Diario di Valentina, 7 ottobre
Signora Valentina, ha di nuovo spostato le mie cose dalla mensola?
Martina è ferma sulla soglia della cucina con in mano una pila di fogli. Capelli raccolti in fretta, vestaglia chiusa male. Sono le sette di mattina, è lunedì, e tutto comincia già così.
Ho solo dato una passata al mobile, rispondo senza voltarmi dai fornelli. Cera così tanta polvere che non potevo proprio lasciarla lì.
Le avevo solo chiesto di non toccare le mie cose, ribatte Martina.
Ma io vivo in questa casa da quarantanni.
E io ci abito da due. Ho delle mie esigenze.
Poso lentamente la padella sul fuoco. Con estrema lentezza, per non lasciar scappare parole di cui poi mi potrei pentire. Lho imparato in questi due anni.
Non volevo offenderti.
Eppure succede sempre.
Martina se ne va. La porta della sua stanza sbatte, non fortissimo, ma quanto basta. Io rimango lì a fissare le uova che cominciano ad attaccarsi, pensando che quarantanni fa questa casa mi sembrava grande: tre stanze, una cucina con la finestra sul cortile dove cresceva un platano. Ora il platano non cè più, nel cortile sono parcheggiate auto dappertutto, e la casa è diventata piccola come una scatola di scarpe.
A pranzo non dico niente a mio figlio Andrea. Lui si versa il tè e guarda distratto il cellulare. Io lo osservo, quei capelli chiari che tante volte ho pettinato da bambino. Penso: è cresciuto, si è sposato, e ora io sono di troppo.
Mamma, tutto bene? mi chiede.
Sì. Sto pensando.
A che cosa?
Al platano in cortile.
Mi guarda come quando non sa come confortarmi.
Sicura che va tutto bene?
Certo, Andrea. Mangia, dai.
Andrea esce per andare a lavoro verso le otto e mezza. Martina esce alle nove, si versa un caffè in silenzio, prende le chiavi e poco prima di aprire la porta si volta:
Tornerò tardi. Non mi aspettate.
Va bene.
La porta si chiude. Ora la casa è così silenziosa che si sente gocciolare il rubinetto del bagno. È mesi che chiedo ad Andrea di sistemarlo. Mi risponde sempre: sì mamma, poi ci penso. Quel gocciolio va avanti da mezzo anno.
Lavo le tazze, le sistemo, e mi metto a spolverare. Non perché lo desideri, ma solo per tenermi occupata mentre la mente corre altrove.
Ho sessantadue anni, mi chiamo Valentina Boldrini. Per quasi tutta la vita ho fatto la contabile in uno studio dingegneria qui a Milano, poi tre anni fa sono andata in pensione e ho continuato a vivere qui, da sola, finché Andrea non ha portato Martina. Mio marito Giovanni anzi, lui è scomparso otto anni fa. Da allora mi sono abituata alla mia casa, al mio ordine, ai miei spazi.
Martina è di Genova. È venuta a Milano per studiare, poi ha trovato lavoro ed ha conosciuto Andrea a una cena aziendale. Un anno dopo si sono sposati. Quel giorno sorridevo, dicevo tutte le cose giuste, e credevo sinceramente che sarebbe andato tutto bene. Martina mi sembrava una brava ragazza: educata, misurata, sapeva stare al suo posto.
Ma vivere insieme è unaltra storia.
Andrea e Martina non hanno una loro casa. Affittare a Milano costava troppo, stavano risparmiando per il mutuo. Sono stata io a proporre: restate qui, cè abbastanza spazio. Lo pensavo davvero allora. Tre stanze, siamo in tre, cosaltro serve?
Ma non era questione di stanze.
Era come piegava gli asciugamani Martina. Io li piego in due e li metto appesi, lei li arrotola e li impila uno sullaltro. Una sciocchezza, pensavo, finché un giorno ho rimesso a posto io e lei mi ha detto: per favore, non faccia così. E io mi sono offesa. Anche lei si è offesa. E così via.
