ingresso con passo rallentato.

La borsa era vicino alla parete. Non era nemmeno chiusa fino in fondo.

Mi sono guardata attorno, nessuno mi vedeva. Ho aperto. Dentro, portafogli, qualche foglio, vecchio bloc-notes. E, nella taschina, due scontrini piegati. Li ho presi. Uno era per il set di costruzioni di Michele. Cifra importante, certo, lho notato subito. Il secondo lho aperto e ho guardato la cifra.

E lì sono rimasta ferma.

Era tre volte e mezzo più alto dellaltro.

Tre volte e mezzo. Piumino e stivali per Vittoria. Sapevo che erano belli, non fino a quel punto. La signora aveva speso per la nipote tre volte quello che aveva speso per Michele. Per una bambina che, sì, era nipote, ma anche il mio era nipote. Cosera, allora?

Ho rimesso in tasca gli scontrini, sono tornata in cucina, ho preso la torta e sono entrata in salotto.

Tutti seduti. La signora Nina sorseggiava tè e parlava sottovoce con Andrea. Marilena aiutava Vittoria a togliersi il piumino, finalmente convinta. Michele era tornato dalla cameretta, pronto per la torta, si è seduto accanto al papà.

Io distribuivo la torta. Le mani andavano da sole. Ma nella tasca avevo quegli scontrini.

Potevo tacere. Bastava quello. Si mettevano via, li buttavi dopo, finita lì. Siamo adulti, è Capodanno, ci sono i bambini che ridono. Ma quella sensazione, quella che ti ronza dentro come quando hai un sassolino nella scarpa e finalmente decidi che non ce la fai più e ti fermi a togliere tutto, io dovevo farlo.

Signora Nina, ho detto con voce calma. Vorrei chiederle una cosa.

Lei ha sollevato lo sguardo.

Dimmi pure.

Ha speso per il regalo di Vittoria tre volte più che per quello di Michele. Ho tirato fuori gli scontrini e li ho appoggiati sul tavolo. Precisa, senza scenate. Li ho trovati nella sua borsa. Sono questi.

Silenzio. Si sentiva solo il rumore di fuochi dartificio lontani.

Andrea guardava gli scontrini. Poi me. Marilena fissava il piatto. La signora Nina mi fissava, ferma e calma.

Vorrei capire, ho detto piano. Non le sembra ingiusto? Sono entrambi suoi nipoti.

Mamma ha detto Andrea.

Aspetta, gli ha detto lei. E ha guardato me. Lungo, con calma, senza rabbia. Hai frugato nella mia borsa?

Io… non sapevo che dire. Era aperta.

Sì. Era aperta.

Voglio solo equità.

Equità, ha detto lei posando la tazza. Bene. Te la spiego io, lequità. Michele ha avuto un bel set da costruzioni perché Michele ha già tutto. Ho visto questa casa, la sua stanza. Scaffali pieni di giochi. Qualunque cosa io porti, sarà solo una in più. Ho scelto qualcosa che gli piacesse e che non aveva ancora.

Ma la differenza economica…

Vittoria ha detto lei sovrapponendosi è arrivata qui con un cappotto stretto e non adatto allinverno. Lho vista così anche a ottobre, poi novembre. Oggi, fuori, cerano meno dodici e lei ancora con quello. Marilena non parla, lei non chiederebbe mai. Ha guardato sua figlia. Ho deciso io, da sola. Quel piumino lho messo da parte da giugno. Lo ha detto piano, quasi sottovoce. Persino le medicine della pressione me le sono centellinate, pensavo che avrei tirato avanti. Così ho messo via quello che serviva.

Sembra che mi sia smosso qualcosa dentro. Non si è spezzato niente, solo sentivo la terra che si spostava sotto i piedi, ti sorprende.

Ti sei sacrificata, ho detto io, quasi.

Sì. Sono una donna anziana, con la pensione normale, una figlia che si fa in quattro da sola. Lei era calma, né commossa né arrabbiata. Tu e Andrea non avete pensieri. Michele sta bene. Cosa potrei dargli davvero che gli manchi? A Vittoria, invece, serviva. Non significa che ami meno lui, significa solo che vedo dove posso fare la differenza.

Marilena stava lì, in silenzio, le guance infuocate.

Andrea si è alzato, è andato alla finestra, poi si è girato verso me.

Stefania, la voce bassa, ma seria, di quelle che non lasci passare. Michele era lì, appena fermo col cucchiaio in mano.

