Papà della Domenica

Il papà della domenica

Da una domenica allaltra, Paolo viveva senza davvero vivere. Sei giorni vuoti, poi uno solo che sembrava vita. E anche quel giorno era tutto scandito da chiamate e orari, fissati da sua ex moglie Elena già due anni prima. Dalle dieci alle sei. Non doveva arrivare in ritardo. Niente fast food. Niente regali così, senza motivo. Perché lui, Paolo, era solo una funzione. Il papà della domenica.

La figlia, Vittoria, lo aspettava al portone con una faccia seria, quasi da capo sorvegliante. Nei suoi occhi si leggeva: Sei arrivato con due minuti di ritardo o Oggi, secondo il programma, andiamo al cinema.

Andavano al cinema, al parco, a prendere un gelato in centro. Parlavano di scuola, dei film, dei suoi amici. Mai di Elena. Mai di quello che succedeva dopo le sei, quando lui la riaccompagnava a casa e Vittoria, senza voltarsi, saliva in ascensore dalla mamma e dal nuovo marito, Matteo.

Matteo era il vero papà. Viveva con loro. Aiutava con i compiti. Portava Vittoria nel weekend alla casa in campagna fuori Milano. Avevano battute segrete, foto insieme sui social. Paolo guardava quelle foto di nascosto, di notte, e si sentiva come se stesse rubando una vita che non era sua.

Cercava di comprimere tutto lamore di una settimana in otto ore. Senza successo: sempre forzato, mai naturale.

A volte balbettava:

Ti serve qualcosa?

Vittoria scrollava le spalle:

Ho già tutto.

E quel ho già tutto colpiva più di qualsiasi rimprovero. Significava: ho casa. Tu sei solo un extra.

***

Tutto crollò in un martedì qualunque.

Lo chiamò Elena. La sua voce, normalmente rigida, sembrava stanca, fragile.

Paolo Riguardo a Vittoria. Hanno… trovato una massa, potrebbe essere maligna. Serve unoperazione complessa. Costosa.

Il mondo si era ridotto a un punto dentro il telefono. Poi Elena, riprendendosi a fatica, parlò dei soldi. Che lei e Matteo avevano qualche risparmio, ma non bastavano. Stavano vendendo la macchina. Cercavano soluzioni. Non chiedeva nulla. Informava. Come partner nel dolore.

Paolo mollò tutto. Corse subito in ospedale. Vide Vittoria, piccola e spaventata, nel pigiama dospedale. Il cuore gli si spezzò.

Accanto a lei, seduto su una sedia, cera Matteo. Le teneva la mano, le parlava sottovoce. Vittoria lo guardava, cercando conforto nei suoi occhi.

Paolo restò sulla porta, fuori posto. Il papà della domenica nel bel mezzo della settimana era davvero di troppo.

Ciao papà… sorrise piano Vittoria.

Quel papà era come un salvagente. Si avvicinò, e tutto quello che riuscì a fare fu accarezzarle goffamente la testa:

Andrà tutto bene, amore.

Frasi vuote, di circostanza…

Elena era nel corridoio, davanti alla finestra. Guardando fuori, disse solo:

I soldi se puoi.

Lui poteva.

Aveva ununica cosa di valore: una chitarra Gibson del 72, da collezione. Era il sogno della sua giovinezza, comprata con tanti euro.

La vendette per la metà, pur di far presto. Mandò i soldi a Elena, in modo anonimo. Non voleva ringraziamenti. Non voleva che Vittoria pensasse che il suo amore aveva un prezzo. Che credesse Matteo aveva sistemato tutto. Matteo aveva il diritto di essere leroe. Paolo no. Solo il dovere.

***

Loperazione era prevista per giovedì. Mercoledì sera Paolo andò in ospedale, incapace di star solo a casa.

In stanza cera Elena. Matteo era uscito per qualche commissione. Vittoria era sdraiata, occhi chiusi, ma non dormiva.

Mamma mormorò Vittoria puoi chiedere a quel medico di stamattina… di non raccontare barzellette? Non sono per niente divertenti.

Va bene rispose Elena.

E… dì a papà Matteo di smetterla coi suoi discorsi sui business plan. Mi annoiano.

