Il nipote non suo.
Oh, ascolta. Tutto è iniziato quella mattina caotica alla stazione degli autobus di Bologna. Le porte posteriori si sono aperte e la folla si è riversata dentro come sardine sotto sale. Chi aveva i gomiti ben piantati era già seduto, mentre dietro la gente spingeva senza ritegno.
Ho una bambina! Fate largo, con una bambina! gridava una donna robusta, spingendo via nonna Rina.
Rina fece un passo indietro, ma poi strinse più forte la borsa e si lanciò decisa nella ressa, con la testa bassa come un ariete. Subito intorno le persone borbottarono:
Ma questa nonna è fuori di testa!
Però si fecero da parte e la lasciarono passare. Lautobus si riempì in un attimo, eravamo proprio come acciughe.
E dove vai con quella borsa, nonna? Proprio non ce la fai a stare a casa col plaid, eh?
Davanti a lei cera un uomo tutto rosso di capelli. Le gambe lunghe, scansava la sua borsa.
Noi andiamo a lavorare, è normale… Ma tu dove vai, che sei già in là con letà?
Vado allorfanotrofio da mio nipote sbottò Rina, quasi infastidita.
Lui fischiò piano.
Ahi. Ma i suoi genitori dove stanno?
Sono morti.
Figlio o figlia tua?
Rina lo fissò senza capire allinizio.
Il nipote è della mia amica sospirò Me lhanno lasciato pochi giorni fa.
Solo allora luomo si accorse di quanto fosse anziana, con la pelle tutta pieghe e occhi stanchi.
Ehi tu, giovanotto, lascia il posto alla nonna! Su, forza…
Rina si sedette e lanciò uno sguardo di gratitudine alluomo, asciugandosi le lacrime col fazzoletto. Era una montagna di dolore tutta insieme, ma almeno per una volta il destino le aveva regalato una persona gentile.
Quanto aveva insistito con suo figlio perché la portasse a trovare Lucho! Lui le diceva sempre: “Mamma, stai a casa, sei troppo vecchia per questi viaggi!”. Ma anche lì, in mezzo agli sconosciuti, sentiva su di sé il peso degli anni. Eppure non avrebbe mai lasciato il bambino da solo. Si sarebbe sistemata lì vicino, le bastava un angolino, purché fosse accanto a lui.
Signora, deve scendere allorfanotrofio San Paolo, vero? chiese lo stesso uomo appena giunti allautostazione.
Sì… proprio lì.
Vieni allora, andiamo insieme. Il mio amico mi aspetta laggiù, ma andiamo tutti nella stessa direzione. Non ti preoccupare, non ti lasciamo per strada. Però, in cambio, ci devi raccontare del nipote… comè che è della tua amica?
Perché non raccontare? Raccontare alleggerisce il cuore. I parenti non si parlano, ma con gli sconosciuti va bene. Si incontrano e si lasciano. Rina allora cominciò il suo racconto, senza fronzoli, perché certi dettagli solo il tempo li sa.
***
Era andata proprio così, sai? Rina, ogni inverno, lasciava il loro paese dellAppennino, Montepiano, per andare da Galina a San Benedetto. Si vantava di farlo da sola, ma in realtà era Nando il vicino il Calabrese, tutti così lo chiamavano a sorbirsi la fatica di portarla col furgone. Era curva da anni, come se cercasse continuamente in terra qualcosa, abituata a lavorare la terra: tutta la vita, in fattoria e poi a casa.
Me ne vado a vivere qualche settimana da Gali, mi fate stare meglio, diceva sempre.
Il figlio Sergio e la nuora Lucia facevano finta di dispiacersi. In realtà erano contenti. E Rina lo sentiva benissimo.
Era il terzo inverno che lasciava la casa ai giovani, per permettere loro di abituarsi ed essere padroni delle mura che un tempo aveva curato come una regina.
Sergio e Lucia si erano trasferiti lì con la piccola Veronica, la Vero. Suo figlio le aveva detto: “Mamma, tu sei stanca, ci aiutiamo a vicenda. Loro sistemano la casa, tu magari con la bimba…”.
Lei si considerava ancora capace non si sentiva inutile, anzi! Aveva sempre badato a tutto nel podere: dal pollaio, allorto, a tagliare lerba per le capre nonostante gli 83 anni ben portati. Quel casale vecchio era la sua vita: aveva visto bambini crescere lì, aveva salutato i genitori lultima volta, aveva rifatto il tetto con le proprie mani.