Andrea, volevo solo capire ho provato a spiegarmi.

Hai frugato nella borsa di mia madre.

Era aperta…

Hai preso gli scontrini. Le parole pesavano. Li hai portati qui. Li hai messi sul tavolo. Sul tavolo di Capodanno, con i bambini in giro.

Dai, Andrea, loro sono in cameretta…

Michele è qui. Mi indicò nostro figlio. E adesso ti chiedo: hai capito cosa hai fatto?

Volevo solo giustizia.

Giustizia, ripeté lui, in un tono che faceva male. Tu, che da cinque anni non lavori. Che vivi con i miei soldi. Che ti compri stivali ogni mese, perché ti piace. Sei venuta da mia madre con i suoi scontrini per farle la morale.

Andrea, ma non è la stessa cosa.

Non è la stessa cosa… sospirò Andrea. Hai idea di cosa significhi risparmiare sulle medicine? Ti è mai capitato di non comprarti qualcosa perché non avevi i soldi?

Non risposi.

Mamma ha risparmiato sei mesi. Marilena lavora doppi turni. E tu sei venuta con gli scontrini a far loro la ramanzina sulla giustizia. Ogni parola era più pesante. Più banale di così non si può.

Andrea, davanti a mamma, per favore…

Davanti a mamma. È giusto così. Si rivolse a lei. Mamma, scusa.

Non cè niente da scusare rispose serena la signora Nina. È la tua famiglia.

No, adesso basta. Andrea scosse la testa. Andiamo via. Voi venite a dormire da noi, io sto sul divano.

Andrea balbettai.

Posso, eccome. Stava già nellingresso. Michele, vieni a salutare la nonna che va.

Michele si è avvicinato senza capire, la nonna lha abbracciato. Poi si è alzata, ha preso la borsa a quadretti. Marilena già infilava il cappotto a Vittoria, che aveva capito che cera qualcosa che non andava e stava zitta.

Signora Nina… ho provato, passo in corridoio.

Stefania, mi ha detto calma, senza rabbia ma stanca, sei una donna bella, intelligente. Hai una bella casa. Buon anno.

La porta si è chiusa.

Io, in corridoio, con Michele che si stringeva a me in silenzio. Fuori, la città lontana esplodeva di fuochi dartificio con largo anticipo sullorario.

Torno in salotto: tavola apparecchiata, candele accese, torta tagliata. I bicchieri con il vino avanzato, e sulla tovaglia ancora i due scontrini. Li ho presi, accartocciati, buttati nel secchio in cucina. Ho sostato un attimo lì.

Mamma, ha chiesto Michele dal salotto. Guardiamo ancora un po lalbero?

Certo, ho detto.

Sono tornata al tavolo. Michele alzava una pallina dorata e la faceva girare tra le dita. Mi sono versata un tè ormai freddo, lho bevuto. La torta non lho toccata.

Il telefono muto. Andrea non scriveva. Ho aspettato un po, poi ho mandato Michele a dormire che quasi crollava dal sonno, anche se faceva il duro. Non ha protestato, strano. Anche lui deve aver sentito qualcosa.

Lho rimboccato, mi sono seduta finché non si è addormentato. Poi sono uscita in salotto e sono rimasta un po a guardare la tavola, ancora con le candele accese.

Trentuno dicembre. Quasi mezzanotte. In frigo una bottiglia di prosecco, la stessa che apriamo ogni anno a mezzanotte. Io in poltrona, a fissare le lucine dellalbero.

Avevo in testa una parola sola. Non quella di Andrea. Unaltra. Aveva messo da parte da giugno. Aveva smesso di comprare le medicine.

Pensavo che la signora Nina era venuta in metro, cambiando due volte. Che Vittoria aveva messo lo stesso cappottino scadente da tre mesi a questa parte. Che Marilena non aveva chiesto aiuto solo per orgoglio. Che la suocera non aveva detto niente, mai, se non tirata per i capelli. Fino a quando io, Stefania, non avevo tirato fuori gli scontrini e li avevo messi sul tavolo, come se qualcuno mi dovesse rendere conto.

Pensavo ai miei stivali in ingresso. Vera pelle. Presi solo perché ci stavano bene col cappotto. Identici a quelli regalati a Vittoria, solo di un altro colore.

Il telefono si è illuminato. Un messaggio della mia amica Olga, tantissimi auguri, messaggino vocale pieno di risate, sottofondo di festa.