Era il suo modo di cucinare la minestra. Senza soffritto, senza alloro, con erbe strane prese chissà dove. Le ho detto una volta che è più buona con il soffritto. Lei mi ha risposto che il fritto fa male. Le ho detto: abbiamo sempre mangiato così, e stiamo bene. E da allora non me lha più offerta.
Martina lavora spesso da casa, tre giorni a settimana. Chiusa in camera, parla al telefono, talvolta in inglese. Non ho mai capito bene che lavoro facesse. Andrea dice marketing, mamma. Annuisco, e va bene. Ma mi sembra strano che una donna giovane stia tutto il giorno in casa a telefonare, e questo si chiami lavoro.
Non lho mai detto ad alta voce. Era solo un pensiero.
Dopo un anno e mezzo così, si è instaurata una specie di tregua. Non serenità, ma tregua. Ognuna sapeva cosa evitare: quali argomenti non toccare, quali mensole non sfiorare, quando entrare in cucina. Andrea faceva il funambolo e faceva finta che fosse tutto normale. A volte mi irritava più di ogni altra cosa.
Andrea, gli ho detto una sera mentre Martina era fuori. Non pensi che dovremmo parlarne?
Di cosa?
Di come viviamo.
Silenzio. Si versa del tè anche se la tazza è ancora quasi piena.
Mamma, in fondo voi due andate daccordo.
Sì, abbastanza. Ma io e Martina non parliamo quasi più.
Vi parlate.
Passami il sale non è parlare.
Lui fissa la sua tazza. Io fisso lui e penso che in quei momenti assomiglia tanto a Giovanni. Anche Giovanni evitava i discorsi difficili. Si chiudeva in sé stesso sperando che tutto passasse da solo.
Cosa vorresti che facessi?
Parla con Martina.
Di cosa?
Di come potremmo convivere diversamente. Senza battaglie per ogni mensola.
Ma non fate battaglie.
Andrea.
Va bene. Ci parlerò.
Non ho mai saputo se lha fatto. Apparentemente, nulla cambiò.
A dicembre arrivò il freddo e le giornate corte. Continuavo a fare la spesa, cucinare, guardare la tv la sera. Ogni tanto chiamavo la mia amica Teresa, che conosco dai tempi dellufficio. Vive sola anche lei, la figlia è a Torino. Ci capiamo senza troppe parole.
Come va con tua nuora? mi chiede sempre Teresa.
Insomma.
State guerreggiando?
No, stiamo zitte.
Peggio. Il silenzio dura più delle guerre.
A gennaio successe qualcosa che in seguito ho chiamato il giorno gelido. Anche se era in realtà inaspettatamente mite, con lacqua che cadeva dai tetti.
Rientrai prima del solito dalla passeggiata. Martina era a casa, stava lavorando. Mi sono tolta il cappotto in corridoio, sono andata in cucina a mettere su il tè. Cera qualcosa di invisibile che tagliava la cucina, lo percepivo, ma mi ci sono infilata comunque.
Martina è uscita dopo venti minuti. In silenzio, si versa dellacqua. Poi si volta.
Signora Valentina, posso dirle una cosa?
Dimmi.
So che per lei è difficile. Anche per me. Ma voglio che capisca una cosa.
Aspetto, stringendo la tazza con entrambe le mani.
Non sto cercando di cacciarla di casa. È davvero casa sua, la sua vita, il suo ordine. Ma anche io vivo qui. E avrei bisogno di sentirmi a casa, non unospite che sbaglia sempre.
Resto in silenzio qualche secondo. Poi dico:
Pensi che a me vada meglio?
Non lo penso per niente.
Sono stata padrona di casa tutta la vita. So dove si trova ogni cosa, come si cucina, si pulisce, si piega. Ora mi sento dire che sbaglio tutto. Nella mia casa.
Non dico che sbaglia, dice lei piano. Solo che lo faccio diversamente. Non è lo stesso.