Si inventò questa scusa del viaggio dinverno per lasciare un po di spazio ai giovani. E Gali, la compagna dinfanzia sopravvissuta con lei alla guerra, aspettava a San Benedetto, contenta di aver compagnia per quei mesi freddi.
Ma la vita di Galina non era stata una passeggiata: figli niente per anni, mariti morti giovani, e quando ormai era oltre i quaranta, Dio le aveva dato una figlia. Ma la ragazza era un disastro, la chiamava addirittura la Malavita. Aveva messo al mondo un figlio da un tale vecchio Pietro e lo aveva mollato alla nonna. Morì anche lei, lasciando il bambino piccolo a Galina.
Se proprio dobbiamo portarlo in istituto, almeno aspetta un po, sospirava Galina.
Ma si sa, la vita non va mai come si vorrebbe.
Quella notte sentirono bussare fortissimo: la casa del vicino era in fiamme. Tanta confusione, salvarono animali e poca roba. Galina si perse nellagitazione; poi la trovarono, le si era fermato il cuore, la portarono via con lambulanza e non ce la fece.
Restò solo Lucho, sei anni, magrolino, capelli biondi a spazzola. Rina lo prese con sé. Lo portò a casa, con tutte le sue poche cose: un cappottino arancione, un berretto di pelo, stivali. Disse a Lucia:
Ecco, si chiama Luciano. Sta con noi un po.
Lucia rimase di sasso, con Vero tra le braccia. Nella stanza di Rina cera posto solo per una branda. La camera loro era già stretta. E il salotto? Proprio lì che avevano appena messo i mobili nuovi, il tappeto, la tv Ma dove lo mettevano?
Aveva sentito la storia dellincendio, ma non si aspettava certo che Rina si presentasse con un bambino daltri.
Sta qui per quanto?
A lungo sbuffò Rina, sedendosi sulla sedia stanca, Dai, Lucho, spogliati, su.
Lui si tolse piano il cappotto.
Eh, la casa è tutta bruciata. Resta solo un muro, nessun tetto. Il resto da portare lo hanno lasciato dai vicini. Bisognerà portare tutto qui.
Lucia guardava il piccolo con lo sguardo stralunato.
Non capisco resta qui per sempre?
Chiaro che resta qui. Io ero come una sorella per Gali. Non ha nessuno il bambino.
Lucia strinse le labbra. Dovrà svegliare tutti: i genitori, Sergio. La nonna porta in casa un estraneo. Secondo lei, ora che era tutto sistemato, avrebbe dovuto essere lei la vera padrona della casa. Sì, nonna Rina aiutava tanto con Vero, ma si sentiva a disagio con la vecchia sempre lì, coi suoi secchi, le sue pentole da stalla. E ora pure lo straniero.
La sera rientrarono tutti.
Mamma, ma il padre di questo bambino? chiese Nicola, padre di Sergio.
Nessuno Rina sedeva a mani in grembo, senza quel solito lavoro ai ferri, Ché, pensate che non lo darei se venisse qualcuno a chiederlo? Ma nessuno lo vuole.
Lucho con Vero andarono fuori in cortile con la zia Marina.
E noi cosa centriamo? Non è nemmeno nostro parente si stringeva nelle spalle Sergio. Ormai aveva già deciso con Lucia.
Voi no, ma io sì. Questo è il nipote della mia migliore amica, per ora lo tengo io. In istituto non ce lo mando, non finché ho forza.
Ma non puoi tenere un bambino così, senza documenti protestò Lucia.
E chi me lo vieta?
Gli assistenti sociali
Passiamo linverno, vediamo in estate, poi per la scuola vedremo con i documenti
Lucia cercava cavilli legali, ma Rina era irremovibile. Così si chiudeva ogni discussione.
Rina faceva dormire Lucho nel suo letto. E lui si fece più coraggioso, ma quella sua timida allegria dava fastidio a Lucia. Sergio era sempre fuori a lavorare, mentre Lucia restava a casa tutto il giorno tra la bambina, la nonna e il nuovo arrivato.
Chi ti ha dato il permesso di prendere i biscotti? Chiedi prima! Nessuno ti ha insegnato!
Spegni subito la televisione, chi tha dato il telecomando?! Se la rompi tu la ricompri?
Lo teneva docchio per ogni cosa, e Lucho cercava di evitarla. Mangiare, mangiava solo con la nonna Rina. E in una casa di campagna, lo sai, la dispensa e il pollaio sono di tutti. Ma Lucia vedeva sempre un altro bocconcino di troppo, e la cosa la esasperava.