Andrea, invece, zero.

Ho poggiato il telefono sulla poltrona. Le undici e cinquantasei. Fuochi in città già iniziati, rumori da lontano, tutta unaltra dimensione.

Mi sono alzata, sono andata in cucina, ho preso il prosecco e lho aperto da sola, col trucco del canovaccio stretto bene per non far saltare il tappo. Ho versato un solo bicchiere. Boccali via.

Ero appoggiata alla finestra, con quel bicchiere, a guardare in basso il Naviglio buio, i lampioni, le luci sullaltra sponda e le esplosioni di colori che si alzavano sopra i tetti.

Mezzanotte. Buon anno.

Un sorso. Era buono, il prosecco. Molto buono, costoso pure. Lho scelto io stessa.

Tutto, qui dentro, è scelto bene e costa tanto. Il parquet, il pino vero, la tovaglia di lino, le posate dargento. Bellezza ovunque. Sono brava a scegliere le cose. Sono brava a fare bella la casa.

Solo che Andrea quella notte stava a casa di sua madre, nella vecchia casa senza ascensore che odora di gatti, e magari anche lui guardava fuori. O dormiva sul divano, chissà.

Ho finito il bicchiere. Lho lasciato sul davanzale.

Avevo un pensiero solo, fastidioso come quel sassolino sotto la suola che non puoi più ignorare quando finalmente togli la scarpa. Solo che, anche tolta la scarpa e buttato via il sasso, la fitta non sparisce. Diventa solo più vera.

Ho preso il telefono. Ho scritto ad Andrea una parola sola: Scusa.

Ho aspettato.

Niente.

Fuori, la città in fiamme. Michele dormiva nella sua stanza piena zeppa di giochi. Vittoria, da qualche parte a Sesto, chissà, dormiva pure lei, col piumino nuovo piegato vicino al letto e nessuna idea degli scontrini o delle parole taglienti cadute sulla tavola. Dormiva come dorme chi ha nove anni e finalmente non sente freddo.

Silenzio in salotto. Le candele spente, solo le luci dellalbero a lampeggiare in un angolo come se niente fosse.

Ho ripensato alla parola che ho scritto. Scusa. Una sola parola. Basterà? Bastano le parole, dopo che hai tirato fuori scontrini che non ti appartenevano trasformandoli in unaccusa pubblica? Basteranno mai?

Io non lo sapevo. Non so ancora rispondere. Io sono brava a fare calcoli, a mettere in ordine, a confrontare prezzi, ma le ferite che fanno le parole, quelle, non le so misurare.

Il telefono muto.

Ho sparecchiato. Lavato i piatti, sistemato gli avanzi, spento la cucina. In camera, sul mio lato del letto, mi sono infilata sotto le coperte. Dallaltra parte, vuoto, freddo.

Fuori ancora qualche scoppio, poi il silenzio, di quello che arriva quando tutto ormai è stato detto e non resta più nulla.

Pensavo che domani sarà primo gennaio. E toccherà fare qualcosa con quello che resta. Non la casa o la dispensa piena. Quello che ho fatto e detto, lo sguardo di Andrea, il fatto che forse era troppo tempo che pensavo solo a come appariva tutto da fuori.

Il telefono ha vibrato. Ho preso fiato.

Andrea aveva scritto due parole: Dormi ora.

Non ti perdono. Non ti amo. Non torno.

Solo dormi ora.

Ho lasciato il telefono sul comodino. Ho chiuso gli occhi.

Dormi ora. Può voler dire di tutto. O niente. Io non sapevo cosa volesse dire per lui. E ho scoperto che nemmeno tante altre cose le sapevo. Tipo che la signora Nina aveva risparmiato sulle medicine e non si era lamentata, che Marilena non aveva chiesto aiuto solo per non pesare, e che Andrea lo aveva visto tutto e aveva taciuto fino a che aveva potuto.

Pensandoci, per la prima volta da tanto, non sono riuscita a dormire.

Fuori la città era calma. Il nuovo anno era cominciato. Era già lì, freddo e vero, e io dovevo ancora capire come starci dentro.

Intanto restavo lì, nella stanza buia, nella casa bella e ordinata, a pensare a due scontrini che, pur gettati, non mi lasciavano pace. Come se a volte anche la carta sapesse ricordare proprio quello che noi vorremmo scordare.

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Papà della Domenica