Lenochka Soffice come una Nuvola di Zucchero

La soffice Mariangela

La famiglia Ferraro era composta da persone tranquille e istruite. Giuseppe Ferraro ingegnere chimico, sua moglie, Elisabetta Conti, era uninsegnante stimata, con una fotografia appesa nel salotto dove la giovane Elisabetta stringeva la mano a un noto professore di pedagogia. Entrambi sorridevano, felici. Una scena che scaldava il cuore.

La figlia maggiore dei Ferraro, Giulia, frequentava la Sapienza e studiava lingue straniere. Sognava di diventare interprete e accompagnare delegazioni internazionali tra le vie di Roma. Era intelligente, bellissima, spontanea e sempre circondata da corteggiatori che le lasciavano fiori, la accompagnavano verso casa e la chiamavano senza mai avere il coraggio di parlare, se rispondeva Elisabetta invece che la loro amata.

«Allora, tra poco ci inviti al matrimonio?» scherzava Elisabetta. «Almeno presentaci lo sposo, visto che sembra aver paura di me!»

«Mamma, quale matrimonio!» rispondeva Giulia, sventolando la mano, ma intanto riempiva i vasi di fiori freschi. «Ho da studiare e costruire la mia carriera, non sono pronta per certi pesi!»

«E allora, perché frequenti quei ragazzi? Li prendi in giro?» chiese un giorno Mariangela, la sorella minore, liceale che tutti in famiglia consideravano un po «fuori dal mondo», ingenua e sensibile.

«Con chi, Mari? Ma cosa dici!» sbuffò Giulia. «Non sono affari tuoi! Vai a scrivere le tue poesie, su, muoviti!»

Mariangela scriveva versi sin da bambina. Allinizio parlava di gattini e cuccioli, poi della mamma, della pioggia, del sole, del tempo che cambia e dellestate ardente di città; descriveva i tetti roventi, la Via Lattea che attraversa il cielo come un fazzoletto, il profumo del gelsomino e lo splendore infuocato dellalba di gennaio…

Scriveva con ingenuità, entusiasmo e una gioia che le brillava negli occhi quando, ad ogni festa di famiglia, invitati o meno, si piazzava in mezzo al grande salotto, aggiustava la cintura del vestitino, fissava un punto sul muro, si schiariva la voce, prendeva fiato e declamava con la sua voce sottile i suoi versi. Poi arrossiva, stringeva il fazzoletto tra le mani, chiudeva gli occhi e a volte si commuoveva fino alle lacrime.

«È isterica!» sussurrava Giulia alla madre. «Guarda che ora impazzisce! Mamma, dille di smetterla! Gli ospiti si annoiano!»

In effetti qualcuno sorrideva sotto i baffi, altri storcevano il naso, qualcuno roteava gli occhi, perché bisognava ascoltare e annuire, anziché mangiare in pace; qualcuno con la battuta pronta ironizzava su Mariangela, un po goffa e robusta.

Lei, però, non si curava di nulla, immersa nella lettura dei suoi componimenti.

«Non essere così, Giulia!» le diceva Elisabetta, accarezzandole la mano. «Mariangela è una talentuosa, e come tutte le persone dotate è un po Così. Dobbiamo accettarla!»

I Ferraro sentivano Mariangela come la loro «pena», un croce che la famiglia portava da anni. La gravidanza di Elisabetta non era andata liscia, Mariangela nacque prematura, debole, con la pelle chiazzata e il viso paonazzo. Non pianse, come fanno tutti i neonati: emise solo un piccolo lamento.

«Dai, piccolina! Benvenuta, respira» la rincuorava la levatrice. «Guarda che occhi attenti! Abbine cura, Elisabetta.»

Mariangela mangiava poco, stringeva sempre i pugni e si contorceva; aveva colichette, lacrimava spesso e la pelle era irritata.

A casa, Giuseppe riuscì a trovare, tramite qualche conoscenza, una brava infermiera a domicilio. Quella della ASL, Lucia Ricci, non era piaciuta a Elisabetta: troppo saputella, sempre a rimproverare il modo in cui veniva allattata o avvolta la bambina…

«Si rilassi, signora,» sbottò Elisabetta. «Lei non ha nemmeno figli, come si permette! Ho cresciuto già una figlia, andrà bene anche con la seconda!»

