Quando zia Speranza morì, Giulio Giovanni non poteva neanche immaginare che la sua vita sarebbe cambiata così improvvisamente. Zia viveva sola in una piccola casa ai margini di Torino e aveva una sola nipotina di dieci anni, Chiara.
La madre della bambina aveva lasciato la famiglia tempo fa per andare a lavorare in Svizzera, mandando lettere di rado. Giulio sapeva: lasciare Chiara da sola voleva dire destinarla a un istituto per minori.
La moglie di Giulio, Caterina Paolina, era rimasta a casa. Non poteva assolutamente allontanarsi verso la campagna: dopo loperazione ai reni, il medico le aveva vietato lunghi viaggi. Caterina lo aspettava nella penombra della cucina, dove aveva già disposto la cena: purè di patate, polpette di pesce e una fresca insalata. Nellaria si diffondeva laroma intenso del pane appena sfornato: Caterina voleva che Giulio, dopo una giornata tanto pesante, sentisse il calore di casa.
Giulio tornò tardi quella sera. Dietro di lui, come un piccolo fantasma curioso, si muoveva Chiara, stringendo lo zainetto con forza e scrutando i padroni di casa con un miscuglio di timore e aspettativa.
Caterina, lei è Chiara sussurrò Giulio. La nipotina di Speranza.
Ma la sua mamma dovè? chiese Caterina, sorpresa.
Non è venuta rispose piano Giulio. Ha detto che non poteva. La bambina è rimasta sola.
Chiara attraversò la soglia con passi lievi, quasi spingendo avanti lo zainetto. Caterina inspirò profondamente e infine mormorò:
Siediti, bambina. La cena è pronta.
Quella notte restarono a lungo nella cucina, a parlare a bassa voce di come sarebbe stato il domani. Giulio spiegava che mandare Chiara in orfanotrofio sarebbe stato per lei una sofferenza troppo grande: la piccola avrebbe perso il suo ultimo legame con la famiglia. Caterina era inquieta: erano già anziani, la salute traballava, la pensione poca cosa in euro.
Pensavamo di avere finalmente un po di pace sospirò lei. Un tempo per noi, la tranquillità
Ma è una bambina rispose lui. Come si può lasciarla da sola?
Al mattino Chiara si alzò prima di tutti e stava già lavando i piatti della colazione.
Aiutavo sempre la nonna spiegò, sommessamente.
Poco a poco la vita prese una nuova piega. Chiara fu iscritta a una scuola lì vicino e si adattò presto; si dimostrava diligente e attenta. Lappartamento si animò: libri, uno zainetto nel corridoio, la musica che filtrava dalla stanza della bambina.
Allinizio Caterina si mantenne distante. Temeva di affezionarsi a una figlia non sua. Ma una sera, quando la salute le venne meno di colpo, fu Chiara a chiamare lambulanza, a porgerle le medicine, a stringerle la mano.
Non temere, nonna, sussurrava piano Chiara.
Passò un anno. Allimprovviso, Giulio se ne andò. Caterina rimase sola con la bambina. I figli arrivarono per il funerale, ma ripartirono dopo pochi giorni.
Mamma, sarà dura con unadolescente disse la figlia. Forse sarebbe meglio darle una sistemazione in istituto.
Caterina guardò a lungo Chiara, che già preparava la tavola.
Quando Giulio la portò a casa, anche io avevo paura disse infine. Ora però, sento che è parte di me.
Chiara diventava sempre più attenta: preparava la cena, riordinava, aiutava in tutto. Non chiedeva mai nulla di più, era sempre presente.
Dopo altri due anni la salute di Caterina peggiorò. Pensava spesso al futuro. Un giorno chiamò il notaio e lasciò la casa in eredità a Chiara.
Ma io non sono davvero vostra mormorò la bambina, timorosa.
La famiglia non è una questione di cognomi sorrise Caterina. È una questione di cuore.
Chiara la abbracciò con un gesto fragile, come se temesse di farle male. In quellistante Caterina capì che, nella vecchiaia, contano poco i metri quadri o leredità, ma ciò che resta è la presenza qualcuno che rimane, quando tutto sembra troppo difficile.