Un giorno il bimbo bevve il latte avanzato che era per la pappa di Veronica e Lucia sbottò con Sergio.
Dille qualcosa! lo incalzava.
Dillo tu
Sergio sbuffava, si sfogava solo spaccando la legna. Si sentiva incastrato. Sapeva che la moglie esagerava, ma la pace in casa era importante.
Nonna, Lucho sè bevuto il latte, e Veronica è rimasta senza.
Poteva andare al caseificio. Perché non ci è andata lei?
Boh, pensava bastasse quello avanzato.
Era quello della sera prima, io ieri avevo preso quello nuovo da Tina; non sono andata credendo ci andasse lei.
Sergio lasciò perdere: tra donne, loro si sarebbero capite.
Di Lucho nessuno si occupava davvero. Passò una settimana, un mese, poi un altro, e nessuno si fece vivo per lui. Lucia sperava che prima o poi qualcuno venisse a portarlo via, erano sicuri che fosse solo provvisorio.
Ma piano piano, Veronica aveva preso a giocare sempre più con lui, gli stava attaccata. E Lucho la faceva ridere, non laveva mai fatta piangere, stava volentieri con lei.
Che bravo babysitter! diceva Rina.
A Lucia restava solo da scrollare le spalle: almeno non aveva la bambina sempre appesa alla gonna. Ma non era casa per uno straniero.
Eppure Lucho viveva un po di soppiatto. Se Lucia era in cucina, lui non entrava, preferiva stare con Rina.
Una volta, Sergio uscì dietro casa a fumare e vide Lucho sotto il portico, rannicchiato vicino al gatto randagio.
Ehi, Lucho, che ci fai lì? Hai freddo? Perché non vai in casa?
Aspetto nonna Rina.
Tornerà tardi, è dai nonni a sistemare le patate. Dai, vieni dentro.
Lucho scuoteva la testa, non voleva venire. Sergio dovette trascinarlo.
Poi Lucia, arrabbiata, sbottò:
Perché sveglia sempre Veronica? Rovinato il sonno per una mestolata di brodo!
Sergio sbottò: Non potevi dargli un po di minestra? Anche per lui, no?
Non sono la sua tata! Ho già la mia di figlia, e questo sempre in mezzo ai piedi! La nonna lha portato, se lo tenga lei!
Dai, lasci stare il bambino!
Iniziarono a urlarsi addosso. Lucho in cameretta, sperava di essere invisibile.
Non ce la faccio più. Vado da mia madre, basta! piangeva Lucia, Io pensavo che questa casa fosse nostra, soltanto nostra!
E lui che centra? Io il bimbo non lo mollo, sappi che lo proteggerò. È piccolo, un po di pietà…
Lucho spuntò timidamente in cucina.
Lucho, vieni a mangiare disse Sergio, prendendo la pentola.
No, scosse la testa Lucho, Zio Sergio, portami in orfanotrofio, per favore. Giuro che mi preparo in fretta.
Sergio guardò Lucia. Lei abbassò la testa, poi andò a versare il brodo nel piatto.
Lucho, dai, basta litigare, stai qui con noi. Niente orfanotrofio! Facciamo pace. Solo, sta zitto quando Veronica dorme!
Lucho si avvicinò, preso quasi per fame più che per fiducia, e provò il brodo.
Non mangerò molto, basta poco. Aiuterò in casa.
Lucia si asciugò il naso: Mangia, aiutante!
E da lì, come per magia, le cose sono andate un po meglio: si abituarono tutti allidea che Lucho ormai faceva parte della famiglia.
Ma due settimane dopo arrivò una macchina davanti a casa: scesero due signori e una donna sui cinquantanni. Erano della commissione per i minori.
La casa di chi è? Chi vi abita regolarmente?
Si misero a parlare con tutti, anche con Lucho.
È arrivata una segnalazione. Un bimbo qui in affido illegale.
Segnalazione? E chi, scusa? trasalì Rina.
La donna guardò Lucia, ma cambiò discorso:
Dovete regolarizzare la situazione. Altrimenti qui non è legale.
Sentenziarono che Lucho sarebbe dovuto andare in istituto “in attesa di decisioni”, sarebbero passati a prenderlo di lì a poco.
Così il bimbo finì in una casa-famiglia poco lontano, tre fermate di autobus da Montepiano. E Rina ogni giorno andava a trovarlo, supplicando che le lasciassero il bimbo con sé.