Appoggio la tazza. Vado alla finestra. Fuori è grigio e bagnato, un piccione si è appollaiato sul davanzale di fronte e sembra fissare il nulla.
Martina, dico infine. Sii sincera con me. Vorresti che vivessi da unaltra parte?
Ci pensa a lungo.
Vorrei solo stare bene insieme, dice. Ma come si fa davvero non lo so. Giuro che non lo so.
Mi volto. Sta lì, con il bicchiere dacqua in mano, e non sembra affatto la donna sicura che era. Sembra solo stanca.
Ho trentanni, dice. Sono venuta via da Genova a ventidue. I miei sono lontani. Non ho nessuno qui, tranne Andrea. E lei. Io vorrei che fosse qualcosa di più per me. Non solo mia suocera. Ma non so come si fa. Nessuno me lha insegnato.
Non me laspettavo. Pensavo avrebbe parlato di mensole o asciugamani. Invece ha detto questo.
Non lo so fare neppure io, dico. E mi stupisco anche io.
Rimaniamo un attimo così, ciascuna da un lato della cucina. Poi Martina mette giù il bicchiere e dice:
Vuole che le faccia un caffè? Un vero espresso, non quello solubile.
Volentieri, rispondo.
Non è stata pace. Ma è stato un inizio. Senza ancora un nome.
Febbraio. Da quasi tre settimane prendiamo il caffè insieme la mattina. Non sempre, ma abbastanza spesso. Parliamo un po, con attenzione, come chi cammina sul ghiaccio sottile. Martina mi racconta del lavoro, e io comincio a capire: il marketing non è solo telefonare, cè dietro tanta fatica.
Un giorno mi mostra al computer:
Guardi, questo è un progetto che seguo da sei mesi. Sito per una azienda si tratta di attirare donne sopra i 55 anni.
E come si fa?
Ho letto tante ricerche, ma la verità è che non so cosa sia veramente importante per una donna di quelletà. Cosa le preoccupa, cosa cerca.
Vuoi che te lo spieghi io?
Se le va.
Ci penso. Poi dico:
Ci preoccupa che i figli crescono e si allontanano. Che per anni abbiamo vissuto pensando agli altri, e poi non si sa nemmeno più perché ci si alza al mattino. Che la salute non è più quella di prima, cè sempre qualcosa da seguire. Che si è sole, anche se non si è sole. E che vorremmo ancora essere utili. Non pesi, ma utili.
Martina ascolta davvero.
È molto vero, dice piano.
Non molto. È la verità.
Dopo quel giorno, Martina mi consulta di nuovo, e poi ancora. Non come suocera, ma come persona che può dirle qualcosa di importante. E io rispondo. A volte mi sembra di parlare solo per tirare fuori cose che di solito restano nella testa.
A marzo Teresa mi telefona.
Siete tornate amiche?
Ma no!
Valentina, non fare la furba.
Stiamo imparando a convivere.
Cosa?
A vivere vicine. Non è per niente facile.
Pensavi fosse facile?
Pensavo che essendo più giovane, lei dovesse capire. Lei invece pensava che da vecchia dovessi cedere io. Ed eravamo tutte e due stupide.
Teresa resta in silenzio. Poi dice:
Sono contenta per te, davvero.
A fine marzo Andrea rientra prima del solito. Ci trova in cucina. Martina mi sta spiegando unapp, cercando di farmi vedere i trucchi per trovare ricette.
Che fate? chiede Andrea.
Martina mi sta insegnando a usare questo coso dove trovo le ricette con gli ingredienti che ho in casa, rispondo.
Sei stata tu a chiederlo, interviene Martina.
E allora? È utile, no?
Andrea posa la borsa, ci studia per un po e chiede:
State bene tutte e due?
Andrea, vai a cambiarti, tra mezzora si cena.
Lui se ne va. Martina ride sottovoce.
Pensa che siamo impazzite.
Lascia pensare, dico sorridendo. Un sorriso cauto, ma pur sempre un sorriso.