«Ma Mariangela è nata fragile, ha bisogno di contatto, tenga più spesso in braccio la piccola, vedrà che smetterà di piangere», suggeriva Lucia.

«Non la vizierò certo così. E cosa diventerebbe poi?»

«Non è questione di vizi! Le manca solo calore, lo capisce? Anche gli animali scaldano i cuccioli, e lei…»

Elisabetta credeva si potesse lasciar piangere una bimba nella culla, che si sarebbe calmata da sola. Così suggerivano i manuali per giovani madri. Giulia aveva sempre fatto da sé, si addormentava senza grandi problemi.

«Allora sono una madre snaturata, eh Lucia! Ma ora basta, fuori di casa mia!» sbottò.

Così Giuseppe trovò unaltra infermiera. Questa era più pratica, girava e massaggiava la bimba, la fasciava stretta, e rassicurava Elisabetta: «Non sarà una cima, pazienza! Ma hai già Giulia che è una meraviglia!»

Mariangela si sedette più tardi del previsto, fece tardi i primi passi, piangeva spesso, voleva farsi prendere in braccio. Si attaccava al papà e taceva.

Parlò anche tardi, quando Giulia alla sua età sapeva già dire tutto.

Ma Elisabetta, piano piano, si affezionò. Mariangela ora mangiava da sola, giocava in autonomia. E la mamma si convinse che andasse tutto bene.

Quando in cucina la radio trasmetteva radiodrammi, Mariangela si sedeva sul suo sgabello e ascoltava estasiata. Se trasmettevano letture poetiche, ne rimaneva ipnotizzata, incantata dal ritmo e dal pathos della voce narrante. Quando suonava il segnale orario, la piccola rimetteva lo sgabello nellangolo e spariva.

Quella bambina storta, con due trecce rade, era già una poetessa.

Il suo dono, o come diceva Giulia «capriccio», esplose quando aveva dieci anni. Scriveva versi e li recitava alle feste, col mento sollevato e le mani dietro la schiena, fissando i presenti attraverso di loro.

«E ora, la nostra Mariangela ci leggerà una poesia!» annunciava Elisabetta sul richiamo della figlia.

«Mamma, volevamo giocare a tombola!» si lamentava Giulia. Le sembrava che i capricci della sorella avessero la priorità su tutto.

«Niente, Giulia, ora Mari recita la poesia, poi tombola e torta. Promesso!» le dava un bacino Elisabetta, scusandosi di sottecchi con gli ospiti.

Mariangela, invece, recitava tutta presa, battendo il piede al ritmo delle rime.

Qualcuno trovava la scena divertente, altri tolleravano. Giuseppe ascoltava sempre attento, con locchio severo del critico.

«Vedrai, Elisabetta, la nostra Mari farà parlare di sé! Sì, è un po caotica, soprattutto quando si tratta damore, ma il talento cè, eccome!» diceva alla moglie, coricati la sera, col ticchettio della pioggia sui vetri.

«Non so, Beppe Lei in cortile e a scuola è la «stramba», lo dicono alle spalle, lho sentito. Non è nemmeno bella come Giulia… Io la amo tanto e mi vergogno a ricordare che da neonato la respingevo. Ma il mondo là fuori è crudele! È così sensibile… Ieri è tornata a casa col cuore spezzato perché lamica aveva perso il gatto. Tutta la sera a piangere. Con un animo così non si sopravvive!»

«Ha bisogno di una corazza, Mari non la possiede ancora… su, Betta, dormiamo!»

E si addormentavano abbracciati, pensando al futuro delle bambine e alla poesia…

*

Una sera a cena giunse Corrado Santi, collega chimico di Giuseppe. Prima si misero a discutere nel salotto, poi Elisabetta li chiamò a tavola.