Poi lo trasferirono in un istituto ancora più lontano, verso Parma. Così Rina si preparò a spostarsi anche lei: voleva trovare una stanza lì vicino, almeno per stargli accanto.
***
La storia la raccontò così al suo compagno di viaggio in autobus. E lui, dopo aver ascoltato, restò in silenzio.
Perché vuoi startene là, signora? Cosa puoi fare davvero per lui?
Non so, ma nemmeno lui, senza di me Ci ho pensato: sono io ad aver più bisogno di lui. Non ha nessuno, almeno avrà la nonna vicino. È così sensibile, impaurito. Lì in istituto lo sento più solo. Così mi avvicino io.
Gli uomini laccompagnarono in orfanotrofio e non se ne andarono finché non la videro affidata in buone mani.
***
A casa nessuno si aspettava che Rina avrebbe fatto quella follia di trasferirsi dietro il bambino. Sergio prese a litigare con la moglie e col padre, la casa sembrava vuota.
Nessuno lha cacciata, si giustificava Lucia con se stessa, è la legge. Se porti in casa un bimbo senza documenti, vengono gli assistenti sociali.
Ma Sergio era affranto: la nonna laveva praticamente cresciuto. Ora aveva la sensazione di averla cacciata dalla sua stessa casa.
Non ce la faccio, papà. Devo trovarla. Domani vado in istituto, mi faccio dare lindirizzo.
E così fece. Lì incontrò proprio quella donna della commissione dei minori.
Vedo che prima vostra moglie ci fa la denuncia perché vuole che portiamo via il bambino, poi venite a cercarlo voi…
Denuncia? Ma quale denuncia?
Sì, ci siamo mossi perché ci aveva fatto la segnalazione lei, la Lucia.
Le amiche di Lucia le avevano subito detto di fare così, perché allimprovviso era caduto dal cielo questo bambino. Lei, presa da mille dubbi, era andata in comune, allufficio tutela minori, e aveva firmato la segnalazione. Ma a Sergio e Rina non aveva detto niente; si sentiva quasi in colpa, ma si giustificava: è meglio così, per lui.
Poi, quando Rina sparì dietro al bambino, Lucia cominciò a pentirsi. Forse sarebbero venuti comunque a controllare, disse a se stessa. E non disse mai nulla a nessuno.
Sergio tornò dallistituto furioso. Parlarono tutta notte, tra urla, pianti, finché finalmente si chiarirono e fecero pace.
Lucia non dormì e rimase sul portico a pensare a Rina. Si sentiva più vecchia lei di quella nonna piena di coraggio. Rina viveva sempre proiettata nel futuro. Dove trovava tutte quelle forze?
***
Rina trovò una stanza vicino a Parma, cominciò a frequentare listituto ogni giorno. Dopo qualche settimana, la direttrice, vedendola sempre presente, le chiese se voleva dare una mano come volontaria e le diede anche una piccola paga, così passava le notti in istituto accanto a Lucho.
Non ti preoccupare, Gali, pensava tra sé, qui almeno lo trattano bene. Fra poco vanno pure al circo… Però, tutti questi bambini sognano una casa vera, una mamma.
Un pomeriggio, era appena rientrata a casa per dormire dopo il turno, bussò una bambina della casa-famiglia.
Signora Rina! Signora Rina! Cercano il vostro Lucho. È arrivata una famiglia a prenderlo per ladozione!
Rina uscì di corsa, con mille domande nella testa: ma chi? Come? Non avevano mai fatto incontri con il bambino. Che sia una fortuna, o una disgrazia?
Nel corridoio, una strana atmosfera. Profumo di minestra di riso, ma nessuno si affacciava in refettorio. Tutti erano assiepati fuori dallufficio della direttrice. Dentro, due persone sedute di spalle, Lucho in piedi, sorrideva.
“Ma guarda, sembra felice”, le passò in testa.
Poi luomo si voltò di scatto: Sergio… suo nipote!
“Gli è preso un colpo”, pensò Rina. Vicino a lui cera Lucia.
A Rina divenne tutto confuso, si sentì svenire, ma Sergio la prese, la fece sedere.
Nonna. Nonnina cara… Forza. Siamo qui per portare Lucho a casa, con noi, e vogliamo che anche tu torni.
Vicino a lui, Lucia in lacrime, le mani giunte, come a implorarla.
Ma cosa avrebbe mai dovuto implorarla? Non cera niente di più grande, niente che potesse renderla più felice.
Credimi, quella volta, davvero, mi sono commossa. Non cè felicità più grande.