Aprile porta giornate lunghe e tepore. Esco per una passeggiata più tardi, la luce non mi dà fastidio. A volte, tornando, incontro Martina davanti al portone. Sta tornando anche lei, dalla spesa, o da un giro.
Un giorno ci andiamo insieme. È venuto spontaneo. Arrivate al giardinetto, ci fermiamo su una panchina. Un melo in fiore, tanta quiete attorno.
Signora Valentina, posso farle una domanda personale?
Dipende.
Le manca suo marito?
Non me l’aspettavo. Resto zitta.
Ogni giorno. Giovanni è morto se nè andato otto anni fa. Ancora adesso a volte penso: glielo devo raccontare. Poi ricordo che non posso.
Come si convive con quella mancanza?
Ci si abitua. Non tanto alla perdita, ma al fatto che resta ugualmente con te. Nei ricordi, nelle cose. Il rubinetto in bagno perde ancora, diceva sempre che lavrebbe aggiustato. Non lha mai fatto. E ogni volta che sento la goccia penso a lui.
Martina ascolta. Scruta il ciliegio in fiore.
I miei si sono separati quando avevo dodici anni, dice piano. Non ho mai capito come si fa a stare insieme tanto tempo. Ho visto solo la separazione.
Stare insieme tanto tempo non vuol dire per forza bene. Anche con Giovanni cerano litigi, silenzi. Ma cè qualcosa che tiene uniti. Non so cosa sia.
Cosa?
Forse il bisogno di essere ancora indispensabili luno per laltro. Non è romantico, ma è reale.
Martina ci pensa. Poi dice:
Ho paura che io e Andrea non saremo mai così.
Perché?
Perché sembriamo sempre due individui separati. Vicini, ma non indispensabili.
Non so cosa rispondere. Rispondo solo:
Si impara. Come tutto.
E se non ci riusciamo?
Almeno saprete daverci provato.
Annuisce. Rientriamo a casa insieme. Il silenzio non è più ostile.
A maggio cè il compleanno di Andrea, trentaquattro anni. Martina organizza una piccola festa, invita amici, prepara delle decorazioni. Io faccio la torta di mele come ogni anno. Quella classica con cannella e mela leggermente acidula.
Cè confusione, voci di amici, musica. Io sto un po in disparte e guardo Martina. Ormai sa come mettere a proprio agio tutti, è padrona di casa. Lo scopro con una strana tenerezza.
A fine serata, quando tutti sono andati via e Andrea già dorme, laviamo insieme i piatti.
Non è avanzata nemmeno una fetta della sua torta, mi dice Martina.
Me ne sono accorta.
Andrea ha detto che è la torta migliore del mondo.
Lo dice sempre.
No, questa volta lo ha detto anche al suo amico, non solo a lei. Lho sentito mentre non sapeva che ascoltavo.
Metto via una tazza.
Grazie per avermelo detto, Martina.
Era giusto.
Lo so. Grazie lo stesso.
È tardi. Possiamo finire insieme?
La aiutai a finire. È una cosa normalissima. Eppure me la ricorderò.
Giugno. Il caldo arriva improvviso. Dormo male, mi alzo presto, vado in cucina per bere. Alle cinque e mezza trovo Martina seduta con il pc, ma guarda la finestra, non lo schermo.
Non dorme?
Sto pensando.
A cosa?
Martina tace. Poi dice:
Ieri io e Andrea abbiamo parlato fino a tardi. Del mutuo, della casa, di tutto.
E che avete deciso?
Nulla, ma abbiamo parlato. Era già qualcosa. Era tanto che non lo facevamo.
Metto su il bollitore, piano.
È un bravo ragazzo, Andrea, dico. Non sa parlare di cose difficili. Anche Giovanni era fatto così.
Lo amo, dice lei semplicemente. Ma forse non glielo faccio vedere abbastanza. Penso troppo a me stessa, al lavoro, alle mie cose.
Non è un difetto. È la vita.
Lei dice che tutto si può giustificare così.
No, ma si può almeno capire.
Martina chiude il portatile.
Signora Valentina, devo dirle una cosa. A lungo non ho avuto coraggio.