Giuseppe servì il brandy a sé e allospite, vino a Giulia e a Elisabetta, e succo a Mariangela. Brindarono allamicizia, agli esami di Giulia e al diploma imminente di Mariangela.

Mariangela, ovviamente, recitò una poesia. Stavolta parlava damore. Lospite sembrava stranito.

«E tu, Mariangela, che studi pensi di fare?» chiese Corrado, forse divertito da quellatmosfera tanto familiare.

«Non so, forse giornalismo…» rispose lei, mordendosi il labbro.

Una brutta abitudine, secondo Giulia.

«Però per fare il giornalista servono tenacia, un po’ di spregiudicatezza, curiosità, persino astuzia. A volte è necessario sporcare un po’ le mani» proseguì Corrado, dopo una rapida digressione sui dolci di Elisabetta.

A quelle parole, Mariangela abbassò la testa, delusa.

«Se non vuoi scrivere solo di farfalle e animali, devi prepararti: si rischia di ferire le persone, di mettere la vita altrui alla berlina», continuò Corrado.

Giuseppe sirritò: «Non spaventare mia figlia!»

«Esagero, forse», ammise Corrado. «Ma per emergere nel giornalismo o sei un genio, oppure astuto e sfrontato. E di poeti e scrittori, le riviste ne sono piene pochi trovano spazio!»

Mariangela scoppiò a piangere e corse via da tavola. Giuseppe la seguì, inutilmente.

Più tardi Giulia uscì anche lei a cercare la sorella. Tornò quando ormai era tardi.

«Non labbiamo trovata. E domani ho lesame di matematica… E lei pensa solo a scrivere di albe, cavalli e vento. Chi leggerà queste cose, se non passa gli esami?»

Non si diceva mai in famiglia che Mariangela fosse «strana». Era semplicemente ipersensibile, mai «malata».

«È normale Mariangela, come noi!» insisteva Elisabetta. «Ce la farà. Dobbiamo aiutarla.»

«Ma non potremo sempre vegliare su di lei! Dimentica ogni cosa, sempre tra le nuvole»

Il padre suggeriva di farle sviluppare una corazza. Ma lei soffriva troppo per ogni piccola cosa, e loro correvano a salvarla.

Giulia sospirò. Avrebbe voluto sposarsi in fretta e lasciare mamma ad accudire Mariangela…

*

Giuseppe non trovò la figlia. Mariangela rientrò da sola, si chiuse in bagno, rimase a lungo sotto la doccia, alternando caldo e freddo, persa nei suoi pensieri

Esami? Mariangela non ottenne tutti ottimi. Nemmeno lammissione a giornalismo era certa, ma sembrava non curarsene. Passava le ore alla finestra, annotando pensieri in una vecchia agenda.

Alla cerimonia del diploma, Elisabetta e Giulia si accorsero che Mariangela, con quello sguardo puro e i gesti delicati, appariva diversa: chinò il capo con timidezza quando annunciarono il suo nome, ma poi lanciò unocchiata fiera e orgogliosa verso la platea.

Cera qualcosa di nuovo.

Tutto si chiarì il giorno dopo.

Mariangela non aveva festeggiato con i compagni, non assistette allalba, non ballò. Semplicemente, era altrove.

«Mamma, mi sposo», annunciò, stanca, togliendosi i sandali.

«Come? Scusa? Non ho sentito bene» Elisabetta e Giulia tacquero.

«Mi sposo. È meraviglioso! Ora potrò scrivere damore con vera esperienza! È quello che mancava alle mie poesie. Finalmente!»

Mariangela si mise a girare per il salotto, canticchiando e agitando le braccia.

«Mamma, non sarà ubriaca?» tentò Giulia. «Mariangela! Quale matrimonio? Con chi?! Hai gli esami! Va’ a lavarti e dormi!»

Era davvero strana, accaldata, con gli occhi lucidi. Elisabetta le toccò la fronte era fredda.

«Dai mamma, basta toccarmi!» rise Mariangela.

«Con chi ti sposi?» domandò Elisabetta, severa.

«Con Corrado. E avremo un bambino, mamma. Non sapevo facesse così male, ma ora potrò scriverne finalmente…»

«Cosa?! Ma chi è Corrado, dove lhai conosciuto?»