Glielo dirò.

Paolo ascoltava dietro la tenda, senza il coraggio di entrare. Sentì che Vittoria tacque, poi ancora più piano:

A mio papà… chiedi se può venire. Solo stare con me. In silenzio. E… leggere, come prima. Lo Hobbit.

Paolo restò immobile, col cuore in gola.

Come prima

***

Era prima del divorzio. Lui le leggeva a voce alta ogni sera, cambiando la voce dei nani e degli elfi.

Elena uscì in corridoio, lo vide e fece un cenno verso la stanza:

Vai. Ma non troppo a lungo. Ha bisogno di riposo.

Paolo entrò, si sedette accanto al letto. Vittoria aprì gli occhi.

Ciao papà.

Ciao tesoro. Lo Hobbit?

Sì.

Non aveva il libro. Lo trovò sul telefono. Iniziò a leggere.

Sottovoce, piano, saltando qualche parola, confondendosi. Non cambiava la voce, leggeva e basta. Gli occhi si appannavano, le lettere si sfocavano. Sentiva la mano di Vittoria, sempre più leggera nella sua.

Lesse, forse per unora, forse due. Finché la voce non divenne roca. Finché capì che lei si era addormentata. Cercò di togliere la mano, ma Vittoria nel sonno la strinse ancora di più.

E allora, guardando il suo viso stanco e addormentato, Paolo fece quello che non aveva mai fatto. Si chinò e con un sussurro che solo i muri sentirono disse:

Scusami, piccola. Per tutto. Ti voglio bene. Tienimi stretto. Tuo papà della domenica.

Non sapeva se lei avesse sentito. Sperava di no.

***

Loperazione durò tantissimo. Paolo aspettava in corridoio di fronte a Elena e Matteo. Loro insieme.

Lui, solo.

Ma questa solitudine ora era piena. Di letture sottovoce. Della mano calda di sua figlia.

Quando i medici uscirono e dissero che era andata bene, la massa era benigna, Elena scoppiò a piangere e si rifugiò sulla spalla di Matteo.

Paolo si alzò, si avvicinò alla finestra. Si strinse i pugni per non urlare di sollievo.

***

Vittoria stava meglio. Dopo una settimana la trasferirono in una stanza normale.

Matteo, papà vero, girava per i medici, risolveva problemi pratici.

Paolo veniva ogni sera. Leggeva. Rimaneva in silenzio. A volte guardavano insieme una serie.

Una sera, mentre Paolo stava per uscire, Vittoria lo fermò.

Papà.

Dimmi.

So che sei stato tu. I soldi… La mamma non lha detto, ma li ho sentiti litigare con Matteo. Lui voleva vendere la sua quota dellazienda, però la mamma gridava che non poteva, che tu avevi già dato tutto, avevi venduto la tua chitarra.

Paolo restò zitto.

Perché? fece lei Non siamo… più insieme…

Voi siete la mia famiglia la interruppe Non si discute.

Vittoria lo guardò a lungo. Poi gli porse la mano. Sopra cera un vecchio segnalibro di cartone, logoro. Con le lettere infantili cera scritto: Al mio papà, da Vittoria.

Lo aveva fatto sette anni prima…

Lho trovato in un libro vecchio, questo weekend. Tieni. Così non perdi la pagina…

Paolo lo prese. Il cartoncino era ancora caldo della sua mano.

Papà disse di nuovo, con voce decisa e adulta Tu non sei solo il papà della domenica. Sei il mio papà… per sempre. Hai capito?

Lui non riuscì a dire nulla. Solo annuì, stringendo il segnalibro.

Poi uscì veloce in corridoio. Perché gli uomini, anche quelli della domenica, non piangono davanti alle figlie…

Si nascondono, impazziscono di felicità e dolori, tenendo stretto il vecchio cartoncino che è la chiave del passato, che invece è proprio il presente.

***

La domenica successiva Paolo arrivò non alle dieci, ma alle nove. E non andò via alle sei, ma molto più tardi.

Lui e Vittoria guardarono fuori dalla finestra sul silenzio di Milano. Senza orari, senza programmi.

Solo perché lui è il papà di Vittoria.

Per sempre.

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