Dimmi.
Allinizio ero prevenuta. Pensavo che mi avrebbe reso la vita difficile, che avrebbe voluto comandare, insegnare, imporsi. Perciò erigevo muri ancor prima che dicesse o facesse qualcosa.
Resto in silenzio.
Neanche io sono stata giusta, dico allora. Lho vista solo come una straniera che voleva cambiare tutto in casa mia. Non mi sono mai chiesta come si sentisse. Da sola, lontana da casa, in cerca di una famiglia.
Dovevamo pensare di più luna allaltra.
Sì.
Verso due tazze di tè.
Sono contenta che abbiamo parlato quella mattina, a gennaio.
Anche io, dice Martina. Anche se mi costava molta fatica iniziare.
Lo capisco. Anche per me era difficile rispondere.
Beviamo insieme in un silenzio di prima mattina. E io penso che è per questi momenti che vale la pena alzarsi ogni giorno.
Luglio. Martina parte per una settimana dai suoi, a Genova. È la prima volta in due anni. Mi telefona da lì, cosa che mi sorprende.
Come va a Milano?
Bene, fa caldo. Abbiamo aggiustato finalmente il rubinetto.
Quel rubinetto?
Sì, Andrea lo ha sistemato da solo, senza che glielo chiedessi.
Vede che quando vuole lo fa!
Infatti.
Ho parlato con mia mamma. Di noi. Di come trascorriamo i giorni insieme.
E lei cosa dice?
Che per lei sarebbe difficile. Però è convinta che lei sia una brava donna, lo capisce da come le parlo di lei.
Salutamela. Dille che qui va tutto bene.
Voleva chiederle se la può chiamare. Vorrebbe conoscerla.
Volentieri.
Nadia, la mamma di Martina, mi chiama il giorno dopo. Voce pacata, profonda, un po stanca. Parliamo venti minuti. Di Martina, di Andrea, di Milano e di Genova. Di quanto sia dura quando i ragazzi sono lontani.
Ha accolto bene Martina, mi dice. Non me lha detto subito, ma lho capito dal modo in cui parla di lei.
Ci siamo impegnate in due.
È questo che conta.
Le dico che se un giorno dovesse venire a Milano, venga a trovarci. È una cortesia, probabilmente non lo farà, ma è importante dirlo.
Agosto. Le giornate si accorciano. Sto sul balcone a leggere. Il libro me lha portato Martina: mi ha detto che mi sarebbe piaciuto, e aveva ragione.
Martina esce, si ferma sulla porta.
Sta leggendo?
Sì. Avevi ragione, bel libro.
Posso sedermi con lei?
Vieni.
Si porta una sedia, ci sediamo fianco a fianco. Guardiamo il cortile: auto, alberi, bambini sulle altalene.
Ho una novità. Oggi ci hanno approvato il mutuo.
Metto via il libro.
Davvero?
Sì. Dopo due mesi di pratiche, finalmente lok. Potremo comprare casa. In autunno forse traslochiamo.
È una bella notizia.
Sì. Fa una pausa. Volevo dirglielo prima che a Andrea.
Perché?
Martina scruta il cortile.
Perché per me è importante che sappia che non vado via da lei. È solo la mia vita che chiama. È diverso.
Annuisco. Dentro sento tante cose: sollievo, un po’ di tristezza, e convivono senza litigare tra loro.
Sono felice per voi. Sinceramente.
Vorrò passarla a trovare spesso.
Vieni quando vuoi, non per dovere.
Verrò perché lo vorrò, dice Martina. Magari non mi crede, ma è così.
La guardo. Questa ragazza dal volto stanco, la voce dolce. Ci sono voluti due anni per accettarla, e in fondo non era così difficile. Bastava guardare.
Ci credo, rispondo. Abbastanza.
Martina sorride.
Per ora può bastare.
Settembre. Traslocano il primo sabato. Andrea carica scatoloni, Martina organizza. Io in corridoio, guardo le mensole che man mano si svuotano, ritornano mie.