«Corrado. Lamico di papà, quello che parlava di giornalismo…», disse, sdraiandosi sul divano e addormentandosi con la testa tra le mani.

Giulia impallidì. Proprio la sera in cui Mariangela era fuggita per le parole di Corrado, lei aveva passato la serata con lui. Corrado le aveva fatto domande sul futuro, sulla carriera, e si erano incontrati altre volte nel quartiere; qualche volta erano andati anche a teatro. Forse, pensava Giulia, le cose si stavano evolvendo tra loro

Corrado aveva conoscenze al Ministero degli Esteri, avrebbe potuto aiutarla. E lei lo avrebbe lasciato, una volta usato come trampolino, tanto prima o poi si sarebbe stancata delle sue premure. Ma ora tutto era cambiato.

*

Corrado era sul pianerottolo. Mariangela gli aveva chiesto di parlare con i genitori. Lui, però, non riusciva a suonare il campanello, e fumava, mandando in bestia la vicina che apriva spesso la porta per lamentarsi.

Giulia uscì con la pattumiera tra le mani, e si fermò vedendolo.

«Speravo che fosse piena…» sogghignò Corrado. «Buongiorno Giulia.»

«Vuoi vedere? Te la rovescio in testa!» sibilò lei.

«Meglio di no.»

«Davvero, Corrado! Ma cosa pensi di fare, eh? Mariangela è una bambina, ingenua, sempre lo sarà! A voi uomini piacciono così? Dovrebbe studiare, non fare la madre! Tutto ricadrà su Elisabetta, lo capisci? Annulla tutto, ora che sei in tempo! Mariangela soffrirà, ma anche questo le farà scrivere poesie migliori. Tu sei troppo grande per lei!»

«Per te non ero troppo grande, Giulia! Se ti avessi chiesto di sposarmi, avresti accettato, no?»

«Io sono un altro discorso. Siamo adulti! Mariangela è solo una bambina»

«Mariangela è una donna ormai, anche se non volete ammetterlo. È capace di amare con una passione che tu non immagini.»

«E come pensi di aiutarla?»

«Pubblicherò le sue poesie. Il suo talento va protetto. Uno studio convenzionale la soffocherebbe. Non fatele frequentare Lettere!»

«Ma sai quanto costa pubblicare un libro? Le ho già portato i suoi versi alleditore: nulla. Ce ne sono centinaia di poeti come lei! Lasciala studiare!»

Corrado spense la sigaretta, incerto. «No, Giulia. Avremo un figlio. Siamo già una famiglia.»

Entrò, lasciandola sospesa.

In casa, Nino Conti, Giuseppe, e Giulia, tutti guardavano Mariangela che leggeva ancora una volta damore, versi intensi e viscerali.

Una passione che né Giulia, né i genitori avevano mai conosciuto, qualcosa che sembrava uscito da una fiaba. Ma Mariangela sapeva amare così!

«Beh Non mi opporrò», sospirò Giuseppe. «Ma la vita non è fatta solo di sogni, Mariangela. Devi finire gli studi.»

Mariangela però non ascoltò. Corrado laccontentava in tutto: pubblicava le sue poesie, la portava in giro, la mostrava come una perla rara. Lei, soffice, bizzarra, già gravida, scriveva ora versi sempre più tristi, su cuccioli abbandonati e uccellini assiderati.

«Le hai portate dalleditore?» gli chiedeva ogni giorno.

«Sì. Ma dicono di pensarci. Dai, non abbatterti. Non sempre si riconosce il talento a prima vista!» la rassicurava, baciandola sulla testa. Spesso cucinava patate a cena il suo piatto forte. Qualche volta andava Elisabetta a portare qualcosa da mangiare, ma Mariangela si offendeva: «Non sono forse una buona moglie?»

Allinizio Corrado teneva tutto sulle proprie spalle, non si lamentava: era innamorato della sua poetessa eterea, pronto a tutto per vederla felice, anche se la sua carriera andava a rilento.

Ma quando nacque Ilaria, e lui ebbe un periodo difficile al lavoro, mentre Mariangela continuava a tormentarlo per la mancata gloria, alla fine esplose.

«Nessuno pubblica le tue poesie perché sono ingenue, Mariangela! Sembrano scritte da una ragazzina che non cresce mai! E qui cè una figlia da accudire, una casa da tenere, piatti da lavare. Non te ne rendi conto?!»

Mariangela piangeva e si chiudeva in camera. E Corrado lavava i piatti, faceva la lavatrice, poi lavorava. E si malediceva per quella vita apparentemente così poetica

*

Mariangela se ne andò di casa la vigilia di Capodanno.

«Non ce la faccio più, Corrado. Tu e Ilaria vi amo, ma non riesco più a lavorare in queste condizioni! Sono svuotata. Il mio talento si sta spegnendo. Vado via, Corrado. Non agitarti, lasciami andare.»

Mariangela voleva vivere la rottura, sentire il dolore, per poter poi scriverne fino allalba! E vedere la sofferenza negli occhi del marito, perché anche quella era poesia.

Corrado, però, non disse nulla: prese Ilaria in braccio e si rifugiò in cucina.

Mariangela chiamò, nessuna risposta. Prese la valigia, qualche euro dal cassetto della scrivania di Corrado li aveva meritati soffocando il proprio talento e se ne andò. Liberazione! E avanti, verso la stazione Termini. Si trasferiva nella capitale dei poeti italiani: Firenze. Doveva andare con un certo Anatolio nome scelto per vezzo anchegli poeta, anche lui innamorato delle rime.

Si erano conosciuti in biblioteca, dove Mariangela declamava i suoi versi agli anziani del quartiere.

Anatolio le aveva promesso una casa accogliente a Firenze, dove viveva con la sorella e il cognato. Lei avrebbe adorato quel posto!

*

La patria potestà a Mariangela la tolsero più avanti, Corrado dovette dimostrare che la madre aveva abbandonato la figlia e non aiutava mai.

Ilaria crebbe attaccata al padre, timida verso gli estranei, adorava ascoltare poesie alla radio e ballava sulle canzoni.

Ma Corrado la allontanava dallarte. Unaltra poetessa non lavrebbe sopportata, ormai era troppo stanco, e la stessa Elisabetta diceva: «È iniziato tutto così anche con Mariangela».

«Giulia, aiutami. Dobbiamo salvarla!» pregava al telefono.

«Allora sii un padre normale, Corrado! Portala al circo, ridete, andate in giro con la slitta, falla giocare con altri bambini. Lasciala allasilo! Proteggemmo troppo Mariangela, pensavamo fosse giusto. Forse sbagliavamo. Ora è il tuo turno!»

Giulia però non la lasciava sola. Andava spesso a trovare Ilaria, la portava a scuola.

«Che bambina straordinaria! E anche i genitori sono bellissimi!» esclamò una vecchia signora. «Vestita bene, con le trecce. I miei nipoti invece, un disastro…»

Corrado non sentiva le parole. Guardava Giulia e rimpiangeva di non aver scelto lei.

Lei, come leggendo nei suoi pensieri, sorrideva: «Non sarebbe andata tra noi, Corrado. Non potrei mai essere dietro a qualcuno. E adesso mi sposo, tu e Ilaria siete invitati! Ognuno trova la propria metà, e va bene così.»

Corrado annuì. Meglio così.

*

Mariangela, giunta a Firenze, non fu benvoluta. La sorella di Anatolio la cacciò: «Questa vuole mettere le mani sulla casa!» Anatolio provava a consolarla, ma lei piangeva e piangeva.

I soldi finirono in fretta e il successo non arrivò mai. Dopo tante difficoltà, Mariangela trovò lavoro come maschera al teatro grazie alla pietà di una vecchia portinaia. In fondo, poteva andare peggio

In teatro si mise in evidenza per lattivismo, scriveva poesie nel giornalino interno, narrava la sua triste storia dabbandono. Tutti le davano una pacca sulla spalla, e alla fine le assegnarono una stanzetta. Non era niente di che, ma almeno un tetto dove dormire.