Lultimo scatolone esce alle undici e mezza. Andrea mi abbraccia, dice: Mamma, siamo a dieci minuti da qui. Gli sorrido, lo accarezzo, lo lascio andare.
Martina si attarda. Prende la giacca, raccoglie la borsa, poi si ferma.
Grazie, Valentina, per tutto il tempo passato qui insieme. So che non è stato facile per lei. E anche io spesso non sono stata semplice.
Neanche io.
Lei mi ha insegnato che non basta tollerare chi ci sta vicino. Bisogna almeno provare a capire. È difficile, ma fa la differenza.
La fisso.
Anche tu mi hai insegnato qualcosa.
Cosa?
Che non ho sempre ragione. Nemmeno nella mia casa.
Annuisce. Ci abbracciamo brevemente. Un abbraccio un po impacciato, di chi non ci è ancora abituato.
Mi chiami se serve dico.
Anche lei. E non solo se serve.
La porta si chiude. Mi siedo in cucina mentre il bollitore si scalda. Osservo le mensole ormai solo mie. La finestra sul cortile. Il rubinetto che finalmente non perde più.
È silenzio, ma non la vecchia vuotezza. È un silenzio diverso, denso di qualcosa che non so ancora nominare.
Preparo il tè, mi siedo con la tazza e riprendo a leggere il libro di Martina da dove avevo lasciato.
Dopo unora squilla il telefono. Numero sconosciuto, ma rispondo.
Signora Valentina? Sono Nadia, la mamma di Martina. Mi ha detto che oggi hanno traslocato. Volevo sapere come se la cava.
Tutto bene, grazie di avermi chiamato.
Ho pensato molto a lei oggi. Come ci si sente con la casa vuota?
Sono abituata.
Sì, ma allinizio fa sempre effetto.
Qualche volta sì. Esito. Ma lei a Milano ci verrà davvero? Martina mi ha detto così.
Spero di sì. Vorrei vedere dove vive mia figlia adesso.
Se viene, passi di qui. Farò la torta di mele.
Martina parla sempre di quella torta. Dice che non ne ha mai mangiate così.
Esagera.
Non esagera mai quando parla di ciò che ama. La conosco.
Appoggio la testa sul palmo.
Sua figlia è una brava persona, glielo assicuro. Solo che ci abbiamo messo tempo per vederlo.
Silenzio. Poi Nadia:
Grazie. Avevo bisogno di sentirlo.
Parliamo ancora un po, senza dire niente di importante. Chiudiamo la chiamata. Posso vedere dal balcone che le altalene sono vuote, i lampioni si accendono. Da qualche parte, in una casa a dieci minuti di metro, Andrea mette a posto gli scatoloni e Martina sistema i suoi oggetti sulle sue mensole, come le piace.
Ed è giusto così. Non perché deve andare così, ma perché quello è il corso delle cose.
Termino il tè, lavo la tazza, la metto a scolare. In soggiorno accendo la tv ma poi la spengo. Resto lì a pensare che domani chiamerò Teresa, a raccontarle comè andata la giornata.
Il telefono squilla di nuovo. Questa volta è Martina.
Signora Valentina, siamo arrivati. Stiamo già sistemando. Sa che la cucina è minuscola? Più di quanto pensassi.
Ti ci abituerai.
Forse. Pausa. E lei come sta?
Sto leggendo il tuo libro.
Bene. Si zittisce un attimo. Non volevo dire niente, solo sapere se tutto va bene.
Martina?
Sì?
Mi fa piacere che tu abbia chiamato.
Allora va bene, dice. E nella sua voce cè qualcosa che non ha bisogno di altre parole.
Va bene, rispondo.
Ci salutiamo, appoggio il telefono. Fuori è ormai buio, il cortile è illuminato dai lampioni. In lontananza, una macchina passa lenta.
Riprendo il mio libro. Leggo finché il sonno vince. Spengo la luce e mi lascio avvolgere da un silenzio normale. Vivo.