«Solo pochi capiscono il vero talento, mamma! Ecco perché sono costretta a marcire qui!» si lamentava al telefono con Elisabetta. «Anche Corrado mi ha tradita! Prometteva di proteggermi ma poi ha iniziato a pretendere da me Mamma, mi senti?»

Elisabetta allinizio la compativa, ma dopo un po si stancò. «Mari, scusami, abbiamo da fare. Tienimi aggiornata!»

«Mamma, sei tu la causa di tutto! Che dolore Mandami dei soldi, non puoi abbandonarmi! Soy tua figlia, io soffro!»

Ed Elisabetta, ovviamente, mandava qualcosa. Ma a casa non la invitava più: era più serena così.

*

«Mamma, vienimi a prendere domani alla stazione!» la avvertì Mariangela un giorno, interrompendo la festa di compleanno di Ilaria.

«Tesoro domani proprio? Avevamo già dei programmi»

«Mamma! Non posso trascinarmi i bagagli! Sono incinta!» scoppiò a piangere Mariangela, fragile, tenera, incapace di difendersi

Oggi, nel rileggere queste pagine, non posso che pensare a quanto sia fragile e sorprendente il confine tra il talento e lincapacità di vivere il presente. Grazie a Mariangela e a tutta la nostra famiglia, ho imparato che la vera forza non sta nel sognare, ma nel trovare il coraggio di restare anche quando si soffre, e di accettare che la felicità può assumere le forme più inaspettate, anche tra le mura della vita quotidiana.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

9 + twenty =

Lenochka Soffice come una Nuvola di Zucchero
I nostri figli testardi hanno voluto fare gli indipendenti e alla fine si sono ritrovati sommersi dai debiti e senza appartamento Quando i nostri figli si sono sposati, noi genitori, da entrambe le famiglie, abbiamo deciso di aiutarli ad acquistare una casa. Io e mio marito avevamo da parte dei risparmi, così come i miei suoceri. Mettendo tutto insieme, avremmo potuto regalare loro un piccolo appartamento. Avevamo intenzione di comprarglielo subito, ma loro hanno detto che volevano essere indipendenti e che avrebbero fatto tutto da soli. Dopo un po’ abbiamo scoperto che effettivamente avevano comprato un appartamento, ma con tre stanze. E dove hanno trovato i soldi? Hanno acceso un mutuo in banca per comprarlo. E chi avrebbe pagato le rate? Hanno detto che se la sarebbero cavata. Poi hanno deciso di voler anche un’auto, perché l’appartamento era lontano dal lavoro ed era scomodo usare i mezzi pubblici. Hanno comprato una macchina nuova, in concessionario, naturalmente a rate, anche se noi avevamo consigliato di prenderne una usata. Ma ci hanno rassicurato dicendo che erano autosufficienti e che sapevano il fatto loro. Poi hanno voluto un bambino e, magari, farlo nascere all’estero — così avrebbe avuto anche la cittadinanza straniera. Di nuovo hanno fatto un prestito, per permettere alla figlia di partorire in buone condizioni, con il medico sempre disponibile. La bambina è nata. Poi hanno voluto ristrutturare la cameretta e hanno chiesto un altro finanziamento. Alla domanda — chi paga? La risposta era sempre la stessa: “Pensiamo noi a tutto, siamo indipendenti.” Poi però la sfortuna è arrivata — il mio genero è stato licenziato, mentre mia figlia era in maternità. Niente più soldi. Come pagare tutti quei debiti? Ci hanno chiesto di vendere la nostra casetta in campagna. Non volevamo, ma abbiamo dovuto, per evitare problemi legali. Purtroppo non è bastato. Alla fine hanno dovuto vendere l’appartamento e, col tempo, anche la macchina. Adesso vivono con i suoceri e continuano a lamentarsi che non hanno più niente di loro. Ovviamente! Perché non ci hanno ascoltato. I debiti non sono ancora finiti: ci vorranno anni per saldarli. Una storia di tristezza e lacrime.